<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005</id><updated>2012-01-31T08:44:05.725+01:00</updated><title type='text'>Ecofondamentalista</title><subtitle type='html'>Blog del sito www.ecofondamentalista.it
Riflessioni di un neo-contadino.
  Si parla di vita alternativa, di politica e relazioni, di realtà, forse di utopia... ed anche di Buddhismo.
  Cercando linee di riferimento per una teoria e una pratica di un nuovo 'pensiero forte', che si lasci dietro le categorie consunte di destra e sinistra.
  Un pensiero neo-tradizionalista o, meglio,
 ecologista-fondamentalista.</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>32</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-1640824380305630980</id><published>2012-01-06T20:44:00.002+01:00</published><updated>2012-01-06T20:50:52.263+01:00</updated><title type='text'>La vendita delle terre di proprietà pubblica  deve essere fermata!</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Molto volentieri pubblico questo documento scritto e sostenuto da diverse associazioni contadine italiane &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si sono venduti l'energia, i trasporti, gli acquedotti, gli immobili, le strade e adesso si vendono pure la Madre.&lt;br /&gt;Un paese che vende le terre agricole pubbliche  &lt;br /&gt;rinuncia definitivamente alla propria Sovranità Alimentare.&lt;br /&gt;Non è con la vendita ma con una progettazione sana e lungimirante di valorizzazione del patrimonio che si costruisce un’economia sana e si protegge il territorio da devastanti speculazioni. &lt;br /&gt;Forse non tutti sanno che l'art.7 della legge del 12 novembre 2011    programma in tempi rapidi l’alienazione(vendita) dei terreni agricoli demaniali. La fine arguzia degli emendamenti apportati dal più recente Decreto Monti è addirittura peggiorativa estendendo il provvedimento ai terreni “a vocazione agricola”.&lt;br /&gt;Eccoci dunque arrivati a quella che potrebbe essere l'ultima tappa di un'oscuro cammino iniziato 2 decenni fà circa, un processo di svendita dei beni pubblici a privati in nome di una più efficente gestione, come se la logica del profitto privato avesse mai reso dei servigi alla collettività. Si sono venduti l'energia, i trasporti, gli acquedotti, gli immobili, le strade e adesso si vendono pure la Madre: si vogliono vendere la terra in un contesto internazionale dove stà crescendo a ritmo costante il fenomeno denominato Land Grabbing, l'accaparramento di terreni agricoli da parte di soggetti economicamente forti (paesi in forte crescita e multinazionali). Ecco quindi chi sono i veri destinatari di questa manovra, non certo i giovani imprenditori agricoli di cui parla il comma 2: "...al fine di favorire lo sviluppo dell'imprenditorialità agricola giovanile è riconosciuto il diritto di prelazione ai giovani imprenditori agricoli." Garantire l'accesso alla terra ai giovani o a chiunque voglia lavorarla non vuol dire garantirne la proprietà e la compravendita - meccanismo questo che per un giovane agricoltore comporta l’indebitamento con le banche - bensì elaborare una serie di normative che favoriscano e sostengano chi vuole iniziare un'attività agricola mettendogli a disposizione l'uso agricolo della terra garantito contro ogni possibile speculazione. Proseguendo invece nella lettura del comma 2, che con tanto nobili propositi era cominciato, si legge: "Nell'eventualità di incremento di valore dei terreni alienati derivante da cambi di destinazione urbanistica intervenuti nel corso del quinquennio successivo alla vendita, è riconosciuta allo Stato una quota pari al 75% del maggior valore acquisito dal terreno rispetto al prezzo di vendita."  Quindi lo stato si limita a disincentivare il cambiamento d'uso dei terreni per soli 5 anni senza altra garanzia di salvaguardia ambientale; anzi considera possibile un loro cambio di destinazione già nel primo quinquennio successivo alla vendita.&lt;br /&gt;Concludendo questa lettura troviamo lapidario il comma 5: "Le risorse nette derivanti dalle operazioni di dismissioni di cui ai commi precedenti sono destinate alla riduzione del debito pubblico." Le risorse nette derivanti equivarrebbero a circa 6 miliardi di euro, una goccia nel mare del debito (circa 1800 miliardi) quando il costo stimato delle opere per la TAV in Val di Susa è di 20 miliardi! Con il risultato di essersi sbarazzati del patrimonio senza tappare alcun buco di bilancio.&lt;br /&gt;A questo punto sentiamo l'urgenza di dire che un paese che vende le terre agricole pubbliche è un paese che rinuncia definitivamente alla propria Sovranità Alimentare, è un paese che mette con prepotenza l'interesse privato al di sopra del bene comune, è un paese che non saprà come raccontare ai propri figli che si è venduto la terra in nome del bilancio finanziario.&lt;br /&gt;La vendita delle terre dello stato deve essere fermata!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ridiscutiamo, invece, le modalità di gestione delle terre agricole di proprietà degli enti pubblici!&lt;br /&gt;Noi rete delle associazioni contadine proponiamo che le terre di proprietà pubblica individuate in base all'art. 7 della legge di stabilità siano oggetto non di vendita ma di nuovi piani di allocazione:&lt;br /&gt;-che ci si indirizzi verso affitti di lunga durata a prezzi equi a favore di agricoltori o aspiranti tali, sulla base di progetti che escludano attività speculative.&lt;br /&gt;-si favorisca l'agricoltura contadina di piccola scala,che è l'unica che può sfamare il mondo senza causarne il dissesto, ma anzi arricchendolo e preservandone la biodiversità seguendo le richieste della Campagna per l’Agricoltura Contadina http://www.agricolturacontadina.org/ .&lt;br /&gt;-si prediligano progetti di cohousing, cioè di condivisione solidale dei beni e delle risorse, perchè la buona agricoltura è quella fatta con tante braccia pensanti e con poche macchine.&lt;br /&gt;-si individuino nelle associazioni dei consumatori organizzati i soggetti mediatori tra le istituzioni e le realtà contadine che andrebbero a insediarsi.&lt;br /&gt;-si renda possibile la costruzione con materiali naturali di abitazioni rurali a bassissimo impatto ambientale come legno e paglia, ma totalmente vincolate all'attività agricola. Questo perchè chi lavora la terra deve anche poterla abitare.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-1640824380305630980?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/1640824380305630980/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=1640824380305630980&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/1640824380305630980'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/1640824380305630980'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2012/01/la-vendita-delle-terre-di-proprieta.html' title='La vendita delle terre di proprietà pubblica  deve essere fermata!'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-1352724161728137022</id><published>2011-11-13T19:41:00.002+01:00</published><updated>2011-11-13T20:05:34.351+01:00</updated><title type='text'>Finiti i  giochi: si viene al dunque</title><content type='html'>.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel mezzo della comprensibile euforia per quella che sembra esser la fine della ventennale parabola politica di Berlusconi, mi sembra utile richiamare l'attenzione sull'incredibile rapidita' e facilita' con cui il premier ha dovuto stavolta, diversamente dal suo solito,  rassegnarsi a lasciare il posto (e con cio' probabilmente presto ad uscire del tutto di scena). Un passaggio avvenuto con una immediatezza che ha dell'incredibile proprio nel senso che dovrebbe far ricredere molti su tante cose, a cominciare dal fatto che sia la democrazia il valore primo e fondante dell'Occidente (tale per cui si pretende perfino di giustificare guerre in suo nome).&lt;br /&gt;A far cadere Berlusconi non sono bastate la defezione di Casini e poi quella di Fini, ne' la  indefessa  monotematicita' delle opposizioni che, dentro e fuori il Parlamento, hanno fatto per vent'anni del pericolo da lui rappresentato la loro vieppiu' unica ragion d'essere. Ora vincendo (e non di poco) le elezioni, ora comprandosi il sostegno di politicanti a un tanto al voto, l'imbonitore di Arcore e' riuscito a restare al governo per gran parte degli ultimi vent'anni nonostante scandali sessuali, una sequela interminabile di processi per corruzione e la sfacciataggine manifesta di una serie di leggi &lt;span style="font-style:italic;"&gt;ad personam&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Vien quasi da non credere a quante parole ed energie politiche siano state spese in questo paese sulla questione Berlusconi si, Berlusconi no, quasi che da cio' dipendesse la salvezza della democrazia dal pericolo comunista o viceversa dall'avvento di un nuovo fascismo. Ed e' soprendente, visto cio' che sta avvenendo in queste ore, quanto la questione della democrazia fosse al centro di questo dibattito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E che succede ora? Succede che nel teatrino della politica vengono fuori dei problemi tecnici, strutturali per il funzionamento dello spettacolo. Problemi urgenti sui quali non c'e' tempo da perdere: si e' aperto uno squarcio sul telo di fondo e, per un momento si intravedono i macchinisti, e perfino qualcuno di quelli che da dietro tirano le fila e fanno muovere le marionette. Il guasto va riparato immediatamente e gli stessi tecnici/burrattinai sono costretti a far salire sul palco qualcuno dei loro.......gli tocchera' atteggiarsi anche lui a personaggio, almeno finche' di nuovo the show can go on.&lt;br /&gt;Succede che la Grecia si azzarda anche solo ad ipotizzare un referendum in cui la gente possa esprimersi sull'accettazione del “sostegno” (di questo si dovrebbe trattare, no?) e delle relative misure economiche “proposte” dall'UE ed immediatamente il suo premier Papandreu deve dimettersi e lasciare il posto a Papademos, uomo della Goldman Sachs (la piu' grande banca d'affari americana e mondiale). &lt;br /&gt;Succede che contemporaneamente i Btp italiani arrivano ad uno spread di oltre 500 punti rispetto ai bond tedeschi, subito dopo che la Borsa di Milano aveva registrato perdite del 7% in un giorno (2/11) e che (non va sottovalutato nel nesso tra gli avvenimenti) le azioni Mediaset perdono di colpo  il 12% del loro valore.&lt;br /&gt;L'Italia sembra esser appesa al filo di quale sara' l'andamento delle borse all'inizio della settimana seguente. Napolitano, questo baluardo della Repubblica che non aveva finora fatto valere il suo ruolo contro ogni sorta di leggi ad personam, trova - in modo quantomeno irrituale - l'&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Eletto&lt;/span&gt; (niente affatto eletto) che dovra' sostituire Berlusconi e questo, gia' in precedenza sopravvissuto a tutto e ad ogni costo (e' il caso di dire), rassegna le dimissioni in men che non si dica. &lt;br /&gt;Non lo aveva ancora detto, infatti, che gia' Mario Monti (anch'egli uomo di Goldman Sachs come pure Mario Draghi), appena ricevuta una patina di leggittimita' politica dalla tempestiva nomina a senatore a vita da parte di Napolitano, stava facendo il suo giro di consultazioni per il suo nuovo governo.  E neppure ha fatto in tempo a porre, il nostro ex-premier dall'improbabile ancorche' innegabile longevita' politica, le sue condizioni per lasciare il posto al quale lo avevano eletto gli Italiani: deve essergli stato fatto capire chiaramente che ora e' arrivato il tempo di chi comanda davvero e gli argomenti per convincersene non devono essergli mancati vista la fretta con cui e' per giunta passato dall'”elezioni subito” all'appoggio “responsabile” - esterno o meno che sara'.&lt;br /&gt;Un passaggio analogo, anche nei tempi, lo abbiamo visto da parte di Di Pietro. Sembra purtroppo che, a ricordarci che cio' che sta avvenendo sotto i nostri occhi e' del tutto fuori dalle regole democratiche e incurante del rispetto per la volonta' popolare espressa nel voto (che gia' era andata a farsi friggere con la vigente legge elettorale) siano rimasti solo i Ferrara, i Feltri, i Sallusti,  il ministro Romano, la Santanche', La Russa... ovvero, in sostanza, i buffoni di corte, quelli di contorno, che ravvivano il paesaggio facendo “a chi la spara piu' grossa”,  personaggi che, fuori dal sottobosco mediatico-politicoide legato al berlusconismo, sanno bene di non poter sopravvivere mantenendo il proprio status.&lt;br /&gt;Resta ora da vedere cosa faranno coloro che nell'opposizione a Berlusconi hanno trovato la propria unica identita' e ci hanno magari anche costruito un personaggio pubblico ed una carriera. Del PD, ovviamente, gia' sapevamo in anticipo: sono sessant'anni che stanno li', dietro mentite spoglie, a garantire il proprio appoggio (che sia implicito e di fatto, esterno o attivamente esplicito) ai poteri forti soprattutto internazionali, in attesa di superare i loro esami di affidabilita' e, cambiato il nome e diluitisi ancora una cinquantina di volte come un farmaco omeopatico, un giorno forse ormai prossimo accederanno finalmente in pianta stabile al governo di questo paese (a rappresentare, ovviamente, gli interessi di coloro che hanno in realta' sempre appoggiato).&lt;br /&gt;Siamo dunque al punto: un governo “tecnico”, non eletto, composto da personaggi tutti o quasi non votati dal popolo, che si presenta come “meno e' politico e meglio e'” il cui compito – tutti ben lo sappiamo – e' quello di farci sputare lacrime e sangue in nome di ideali alti e nobili come il pareggio di bilancio e la riduzione dello spread. Alla fine se tutto va bene saremo noi ad essere votati e giudicati: dalle agenzie di rating.&lt;br /&gt;Ma non erano queste, insieme alle grandi banche, come Goldman Sachs (che oltre che qui in Europa ha sempre avuto suoi uomini ben piazzati nei ruoli chiave dell'amministrazione americana, compresa quella attuale di Obama) ad esser dietro alla crisi del 2008, ad aver continuato poi a lucrare sui fondi spazzatura e derivati? Non hanno proprio loro il potere di far salire e scendere a piacimento gli andamenti delle borse? Non sono loro che hanno creato il problema e che dunque dovrebbero pagare? (vedi pure &lt;a href="http://www.enzodifrennablog.it/index.php/nformazione/goldman-sachs-e-il-default-mondiale-nel-2012.html"&gt;http://www.enzodifrennablog.it/index.php/nformazione/goldman-sachs-e-il-default-mondiale-nel-2012.html&lt;/a&gt; che spiega ampiamente come tutto cio' sia avvenuto).&lt;br /&gt;Sono invece qui a piazzare i loro uomini al vertice delle nostre istituzioni e dirci cosa dobbiamo fare, noi, per pagare il loro debito o, meglio, la forma contabile/finanziaria in cui si palesa l'insostenibilita' del modello di economia del quale vivono e solo all'interno del quale possono non solo prosperare, ma anche soltanto sussistere.  Cio' che piu' sconcerta e' che tanta gente vede questo passaggio come una liberazione e che la presunta “neutralita'” del prossimo governo, proprio in quanto “tecnico” sia considerata una sorta di garanzia per un miglioramento. Non ci si rende conto di quanto cio' che si presenta come “politica” oggi non sia che una variante del mondo dello spettacolo mentre la politica vera, quella che conta, sta in realta' proprio in questo mondo di “tecnici”. Cosi' come in altri contesti geografico-culturali le etichette di “destra“ e “sinistra” nascondono gruppi tribali di interesse, nel mondo globale sviluppato non son rimaste che ristrette elites &lt;span style="font-style:italic;"&gt;superclaniche &lt;/span&gt;(vedi Giulietto Chiesa) del potere iper-capitalista......ed il resto e' teatrino, buono per chi preferisce questo intrattenimento alle partite di calcio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non e' un caso che questo salto di livello cosi' sfacciato sul piano politico avvenga nel momento in cui nell'elemento piu' debole e sotto pressione del quadro si sia tentato di nominare la possibilita' del referendum ovvero la questione dell'autodeterminazione popolare: questo e' un terreno pericoloso sul quale non e' assolutamente consentito avventurarsi e che va prevenuto all'origine (in Grecia l'hanno bloccato in extremis, in Italia ci si muove fin da ora): non si sa come va a finire (vedi il voto sulla Costituzione europea).&lt;br /&gt;Ma la cosa che rende il discorso ancor piu' serio di quanto non sembri e' che, dal loro punto di vista, ovvero da quello di chi e' ben addentro alla conoscenza dei meccanismi del Sistema, l'ipotesi di lasciare alla gente la parola decisiva sulle misure da prendere e' realmente impraticabile; cosi' come e' realisticamente impercorribile una trafila politica tradizionalmente (e correttamente) istituzionale in quanto i mercati seguono leggi, tempi e meccanismi del tutto estranei a quelli non tanto della politica, ma soprattutto di una autentica democrazia. E sono i mercati, cioe' i soldi, non altro, il valore per eccellenza del mondo globalizzato. &lt;br /&gt;Quando le cose giungono al “dunque”, percio', non dobbiamo stupirci che il potere venga allo scoperto e si apra da se' la nuova strada che gli serve. Ora qui la chiameranno la “terza repubblica”, ma, come per la seconda, si tratta solo di avvicendamenti nella parte piu' visibile dei gruppi dominanti nel controllo sullo Stato, non di reali passaggi costituzionali o di sistema....di nuovo, dunque, nulla su cui farsi illusioni, alla fine. &lt;br /&gt;La tendenza che realmente si sta facendo strada, invece, e' il progressivo e sempre piu' esplicito autonomizzarsi del potere economico-finanziario dalla propria facciata e dai propri prestanome propriamente politici. Questo comporta un passaggio di efficienza/accelerazione di tutto il Sistema, passaggio necessario non in quanto ulteriore grado in un percorso evolutivo, ma, al contrario a causa della crisi a cui il Sistema e' inesorabilmente destinato per la sua stessa natura di entita' a crescita infinita e con cio' soggetta al progressivo restringersi dei suoi spazi di agibilita' nel contesto della societa' e del pianeta.&lt;br /&gt;Ma, se questo e' vero, e' ben difficile appellarsi ad una difesa della democrazia senza mettere in questione l'interezza di questo Sistema. Il punto che purtroppo non si comprende ancora abbastanza e' che qui non si tratta di superare una crisi finanziaria, di far trovare agli economisti le ricette piu' efficaci e veloci per uscirne ne' di difendere procedure piu' democratiche per sceglierle: la questione in gioco e' di ben piu' ampia portata. &lt;br /&gt;In un Sistema come questo nel quale occorrono competenze di una complessita' tale che perlopiu' in realta' mancano anche agli addetti ai lavori (i quali e' chiaro che non sanno davvero cosa fare, ma solo cercano di allontanare l'orizzonte del collasso – vedi il rialzo del tetto del debito USA) l'autodeterminazione dei popoli non e' piu' un valore da salvaguardare all'interno del percorso di salvezza del Sistema, ma e' invece in alternativa a questa salvezza. &lt;br /&gt;E' solo al di fuori di un tale Sistema che potremo salvare una partecipazione realmente democratica delle persone, la nostra sovranita', la nostra autodeterminazione. Solo all'interno di un sistema altro, che rispetti noi come individui umani ed il mondo come lo spazio vitale di cui facciamo parte, non come un nostro strumento o la nostra scorta di materie prime. Solo all'interno di un sistema che sia a nostra misura e che possiamo gestire e controllare e conoscere sia in termini di dimensioni che di complessita'.&lt;br /&gt;Non illudiamoci di salvarci dalla crisi e di salvare pure la democrazia senza uscire radicalmente da questo modello, da questo Sistema. Ancora mentre questo esiste e' necessario costruire dal basso e nel piccolo altri modi di vivere, di produrre, di consumare (di usare i beni), di scambiare. Un po' come e' avvenuto in Argentina subito dopo il default, ma con un progetto che vada al di la' dell'emergenza. &lt;br /&gt;Sara' questo non solo l'embrione di un modello futuro, ma la piu' immediatamente necessaria strategia di sopravvivenza per molti di noi. E lo vedremo presto, non appena la crisi da un lato e le “contro”misure che i “tecnici”/salvatori si apprestano ad imporci avranno iniziato ad entrare davvero nel vivo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-1352724161728137022?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/1352724161728137022/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=1352724161728137022&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/1352724161728137022'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/1352724161728137022'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2011/11/finiti-i-giochi-si-viene-al-dunque.html' title='Finiti i  giochi: si viene al dunque'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-8741837317479655024</id><published>2011-10-18T18:37:00.004+02:00</published><updated>2011-10-20T19:15:56.995+02:00</updated><title type='text'>Quando salgono le acque</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-SY4sMX4G0gQ/Tp2rmZ2evdI/AAAAAAAAAZ8/1IXsO1ITDyQ/s1600/foto%2Bbraccio%2Bacqua.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 327px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-SY4sMX4G0gQ/Tp2rmZ2evdI/AAAAAAAAAZ8/1IXsO1ITDyQ/s400/foto%2Bbraccio%2Bacqua.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5664872582564724178" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Foto tratta dall'edizione online del Bangkok Post del 16 ottobre 2011&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era il 1963  quando Bob Dylan cantava “radunatevi gente, ovunque voi siate, ed accettate che l'acqua intorno a voi e' salita” perche' “sara' una pioggia dura quella che cadra' ”.&lt;br /&gt;Ora, quasi cinquant'anni dopo, forse quell'acqua e' arrivata al punto in cui anche i piu' recalcitranti a riconoscere l'evidenza saranno costretti ad aprire gli occhi, ed e' significativo che qualcuno, autoelettosi ad avanguardia avanzata di questa evidenza, si presenti come il “blocco nero”; sintomo inquietante del buio che sta al posto della capacita' di immaginare alternative reali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 15 ottobre non sono andato alla manifestazione: mentre si svolgevano i fatti di Roma stavo partendo per Bangkok, per accompagnare un gruppo di turisti in Laos, lavoro che svolgo occasionalmente per un operatore di Turismo Responsabile.  Nel Laos (da dove ora scrivo) e soprattutto in Thailandia, durante le ultime settimane ci sono state piogge torrenziali, ben oltre l'ordinario, con conseguenti frane, alluvioni, allagamenti, per un totale di circa 300 morti (contando anche quelli in Cambogia e Vietnam).  Sara' forse troppo semplicistico attribuire questi disastri – come tanti altri che si susseguono – al cambiamento climatico di origine antropica? Vorremo aspettare che squilibri diventati ormai irreversibili ce ne diano le prove oggettive insieme a milioni di morti e di profughi?&lt;br /&gt;Fatto sta che qui la gente dice che questa non e' una cosa normale. Come non lo e', ad esempio la siccita' ad ottobre che ho lasciato a casa, il caldo esagerato ad agosto ed il freddo che c'e' stato fino a giugno quest'anno da noi. La gente di Bangkok protegge l'entrata di case e negozi ammucchiando sacchetti di sabbia in attesa dell'allagamento di parte della citta' previsto come possibile nei prossimi giorni. Tutti seguono con apprensione il bollettino meteo per prepararsi a cio' che verra'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io su internet cerco invece notizie su qualcosa che e' gia' avvenuto, un altro tipo di “alluvione” che ha invaso il cuore di Roma pochi giorni fa. Ma qui e' meno facile capire la sostanza che ha allagato la capitale, una cosa che sarebbe utile per immaginare previsioni del tempo che seguira'.  Mi sembra si sia trattato essenzialmente di un'ondata di rabbia ormai inarginabile di fronte alla sfacciataggine con cui vengono privatizzate (legalmente e non) le risorse pubbliche, al divaricarsi delle condizioni di vita tra i ceti sociali, ad una democrazia sempre piu' di facciata gestita sopra la testa della gente, allo strapotere impunibile di banche e finanzieri. Una rabbia ormai incontenibile perfino in un paese altrimenti cosi' anestetizzato, ipnotizzato da chiacchiericci detti talk show e da false mitologie rappresentate nelle pubblicita'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una rabbia quantomai giustificata e comprensibile, ma finora – e purtroppo – temo, poco piu' che rabbia.  Di proposte effettivamente alternative e credibili se ne sentono poche e quelle poche trovano un seguito ancora molto debole, mentre e' a queste che bisognerebbe pensare invece che farsi agganciare dalle trappole mediatiche. Purtroppo in questa pseudo-cultura in cui regna la colonizzazione dell'immaginario (vedi Latouche) il tema del giorno ce lo danno media ed opinion makers prezzolati – e tutti li' ad accodarsi come in  un riflesso condizionato.  Cosi', dopo il corteo del 15, il centro dei problemi italiani sembra siano diventati quelle poche centinaia di “violenti” etichettati “black bloc”: l'immancabile “emergenza” di turno rispetto alla quale tutti sentono di dover esprimersi e misurare la propria distanza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le acque mentre salgono diventano anche piu' torbide (ci va in mezzo di tutto) e bisogna   fare chiarezza; non lasciarsi trarre in inganno. I cosidetti blackbloc saranno forse degli infiltrati strumentali ed eterodiretti o dei teppisti fascistoidi o degli ingenui sprovveduti con la sensazione di aver nulla da perdere, tante frustrazioni ed ancor piu' voglia di menare le mani, ci sara' semplicemente gente incazzata che non ha piu' voglia di farsi prendere in giro ne' di prenderle soltanto e zitti....o piu' probabilmente ci saranno tutte queste cose insieme. Ma non credo sia questo il problema per chi vuol radicalmente cambiare le cose in questo mondo ed impegnarsi per costruirne uno altro e possibile, pulito e sostenibile. Chi si riconosce in questa prospettiva non solo non dovrebbe farsi illusioni sulla praticabilita' di una lotta violenta in questa fase storica, ma dovrebbe pure essere consapevole del carattere insufficiente, primitivo, velleitario e, in ultima analisi, superfluo che essa avrebbe di fronte alla portata e alla profondita' dei cambiamenti che oggi ci si presentano come necessari e non piu' rimandabili. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo significa certamente esprimere una estraneita' netta rispetto a chiunque usi strumentalmente i cortei di massa, di ispirazione non violenta, per compiere atti che non avrebbe il coraggio o la capacita' di realizzare da solo, cosi' come non sarebbe neanche lontanamente in grado di raccogliere un numero di persone significativo in una piazza, ne' di esprimere qualcosa che assomigli ad un progetto politico. Questa estraneita' non equivoca dovrebbe esprimersi con l'allontanamento fisico (dicasi “a calci in culo”, se necessario) da parte degli stessi organizzatori, ancor prima che della Polizia, di chiunque si presenti ad un corteo con chiare intenzioni bellicose. E' bene distinguere nettamente le due pratiche politiche e di lotta e che chi vuol seguirne una violenta si organizzi cortei o altre iniziative per proprio conto.&lt;br /&gt;Su questo non ci dovrebbero essere indecisioni o malintesi concetti di pluralismo e “liberta'”. Sono scelte che vanno prese a monte: se si vuol praticare una lotta violenta occorre dotarsi di una organizzazione/gerarchia/tattiche di tipo militare, altrimenti si va solo a prendere un sacco di botte. Le BR ci hanno provato e sappiamo come e' andata a finire, con le conseguenze legali (per loro) e politiche (per tutti) che hanno condizionato la storia italiana per tutti gli anni a seguire (per non pensare a cosa sarebbero state capaci di fare le BR semmai fossero riuscite in quel modo a prendere il potere – ed oggi siamo di fronte a questioni ben piu' ampie e complesse di allora).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Detto questo, pero', e restando all'esempio dell'epoca degli anni ' 70, non era affatto fuori luogo allora lo slogan “ne' con lo Stato, ne' con le BR”, cosi' come, dopo l'11 settembre 2001 “ne' con gli USA, ne' con Bin Laden”, sarebbe stata una risposta appropriata al “siamo tutti americani” che andava per la maggiore nella propaganda di quei giorni.&lt;br /&gt;Voglio dire: una volta che nelle parole e nei fatti abbiamo dichiarato la nostra estraneita' rispetto alle pratiche di lotta violente, dobbiamo noi, proprio noi che vorremmo veder crollare il sistema delle speculazioni finanziarie e dello strapotere delle banche, pronunciare mezza parola contro chi le volesse colpire con qualsiasi mezzo al di fuori delle nostre iniziative?&lt;br /&gt;Dovremmo essere noi, che consideriamo gli eserciti come il braccio armato degli interessi  della super-casta globale,  ad esprimere una parola di condanna se qualcuno con eventuali azioni sue proprie dovesse bruciare un archivio del ministero della Difesa?  Dovremmo forse essere noi a sentirci in qualsiasi modo solidali con coloro che hanno costruito giorno per giorno per puro profitto personale i drammi umani e i disastri ecologici che pesano e peseranno su tutti noi, i nostri figli e nipoti?&lt;br /&gt;Certo che no!! alla solidarieta' verso queste persone e centri di potere e di interesse siamo e saremo estranei almeno quanto ripetto ai gruppetti di backbloc - e senza mancare di vedere l'enorme sproporzione tra i danni minimi causati da questi ultimi e quelli di ben altra portata dei primi.&lt;br /&gt;Bisogna aver chiaro cos'e' una linea di lotta non violenta e non antagonista, ma al tempo stesso radicalmente alternativa: cosi' com'era nella concezione di Gandhi si trattava   di una cosa dalle conseguenze altrettanto dure di una guerra; neanche un colpo veniva inferto al nemico, ma ogni forma di collaborazione gli era negata alla radice; veniva lasciato alle conseguenze delle sue azioni, almeno finche' non vi avesse personalmente e  fattivamente posto riparo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima che le acque si facciano troppo torbide per distinguere chi e' chi e cosa significano le parole, e' importante aver chiaro quale e' il problema che ci ha fatto muovere, dove sta la sua origine e dove va rivolta l'attenzione. Non  e' certo il caso di farci fregare dagli appelli alla difesa della democrazia (questa si', quando conviene, bene comune da proteggere) utili a far passare fantasiose “novita'” giudiziarie come la “flagranza differita” di reato o la fidejussione obbligatoria per coprire gli eventuali danni causati da un corteo – cosi', se negli USA occorre essere molto ricchi per una campagna presidenziale, ora in Italia questo sara' indispensabile anche solo per indire una manifestazione.  Ne' dobbiamo certamente dar credito ad uno che ha lavorato una vita per Goldman Sachs, diventa presidente della BCE, rappresenta al massimo livello gli interessi di banche e finanzieri per conto dei quali si prepara a mettere le mani anche sul governo italiano (magari indirettamente tramite prestanomi “tecnici” e “di sinistra”) e ci viene a dire che “capisce” le ragioni degli 'indignati”. Meno male che c'e' uno che “capisce”....anche Berlusconi all'inizio rappresentava il “nuovo” in antitesi ai politici corrotti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una cosa che va detta chiara e netta e' che con questa gente NON siamo sulla stessa barca e che chi ancora ci sta e' bene faccia presto ad abbandonarla e quindi a rifiutarsi di pagare la crisi e i costosissimi quanto inutili inganni con cui vorrebbero puntellare il loro sistema ormai giunto al collasso. E' invece di costruire reti alternative ed indipendenti di scambi e di servizi che abbiamo bisogno; di togliere strutturalmente sostegno e base ai poteri dominanti; di cominciare a far funzionare un'economia altra che dia luogo ad un mondo altro e possibile; di metterci realmente in condizione di fare a meno di questi mistificatori e dei meccanismi che li tengono al potere. &lt;br /&gt;Questo comporta una strada lontana anni luce da quella di gruppetti violenti e disperati, ma significa altrettanto che non avremo bisogno di dire neppure mezza parola di condanna quando qualcuno di essi andra' a prendere a casa chi ha delle responsabilita' per dargli cio' che si merita. Ai potenti di oggi, perdenti di domani (vedi Gheddafi, ultimo esempio) bisogna al piu' presto togliere la base (che siamo noi quando ci adeguiamo e partecipiamo al loro sistema) e lasciarli al loro destino per quando la storia se li scrollera' finalmente di dosso. Non sono i blackbloc il problema nostro, ricordiamoci chi e' il problema, cosa e' il problema: il problema e' la violenza? Si', ma quella vera, quella che pesa sul pianeta e su milioni di esseri umani. Non lasciamoci deviare dagli specchietti per le allodole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo, se davvero vogliamo un mondo diverso, piu' equo e sostenibile; se non stiamo dando solo sfogo ad una rabbia immediata, causata dalla crisi, ma pronti a farci recuperare dalla prossima coalizione partitica di turno con le sue promesse d'occasione; se veramente ora abbiamo aperto gli occhi  e  non siamo solo in attesa di poter tornare al piu' presto dove eravamo appena ieri quando i disastri del mondo – causati dal nostro modello economico e stile di vita – non avevano ancora iniziato ad intaccare anche il nostro portafoglio. &lt;br /&gt;Se non siamo solo in attesa che le acque si riabbassino e magari vadano semplicemente  ad affogare qualcun altro da qualche altra parte.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-8741837317479655024?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/8741837317479655024/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=8741837317479655024&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/8741837317479655024'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/8741837317479655024'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2011/10/quando-salgono-le-acque.html' title='Quando salgono le acque'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-SY4sMX4G0gQ/Tp2rmZ2evdI/AAAAAAAAAZ8/1IXsO1ITDyQ/s72-c/foto%2Bbraccio%2Bacqua.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-7275005982554929912</id><published>2011-09-24T17:36:00.002+02:00</published><updated>2011-09-24T17:38:32.220+02:00</updated><title type='text'>“Fondata sul Lavoro” ?</title><content type='html'>.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualche tempo fa ho riincontrato una vecchia conoscente, figlia di amici di famiglia, che non vedevo da quando eravamo bambini. Le ho chiesto cosa facesse ora e, guardandomi con un’aria tra l’ironico ed il rimproverante, mi ha risposto”io lavoro”. L’espressione voleva significare la sua scarsa considerazione per il tipo di economia che mi sono scelto – di cui sa per sentito dire – in cui solo lavori a termine, occasionali e saltuari, concorrono ad integrare monetariamente la mia forma di sussistenza di base che definisco come ‘neo-contadina’ e dunque fatta in ampia misura da autoproduzioni ed in parte svincolata dal denaro. Questa persona è impiegata come grafica pubblicitaria presso un’azienda, il che significa che passa la sua giornata essenzialmente seduta davanti ad un computer in un ambiente riscaldato d’inverno e con aria condizionata d’estate. Con tutto il rispetto per chi svolge questo tipo di occupazioni, devo confessare i miei dubbi sul fatto che in esse ci sia più fatica che nelle mille diverse attività che compongono la mia giornata, dallo spostare pietre, al tagliare legna, al vangare e zappare, potare alberi tutto il giorno in cima ad una scala,  lavorare con trattore ed attrezzi vari….sempre fuori in tutte le stagioni. Questa persona però intendeva dirmi che lei si guadagnava da vivere lavorando…e io no.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Costituzione italiana dice che la nostra è una Repubblica “fondata sul lavoro”. Ma l’esempio appena citato serve a mostrare come, nel senso comune, il valore non sta nel fatto in sé di lavorare, bensì in quello di percepire uno stipendio: nel fare un’attività per la quale si ottengono in cambio dei soldi. Se c’è un salario è lavoro altrimenti non lo è, questo è il punto. Un po’ come quando, nelle statistiche degli organismi internazionali sui paesi “in via di sviluppo”, il contadino quasi autosufficiente del villaggio di montagna è considerato più povero del manovale occasionale e perfino del ladro o del mendicante nello slum alla periferia della città perché, a differenza di questi ultimi, per la sua sussistenza non fa quasi alcun uso del danaro contante ed è perciò del tutto escluso dall’economia capitalista. L’idea è forse che il fatto di partecipare a questa sia già in sé un contributo al progresso dell’umanità, ma direi che i disastri ecologici e non solo a cui siamo di fronte dovrebbero far pensare piuttosto il contrario: che il contributo stia invece nel sotrarre una persona in più a questi meccanismi, al consumo del territorio e delle risorse naturali e nel rapportarsi con la Natura in modo equilibrato e sostenibile, come fanno appunto gli abitanti dei villaggi tradizionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma, a ben guardare, neppure è l’aver soldi o ricchezze il vero valore fondante nella nostra società: molto di più questo sta nel fatto di spenderli. Se si ha la possibilità di spendere – e lo si fa – lì davvero si acquistano status e considerazione. &lt;br /&gt;Non a caso le imposte si applicano in modo molto più pesante quando le proprietà sono mantenute nella loro forma statica, conservativa: le case - gli immobili per l’appunto – vengono  tassate pesantemente mentre i patrimoni finanziari (fondi vari ecc…) non devono neppure essere dichiarati. In questa fase terminale del capitalismo sempre più accelerata, finanziaria, virtuale e con sempre meno rapporti con l’economia reale-produttrice/conservatrice di beni utili, i soldi, la capacità di spesa, i mezzi devono muoversi, partecipare al vortice del mercato: se seguono ritmi più lenti, più prudenti, se tendono a risparmiarsi e mantenersi (né disperdersi né accrescersi) bisogna fargliela pagare, come in un parcheggio a pagamento. Non basta che ti sei comprato una macchina, questa deve continuare a (far) circolare (denaro), anche quando sta ferma.&lt;br /&gt;La capacità di spesa ed il suo esercizio è il fondamento della dignità della persona, del suo apprezzamento sociale (potremmo dire del suo &lt;span style="font-style:italic;"&gt;rating&lt;/span&gt;, perché no? Del resto segna lo &lt;span style="font-style:italic;"&gt;spread&lt;/span&gt; che c’è tra lui ed i suoi simili) ed infatti è la cosa che molti ostentano, perfino quando non ce l’hanno veramente, perfino quando per questo sono costretti a indebitarsi. Le società umane si basano su valori culturali, di status, come le melodie del pifferaio magico di turno dietro al quale i più si accodano danzando fino ed oltre il precipizio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nessuno spot è stato più berlusconianamente rappresentativo della nostra epoca di quello in cui tutti i passanti ringraziavano il “signor Rossi” che se ne andava in giro con la borsa della spesa piena di acquisti, come un eroe (forse neanche più borghese, ma nazional-popolare) che aveva contribuito al benessere del Paese: non a caso, non con il suo lavoro (lo spot non ci dice mica come li ha fatti i soldi, né a molti ciò interessa più nulla, neppure se lo dovessero votare), ma con la sua spesa.&lt;br /&gt;La busta della spesa, simbolo del consumatore, potrebbe degnamente sostituire il tricolore nazionale come nuova bandiera, aggiornata ai tempi  (potremmo suggerirla per la Padania eventualmente, quando si farà). E la si potrebbe fare comunque in tre colori, gli altri due a significare altri due sensi per cui il simbolo della ‘busta’ rappresenta ciò che è fondante davvero in questo paese: la ‘busta paga’ come elemento di ricatto che tiene insieme  la pace sociale, e la ‘bustarella’ che continua ad oliare e far girare tutto il sistema nel suo intreccio tra istituzioni e mondo degli affari.   &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma il processo è in via di perfezionamento: non basta ormai una comune capacità di spesa; lo &lt;span style="font-style:italic;"&gt;spread&lt;/span&gt; sociale aumenta e mentre i ricchi si arricchiscono c’è una fascia della popolazione (mondiale da sempre, ma vieppiù anche qui da noi) che rimane ai margini e sotto al minimo sufficiente per essere rilevante. Ci si preoccupa di tassare i ricchi perché sarebbero questi a far girare l’economia anche per gli altri. Per questa nicchia sociale di massimo livello tutti devono preoccuparsi, anche perché, sebbene i loro profitti resteranno privati, le loro eventuali perdite sarebbero socializzate, e questo non è interesse di nessuno. Nel sistema capitalistico giunto a questo livello di sviluppo non è la popolazione di un paese nel suo insieme che serve a mantenere in salute l’economia: il problema diventa, al contrario, mantenere in vita la parte più debole della società in modo che tiri avanti senza crear troppi problemi e troppa spesa. Senza richiedere troppe risorse che sarebbero destinate allora a fini pubblici mentre i beneficiari non potrebbero comunque costituire un target rilevante di consumatori.&lt;br /&gt;La colpa della gente normale è evidentemente quello di sapersi accontentare – oltre un certo limite - di vivere in condizioni normali o il realismo di capire che non si può esser sempre tutti in competizione e sempre tutti vincenti. Tutt’altro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Basta dunque che questa fascia di popolazione a basso reddito sopravviva e guardi la televisione; continui a credere nei miraggi consumistici come orizzonte mentale, ma anche si accontenti perché tanto dovrà farlo comunque. Importante è che si continui a credere di star tutti nella stessa barca, che gli interessi di chi ha creato il debito sovrano e di chi deve pagarlo siano comuni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In queste settimane sto lavorando come avventizio presso un’azienda agricola per la raccolta dell’uva. Assunzione in regola e tariffa oraria legale accettata dai sindacati a livello territoriale. Regione ‘rossa’ del centro Italia, non siamo al Sud. Sapete quant’è? Quattro virgola sei (4,6) euro netti l’ora: la “bellezza” di 37 euro al giorno per otto ore (5+3) ininterrottamente a raccogliere uva, in piedi o piegati, con il sole o con il fango e, se piove, si aspetta che smetta sotto un riparo di fortuna anche un paio d’ore…naturalmente non pagate. Tranne uno spagnolo, un indiano e un macedone, i  miei quaranta colleghi di lavoro sono tutti italiani e ce ne sono diversi sopra i sessant’anni che vivono di queste occupazioni da tutta la vita.&lt;br /&gt;I vendemmiatori sono generalmente persone che sanno mantenere il buonumore; ieri c’era parecchio fango per terra e qualcuno scherzando diceva: “…e a noi invece ci hanno ‘&lt;span style="font-style:italic;"&gt;affondato nel lavoro&lt;/span&gt;’”. Una battuta azzeccata in un senso anche molto più generale.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-7275005982554929912?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/7275005982554929912/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=7275005982554929912&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/7275005982554929912'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/7275005982554929912'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2011/09/fondata-sul-lavoro.html' title='“Fondata sul Lavoro” ?'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-644775257468611945</id><published>2011-07-14T12:56:00.002+02:00</published><updated>2011-07-14T13:05:55.701+02:00</updated><title type='text'>Un appello per le api e per gli apicoltori</title><content type='html'>.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Rispondo volentieri all'appello di Marisa Valente e Renato Bologna cercando di contribuire alla sua diffusione. Anche io ho da poco iniziato ad allevare api e credo sia comunque un problema di tutti per l'importanza fondamentale che esse hanno per l'ecosistema, insieme agli apicoltori&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Sciopero della fame e presidio contro i neonicotinoidi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Marisa Valente e Renato Bologna&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"... Nel 2004 non siamo più riusciti a far passare l'inverno alle famiglie tanto erano spopolate, al punto da essere costretti a riacquistarne una sessantina, complete sui 10 favi per poter affrontare la stagione apistica 2005 e reintegrare l'apiario. Quest'anno ci ritroviamo in una situazione ancora peggiore: abbiamo potuto constatare che nel periodo luglio-agosto il calo è stato drastico, dell'80%, e stiamo procedendo a riunioni esasperate per tentare di salvare almeno qualche vecchio ceppo di api più resistenti alla varroa..."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con questa lettera, il 7 settembre 2005, denunciavamo per la prima volta, ai vari amministratori della nostra regione, la situazione critica della nostra attività.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo arrivati al 2011 e nulla è cambiato. Ogni anno lo stesso problema in quanto la nostra azienda è situata in una delle più rinomate zone di coltivazione della vite dell'astigiano, ai margini del Parco Naturale di Rocchetta Tanaro. La moria delle api causata dai trattamenti "obbligatori" per la flavescenza dorata delle viti, trattamenti che tra l'altro non hanno ancora risolto il problema. Pesticidi a base di neonicotinoidi che irrorati anche una sola volta sono letali per le api. E questo è conclamato: infatti tali prodotti erano utilizzati anche per la concia delle sementi del mais e sono stati vietati già da qualche anno.&lt;br /&gt;Ad oggi più di 50 prodotti diversi a base di neonicotinoidi sono stati iscritti nel registro del Ministero della Sanità (molti sono autorizzati addirittura per la "lotta integrata") per l'impiego sulle principali colture ortofrutticole, (pomodoro, melanzana, peperone, cetriolo, zucchino, melone, cocomero, cavolo a infiorescenza, a foglia, a testa, cavolo rapa, cardo, prezzemolo, basilico, rosmarino, cerfoglio, erba cipollina, lattughe e altre insalate, fagiolo, fagiolino, pisello, porro, cipolla, carciofo, fragola, patata, frumento, orzo, erba medica, tabacco, olivo, melo, pero, pesco, susino, ciliegio, mandorlo, albicocco, arancio, clementino, mandarino, limone, pompelmo, vite), per la floricoltura e per altri impieghi collaterali (antitarme, moschicidi, antipulci), senza minimamente preoccuparsi della loro grave tossicità anche a dosi subletali sugli insetti come le api. Un fatto gravissimo in quanto importanti studi scientifici ne hanno già provato la tossicità sia a livelli acuti che cronici a dosi bassissime.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per la cronaca le api contribuiscono in maniera determinante all'impollinazione di oltre il 225.000 specie vegetali, il 70% di quelle di interesse agricolo, il 90 % dei fruttiferi, ortaggi, ecc.&lt;br /&gt;La perdita delle api non colpisce solo direttamente gli interessi degli apicoltori, ma sono il segnale di allarme per un danno ambientale dalle conseguenze inimmaginabili, come bene illustra il tossicologo olandese Tennekes nel suo ultimo lavoro: “The systemic insecticides: A disaster in the making” (Gli insetticidi sistemici: un disastro in preparazione).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel nostro piccolo le conseguenze per la nostra azienda sono enormi: produciamo prodotti per apiterapia, pappa reale, embrioni di regina, pandapi, polline, miele in favo e dalle analisi condotte (dall'ASL e da un laboratorio privato) abbiamo la prova che la perdita di popolazione di api e la perdita di capacità di autodifesa delle api restanti, sono causate dai neonicotinoidi. A questo si aggiunge la scoperta della contaminazione di alcuni prodotti dell'alveare con questi insetticidi.&lt;br /&gt;Questo è inaccettabile per noi, non ce la sentiamo di nascondere il problema e tacere di fronte all'evidenza.&lt;br /&gt;Se non cambiano le regole di impiego di questi insetticidi rapidamente dovremo chiudere l'azienda con la perdita certa dei nostri beni dati in garanzia per il mutuo non più onorato a causa del calo delle entrate.&lt;br /&gt;E chiuderemmo con un portafoglio di ordini che ci consentirebbe di far fronte a ogni impegno creando anche occasioni di lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per questa ragione abbiamo deciso di esporci ed attivarci personalmente, a sostegno anche del lavoro svolto da Francesco Panella presidente dell'Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani (UNAAPI), che da anni si batte per lo stesso problema, a livello regionale, nazionale ed europeo.&lt;br /&gt;Inizieremo quindi uno sciopero della fame il 4 di luglio 2011, con un presidio ad oltranza a Torino, davanti alla Regione Piemonte in C.so Stati Uniti, fintanto che le autorità non sottoscriveranno serie garanzie per ritirare dal mercato gli insetticidi in questione.&lt;br /&gt;Per ulteriori info, sul sito internet &lt;a href="http://www.rfb.it/bastaveleni"&gt;www.rfb.it/bastaveleni&lt;/a&gt; pubblicheremo in "diretta" gli aggiornamenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Appello&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'autorizzazione all'impiego dei neonicotinoidi deve essere definitivamente revocata, per tutti gli impieghi , non solo quelli destinati alla concia del mais !&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In qualsiasi periodo vengano utilizzati, sotto qualsiasi forma, questi insetticidi sistemici restano nella linfa della pianta e le api hanno infinite possibilità di entrarne in contatto: attraverso nettare, polline e l'essudazione della pianta, per melata, guttazione o rugiada. Dobbiamo riuscire a far revocare almeno questi neonicotinoidi già registrati, oltre ad impedirne le nuove registrazioni. La nuova normativa peraltro lo esigerebbe, ma non si sa quando verrà applicata davvero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chiediamo al Presidente della Regione Piemonte, l'avv. Roberto Cota, di applicare il diritto a salvaguardare un patrimonio locale come l'apicoltura vietando l'impiego dei questi insetticidi sistemici, appellandosi al principio di precauzione, per la salvaguardia dell'ambiente, del patrimonio degli insetti pronubi impollinatori, come le api ed anche della salute umana: a questo riguardo ci sono evidenze scientifiche che confermano che anche i mammiferi subiscono danni dall'ingestione cronica di piccolissime dosi. Auspichiamo che si faccia promotore presso la Conferenza Stato Regioni di questa necessità affinchè la revoca sia su tutto il territorio nazionale, oltre che presso la Comunità Europea.&lt;br /&gt;Ci sono tutti gli strumenti legislativi per farlo immediatamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo deciso di sacrificare il nostro lavoro per iniziare lo sciopero della fame poichè non abbiamo più alternative: proseguire a lavorare vedendo le api soccombere in preda agli spasmi dovuti all'intossicazione dal veleno, sapendo che questo è entrato nell'alveare e contaminerà il prodotto, non è più possibile per noi. Da qualche anno non siamo più in grado di evadere gli ordinativi e rischiamo di chiudere. L'alternativa è di smettere di lavorare nel luogo che fu un paradiso per le api, ricco di biodiversità, svendere la nostra proprietà (chi compra dove neanche le api sopravvivono?) ed emigrare in un posto dove si possa lavorare.&lt;br /&gt;Tutto questo ci sembra profondamente ingiusto e non riusciamo a comprendere come possano essere più importanti gli interessi di chi produce questi prodotti (esistono molte alternative) rispetto agli interessi di chi promuove la salvaguardia dell'ambiente e della salute di coloro che vivono sul territorio.&lt;br /&gt;Abbiamo deciso di dire basta e tentare questa ultima carta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci rivolgiamo a tutte le persone che hanno a cuore la natura, che desiderano salvare le api, che desiderano cambiare questo modello di sviluppo basato solo sul profitto immediato, senza nessuna attenzione ai danni provocati all'ambiente e alla salute, a coloro che desiderano una agricoltura che produca cibi sani anzichè spazzatura tossica. Aiutateci a raggiungere l'obiettivo di questa battaglia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sul sito &lt;a href="http://www.rfb.it/bastaveleni"&gt;www.rfb.it/bastaveleni&lt;/a&gt; troverete le informazioni sull'argomento: agite in autonomia, aprite presidi, volantinate, diffondete via internet. Sarà un sogno riuscirci, ma a volte i sogni si avverano!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci serve anche un aiuto finanziario e chi volesse sostenerci così può utilizzare un semplice bollettino di Conto Corrente Postale versando sul conto n.  1000095776 intestato ad Amici della Fattoria. Ringraziamo sin d'ora tutti coloro che almeno faranno girare questo appello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Marisa Valente 3343403464&lt;br /&gt;Renato Bologna 3208310702&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;email: fattoria @ atlink.it&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per firmare l'appello clicca &lt;a href="http://www.rfb.it/bastaveleni/adesioni.htm"&gt;qui&lt;/a&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-644775257468611945?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/644775257468611945/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=644775257468611945&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/644775257468611945'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/644775257468611945'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2011/07/un-appello-per-le-api-e-per-gli.html' title='Un appello per le api e per gli apicoltori'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-2107891935958075820</id><published>2011-07-11T12:25:00.004+02:00</published><updated>2011-07-11T15:27:15.869+02:00</updated><title type='text'>Un articolo sulle speculazioni finanziarie</title><content type='html'>.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Traggo dal sito &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;www.clarissa.it&lt;/span&gt; questo interessante articolo di Gaetano Colonna che mi pare illustri molto realisticamente ciò che sta succedendo in questi giorni sui mercati finanziari italiani ed europei&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Come si conquista un Paese: l'attacco della finanza internazionale all'Italia &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di G. Colonna&lt;br /&gt;Pubblicato il 10 Luglio 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria. Chi continua a parlare dei "mercati finanziari" come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi "mercati finanziari" hanno nomi e cognomi. Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.&lt;br /&gt;L'Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell'Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.&lt;br /&gt;L'Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all'euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l'ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall'altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.&lt;br /&gt;L'Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e di democracy building all'americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.&lt;br /&gt;Infine, l'Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.&lt;br /&gt;Il potere politico che il capitalismo finanziario mondializzato ha acquisito attraverso la capacità di destabilizzare in modo diretto interi Stati, come dimostrato ampiamente negli ultimi anni, dall'Argentina alla Grecia, dipende da una premessa fondamentale che è stata acriticamente accettata da economisti e politici, vale a dire che proprio gli strumenti della finanza (credito, debito, moneta, assicurazioni, con tutti i loro molteplici derivati moderni) siano i migliori mezzi per garantire la maggiore efficienza nella raccolta e nell'allocazione dei capitali. Il classico concetto dell'economia capitalista della efficienza dei meccanismi auto-regolatori del mercato, grazie al gioco di domanda ed offerta, è stato allargato dal mercato dei beni a quello dei capitali, nonostante costituisca uno dei presupposti del capitalismo, scientificamente e storicamente, dimostratosi del tutto insufficiente, quando non addirittura errato.&lt;br /&gt;Nel caso dei mercati dei beni, questa arcaica interpretazione del rapporto fra domanda, offerta e formazione dei prezzi sostiene, come si sa, che all'aumentare del prezzo di un prodotto, giacché i produttori ne accrescono la produzione in vista di maggiori ricavi, i consumatori riducono la loro domanda, determinando una riduzione e dunque un riequilibrio fra domanda e offerta, che si rifletterebbe positivamente sui prezzi stessi. Per quanto questa presunta legge sia, già nel caso del mercato "tradizionale" dei beni, come è stato dimostrato a suo tempo da Rudolf Steiner, un'arbitraria semplificazione di un meccanismo assai più complesso ed articolato(1) - nel caso dei mercati finanziari, si tratta di una vera e propria falsificazione. Scrivono infatti alcuni economisti "non allineati":&lt;br /&gt;"Quando i prezzi [delle azioni] crescono, è comune osservare non una riduzione ma una crescita della domanda! Infatti, prezzi crescenti significano un più alto profitto per coloro che possiedono azioni, a motivo dell'incremento di valore del capitale investito. La salita del prezzo attrae in questo modo nuovi acquirenti, cosa che rafforza ulteriormente la tendenza iniziale all'aumento. La promessa di dividendi spinge i trader ad incrementare ulteriormente il movimento. Questo meccanismo funziona fino a quando la crisi, che è non prevedibile ma è inevitabile, si verifica. Questo determina l'inversione delle aspettative e quindi la crisi. Quando il processo diventa di massa, determina un "contraccolpo" che peggiora gli iniziali squilibri. Una bolla speculativa consiste quindi di un aumento cumulativo dei prezzi, che si auto-alimenta. Un processo di questo tipo non produce prezzi più convenienti, ma al contrario prezzi sperequati"(2).&lt;br /&gt;La visione del mercato finanziario come potere regolatore di ultima istanza degli assetti economici mondiali, ha conferito alle forze speculative in esso presenti la possibilità di esercitare un potere di condizionamento politico: non vi è più alcun Paese al mondo che non dipenda in qualche modo da questa ristrettissima élite di signori del denaro, i quali dispongono di uno strumento ideale di controllo, costituito dalle agenzie di rating che, a livello mondiale, sono soltanto cinque, delle quali tre hanno un monopolio di fatto del settore.&lt;br /&gt;Moody's e Standard&amp;Poor's hanno rappresentato nell'attacco all'Italia, come già avvenuto nel caso della Grecia un anno fa e in tanti altri ancora prima, la vera e propria "voce del padrone". Sono stati infatti gli outlook (previsioni) di queste due agenzie di rating, emanati a fine giugno, a dare al mondo della speculazione il segnale che si poteva e si doveva colpire ora l'Italia. Personaggi come Alexander Kockerbeck, vice-presidente di Moody's, o come Alex Cataldo, responsabile Italia della stessa agenzia, emettono nelle loro interviste vere e proprie sentenze sul presente e sul futuro destino economico del nostro Paese, senza essere dotati di alcuna autorità per poterlo fare.&lt;br /&gt;La fonte del loro potere, che non ha precedenti nella storia, sta infatti semplicemente nel fatto di essere emanazione di società finanziarie internazionali, che ne possiedono interamente il capitale societario, le stesse società finanziarie di cui dovrebbero valutare obiettivamente prodotti e performance.&lt;br /&gt;"Il primo azionista di Moody's, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009, secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity, uno dei più grandi gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody's. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard&amp;Poor's: ecco nell'azionariato comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity, Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una domanda. Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e vende?"(3).&lt;br /&gt;Queste agenzie non hanno alcuno status giuridico, nemmeno negli Stati Uniti; il loro ruolo è stato reso possibile semplicemente dal fatto che il governo degli Stati Uniti le ha definite Nationally Recognized Statistical Rating Organizations (NRSRO) e lo stesso ha fatto la Securities and Exchange Commission (SEC), agenzia governativa che vigila sui mercati azionari(4). Nonostante le numerose inchieste e audizioni tenutesi negli Usa, proprio come pochi giorni fa è avvenuto in sordina anche presso la Consob italiana, senza che il pubblico sia edotto di quanto emerso, Moody's, Standard&amp;Poor's e Fitch continuano da anni a macinare profitti incredibili, sebbene le loro previsioni si siano dimostrate semplicemente ridicole, come mostrano il caso del crollo della Enron o quello di Lehman Brother's, quando di queste aziende le agenzie in questione hanno continuato a dare fino ad un minuto prima del crack valutazioni di altissima affidabilità. In merito ai loro profitti, diamo di nuovo la parola al già citato giornalista de Il Sole 24 Ore:&lt;br /&gt;"Moody's, solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38. Su 1,8 miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma attenzione, quel 38% di redditività è un mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell'assegnare pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi. Un exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d'oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e&lt;br /&gt;nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato. Un'enormità: 1,26 miliardi di margine su 2 miliardi di fatturato. Se poi si va all'utile netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody's ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi"(5).&lt;br /&gt;Si dà quindi il caso del tutto unico che i nostri Paesi siano soggetti a valutazioni di valore internazionale da parte di agenzie che da tali valutazioni traggono direttamente profitto e che sono per di più di proprietà di società finanziarie che da quelle valutazioni possono trarre a loro volta direttamente profitto! Quale affidabilità possano avere e quale valore di regolazione giuridica di mercato, lo lasciamo facilmente dedurre al lettore.&lt;br /&gt;"Stimare il valore di un prodotto finanziario non è paragonabile al misurare una grandezza oggettiva, come, ad esempio, stimare il peso di un oggetto. Un prodotto finanziario è un titolo su di un reddito futuro: per valutarlo, si deve stabilire in anticipo quale sarà questo futuro. Si tratta di una stima, non di una misura obiettiva, dato che nel momento "t" il futuro non è in alcun modo determinato. Negli uffici dei trader è ciò che gli operatori si immaginano che accadrà. Il prezzo di un prodotto finanziario è il risultato di una valutazione, una opinione, una scommessa sul futuro: non vi sono garanzie che questa valutazione dei mercati sia in alcun modo superiore a qualsiasi altra forma di valutazione.&lt;br /&gt;Prima di tutto, la valutazione finanziaria non è neutrale: influisce sull'oggetto che intende valutare, dà avvio e costruisce il futuro che essa immagina. Per questo, le agenzie di rating svolgono un ruolo importante nel determinare il tasso di interesse sui mercati dei bond, assegnando pagelle che sono altamente soggettive, se non addirittura guidate dal desiderio di accrescere l'instabilità come fonte di profitti speculativi. Quando queste agenzie tagliano il rating di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di questo stesso Stato e in tal modo accrescono il rischio della stessa bancarotta che hanno annunciato"(6).&lt;br /&gt;Se dunque il mito dell'efficienza dei mercati finanziari rappresenta il presupposto ideologico di queste operazioni e le agenzie di rating l'incredibile strumento di coordinamento della speculazione, capace di rendere auto-realizzantesi le proprie profezie, occorre mettere in giusta evidenza il fatto che alla base dell'attuale critica situazione dei Paesi europei sta uno specifico elemento, assai poco noto al largo pubblico, vale a dire che il Trattato di Maastricht, nel quadro delle politiche iper-liberiste allora di gran moda, ha fatto un oggettivo regalo ai poteri del capitale finanziario internazionalizzato, allorché ha sancito le modalità che gli Stati membri devono seguire per approvvigionarsi di moneta.&lt;br /&gt;"A livello di Unione Europea, la finanziarizzazione del debito pubblico è stata inserita nei trattati: a partire dal trattato di Maastricht, le banche centrali hanno il divieto di finanziare direttamente gli Stati, i quali devono quindi trovare prestatori sui mercati finanziari. Questa "punizione monetaria" è accompagnata dal processo di "liberalizzazione finanziaria", che è l'esatto opposto delle politiche adottate dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, che prevedeva la "repressione finanziaria" (vale a dire severe restrizioni alla libertà di azione della finanza) e "liberazione monetaria" (con la fine del gold standard). Lo scopo dei trattati europei è di assoggettare gli Stati, che si presuppone siano per natura troppo propensi allo sperpero, alla disciplina dei mercati finanziari, che sono ritenuti per natura efficienti ed onniscienti"(7).&lt;br /&gt;Ecco quindi come, dal livello filosofico-ideologico che santifica i "mercati finanziari", accolto acriticamente ma interessatamente dalle élite dei tecnocrati comunitari, si sia aperto per legge il varco in Europa all'uso politico del potere del denaro, giungendo a condizionare in modo diretto la vita di intere comunità nazionali: il fatto che gli Stati (e, come loro, regioni, provincie e comuni) siano dovuti andare a cercare i soldi sui mercati finanziari, proprio mentre il credito veniva, come in Italia, trasformato per legge da funzione sociale ad attività esclusivamente lucrativa, pone i nostri Paesi in completa soggezione ai signori della moneta.&lt;br /&gt;Questo non significa affatto voler sorvolare sulle oggettive responsabilità di classi dirigenti, tra cui quella italiana, che non vogliono affrontare radicalmente la questione dell'efficienza delle pubbliche amministrazioni, per il semplice fatto che il pubblico impiego rappresenta un gigantesco serbatoio clientelare che di fatto perpetua la loro sopravvivenza politica, altrimenti inspiegabile. Significa semplicemente dire, in modo chiaro e definitivo, che l'inefficienza delle amministrazioni pubbliche, che continuano a sprecare somme enormi senza alcuna contropartita sul piano collettivo, non è una valida giustificazione per tollerare le ripetute aggressioni della speculazione internazionale.&lt;br /&gt;Quando giornalisti, che per mestiere dovrebbero disporre di informazioni e dati assai più completi e articolati di quelli che arrivano al largo pubblico, scrivono ancora, su autorevoli quotidiani nazionali, che "quella che continuiamo a chiamare speculazione internazionale in realtà non è altro che la logica di mercato che cerca di sfruttare le occasioni", non è sciocco chiedersi se si tratta di mala fede o di semplice ottusità: abbiamo infatti già visto che la cosiddetta "logica di mercato" è una logica ideologica e politica. Il mercato, come sacro regolatore dell'economia, non esiste, mentre esistono attori che nel mercato operano, tra i quali, non certo sacri ma a quanto pare intoccabili, sono gli speculatori e le agenzie di rating di loro emanazione: di tutti costoro si sa ormai perfettamente da anni chi sono, cosa fanno e perché.&lt;br /&gt;Se fossero semplicemente i deficit e le cattive amministrazioni pubbliche a giustificare le "ghiotte occasioni" per la speculazione, questi giornalisti dovrebbero allora chiedersi come mai la speculazione finanziaria colpisca l'Europa e non gli Stati Uniti, il cui debito pubblico è assai più alto di quello medio europeo, e come mai gli attacchi si dirigano contro l'Italia o la Grecia e non contro la California, uno stato americano che è in conclamata bancarotta da anni! Se fossero semplicemente il debito pubblico e la cattiva amministrazione a giustificare questi attacchi, ci si dovrebbe chiedere come mai siano sotto tiro grandi imprese bancarie e assicurative italiane, che hanno applicato alla lettera da anni i più avanzati dettami del capitalismo finanziario globalizzato. Qualcuno dei responsabili di queste aziende sembra cominci ad accorgersene, ora che si trova sotto tiro, stando almeno a quanto ha dichiarato il 9 giugno Giovanni Perissinotto, amministratore delegato del gruppo Generali:&lt;br /&gt;"C'è necessità di una risposta centralizzata e coordinata a livello europeo contro attacchi speculativi, anch'essi coordinati, che stanno investendo alcuni Paesi mediterranei ma che si propongono anche di mettere in discussioni la stessa stabilità dell'euro. (...) Nei ribassi di questi giorni le imprese sono impotenti. Noi siamo disciplinati, promuoviamo l'efficienza, tagliamo i costi. In tutti i Paesi seguiamo una politica di investimenti coerente con gli impegni assunti con gli assicurati. Ma non possiamo continuare ad essere così duramente colpiti dai mercati perché difendiamo il nostro Paese. In una parola perché continuiamo ad investire in titoli di Stato italiani dove sono residenti una parte significativa dei nostri clienti"(8).&lt;br /&gt;Viene quindi finalmente in evidenza, ed è forse l'unico aspetto positivo della tempesta che si annuncia nei prossimi mesi sull'Italia, la necessità di sottrarre i nostri Paesi radicalmente al condizionamento del capitale finanziario internazionalizzato, riaffermando il principio che, nelle nostre democrazie, la gestione della cosa pubblica è demandata a rappresentanti eletti dal popolo. In questa prospettiva, la liberazione delle nostre economie passa per alcuni punti fondamentali, la cui comprensione non necessita delle spericolate alchimie degli economisti di mestiere: in primo luogo, le imprese devono tornare a rendere conto non agli azionisti ma ai consumatori ed ai lavoratori e la loro efficienza si deve misurare su questo piano, non su quello della loro attività in borsa; in secondo luogo, le pubbliche amministrazioni devono essere snellite a livello territoriale e basate su principi di semplificazione burocratica, efficienza di gestione, qualificazione del personale, spirito di servizio; in terzo luogo, il credito deve tornare ad essere considerato primariamente funzione sociale e quindi deve essere posto sotto il controllo delle forze della produzione economica e non della speculazione e, di conseguenza, lo stesso deve avvenire per la creazione della moneta e dei correlati strumenti finanziari; questi ultimi devono essere in chiara e proporzionata relazione con i beni ed i servizi effettivamente sottostanti e la loro commercializzazione deve potere seguire percorsi chiaramente tracciabili; le attività finanziarie devono essere tassate in modo proporzionale ai volumi posseduti ed all'ampiezza della loro utilizzazione.&lt;br /&gt;Come segnale inequivoco della strada da intraprendere, è a nostro avviso oggi necessario richiedere con urgenza l'apertura di un'inchiesta internazionale sulla condotta delle agenzie di rating, da promuovere presso le Nazioni Unite, allo scopo di verificarne composizione azionaria, conflitti di interesse, liceità delle attività svolte ed effetti diretti ed indiretti della loro condotta sulle economie dei singoli Paesi negli ultimi venti anni; nel frattempo, le attività di rating di queste agenzie, in quanto parti interessate, dovrebbero essere sospese a tempo indeterminato. Si porrebbe in tal modo, in definitiva, all'attenzione dei popoli la questione della sovranità economica delle comunità nazionali che deve essere oggi considerata l'irrinunciabile presupposto per intraprendere il risanamento dei nostri Paesi. Dubitiamo che le attuali classi dirigenti, tra le quali quella italiana, possano oggi porsi alla testa in Europa di un simile orientamento: ma è questa la sola via per riscattare i nostri popoli dalla schiavitù del debito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) R. Steiner, I capisaldi dell'economia, Milano, 1982, pp. 110-111.&lt;br /&gt;2) Aa.Vv., "Crisis and debt in Europe: 10 pseudo "obvious facts", 22 measures to drive the debate out of the dead end", Real-world economics review, Issue no. 54, 27 September 2010, p. 19.&lt;br /&gt;3) F. Pavesi, "Moody's, S&amp;P e Fitch, ecco chi comanda nelle agenzie di rating", Il Sole 24 Ore, 9 maggio 2010.&lt;br /&gt;4) F. William Engdahl, "The Financial Tsunami: Sub-Prime Mortgage Debt is but the Tip of the Iceberg", Global Research, November 23, 2007.&lt;br /&gt;5) F. Pavesi, loc. cit.&lt;br /&gt;6) Aa.Vv., "Crisis and debt in Europe", cit., p. 23.&lt;br /&gt;7) Ivi, p. 26.&lt;br /&gt;8) G. Perissinotto, "Serve una risposta europea agli attacchi", Il Sole 24 Ore, 9 luglio 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;FONTE: &lt;a href="http://www.clarissa.it"&gt;www.clarissa.it&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-2107891935958075820?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/2107891935958075820/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=2107891935958075820&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/2107891935958075820'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/2107891935958075820'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2011/07/un-articolo-sulle-speculazioni.html' title='Un articolo sulle speculazioni finanziarie'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-9106751463912730054</id><published>2011-06-15T01:51:00.003+02:00</published><updated>2011-06-15T01:57:08.050+02:00</updated><title type='text'>Grazie Fukushima!</title><content type='html'>.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Certo, pensare di dover dir grazie alla tragedia avvenuta a Fukushima non è una bella cosa.  &lt;br /&gt;Non fa star bene: per noi è stata una notizia shokkante, ma per chi in questa “notizia” c’è stato dentro è stata la morte o la perdita dei propri cari; per molti continuerà ad essere una malattia o una lunga agonia; per chissà quanti esseri viventi non umani sulla terra e nel mare dove è stata riversata la radioattività già è cominciata in qualche modo una fine del mondo.  Ce ne sono state e ce ne saranno tante: il mondo come Natura chiaramente non finisce mai, non fa che trasformarsi incessantemente, ma il mondo come un certo tipo di forma di vita o di insieme di forme di vita, quello che conosciamo e per il quale saremmo adatti a vivere è soggetto a finire. Non siamo indispensabili.&lt;br /&gt;    Ed è proprio per questa caducità, questa vulnerabilità, che è tutt’una con la vita, che non possiamo non sentire un moto di repulsione all’idea di dover ringraziare un evento così terribile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Eppure, se dovessimo isolare un singolo elemento grazie al quale per la seconda volta la maggioranza degli italiani ha esplicitamente respinto l’ipotesi della presenza di centrali nucleari sul nostro paese, onestamente, quale dovremmo scegliere? &lt;br /&gt;    Non credo una preesistente prevalenza dell’opinione pubblica in questo senso: la tragedia di Chernobyl che aveva dato la spinta decisiva al referendum precedente era ormai per molti dimenticata e le abili manovre massmediatiche da parte dei direttamente interessati già preparavano il campo con una varietà di strategie comunicative studiate secondo il tipo di pubblico. C’era chi parlava dell’opzione nucleare come una questione da dare ormai razionalmente per scontata su cui rimaneva solo da stabilire dove e quando e quale modello di centrale scegliere (come per una nuova auto da acquistare) dato che aver ancora dei dubbi significava esser rimasti vent’anni indietro senza neanche essersi aggiornati abbastanza da sapere che ormai i reattori sono così sicuri che c’era la fila di personaggi ex-contrari che si arruolavano nella lista dei favorevoli.  E c’era chi si approcciava col fare più prudente di chi responsabilmente si interroga (come nel famoso spot della partita a scacchi) sui pro e i contro quasi non fosse lì fin dall’inizio per sostenere il nucleare. Quasi che tutti i soldi spesi per lo spot e per garantire il “volume di fuoco” mediatico di decine di giornalisti votati a sminuire le notizie che arrivavano dal Giappone e negare l’evidenza del loro significato fino a quando ciò è divenuto manifestamente impossibile non fossero di per sé un buon motivo per non fidarsi.&lt;br /&gt;    Non credo neanche il pur generoso ed importante impegno degli attivisti per il SI, che se si son dati tanto da fare è stato proprio perché sapevano quanto potente fosse la pressione mediatica (prima in positivo e poi in negativo passando il referendum quanto più possibile sotto silenzio).&lt;br /&gt;    E non direi neppure perché il no al nucleare è stato in realtà un no al governo Berlusconi e alla maggioranza che lo sostiene: questo è ancora tutto da vedere.  Il risultato congiunto delle altre tre consultazioni sembrerebbe confermarlo, ma chi, con un’ottica deformata in senso elettoral-partitocratico, volesse continuare a leggere qualsiasi cosa in questa chiave farebbe meglio ad essere prudente e chiedersi se la gente non si accorga che il maggior partito di opposizione (il cui segretario Bersani già dice “d’Italia” – forse tenendo da parte la Val di Susa dove il PD si prepara a mandare l’esercito) non ha affatto tenuto una posizione chiara né sull’acqua pubblica né sul nucleare fino al momento in cui è stato chiaro quali fossero le convenienze da raccogliere quanto alla posizione da tenere su queste votazioni.  Ora Bersani ci prova a riscuotere il premio che suppone fosse in palio per il vincitore, ma forse non si accorge che se questo referendum ha un significato politico di rottura che va oltre il merito dei quesiti, questa ha una portata ben più ampia che rispetto a questo governo in particolare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Purtroppo però, la percezione dell’urgenza di un cambiamento vero e profondo stenta ancora a diffondersi ed a farsi forza e pratica di alternativa, a far sentire il proprio peso in modo chiaro e non più confinabile nella marginalità dell’eccentricità politica o, al massimo, su questioni particolari ed episodiche.&lt;br /&gt;    Purtroppo ancora è forte la fiducia nella versione ufficiale, &lt;span style="font-style:italic;"&gt;telegiornalica&lt;/span&gt;, dell’attualità ed ancora troppi pochi percepiscono la portata del cambiamento necessario.&lt;br /&gt;    Purtroppo è solo in seguito alle catastrofi e sulla spinta della paura che si ritrova la lucidità di sapere che non siamo in un film a lieto fine: non c’è stato per nessun impero nella Storia come non c’è stato per i dinosauri.  Alla lunga solo chi è adatto sopravvive: non sta scritto da nessuna parte che siamo indispensabili su questo pianeta. E adatto significa in armonia con gli equilibri della Natura.&lt;br /&gt;    Di quante Fukushima avremo ancora bisogno?  Non solo per bandire il nucleare da tutti i paesi, ma dovremo prima vedere contaminazioni e mutazioni biologiche irreversibili per vietare gli OGM?  E’ questo che chiamano “principio di precauzione”? Aspetteremo che si sciolga il &lt;span style="font-style:italic;"&gt;permafrost&lt;/span&gt; della tundra inondandoci di carbonio per capire che il riscaldamento globale è un problema non rimandabile? O di ritrovarci con milioni di sfollati per l’innalzamento dei mari? Con mari senza più vita e terre senza acqua da bere? Continueremo a spendere il nostro tempo per procurarci merci inutili fino al punto che dovremo impiegare tutta la ricchezza in guerre per contenderci una triste sopravvivenza? Aspetteremo ancora a lungo di essere svegliati da questi disastri facendo finta che il punto sia scegliere tra chi campa di rendita sull’etichetta della “Destra” e chi su quella della “Sinistra”?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Giorgio Gaber diceva che “&lt;span style="font-style:italic;"&gt;gli schiaffi di Dio appiccicano al muro&lt;/span&gt;”. A Fukushima purtroppo ne è arrivato uno di questi schiaffi (e sembra che il governo giapponese ancora non ci voglia sentire…). La sua eco ci ha convinto a non fare il gravissimo errore su cui ci stavano spingendo. Credo che c’è mancato poco, non fosse stato per Fukushima.&lt;br /&gt;Non so se abbiamo motivo di essere soddisfatti di aver avuto bisogno di un tale segnale, ma possiamo esser contenti, questa volta, di avercela fatta. E forse anche un po’ orgogliosi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Restiamo svegli.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-9106751463912730054?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/9106751463912730054/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=9106751463912730054&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/9106751463912730054'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/9106751463912730054'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2011/06/grazie-fukushima.html' title='&lt;span style=&quot;font-weight:bold;&quot;&gt;Grazie Fukushima!&lt;/span&gt;'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-1547397334241836269</id><published>2011-06-02T11:34:00.003+02:00</published><updated>2011-06-02T21:40:12.053+02:00</updated><title type='text'>L’ Economia del Futuro</title><content type='html'>.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Domenica scorsa ho partecipato ad una camminata in collina con un gruppo di escursionisti.  Dopo un po’, rimasto in coda al gruppo per godere meglio i suoni del silenzio nel bosco, fui attratto tuttavia da un discorso tra i due partecipanti che appena mi precedevano. Il dialogo verteva sulle preoccupazioni che destava in loro l’andamento dell’economia globale. Non erano certo degli economisti, ma mi colpì una domanda sulla quale continuai a rimuginare per buona parte del percorso: “si dice &lt;span style="font-style:italic;"&gt;economia virtuale&lt;/span&gt;, ma da dove viene questa ricchezza? Da dove li tirano fuori i soldi che poi &lt;span style="font-style:italic;"&gt;realmente&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; ci fanno sopra?”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Mi rendevo conto che la questione veniva posta in modo abbastanza rozzo – o così l’avrebbe certo giudicato un &lt;span style="font-style:italic;"&gt;addetto ai lavori&lt;/span&gt; .  D’altra parte mi sembrava che la sostanza del quesito non mancasse di una certa ragion d’essere: se c’è un’economia, se c’è chi vende e chi compra, chi spende, investe, acquista e guadagna, chi paga, chi perde, se c’è ricchezza che si crea, vuol dire che c’è &lt;span style="font-style:italic;"&gt;qualcosa&lt;/span&gt; che dà origine a questo, &lt;span style="font-style:italic;"&gt;qualcosa&lt;/span&gt; che passa di mano in queste transazioni, una &lt;span style="font-style:italic;"&gt;sostanza&lt;/span&gt; di questi scambi.&lt;br /&gt;    Si dirà, certo, che si tratta in realtà perlopiù di ricchezza finanziaria, monetaria, e che il denaro è in ultima analisi una convenzione il cui valore di scambio alla lunga è legato alle condizioni dell’economia reale, quella produttiva.  In questo senso i profitti dell’economia virtuale sarebbero una sorta di abbaglio momentaneo, speculazioni di corto respiro, il lancio di una scommessa destinata a cadere nel vuoto di una crescita presunta, ma della quale non ci sono più i presupposti né le condizioni ambientali.  &lt;br /&gt;    Credo anche io sia così.  Eppure, se su queste scommesse c’è chi gioca molto denaro, se c’è chi le vende e chi le compra queste scommesse, e si tratta di persone tutt’altro che sprovvedute quanto a movimentazione di capitali, e non appartenenti ad una nicchia marginale nel mondo finanziario, bensì alla tendenza che si è affermata a livello mondiale, mi sembra un po’ superficiale fermarsi a credere che tutta questa &lt;span style="font-style:italic;"&gt;virtualità&lt;/span&gt; sia davvero basata sul nulla.  Se così fosse la cosa sarebbe durata già abbastanza a lungo.  E la crisi del 2008 sarebbe dovuta essere sufficiente ad imporre un’inversione di rotta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Cosa sia, dunque, questa miniera dalla quale effettivamente si estrae ricchezza nell’era dell’economia virtuale è stata la domanda che ha continuato a ronzarmi in testa per il resto della camminata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Qual è la materia dello scambio quando si muovono masse di capitali sulle probabilità di tenuta o di recessione (/crisi/fallimento) delle economie più fragili tra quelle dei paesi sviluppati?  Quando si condizionano le loro capacità di far fronte ai debiti proprio esprimendosi a favore o contro queste stesse capacità (e giocando in borsa conseguentemente o, meglio, preventivamente)?&lt;br /&gt;    Qual è l’oggetto della speculazione quando si alza o si abbassa ad arte il valore commerciale previsto di materie prime o di prodotti agricoli dei paesi “in via di sviluppo” ancor prima che questi vengano effettivamente prodotti e decidendo della sopravvivenza o della fame per milioni di persone?&lt;br /&gt;    Qual è la ricchezza &lt;span style="font-style:italic;"&gt;veramente&lt;/span&gt; persa quando “scoppiano” le &lt;span style="font-style:italic;"&gt;bolle&lt;/span&gt; finanziarie per aver artificiosamente gonfiato le aspettative di crescita e di profitti in determinati settori dell’economia?&lt;br /&gt;    Cosa è che viene ipotecato quando le risorse disponibili per gli investimenti vengono indirizzate verso speculazioni virtuali e scommesse finanziarie anziché sul trovare risposte alternative (sociali, tecnologiche, nella ricerca, nella ridistribuzione, nell’occupazione, nel risparmio, nella conservazione…)  alle conseguenze minacciose del modello economico che ha dominato il mondo finora e che continua a dominarlo avvelenandolo e minando perfino i presupposti del proprio stesso funzionamento? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    La risposta che mi son dato è che l’oggetto di sfruttamento da cui estrae profitto questa economia è tanto virtuale quanto reale, ed è il &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Futuro&lt;/span&gt;.  Le nostre possibilità di futuro e la sua qualità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    In una economia evoluta in cui la pianificazione è essenziale ed ogni progetto di portata significativa necessita di ingenti capitali il futuro è &lt;span style="font-style:italic;"&gt;materia&lt;/span&gt; di investimento e pertanto esso stesso trattato già ora come una &lt;span style="font-style:italic;"&gt;risorsa&lt;/span&gt;, un &lt;span style="font-style:italic;"&gt;oggetto&lt;/span&gt; attorno al quale ruotano soldi così come lo sono il petrolio, il ferro o le armi.&lt;br /&gt;    Il Sistema capitalista-consumista nel corso degli ultimi secoli si è espanso come un tumore arrivando ad occupare tutto il pianeta e tutte le nicchie possibili per le attività economiche intese in termini di profitto. Durante questo processo si è alimentato di varie risorse il cui sfruttamento è stato centrale per ogni nuova fase di crescita: l’oro, la seta, le spezie, gli schiavi, i territori e le popolazioni delle colonie, il ferro, il petrolio, il capitale movimentato nel prestito internazionale…. e sempre con l’ausilio degli eserciti e delle mille forme dissimulate di propaganda.  Ora che tutti gli spazi sono occupati, che l’economia reale non tiene il passo con le esigenze di vorticosa accelerazione di quella finanziaria e che nuovi concorrenti sul piano della produzione si fanno temibili, il mondo reale si rivela troppo piccolo per le esigenze del capitale ed occorre inventare una nuova risorsa, solo apparentemente virtuale, come nuovo terreno di sfruttamento e di colonizzazione su cui proiettare gli effetti delle azioni attuali.  &lt;br /&gt;Non &lt;span style="font-style:italic;"&gt;nel&lt;/span&gt; futuro, ma proprio &lt;span style="font-style:italic;"&gt;il&lt;/span&gt; futuro.&lt;br /&gt;    Quando si fa girare l’economia su presunzioni virtuali e le risorse finanziarie vengono spese su scommesse (per quanto complesse e raffinate) non si sta facendo solo uno spreco e correndo degli enormi rischi, ma soprattutto lo si sta facendo sulle spalle di chi subirà le conseguenze di questi giochi e si troverà a vivere nel mondo che questi trucchi ed i loro fallimenti sono destinati a creare.  Niente affatto il mondo che segue naturalmente la sua strada guidato dalla “mano invisibile della domanda e dell’offerta”, ma il mondo come sarà dopo che l’ultima occasione per impiegare utilmente la ricchezza disponibile sarà stata perduta.&lt;br /&gt;    Gli investimenti dell’economia virtuale sono su scenari proiettati su un futuro più o meno prossimo, ma si tratta di scenari che ripetono negli schemi di fondo il presente e soprattutto il passato recente degli anni della crescita, del boom dei consumi e delle tecnologie di massa, dell’energia a buon mercato, dell’ideologia sviluppista e dell’ordine mondiale Nord-Sud.  Schemi di un mondo che sta scomparendo a vista d’occhio, ma che è purtroppo l’unico che la maggior parte degli investitori e degli economisti sa vedere o anche solo immaginare.&lt;br /&gt;    Con questa mancanza di immaginazione si stanno gettando nel pozzo di una crisi vera sempre più prossima le risorse finanziarie utili a costruire un futuro possibile.  Proiettando in avanti modelli economici che non potranno più funzionare e speculando su queste prefigurazioni si consumano le risorse finanziarie ed il tempo a disposizione che potrebbero fare una ricchezza reale e praticabile nei decenni a venire.  In questo modo invece tale ricchezza viene di fatto &lt;span style="font-style:italic;"&gt;estratta&lt;/span&gt; “a monte”di quello che sarà il futuro, &lt;span style="font-style:italic;"&gt;impoverendolo&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;    Si sta comprando virtualmente qualcosa che non ci sarà  vendendo quello che avrebbe potuto esserci .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Ragionando su queste cose ero rimasto indietro ed, una volta raggiunto il gruppo, ritrovai gli stessi due che continuavano a parlare.  Ora guardavano la collina di fronte a noi e discutevano del piano forestale regionale che ancora non era stato fatto per stabilire quali appezzamenti erano adatti al taglio boschivo e quali no.&lt;br /&gt;    Davanti a i nostri occhi c’era la costa di un rilievo basso, ma molto ripido, sul quale era stato effettuato un disboscamento quasi totale su un suolo aspro e roccioso in cui era evidente la precarietà del sottile strato di terreno fertile che lentamente era riuscito a formarsi nel lungo corso del tempo: bastava guardarlo per sapere che pochi anni di piogge sarebbero bastati a portarlo via.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Ma noi siamo gente evoluta: non può certo bastarci ciò che si capisce col buon senso.&lt;br /&gt;Per bandire gli ogm o il nucleare bisogna prima aver dimostrato che possano creare disastri incontrollabili, anzi, li devono aver già provocati – che poi è l’unico modo per dimostrarlo: quando è troppo tardi.  &lt;br /&gt;E per salvare un bosco dobbiamo aspettare la valutazione d’impatto ambientale.&lt;br /&gt;    Per gli avventurieri della finanza, invece, eroi del nostro tempo a cui dobbiamo tutto – ovvero il continuare a girare dell’economia consumistica - è garantita tutta la libertà e l’impunità: &lt;br /&gt;compresa quella di giocare alla &lt;span style="font-style:italic;"&gt;roullette russa&lt;/span&gt; con il futuro. La pistola puntata sui nostri cervelli.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-1547397334241836269?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/1547397334241836269/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=1547397334241836269&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/1547397334241836269'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/1547397334241836269'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2011/06/l-economia-del-futuro.html' title='L’ Economia del Futuro'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-5832264190557643915</id><published>2011-05-06T22:44:00.005+02:00</published><updated>2011-05-15T11:24:39.798+02:00</updated><title type='text'>Bin Laden forever:       l’affermazione definitiva dello Sceicco (e soprattutto) del Terrore</title><content type='html'>.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nonostante la supina accettazione a tappeto della stragrande maggioranza dei giornalisti alle (peraltro contraddittorie) versioni ufficiali, l’unica cosa chiara in questa notizia del ritrovamento e dell’uccisione di Bin Laden è che ci sono troppe cose che non tornano per semplicemente crederci e basta come molti vorrebbero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Alcune di queste cose non sono certo nuove, per esempio non ricordo di aver mai sentito o letto, dall’11 settembre 2001 in poi una esplicita rivendicazione da parte di Bin laden/Al Qaeda dell’attentato alle Torri Gemelle; che ne consideravano  gli autori come “benedetti da Dio” sì,  che erano totalmente solidali con quell’azione anche, ma che fossero stati loro non mi pare lo abbiano mai detto in modo esplicito come viene fatto in questi casi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Un altro fatto singolare è che l’unico grande successo, finora, del primo premio nobel nominato non per aver fatto qualcosa, ma grazie alle sue intenzioni dichiarate, è stato l’essere il mandante di un omicidio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Si vede bene, e una volta di più, come ormai i giornalisti mostrino apertamente - in una percentuale significatva della loro categoria, comprendente gran parte di quelli meglio piazzati - di essere la casta di prostituiti che sono diventati, pronti a negare - come già si è visto per Fukushima - ogni evidenza e ad accreditare ogni menzogna preconfezionata per manifesta che sia, basta che ciò gli assicuri il mantenimento dei loro lauti stipendi, la loro visibilità e rendita di posizione sociale  e come le rare e coraggiose eccezioni che pur ci sono fra loro vengano emarginate e dileggiate pubblicamente (come nel trattamento indecente, da squadristi mediatici, riservato a Giulietto Chiesa su Radio 24) ed accusate di &lt;span style="font-style:italic;"&gt;complottismo&lt;/span&gt; – termine sempre più in voga a cui ben presto si farà far rima con &lt;span style="font-style:italic;"&gt;filo-terrorismo&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    L’informazione sembra essersi ridotta ormai alla preparazione della politica con altri mezzi, così come la guerra ne è la prosecuzione. Solo che in questi tempi accelerati si va di fretta e dunque si tende a saltare i passaggi intermedi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    E che si vada di fretta lo si vede anche da come la notizia già si stia allontanando dalle cosidette &lt;span style="font-style:italic;"&gt;breaking news&lt;/span&gt; anche a causa della pochissima disponibilità da parte dell’amministrazione USA nel “concedere” dettagli a riguardo: sembra che la funzione che questa notizia doveva svolgere abbia già avuto luogo, va solo recepita per ciò che deve essere; qualcosa che si presenta come la fine di una storia, ma è solo l’antefatto, il prologo di qualcos’altro presto a seguire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    C’è esplicitamente il rifuto di dare qualsiasi prova dei fatti che vengono raccontati, una versione di ciò che sarebbe accaduto che è puntuale solo nel non essere documentabile né confutabile in nessuno dei suoi elementi centrali. Da prendere o lasciare.  E mostrare così il proprio schierarsi per una versione o per l’altra a priori e quindi essere facilmente accusati di stare da un’altra parte anzichè da quella giusta, sul modello 11 settembre: “siamo tutti americani” (e se no amici dei nemici). Tutto sommato, anche un buon test per l’affidabilità dei giornalisti, pronti – o meno – ad arruolarsi spontaneamente tra gli &lt;span style="font-style:italic;"&gt;embedded&lt;/span&gt;. L’informazione propriamente detta, documentata, verificabile, diventa pericolosa, perché confutabile, e quindi si cerca di bypassarla sulla base di versioni dei fatti ufficiali e sostenute dal volume di fuoco dell’informazione ufficiale.  Non è un caso che anche l'alto commissario ONU per i diritti umani, Navi Pillay, ha chiesto agli USA di far sapere la verità ed una verità credibile, tale è l’evidente  insostenibilità della versione data in cui tutti i fattori sostanziali sono scomparsi, a cominciare da Bin Laden stesso. Non è un caso perché la reticenza degli USA in questa occasione è il segno di un passaggio storico che contiene il salto dalla tradizionale insofferenza americana verso l’Organizzazione delle Nazioni Unite  all’esplicita presa del comando mondiale in modo unilaterale senza più neanche il rispetto formale di un’apparenza di democrazia globale che non sia quella sbandierata come stemma imperiale sugli stendardi delle proprie armate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    L’attenzione per i fatti e per la ragione viene lasciata all’agorà virtuale della Rete dove però si trova tutto e il contrario di tutto, in cui la capacità di distinguere la qualità e la coerenza delle notizie e delle fonti resta riservata ad un elite intellettuale così com’era per i precedenti mezzi di comunicazione, con in più la possibilità per tutti di esser protagonisti delle proprie polemiche e di avere la propria piccola audience.  Le menzogne qui possono essere dunque sbugiardate, sì, ma mille altre, e di ogni segno, se ne possono diffondere, riducendo tutta la questione ad un mare polemico vasto a piacimento nella varietà di posizioni e nell’infinità di repliche possibili, ma in definitiva confinato in sé stesso tra chi può permettersi di dedicargli il suo tempo. Sembra sia qualcosa che possono ben sopportare: l’ha dimostrato anche lo scarso effetto che in fin dei conti hanno avuto le rivelazioni di Wikyleaks. Ed anche Facebook e Twitter funzioneranno pure(??) come terreno di collegamento per le rivolte dei paesi arabi, ma da noi restano nel campo dell’intrattenimento – sia pure talvolta colto, impegnato ed indignato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    I potenti del mondo, che non hanno più tempo per dedicarsi a costruire progetti politici – e lo si vede anche dalla caduta di qualità nel lavoro di costruzione delle loro menzogne (almeno anni fa ci voleva un po’ di più per smascherarle) – vanno direttamente oltre: poche storie, questa è la versione/verità, se vi sta bene ci aiutate a tenere in piedi il mondo, altrimenti siete dei fissati complottisti e dei potenziali fiancheggiatori dei nemici. Il ritrovamento del pc di Osama poi prepara il prossimo futuro e lascia aperte soluzioni a piacere da gettare in pasto all’opinione pubblica secondo l’utilità del momento: ovviamente si potrà dire di averci trovato ogni sorta di cose.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Davanti a questo annuncio dell’assassinio di Bin Laden c’è chi si chiede ora “&lt;span style="font-style:italic;"&gt;cui prodest&lt;/span&gt;”? Perché hanno giocato proprio adesso questa carta (quando probabilmente era morto da tempo o quando comunque doveva essere possibile trovarlo molto prima se stava in un posto così da cinque anni)? E c’è chi tira in ballo le difficoltà elettorali di Obama o la necessità di distrarre l’opinione pubblica da altri disastri come Fukushima o lo stallo in Libia e il doppiopesismo sui conflitti in medio oriente. Ma la funzione che tocca svolgere a  questa notizia  probabilmente non riguarda né il passato né il presente, bensì il futuro, a cominciare da quello molto prossimo.  Non ci sarebbe affatto da stupirsi se nei prossimi giorni/settimane (non troppo tempo da far sbiadire l’evidenza del collegamento) ci fosse un terribile attentato di grande impatto la cui attribuzione ad Al Qaeda sarà data per certa proprio in quanto vendetta per l’uccisione di Bin Laden. Un evento epocale, con una risonanza mediatica paragonabile all’11 settembre che inaugurasse un nuovo decennio di emergenza-terrorismo. Viene in mente il profetico libro “Fahrenheit 451” in cui il passaggio degli aerei da guerra che partivano per andare a bombardare era diventato ormai un sottofondo normale e non ci si chiedeva neanche più dove andassero. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Non ci sarebbe da stupirsi neanche se un tale attentato avvenisse, più che in USA, proprio in questa Europa con governi ed opinioni pubbliche  dall’allineamento ancora troppo incerto rispetto all’Ordine Mondiale “corretto” o in India contro una sede diplomatica del Pakistan, sommando l’attribuzione ai gruppi terroristi islamici agli inevitabili sospetti verso lo stesso governo indiano in una spirale crescente di instabilità regionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Gli Stati Uniti si sono sviluppati durante oltre un secolo – detto “breve”, ma che vale per due o tre dei precedenti quanto  alla costruzione degli assetti mondiali – fino a detenere il primato assoluto del potere globale in campo militare, economico e culturale. Mentre hanno già perso buona parte di quest’ultimo, il secondo è ormai terribilmente vacillante e minacciato dalla concorrenza dell’avversario cinese (e non solo) al quale sanno, alla lunga (e neanche tanto) di non poter tenere testa. Sanno che si tratta di un’esito inevitabile sul piano puramente economico/commerciale perché è il loro stesso sistema che non potrebbe sopravvivere ad una discesa dei salari e dello  standard di vita sotto un certo livello al proprio interno, né all’abolizione della concorrenza nei mercati globali all’esterno.  La crisi che nel 2008 ha colpito duramente gran parte del mondo e che sta tuttora facendo le sue vittime anche tra Stati non certo tra i più deboli o sottosviluppati non è stata affatto recuperata con gli immensi trasferimenti di risorse pubbliche alle elite della finanza privata.  I fondi “derivati” sono già tornati ad essere centrali nell’attività finanziaria a livello mondiale e, stando così le cose, tutti sanno che un prossimo crack sarà presto inevitabile.  Se ciò avviene subito dopo che i governi (compreso quello statunitense) si sono dissanguati per salvare le banche, probabilmente non è solo perché nessuno prende in considerazione la possibile reazione delle masse popolari, ma perché nel sistema attuale non è più possibile fare diversamente: l’economia vive di virtualità, sostanzialmente di scommesse sul futuro e su scommesse su queste scommesse. L’economia reale non basta più - e da tempo – allo stile di vita, alle aspettative di profitto dei paesi ricchi e specialmente delle grandi &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Corporations&lt;/span&gt;.  Ci sono intere caste privilegiate internazionali ed equilibri di potere costruiti su questo e nessuno vuole rinunciarvi.  Gli Stati Uniti sempre meno si reggono sull’economia reale  del loro paese e sempre più invece sul debito pubblico sostenuto in misura decisiva proprio dai loro principali concorrenti. Inoltre il dollaro ha sempre meno certezza di restare a lungo la valuta planetaria (quanto a questo è molto significativo – vera o meno che sia la notizia - che a Bin Laden sarebbero stati trovati in tasca 500 euro anzichè dei dollari, ben più usati in Asia, quasi in una estrema maledizione).  Il baratro che sta di fronte agli USA è di non essere (né apparire) tra breve più indispensabili né all’economia né all’ordine del mondo, ma solo alla protezione armata degli interessi delle proprie elite al potere.  In assenza di un’economia reale davvero vincente rischiano dunque di perdere il credito internazionale politico e soprattutto finanziario che attualmente li sostiene e con ciò il proprio ruolo di locomotiva del mondo ed il loro tenore di vita.  La sola carta certa che gli resta da giocare è quella di far valere la propria forza militare, ancora ben al di sopra di quella di chiunque altro, e con ciò di attestarsi definitivamente sull’altro ruolo che gli è proprio, quello di poliziotto del mondo, garante di un relativo ordine mondiale che è comunque utile a tutti - concorrenti compresi. Ha anch’esso un costo notevole, ma, entro certi limiti, può essere pagato da parte degli altri paesi se continueranno a sostenere il debito pubblico USA, ovvero a fargli credito e rinunciando ad espandere oltre un certo limite le proprie economie.  Ma in realtà ciò significa espandendole sfruttando il lavoro delle stesse proprie  popolazioni anzichè rivolgere questo sfruttamento all’esterno (che è ciò che ha permesso l’arricchimento dei paesi occidentali).  È chiaro però che questo gioco può funzionare solo fino ad un certo grado di sviluppo delle economie emergenti ed anche delle aspettative di ridistribuzione della ricchezza da parte delle loro popolazioni.  Oltre questo limite c’è la guerra mondiale alla quale  gli apprendisti stregoni di turno (ai quali i popoli hanno sempre la malaugurata tendenza ad affidare il potere) ci stanno portando.  Questo esito sarà ancor più accelerato dalle aspettative di democrazia che gli USA diffondono nel mondo come elemento di legittimazione del loro ruolo di suoi paladini, ma senza ricordare che tali aspettative alla fine entrano in collisione con quella che la loro funzione mondiale è e sempre più sarà nella realtà, cioè quella di un mercenario, seppure di massimo livello, sostenuto da chi sta aspettando il momento buono per dargli il colpo finale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    È dunque il momento, per gli USA, di forzare gli eventi, di anticiparli e non restarne in attesa. Mentre l’Europa, come teorica potenza mondiale è ferma al palo oscillando tra il velleitarismo e l’inconsistenza,  l’ordine che ha retto finora il mondo arabo/petrolifero si va inesorabilmente sgretolando col forte rischio (per i polizziotti mondiali) di volersi davvero avviare ad assetti più democratici e sovrani; la Russia ha le armi ma ancora non le basi economiche e la Cina sta per superare gli USA economicamente, ma ne rimane ben al di sotto sul piano militare. Sembra che i Cinesi si attengano finora all’antico principio di aspettare sulla riva del fiume il passaggio del cadavere nemico – che invariabilmente prima o poi arriva. Ma il timore di una spallata può sempre esserci, specialmente da parte di chi si sente debole e soprattutto se mai Russia e Cina dovessero trovare un’inedita sintonia. Allora cosa meglio di creare uno stato permanente e perfino crescente di instabilità nel mondo, un’emergenza cronica, e portarla nel cuore dei territori del Grande Gioco, a ridosso dei confini dei giganti rivali? Il Pakistan, che dà segni preoccupanti di poter accettare la protezione cinese ed è al tempo stesso a forte rischio di cadere in mano agli islamisti (insieme alle sue armi atomiche) sarebbe il candidato ideale come prossimo centro delle attenzioni del polizziotto/monopolista globale del brand “Democrazia Liberale”.     &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Mentre pseudo-giornalisti prezzolati vorrebbero ravvisare negli avvenimenti attuali grandi passi avanti per questo “brand”, Bin Laden ha ottenuto infine ciò che voleva: che la guerra tra resistenti islamici ed Occidente diventasse senza quartiere, irreversibile e senza possibilità di mediazione, che non rimanesse spazio per comprensioni reciproche o pacifiche convivenze e si estendesse a tutto il mondo. Gente che probabilmente si ritiene pure cristiana danza per strada festeggiando l’assassinio di un uomo. Non ci sarebbe stato da sorprendersi se l’avessero ucciso in pubblico in uno stadio come facevano i Talebani in Afghanistan – del resto ha forse uno spirito diverso il permesso accordato negli USA di assistere alle esecuzioni sulla sedia elettrica?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Dieci anni dopo l’11 settembre siamo un passo più avanti verso il caos in cui solo le posizioni assolute hanno credibilità: proprio lo scenario da buoni contro cattivi, da “arrivano i nostri”, l’habitat naturale in cui la superpotenza USA può continuare ad apparire indispensabile, ad ottenere il credito internazionale politico e finanziario di cui ha assoluto bisogno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Dentro all’era ipertecnologica, a dominare le coscienze e dar senso e giustificazione agli eventi il mondo sembra approdare ad uno schema medievale, fatto di schieramenti aprioristici predeterminati in base a tribù e religioni di appartenenza: consumismo è libertà…e che Dio sia con noi.                                                            &lt;br /&gt; Da una parte e dall’altra il mondo concepito da Bin Laden.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-5832264190557643915?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/5832264190557643915/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=5832264190557643915&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/5832264190557643915'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/5832264190557643915'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2011/05/bin-laden-forever-laffermazione.html' title='Bin Laden forever:       l’affermazione definitiva dello Sceicco (e soprattutto) del Terrore'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-4227223981920182561</id><published>2010-10-31T22:59:00.005+01:00</published><updated>2010-11-11T10:59:27.781+01:00</updated><title type='text'>Decrescita, contadini e vegetarianesimo - Uno scambio di opinioni con Filippo Schillaci del Movimento per la Decrescita Felice</title><content type='html'>.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vorrei rispondere al testo (&lt;a href="http://new.decrescitafelice.it/content/un-gruppo-di-lavoro-sulla-transizione-agroalimentare-prima-parte"&gt;http://new.decrescitafelice.it/content/un-gruppo-di-lavoro-sulla-transizione-agroalimentare-prima-parte&lt;/a&gt; - e seguenti) recentemente apparso sul sito del Movimento per la Decrescita Felice sulla formazione di un gruppo di lavoro sulla transizione alimentare.  Non so se si tratta di una base per l’avviamento di un dibattito o se di una posizione già presa e definitiva da parte del MDF.  Ad ogni modo voglio esprimere alcune perplessità che mi sono sorte leggendolo, sebbene sulla maggioranza delle cose che vi sono espresse mi trovi sostanzialmente d’accordo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi domando se la Decrescita debba essere un movimento per soli vegetariani, se il tipo di argomenti alla base di una scelta vegetariana siano quelli peculiari della prospettiva decrescente o se invece questa non riguardi essenzialmente un approccio ai modelli economici dotato di un senso della misura che possa ridimensionare tutte le attività umane fino a riportarle a proporzioni sostenibili dagli ecosistemi e che si manifesti altrettanto come un buon-senso comprensibile da molti, evitando posizioni estreme e riuscendo ad aggregare consenso politico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A dire il vero sono stato vegetariano anch’io, per tre anni, dai 16 ai 19, e considero l’opzione vegetariana una scelta personale nobile e meritevole.  Ho smesso, però, quando sono venuto a vivere in campagna: ho trovato che anche l’allevamento e l’uccisione per alimentazione di altri animali rientra nell’insieme del funzionamento della Natura e nel sistema economico contadino (proprio nel senso di &lt;span style="font-style:italic;"&gt;ecos-nomia&lt;/span&gt;, del rapporto con e gestione de l’ambiente ecosistemico di cui si fa parte secondo le sue proprie leggi). In natura gli esseri, nella misura del necessario, si uccidono tra di loro.  In natura il conflitto ed anche la sopraffazione sono elementi della realtà; e lo sono sempre stati anche della realtà umana, che ci piaccia o no.  Temo sia impossibile, purtroppo, immaginare un mondo dove questo non esista.  Già sperare che si facciano strada le indicazioni per una riconversione decrescente del mondo sembra molto ottimista, ma addirittura puntare al giardino dell’Eden, mi pare un po’ troppo. Migliaia di specie animali si estinguerebbero se tutte dovessero essere vegetariane, moltissime civiltà e culture umane tradizionali (come ad esempio i Mongoli, gli Eschimesi, i Masai…. ) dovrebbero scomparire. Perfino nella lunga storia di una civiltà come quella indiana ci sono stati passaggi cruenti, non privi di vittime, senza i quali essa non avrebbe raggiunto quel livello di benessere tale da potersi permettere di produrre filosofie di non violenza come quella vegetariana.  Non riesco ad immaginare bande di primi esseri umani vegetariane: penso piuttosto che mangiassero quel che potevano secondo ciò che, senza troppo sforzo né troppo rischio (laddove possibile) l’ecosistema gli offriva.  &lt;br /&gt;Capisco che possa sembrare antropocentrica la posizione di chi si arroga il diritto in quanto umano di uccidere altri animali per mangiarseli, ma non si tratta di un “diritto”: non c’è qualcosa come “i  diritti” in natura (e anche tra gli umani la capacità di farne valere dipende in genere dai rapporti di forza).  Si tratta di un fatto, un fatto tra i più comuni da che mondo è mondo.  L’idea di poter rendere questo mondo pulito da ogni traccia di violenza, conflitto, sopraffazione, di renderlo “migliore”, ad immagine e somiglianza di ciò che ci appare “giusto”: forse proprio questo è antropocentrismo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fatto di essere umani non ci esime da quello di essere animali umani, parte della Natura e funzionanti secondo le sue leggi.&lt;br /&gt;Gli strumenti di comprensione, di saggezza, di autocontrollo che abbiamo come specie umana possono permetterci certamente di ridurre al minimo possibile le occasioni di conflitto, di trovare nella stragrande maggioranza – auspicabilmente nella quasi totalità - dei casi alternative alla violenza ed alla sopraffazione.  Non di abolirle dalla realtà.  In ultima analisi noi la realtà (e per realtà intendo la Natura) non possiamo “migliorarla”, ma solo comprenderla ed imparare sempre più profondamente il modo migliore (dal punto di vista più ampio possibile) di muoverci dentro ad essa così com’è.&lt;br /&gt;Credo che, se la Decrescita vuole essere una visione veramente eco-centrica, dovrebbe sapersi  differenziare da molti approcci ambientalisti-protezionisti che vedono la natura come “altro dall’uomo” - per quanto in positivo – e concepirla piuttosto come ecosistema del quale siamo parte: se vogliamo vedere le cose dal punto di vista ecosistemico, dobbiamo farlo in termini di equilibri ecosistemici, dinamici e funzionanti secondo linee che sono proprie del sistema naturale nel suo complesso e non di un punto di vista umano che su di esso si proietta.&lt;br /&gt;Faccio l’esempio di una polemica che c’è stata in Francia tra José Bové e gli animalisti a causa del fatto che il famoso contadino altermondialista si è espresso a favore dell’autodifesa dei pastori contro i lupi che gli uccidevano le bestie e delle loro ragioni per sparargli per ridurne il numero.  Se vogliamo vedere le cose nel senso della difesa della vita (specialmente di una specie selvatica ed affascinante) “senza se e senza ma” possiamo prendere le parti del lupo (peraltro infischiandocene delle pecore – oppure rifiutando il fatto stesso che queste debbano essere allevate per trarne alimenti).  Ma, se vediamo la cosa in modo più ampio ed ecosistemico, è certamente un bene se sempre più persone possono vivere come pastori e contadini, autoproducendosi sostentamento e  reddito secondo un’economia integrata con la Natura, anche ripopolando terre marginali e montane dove poco altro che l’allevamento può dare di che vivere.  Se molte, moltissime persone, potessero sottrarre, col proprio destino economico-lavorativo, il sostegno ad un sistema industriale-consumistico globalmente distruttivo trovando un modo di vivere integrato con la Natura (per esempio) con le pecore in montagna, dal punto di vista dell’insieme dell’ecosistema, questo avrebbe certamente più rilevanza di qualche schioppettata tirata a qualche lupo di troppo.  &lt;br /&gt;Chiedo scusa della brutalità, ma a volte sembra di incorrere in una sorta di “ambientalismo da cittadini” che può anche essere lodevole nelle intenzioni, ma che è spesso carente nel sapersi mettere dal punto di vista dell’insieme ecosistemico naturale così com’è, come funziona, al di là di come ci piacerebbe a noi.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Allora, anche nel caso dell’alimentazione carni/pescivora, credo che il punto da inserire in un programma politico da proporre (anche solo come prospettiva di lungo termine) alla società sia riguardo al modo in cui avvengono queste “produzioni” e alla misura di questo tipo di “consumi” (per usare parole già brutte e a maggior ragione in questo caso in cui parliamo di esseri viventi), non puntare alla loro abolizione assoluta – scelta nobilissima che direi appartiene, però, al senso etico individuale, il quale si trova su un piano diverso. &lt;br /&gt;Come è riconosciuto già nel testo, occorre unire all’utopia una misura di realismo, altrimenti si rischia di far discorsi improponibili in termini di proposta politica – se è questo di cui stiamo parlando.  E la convinzione sulle ragioni del vegetarianesimo in quanto tale, a me onestamente non sembra sia molto diffusa nel nostro paese, né radicata nella nostra storia e nella nostra cultura.  Ma soprattutto mi sembra che le posizioni vegetariane (o meglio vegetarianiste) coinvolgano argomentazioni e considerazioni estranee o almeno non necessarie al discorso complessivo della Decrescita.&lt;br /&gt;Ciò che invece in tale contesto è certamente ineludibile è una critica radicale alle modalità di produzione del cibo di origine animale e alle proporzioni del suo consumo nelle società sviluppate.  Questo è un discorso sacrosanto, ma è altro dalla scelta vegetariana &lt;span style="font-style:italic;"&gt;tout-court&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non c’è mai stato un mondo con un’umanità vegetariana, per cui non possiamo sapere quali conseguenze produrrebbe sugli equilibri biologici planetari.  Ciò che sappiamo per certo, invece, è che, nella storia del mondo, le società degli attuali paesi ricchi ed emergenti con i loro livelli di consumo di carne e pesce sono una insostenibile anomalia.  Nella dieta della generalità dei popoli tradizionali (compresi quelli occidentali prima del “boom economico”) carne e pesce erano (e sono) presenti, ma né ogni giorno, né – per molti – ogni settimana.  E normalmente l’uso non è di mangiare un’intera bistecca o un intero pesce a testa, ma pezzetti dell’uno o dell’altro spesso mischiati a delle verdure. Si tratta inoltre di cibi cari e perciò usati in occasioni, se non proprio straordinarie, comunque un po’ speciali e distanziate nel tempo. Certo tutt’altra cosa rispetto ai nostri frigoriferi pieni di confezioni che in percentuale significativa vengono buttate senza neanche aprirle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Credo che i danni alla salute ed al pianeta provocati da pesca e zootecnia siano dati dalla quantità spropositata dei loro prodotti che vengono acquistati e non dal fatto in sé che esistono persone che allevano o pescano come sempre è stato da millenni a questa parte.  Il punto è che sono le tecniche e le quantità che andrebbero strettamente regolamentate e controllate: dovrebbero essere permesse solo aziende di dimensioni contenute con un numero limitato di capi i quali dovrebbero avere spazio sufficiente per pascolare, muoversi ed alimentarsi in modo naturale, fare una vita “dignitosa” per la loro specie; la pesca dovrebbe esser permessa solo ad imbarcazioni piccole dalla limitata capacità di pescato ed anche lì le tecniche dovrebbero essere regolamentate in modo da garantire un impatto facilmente sostenibile dagli ecosistemi. &lt;br /&gt;In sostanza si dovrebbero recuperare le conoscenze e le tecniche tradizionali su piccola scala unendole alle facilitazioni tecnologiche a minimo impatto ed alle attuali conoscenze sul funzionamento e l’autoregolazione degli ecosistemi ed a partire da questo implementare regole del tutto nuove di allevamento e pesca. A ciò andrebbero affiancate misure per un trattamento il più possibile rispettoso ed incruento degli animali – cosa che comunque ogni allevatore che abbia motivo di essere soddisfatto del suo lavoro tende a fare spontaneamente.&lt;br /&gt;Il costo ambientale delle attività di allevamento e di pesca dovrebbe essere accollato alle aziende responsabili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tali regole renderebbero zootecnia e pesca industriali impossibili e polverizzerebbero la produzione su un gran numero di aziende piccolissime a livello familiare o poco più.  Aziende contadine.  I volumi complessivi di produzione si ridurrebbero notevolmente e la qualità aumenterebbe senza paragone, mentre ciò creerebbe anche posti di lavoro dato l’aumento di manodopera necessaria con questo tipo di tecniche; ma senza che questo comporti investimenti eccessivi per avviare un’attività in questo campo trattandosi in questo modo di produzioni a basso impiego tecnologico e forte valore aggiunto di lavoro umano e competenze. &lt;br /&gt;Ovviamente il prezzo della carne e del pesce aumenterebbe  notevolmente.  Questi prodotti tornerebbero ad essere per le occasioni speciali (ora, senza esagerare: ragionevolmente potrebbe essere un pasto da una volta o due a settimana per una famiglia media) e la qualità diventerebbe un requisito indispensabile. Questo, insieme alla diffusione capillare di aziende piccolissime, agirebbe in controtendenza all’accentramento della distribuzione e favorirebbe il rapporto diretto produttore-consumatore con la conseguenza collaterale di un contatto più diretto con le realtà dove nascono i prodotti e più in generale di un cambiamento culturale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si tratta, in buona sostanza, di una riconversione della produzione del cibo – ed ora non mi riferisco più solo a carne e pesce, ma a tutto il cibo – da un modello industriale ad un modello non agricolo-imprenditoriale, ma &lt;span style="font-style:italic;"&gt;contadino&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Alcune caratteristiche distintive del modo contadino del fare agricoltura sono:&lt;br /&gt;- l’essere diretto al maggior valore aggiunto possibile,&lt;br /&gt;- la generazione di reddito in maniera indipendente usando, quanto più possibile, risorse autocreate ed autogestite,&lt;br /&gt;- il produrre a partire da una base di risorse limitata di cui dunque deve essere conservata la qualità/salute biologica e che deve essere utilizzata con metodi ingegnosi ed autonomi che tengano conto degli effetti a lungo termine,&lt;br /&gt;- l’avere limiti di sviluppo possibile già contenuti nella misura della base di risorse disponibili,&lt;br /&gt;- l’essere un’agricoltura intensiva e non estensiva ed una produzione rivolta ad una varietà di prodotti diversi,&lt;br /&gt;- il partire da una base di risorse integrata (non divisa in elementi contraddittori come lavoro e capitale o lavoro manuale ed intellettuale…) in cui le risorse materiali e sociali disponibili rappresentano un’unità organica e sono possedute e controllate da chi è direttamente coinvolto nel processo lavorativo,&lt;br /&gt;- la centralità del lavoro e della qualità/cura delle risorse/mezzi di produzione insieme all’inventiva per migliorarle  con i mezzi limitati a disposizione,&lt;br /&gt;- il trattarsi di una produzione solo parzialmente rivolta al mercato ovvero, in termini “decrescenti”, di beni che solo in parte sono destinati a diventare anche merci,&lt;br /&gt;- il rivolgersi ad un mercato personalizzato, con un volto, a consumatori con i quali va costruito e mantenuto un rapporto di fiducia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell’Italia di oggi questo modo contadino di produrre cibo è schiacciato sotto una serie di normative  fiscali, igienico-sanitarie, di giurisdizione sul lavoro, legali, burocratiche ecc… ecc.. che lo rendono pressoché impossibile, sempre sull’orlo dell’essere fuorilegge e costretto a dipendere da tecnici ed associazioni di categoria  che fanno soprattutto i propri interessi.  Ciò è perché le normative sono concepite a misura di agricoltura industriale mentre ciò che servirebbe è uno spazio legale – e dunque regole semplificate apposite – per l’agricoltura contadina e la vendita dei suoi prodotti.&lt;br /&gt;Concepire, sostenere e rendere effettiva una tale legislazione – anche in attesa di un clima culturale diverso in cui norme restrittive impediscano zootecnia e pesca distruttive – significa dare spazio di mercato a prodotti di vera qualità che una volta diffusi e facilmente disponibili potrebbero fare una dura concorrenza ai cibi industriali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un’altra cosa che occorre è lavorare per una maggiore informazione/consapevolezza della centralità della produzione del cibo fatta in un determinato modo non solo per la qualità di ciò che si mangia (il che già basterebbe), ma per la salvaguardia del paesaggio e del territorio, per la biodiversità, per l’occupazione, le risorse idrogeologiche ecc… ecc… Una tale consapevolezza diffusa dovrebbe far accettare a sempre più persone che il cibo prodotto in un modo (a 360°) sano va pagato per il lavoro (e le rinunce) che costa e che la gente che vive in città e non può lavorare direttamente alla sorgente della riconversione complessiva che l’agricoltura bio-contadina può realizzare  dovrebbe sostenerla spostando la propria capacità di spesa dai gadget consumistici tecnologici e modaioli al cibo di qualità - e magari a qualche gita per vedere le mille piccole aziende dalle quali nasce oggi del buon cibo e potrebbe rinascere domani un mondo più sano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Risposta di Filippo Schillaci (autore firmatario del testo citato) &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel rispondere vorrei fare alcune premesse. Innanzi tutto, il testo di Cabras tocca per almeno due terzi della sua lunghezza, temi distanti da quello su cui è concentrato il nostro lavoro: la sostenibilità ambientale dell’alimentazione. Le considerazioni a esso più pertinenti sono dunque quelle che si pongono sui due piani pragmatico e tecnico. Quelle, per così dire, filosofiche sono estranee alle tematiche che il nostro gruppo affronterà.&lt;br /&gt;Aggiungo che sul piano pragmatico e nel breve periodo le mie posizioni sono molto vicine a quelle di Cabras, sul piano tecnico e nel medio periodo ne sono divergenti; sul piano filosofico e nel lungo periodo ne sono agli antipodi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Premetto anche che credo sia il caso di non usare più termini come “vegetarianesimo” o vegetarianismo” che sanno tanto di setta religiosa o comunque di posizioni ideologiche. Non credo sia appropriato definire le mie scelte alimentari come “vegetarianesimo” più di quanto non sia appropriato, poiché ho installato sulla mia casa dei pannelli solari, parlare di “solarianesimo” o, poiché utilizzo l’acqua piovana, parlare di “pluvianesimo”. Una scelta alimentare non è un “…ismo” o un “…esimo”, è una relazione ecosistemica. Con tutte le implicazioni, anche culturali ed etiche del caso, naturalmente, ma innanzi tutto questo: una relazione funzionale fra sé e l’ecosistema di cui si è parte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Detto ciò, comincio dal primo aspetto (pragmatico e di breve periodo). È evidentissimo che l’ipotesi di una transizione immediata dell’umanità verso un’alimentazione basata sui cibi vegetali è priva di fondamento realistico. Dobbiamo pensare piuttosto a una transizione lenta che passi attraverso fasi intermedie in cui il contributo di cibi animali sia sempre più ridotto fino a divenire residuale. Dunque lo scenario pratico proposto da Cabras nella parte finale del suo testo, se visto come fase di transizione, è esattamente quello verso cui occorre orientarsi. Il quadro generale che egli traccia inoltre è sotto ogni altro aspetto condivisibile e questa è certamente una componente positiva della sua riflessione. Purtroppo è l’unica.&lt;br /&gt;Vorrei a questo punto precisare che pragmatismo non deve mai significare resa. È esatto ad esempio affermare che «la convinzione sulle ragioni del vegetarianesimo in quanto tale» non è «molto diffusa nel nostro paese, né radicata nella nostra storia e nella nostra cultura» infatti 6 milioni appena di vegetariani, di cui solo 800.000 vegani, sono appena il 10% della popolazione. Davvero pochi. Ma allo stesso modo è esatto affermare che è assente la convinzione sull’opportunità di non usare l’automobile, o sull’attuare ogni possibile accorgimento per il risparmio energetico in casa o perfino sulla corretta gestione dei rifiuti. Dunque? Rinunciamo a tutto? Non mi pare il caso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Passiamo al secondo aspetto (tecnico e di medio periodo). Come disse Alexander von Humboldt, «uno stesso territorio può dar da vivere a un cacciatore, a dieci pastori o a cento contadini». Ora, tralasciando (speriamo) il cacciatore, e soffermandoci sul confronto pastore-contadino, dovremmo domandarci quali razionali considerazioni possono orientarci verso un modo di produrre il nostro cibo così dispendioso in termini di territorio quale è la zootecnia, sia pur praticata su scala ridottissima come lo stesso Cabras auspica. Perché scegliere un metodo produttivo dotato di un’efficienza di conversione delle proteine che è appena del 6% nei bovini e di poco più alta nelle altre specie animali? Perché fare nostra una simile cultura dello spreco? Coerentemente dovremmo accettare la legittimità di sprechi analoghi nel settore energetico, nei trasporti, nella gestione dei rifiuti e dell’acqua. Cosa resterebbe allora della cultura della Decrescita? Oppure dovremmo accettare l’incoerenza: razionali, oculati, ecosostenibili in ogni altro campo, spreconi nell’alimentazione. È autoevidente che entrambe queste alternative sono inaccettabili.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Cabras parla di destinare alla zootecnia contadina territori marginali non altrimenti destinabili. Sia pure. Ma, così come marginali sono questi territori, marginali sono questi discorsi. La realtà è che la gran parte dell’umanità vive nelle zone tropicali o temperate del pianeta, dove l’agricoltura è praticabilissima con buona produttività e l’allevamento pertanto non è necessario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Metto a questo punto un paletto perché per quanto riguarda le tematiche pertinenti al lavoro del gruppo di MDF sull’alimentazione il discorso si pone esclusivamente in questi termini e pertanto si ferma qui. Chi è interessato a esso e solo a esso può interrompere la lettura a questo punto.&lt;br /&gt;Il testo di Cabras, dicevo, allarga però enormemente l’orizzonte del discorso toccando temi ulteriori che considero prematuro affrontare ma che, essendo stati affrontati, impongono una risposta. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È riduttivo affermare che la Decrescita sia semplicemente un diverso approccio ai sistemi economici. Maurizio Pallante non perde occasione di affermare (e io concordo) che essa parte sì da una critica dell’economia dominante ma la trascende essendovi nella Decrescita implicazioni filosofiche che la rendono potenzialmente in grado di acquisire lo spessore di un nuovo rinascimento culturale. Ecco, sono proprio queste potenzialità quelle che fanno la differenza fra “un altro mondo possibile” e il classico “cambiare tutto affinché tutto resti com’era”.&lt;br /&gt;Ancora Maurizio Pallante, nel rispondere a un lettore che aveva commentato un suo articolo scrisse: «quando si comincia a delineare un nuovo sistema di pensiero (…) le persone tendono a leggerlo in base ai criteri d’interpretazione fondati sul sistema di pensiero precedente e, quindi, a equivocarle».&lt;br /&gt;Ecco, è questo equivoco che io vedo nelle parole di Cabras: il non concepire in termini realmente altri quell’altro mondo possibile di cui da più parti si parla per ridurlo infine a una variazione sul tema di questo stesso mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parlando di cultura contadina, dobbiamo fare attenzione infatti a distinguere fra un’attenzione analitica e critica nei confronti del patrimonio di esperienze da essa accumulate nel corso dei millenni e una mistica della civiltà contadina che si traduce in un’accettazione acritica di tutto ciò che odora di tradizione, e che è patrimonio più di correnti di pensiero come il Bioregionalismo che non della Decrescita. Questo atteggiamento pacatamente analitico risulta obbligato alla luce di qualche semplice riflessione.&lt;br /&gt;È innanzi tutto irrealistico supporre che gli eventi planetari di cui siamo spettatori, protagonisti e vittime siano frutto di un’improvvisa sterzata dell’umanità, avvenuta senza preavviso in questi ultimi decenni. Non ha molto senso pensare a un’umanità che per millenni si comporta assennatamente e poi improvvisamente impazzisce e distrugge il pianeta. Noi stiamo vivendo in realtà l’esito di un processo storico plurimillenario che ebbe origine nel neolitico e si è andato evolvendo secondo un andamento analogo a quella curva esponenziale che abbiamo imparato a conoscere ai tempi dei primi studi del MIT sulla crescita: una curva che su gran parte del suo dominio cresce lentissimamente, con apparenza quieta e pacioccona, poi improvvisamente si impenna tendendo con incontrollabile rapidità, nell’astratto modo della matematica a proiettarsi verso l’infinito, nel più concreto mondo della biosfera a cozzare contro il muro dell’insostenibilità. Dico tutto ciò per chiarire come le radici di quanto stiamo vivendo oggi siano immerse proprio in certi aspetti di quella cultura contadina che troppi teorici dell’ “altro” mondo oggi osannano incondizionatamente.&lt;br /&gt;È fondamentale in altre parole acquisire una visione storica di lungo periodo della genesi della società della crescita per mettersi al riparo da equivoci grossolani che possono portarci a considerare parte del nostro patrimonio culturale elementi che al contrario non ci appartengono.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Ma, si dirà, la società industriale ha distrutto la cultura contadina. Cito ancora Pallante: «Già negli anni Quaranta Schumpeter definiva “distruzione creatrice” la capacità innovativa su cui si basa la forza del capitalismo. Insomma affermava che per continuare a produrre e vendere sempre di più bisogna distruggere sistematicamente quello che si è fatto in precedenza». Bene, l’argomento di cui parliamo è un esempio di ciò: la società della crescita, proprio per questa esigenza di continua distruzione interna, ha distrutto la sua ormai inadeguata versione contadina e l’ha sostituita con la versione industriale che oggi conosciamo. Era il momento storico in cui la curva esponenziale cominciava la sua impennata, un’impennata già insita nelle premesse storiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un ultimo punto riguarda l’immagine rigidamente statica che Cabras ci offre del cosiddetto ordine naturale: uno stato eterno e immutabile cui noi null’altro dobbiamo fare che adeguarci e soggiacere. E poiché quest’ordine naturale comprende in larga misura la violenza e la sopraffazione… eccetera. Anche questa è una visione vicina, più che alla Decrescita, al Bioregionalismo. Nonché, quando viene applicata anche all’interno della specie umana, al darwinismo sociale. Ripartiamo da zero e andiamo indietro nel tempo quanto basta per assistere alla nascita del primo organismo dotato di sistema nervoso centrale. Insieme a lui apparve sulla Terra quella inedita cosa che è la capacità di operare delle scelte. E poiché l’interazione individuo-ambiente è bilaterale, da quel momento le scelte di innumerevoli individui contribuirono a plasmare l’ambiente e le relazioni fra le sue parti. Ovvero contribuirono a plasmare il cosiddetto ordine naturale. E non hanno mai cessato di farlo; lo fanno ancora. Lo facciamo ancora. Voglio dire con ciò che quel che noi chiamiamo “ordine naturale” è in realtà un’entità dinamica, mutevole e che la sua fisionomia attuale né era a priori inevitabile né è oggi immutabile. E noi, tutti noi esseri senzienti, abbiamo una parte non trascurabile nel determinarne gli assetti futuri. Porre dunque l’esistenza della violenza in natura come fatto giustificatorio della pratica della violenza da parte degli uomini in quanto parte della natura è privo di fondamento. Ma di più: non è atteggiamento diverso da quello del signor Rossi che giustifica il suo inerte concedersi al sistema col dire: «cosa posso farci io? È così che va il mondo.» La differenza fra il discorso del signor Rossi e quello di Cabras è solo nella scala temporale: dalla scala dell’evoluzione sociale a quella dell’evoluzione biologica, ma a parte ciò, una volta di più, è il loro sistema di pensiero insinuatosi sotto mentite spoglie nel nostro.&lt;br /&gt;Non posso inoltre fare a meno di notare che gli appelli all’ “ordine naturale” vengono sempre con riferimento alla presenza in esso di “violenza e sopraffazione”, mai ai numerosi casi di rapporti simbiotici fra le specie o di solidarietà fra membri della stessa specie, pur ampiamente esistenti all’interno dell’ “ordine naturale” presente.&lt;br /&gt;Noi dunque, noi esseri senzienti, noi esseri capaci di operare scelte, possiamo scegliere. Possiamo ad esempio scegliere di somigliare all’oca selvatica, presso la quale è assente ogni forma di solidarietà al di fuori del confine della famiglia mononucleare, oppure ai tanto bistrattati topi i cui legami di solidarietà giungono al punto che le madri di una stessa comunità allevano collettivamente i figli. Entrambi sono esempi di ciò che è l’ordine naturale nella sua fase evolutiva presente. È in nostro potere dare il nostro contributo di specie a far pendere la bilancia nell’una o nell’altra direzione imprimendo così la spinta verso l’una o l’altra via, fra gli infiniti futuri possibili, alla storia a venire della vita sulla Terra. Perché l’ordine naturale, ripeto, siamo noi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un’ultima considerazione: il riferimento all’ “altermondista” José Bovè mi ha fatto ricordare che Bovè non è, a quanto si racconta, solo sui lupi che ritiene lecito sparare. Intervenni tempo fa a un incontro romano cui partecipava un suo seguace il quale a un certo punto, raccontando di scontri fra i gruppi francesi di Bovè e la polizia in cui da entrambe le parti si usarono armi da fuoco, deplorò che in Italia tali cose non accadessero. Ancora una volta domando: è questo il mondo che vogliamo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Filippo Schillaci.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Mia replica a Filippo Schillaci&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Caro Filippo,&lt;br /&gt;ti rispondo riprendendo i tre livelli progressivi delle nostre divergenze, che riconosco pienamente.&lt;br /&gt;Limitatamente al piano che definisci “pragmatico e di breve periodo” ti sembra che le nostre visioni siano in realtà sostanzialmente compatibili. Sembra anche a me.  E da questo punto di vista direi che il tuo errore principale sia quello di non fermarti qui.  Come ti ho detto credo sia della massima importanza fare una chiara differenza fra le scelte etiche personali e ciò che si propone come la posizione programmatica di un movimento, in questo caso quello della DecrescitaFelice, che aspiri ad aggregare consenso per incidere sulla realtà.&lt;br /&gt;Dici bene che pragmatismo non vuol dire resa, ma, pragmatismo o resa, rispetto a quali obiettivi? Quando questi sono troppo ideologici o irrealizzabili, la resa può rappresentare anche il fare spazio ad un principio di realtà.  &lt;br /&gt;Nella fase politico-culturale in cui siamo mi sembra che una linea pragmatica sarebbe quella di proporre ipotesi di lavoro condivisibili da chi abbia a cuore in senso ampio la salute del pianeta e non solo da chi si pone su posizioni, forse anche avanzate, ma che suonano abbastanza settarie e che comunque non credo possano passare senza un adeguato dibattito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora, tu rifiuti l’ “-ismo” aggiunto alla parola “vegetariano” e dici che si tratta solo di una scelta alimentare e quindi di una relazione ecosistemica. Bene.  Ma, se questo vale per la scelta personale in sé (che, come ripeto, io apprezzo moltissimo anche se non la faccio mia) quando la si rivendica come la presa di posizione propria di un movimento per la trasformazione del modello di società, si passa oggettivamente sul piano dell’ideologia.  E ciò è tanto più vero quando sembra che la si voglia far passare come un aspetto necessario di questa transizione mentre non lo è.  Perché, se la Decrescita si pone l’obiettivo di riproporzionare le modalità di produzione e le quantità dei consumi a livelli sostenibili, ha certamente senso affermare che zootecnia e pesca industriali come si danno oggi non rientrano  assolutamente in tali livelli.  Ma se arriviamo a pretendere che allevamento e pesca in quanto tali siano da rifiutare “allo stesso modo delle centrali nucleari “, ci mettiamo su posizioni francamente risibili agli occhi di chiunque non sia ideologicamente predeterminato a far passare questi discorsi insieme ad altri molto più sensati – quelli propri della Decrescita – rispetto ai quali serve un ridimensionamento e un radicale cambiamento di queste attività, ma non necessariamente l’abolizione.  Niente affatto, dato che il pianeta – e l’umanità con esso - potrebbe continuare a vivere in ottima salute per un tempo indefinito pur con allevamento e pesca sostenibili, come del resto è stato fino a pochi decenni fa quando per questi ancora erano usate le metodologie tradizionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il problema è che attualmente il sistema sviluppista ha raggiunto una tale egemonia – anche nell’immaginario – che ciò che ne resta al di fuori viene automaticamente ignorato nelle sue specificità. Ed è per tanto facile accorpare queste attività nella loro versione tradizionale a quelle attuali industriali.  Come è facile dire che riconoscere il valore di allevamento e pesca come risorsa per le realtà marginali sia esso stesso un discorso “marginale”.  Nei fatti, di terre marginali ce ne stanno moltissime anche nei paesi sviluppati come il nostro come ce ne sono, nel resto del mondo,  all’interno stesso delle pianure coltivate industrialmente, delle periferie delle città, in tutti gli spazi utilizzabili, piccoli e dimenticati, che sono però una risorsa per moltissime persone, marginali anch’esse, che ne traggono una sussistenza, molto spesso con l’allevamento di qualche animale da latte o da cortile o con un po’ di pesca.  Anche nelle zone tropicali e temperate dove spesso si vedono modesti branchi di oche o capre e piccoli stagni autorealizzati per tenervi dei pesci tra una risaia e l’altra. Queste risorse sono importanti, anche dove l’agricoltura è prospera, per molte fasce deboli della popolazione che non hanno terra o quasi, perché la marginalità non riguarda solo i terreni, ma anche le persone.  E non si deve dimenticare che gli animali avranno pure una capacità di conversione dei vegetali in proteine molto bassa, ma, allevati a livello familiare, valorizzano sostanzialmente il “nulla” in quanto possono essere nutriti con alimenti di scarto, sottoprodotti che andrebbero buttati, portati a pascolare su terreni altrimenti improduttivi, boschi, savane, rovaie, beni che altrimenti andrebbero persi comunque e sui quali  l’agricoltura industriale non ha interesse a mettere le mani e che quindi restano alla portata di chi non ha sufficiente terra buona propria da coltivare (cosa che vale anche qui da noi dove un eventuale neo-contadino senza grandi mezzi finanziari può trovare una possibilità solo in territori ormai abbandonati perché considerati insufficientemente produttivi).  Inoltre gli animali o i prodotti derivati (carne, formaggi) una volta venduti sono una fonte di denaro liquido (sempre il bene più difficile da ottenere per i contadini) decisamente superiore alle verdure.  E, se vogliamo pensare ad un’agricoltura che sia biologica, gli animali sono indispensabili per l’apporto del letame – che li rende trasformatori di vegetali in una duplice valenza e che permette (gratuitamente) di avere una resa in cibo vegetale (anche vendibile) superiore a parità di superficie coltivata (che non è una differenza da poco per molte popolazioni povere nel mondo).  Se poi vogliamo considerare quali sono le zone dove si concentra la maggior parte dell'umanità, oltre (e insieme) alle zone tropicali e temperate, queste sono le coste  dove - anche lì – non tutti hanno accesso alla terra il che rende la (piccola) pesca irrinunciabile per milioni  di persone.  &lt;br /&gt;Il piccolissimo allevamento, dunque, non solo da noi, ma nel mondo (così come la piccola pesca) sono risorse che fanno la differenza per una parte non trascurabile dell'umanità.  Che sia costoro sia i terreni che utilizzano (a tutte le latitudini) siano definiti “marginali” è un concetto che appartiene ai criteri di valutazione dell’agricoltura industriale, sviluppista e destinata essenzialmente ad alimentare gli abitanti delle città: al mondo della crescita per il quale un terreno coltivato in maniera contadina è marginale già solo per questo, al di là di dove si trovi.  Ed evidentemente anche per chi ha interiorizzato (magari senza rendersene conto)  questi criteri, anche i discorsi che si pongono il problema di chi vive su tali terreni, sono ugualmente marginali.  Faccio presente che, se oggi il mondo non è ancora andato del tutto in malora, schiacciato sotto il peso del consumismo e dei suoi effetti collaterali, ciò non è tanto perché alcune persone mettono i pannelli solari sul tetto o perché un paese piccolissimo come la Danimarca si sta per produrre tutta l’energia con l’eolico – per ottime, sacrosante, importantissime e necessarie che siano entrambe queste cose e molte altre misure di questo genere (non vorrei esser frainteso) – quanto soprattutto perché  metà della popolazione mondiale vive ancora di piccola agricoltura di sussistenza, ovvero perché è composta ancora da contadini  (ed anche da pastori e pescatori) che non aderiscono – che sia per scelta o per impossibilità – all’economia consumista.  Non riconoscere a questo l’importanza che ha fa parte dell’incapacità propria della visione tipicamente occidentale, positivista e progressista – sempre impegnata nella sua costruzione di “mondi migliori” - di vedere a volte anche il valore semplicemente del &lt;span style="font-style:italic;"&gt;non-fare&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il vero problema oggi non è che nel mondo ci sono troppe persone che mangiano carne o pesce (a parte considerazioni di quantità, modalità di produzione e qualità), ma che ci sono troppe persone che vivono in città e che dipendono totalmente dal sistema consumistico.  Dipendono dalla possibilità di sprecare anche solo per sopravvivere.&lt;br /&gt;Dunque a me appare prioritario, di fronte a qualsiasi altra considerazione, che bisogna ci siano le possibilità economiche di sussistenza per chi ancora vive fuori da questi meccanismi per restarci e per chi ne vuole uscire per avere un’alternativa.  Quest’alternativa, su scala di massa, la può dare esclusivamente l’economia contadina.  Forme di economia che – al di là di come oggi potranno esprimersi esteriormente e culturalmente, e quindi a prescindere da aspetti estetici, ideologici e da qualsiasi tipo di “mistica” - possano essere definiti contadini per le loro oggettive caratteristiche strutturali e funzionali e il loro tipo di interazione ecosistemica. E perciò, se determinate attività di allevamento e pesca a livello contadino possono permettere una sussistenza (relativamente) liberata da questo sistema (e quindi costituire anche elementi di sostegno sottratti ad esso) è importante che queste ci siano, prima e al di sopra di ogni altra considerazione, se vogliamo guardare le cose in un’ottica ecosistemica e planetaria, per l'insieme dei diversi popoli della Terra nelle loro diverse condizioni e, viste le alternative, nell'interesse anche di tutte le specie viventi nel loro complesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se vogliamo rimanere sulle tematiche strettamente attinenti la prospettiva economica della Decrescita, potremmo, come giustamente dici, fermarci qui.&lt;br /&gt;Ma, quando si equipara ogni produzione e consumo di carne e pesce al nucleare; quando si presenta   come intrinseca alla Decrescita (che mi sembra essere &lt;span style="font-style:italic;"&gt;la&lt;/span&gt; via per salvare il pianeta) l'opzione vegetariana (e magari perfino vegana) la posizione è talmente manifestamente ideologica che non credo di tirarcelo io, ma è il discorso che si allarga da sé su altri piani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anch’io concordo con Pallante sul fatto che la visione della Decrescita non si riduce all’economia, ma ha la potenzialità di aprire una fase storica nuova al tempo stesso sul piano economico, su quello culturale e per una diversa visione del mondo.  Direi anzi che, in realtà, il cambiamento che comporta la proposta della Decrescita si trovi a buon diritto in primo luogo sul piano filosofico.  Però, il problema è che, se mettiamo le cose su questo piano nel presentare pubblicamente delle proposte “programmatiche”, cadiamo immediatamente nella debolezza della frammentazione.  Perché, sul piano filosofico o, come dici tu, di lungo periodo, ognuno di noi può avere la sua idea – ognuna diversa dall'altra per  fondamenti o anche per sfumature, che, in questi casi diventano regolarmente importantissime – ed è giusto che abbia la libertà di avercela.  Io, ad esempio, posso essere convinto che la meditazione sia una pratica che, su scala di massa, sarebbe in grado di per sé di cambiare il mondo in meglio; molto più di tante altre cose.  Ma non mi sognerei mai di porre questo come un punto necessario tra le proposte di un movimento che cerchi di operare una trasformazione del modello di società.  Si tratta di scelte personali, sulle quali ben venga il dialogo e il confronto, ma che su questo piano devono restare.  Se vogliamo attenerci ad una linea pragmatica faremmo meglio a limitarci ai punti  indispensabili per riconvertire l'economia verso livelli e modalità sostenibili, che siano così oggettivamente tali da poter aggregare un consenso da più parti e poter effettivamente ottenere qualche risultato.  Altrimenti staremo a definire con precisione filosofica quali sono i contenuti che  appartengono peculiarmente al pensiero della Decrescita distinguendoli da quelli del Bioregionalismo o da quelli (Dio ce ne liberi) del darwinismo sociale o di quant'altro.  Ma, all'atto pratico, temo non faremo che ripetere il destino – questo sì che ha una tradizione lunga e inconfondibile – delle Sinistre italiane radicali: quello di essere divise in gruppi e gruppetti, ognuna con una grande visione e mille “distinguo”.... e di contare perennemente come il due a briscola.    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; E mi ritrovo altrettanto nel riscontrare che, quando va prendendo forma un nuovo modo di pensare molti continuano a interpretarlo con le lenti dei concetti vecchi a cui già sono abituati. Ma il punto è capire qual è questo nuovo pensiero, perché a me pare di riscontrare questo tipo di atteggiamento equivocante proprio nelle tue parole, non nelle mie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A chi la attribuisci questa “mistica” della civiltà contadina e di tutto ciò che “odora di tradizione”? &lt;br /&gt;Non vorrei che mi proiettassi addosso l’immagine di qualcun altro.  Sai, anche con le persone capita di equivocare basandosi su incontri precedenti.  Io, se guardi bene, non ho “osannato incondizionatamente” proprio niente, però  ho elencato una serie di caratteristiche che definiscono il modo contadino di lavorare in agricoltura (gestire il proprio lavoro indipendente e la propria interazione ecosistemica) che sono tutte di tipo funzionale e non estetico-culturale o mitologico: sono tutte caratteristiche che puoi immaginarle tanto per un contadino antico-etnico-esotico-tradizionale  quanto per un neo-contadino che (per ipotesi) ama la musica rock e la sera beve birra  con gli amici, divorziato  (pure omosessuale se vuoi) e quant’altro. E per sgombrare il campo da altri ed eventuali equivoci ti dirò che se riconosco la realtà della violenza/sopraffazione come una componente della realtà lo dico solo come un dato di fatto e senza alcuna “mistica” di qualunque tipo la volessi immaginare – magari confinante con il darwinismo sociale o qualche altra amenità che non ha nulla a che fare con le cose di cui parlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È invece nel tuo modo di vedere che ci trovo, al contrario, un tipo diverso di “mistica”: la mistica del Progresso…..purtroppo un parente filosoficamente molto stretto della Crescita e dello Sviluppismo.&lt;br /&gt;Un’abitudine mentale che rispunta ovunque e che impedisce ancora di andare davvero al di là della dicotomia politico-filosofica destra-sinistra.  Forse soprattutto per chi viene da sinistra dato che, mentre per la destra il progresso si è sempre identificato di diritto con la volontà del potere (e quindi si è sempre concentrata – pragmaticamente - sui modi per prenderlo e mantenerlo) per la sinistra il progresso è sempre stato il fine supremo rispetto al quale il potere era solo il mezzo (diciamo, almeno per quelli ideologicamente onesti).  Lo sguardo era sempre rivolto a un qualche “sol dell'avvenire”: si è sempre trattato di creare un'umanità migliore, un mondo migliore; qualcosa che andava di molto al di là delle singole piccole questioni concrete sulle quali non ci si poteva unire a chi non aveva uno stesso così nobile obiettivo.  Meglio continuare a perseguire quello dunque e non perderlo di vista (la resa).....anche a costo di assistere al mondo che andava da tutt'altra parte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per non infrangere il tabù dell’intoccabilità del progresso si finisce troppo spesso per leggere le cose in modo fuorviante.&lt;br /&gt;Ad esempio: è un fatto di facile intuizione che i semi dell’oggi fossero presenti già ieri.  Certo, ma dove? Tu dici che il processo storico che porta al sistema della Crescita è iniziato nel neolitico (forse quando gruppi umani originariamente vegetariani, pacifici – ed immagino anche matriarcali, probabilmente? – avrebbero fatto un’improvvisa – questa sì – “sterzata senza preavviso” diventando cacciatori, carnivori e così poi pastori e perciò inevitabilmente guerrieri, conquistatori, monoteisti, patriarcali, fascisti, razzisti, sessisti ecc…?) e che i germi dell’industrialismo consumista attuale erano già presenti nella dimensione di vita contadina del passato.  Ma, nella tua visione storica di lungo periodo, tu forse dimentichi che civiltà agricole di ogni altra latitudine nel mondo non hanno dato origine a modelli economico-social-culturali in alcun modo simili a quello dell’occidente moderno e che neanche le stesse popolazioni contadine occidentali lo hanno fatto perché non sono mai state loro ad avere le posizioni di comando né di egemonia culturale nella civiltà occidentale.  Una cosa è riconoscere che la dimensione di vita che apparteneva alla gran parte della popolazione in epoca premoderna  era la civiltà contadina ed altro è dire che la visione del mondo occidentale moderna e capitalista che dopo una lunga incubazione si è manifestata come sistema della crescita infinita è la fase successiva della civiltà contadina.  Sarebbe come dire che un organismo devastato dai vermi è la fase successiva di quell'organismo quando era sano. Non è affatto così: è la fase successiva dello stadio larvale di quel parassita.  Se poi vogliamo parlare delle componenti di avidità, inconsapevolezza, egoismo, ristrettezza mentale, aggressività che anche fanno parte della natura umana, vabbé….ma credo fossero presenti anche prima del neolitico, quanto a questo, né, temo, basti essere vegetariani per liberarsene.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma se è del sistema della Crescita che vogliamo parlare, questo è nato tecnologicamente dall’industrialismo ed economicamente dal capitalismo – nonché culturalmente dall’illuminismo/progressismo – tutti fenomeni propri delle classi dominanti cittadine.  È nato dall’attitudine tutta occidentale, universalistica ed antropocentrica (o, se vuoi, umanista) di vedere l’essere umano come separato dalla Natura, la realtà come creazione culturale dell’uomo e per il resto come mèra materia grezza da trasformare in un mondo “migliore” a immagine e somiglianza delle proprie fantasie, aspirazioni, paure, della propria incapacità di stare anche un po’ in silenzio e contemplazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È del tutto falso e fuorviante dire che il sistema attuale della Crescita sia la prosecuzione in modo più “efficiente” di una sua versione precedente che ebbe forma contadina.  Bisogna capire che non tutto ciò che è esistito prima di una certa data ed avesse a che fare con l’agricoltura si possa indifferentemente definire “contadino” – senza parlare del resto dell’umanità fuori dall’Europa (quasi tutti contadini anch’essi che certo non hanno “prodotto” il sistema della crescita ma l’hanno totalmente subito).  Ed inoltre, di quale periodo della storia contadina dell’uomo stiamo parlando? Gli esseri umani ovunque sono stati (e sono tuttora in gran parte) contadini (e pastori e pescatori) non solo nell’ultimo secolo o due prima della rivoluzione industriale, ma per migliaia e migliaia di anni a dir poco e la loro economia è sempre stata di tipo sostanzialmente “circolare”, senza crescita e tendente al mantenimento delle risorse e degli stili di vita.  &lt;br /&gt;Dire che il sistema della Crescita sia la prosecuzione sotto altre spoglie di caratteristiche già insite nella civiltà contadina solo perché quest’ultima l’ha preceduta mi sembra una superficiale semplificazione, come dire che gli USA sono la prosecuzione dell’alleanza tra le tribù Sioux.  E neppure si può così facilmente sorvolare sulla fortissima stratificazione sociale che c’era al momento dell’avvio del capitalismo, della rivoluzione industriale e della modernità, per la quale fenomeni che avvenivano nella stessa nazione potevano benissimo avere origini in contesti materiali e culturali propri di una classe (in questo caso quella cittadina borghese) che rimanevano del tutto estranei a quelli di un’altra (quella rurale contadina) che fu letteralmente travolta e colonizzata dai processi in atto.  Questo senza “osannare”, idealizzare né misconoscere nulla.  Ma - anche senza neppure entrare nel merito di giudizi di valore - non si può mischiare tutto a proprio piacimento e chiamare questo “una visione storica di lungo periodo”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Né si possono mischiare cose che non c’entrano nulla come il Darwinismo sociale.  L’errore grossolano di questa corrente di pensiero familiare al fascismo – ma a ben vedere neanche così estranea al progressismo se la misuriamo su scala mondiale – non è nel riconoscimento che anche tra le società umane si affermano in termini di dominio e di egemonia anche culturale quelle più forti e più adatte a sfruttare le circostanze a proprio vantaggio, perché questo è solo un fatto.  Ma nell’attribuire a questo fatto un valore di superiorità oggettiva dei popoli/culture momentaneamente vincenti, quasi fosse il segno di una superiorità naturale e senza tener presente che in Darwin il successo evolutivo è indice di adattamento alle condizioni contingenti e non di una qualche “superiorità” (non c’è “superiorità” nella Natura: nessun “giardino dell’Eden”, nessuna “età dell’oro” né nel passato, ma neanche nel futuro).  Confondere la scala temporale dell’evoluzione biologica con quella delle società umane è sempre fonte di grossi guai.  Ma, anche restando sul tempo umano, dovremmo prendere atto che solo alcune società/culture tradizionali, tribali e contadine hanno saputo creare e mantenere una forma in grado di sopravvivere e durare davvero a lungo mentre grandi civiltà con i loro progetti di mondi migliori sorgevano e scomparivano.  Chi è stato allora il “vincente” sul lungo periodo?&lt;br /&gt;Non so però se tu, nel tirare in ballo il Darwinismo sociale, e denunciarne l’accettazione della violenza/sopraffazione come fenomeno presente nella competizione tra gruppi umani,  noti anche quest’altro aspetto, della presunzione di superiorità del vincitore, che lo caratterizza. &lt;br /&gt;È interessante, perché è un tema di fondo dell’ottica progressista, come lo è quello di mischiare ordine naturale ed ordine sociale, nella presunzione – questa davvero antropocentrica, anzi, prometeica – di poter agire sul primo come si può fare sul secondo (e, alla prova dei fatti storici, abbiamo visto che….. pure sul secondo,.. non è così semplice).  In realtà il successo evolutivo o la durata dei modelli sociali dipende dalle circostanze storico-ambientali, perché tanto il sistema degli aborigeni australiani che il celeste impero cinese son durati molto a lungo, ma sono finiti quando le condizioni rispetto alle quali rappresentavano un adattamento funzionale sono cambiate.  Un saggio modello di società dunque sarebbe quello di organizzarsi in modo da mantenere relativamente stabili (“circolari”) le proprie relazioni con l’ecosistema e con le altre società.  Tutt’altra impostazione del progressismo, direi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mischiare la possibilità (presunta, ma diamola per buona) di agire sul sociale umano con quella di poter fare lo stesso con l’ordine naturale in base all’idea che entrambi si costruiscano a partire dalla capacità di scelta ed azione conseguente degli individui (non solo umani mi pare di capire) e non in base ai limiti consentiti da condizioni contingenti date, dà luogo, mi sembra, ad un panorama abbastanza fantasioso come in una sorta di “evoluzionismo karmico” in cui forse gli animali carnivori hanno “scelto” di essere tali, l’oca di essere un consorte geloso e possessivo (chiuso in casa con la moglie a guardarsi “Porta a Porta” forse?) e la madre topo di essere una “compagna”  solidale e comunitaria e tutti insieme danno forma al mondo e concorrono alle sue tendenze evolutive un po’ come i vari gruppi socio-politico-culturali alla società.  Non so… se a questo punto volessimo concludere – perdonami la volgare ironia intesa davvero solo a sdrammatizzare – che le oche saranno pure di destra, ma la topa è di sinistra, mi pare non farebbe una grinza con questo tipo di ragionamento antropomorfizzante.  &lt;br /&gt;In questo contesto noi umani dovremmo dunque fare la nostra parte verso il raggiungimento di un qualche progresso – dovremmo fare le nostre scelte. Fare il nostro lavoro “politico” (evolutivo) all’interno della natura: dare la forma migliore all’ordine naturale, che, in fin dei conti, siamo noi.&lt;br /&gt;Ma, dire che l’ordine naturale siamo noi e che possiamo agire su di esso dandogli una forma secondo le nostre scelte (come si farebbe sulla società – sempre che questo sia possibile) equivale a dire che un ordine naturale semplicemente non esiste in quanto tale. E siamo alla solita vecchia storia progressista (ha almeno due secoli: è vecchia anche lei ormai, nonostante il nome) per cui la natura è materiale inerte per la costruzione del progresso, espressione suprema di noi umani – che poi, a ben guardare, siamo noi moderni e occidentali(/zzati), perché gli altri perlopiù se ne infischiano di queste cose.&lt;br /&gt;Dunque noi &lt;span style="font-style:italic;"&gt;possiamo&lt;/span&gt; migliorare il mondo e pertanto &lt;span style="font-style:italic;"&gt;dobbiamo&lt;/span&gt; farlo: abbiamo un ruolo salvifico verso un livello superiore, quello del progresso (moralmente inteso).  &lt;br /&gt;Come c’è chi crede che per superare la crisi della crescita ci voglia più crescita (magari di un altro tipo) così c’è, a un livello diverso, chi vorrebbe risolvere gli approdi disastrosi della modernità con un nuovo progressismo.  Ma mai si coglie l’occasione di capire che è da un piano del tutto diverso che occorre ripartire.  Direi che è una storia che ben conosciamo, come ne conosciamo i risultati piuttosto disastrosi, proprio per por rimedio ai quali ultimamente si stanno manifestando nuove prospettive di pensiero, come quella – almeno, secondo come l’ho capita io – della Decrescita.  Il tipo di rimedio (ed il tipo di ragioni) che la Decrescita va a porre non va inteso (secondo vecchie ottiche) in termini morali, ma in termini funzionali, oggettivi e pragmatici dati dai limiti fisici del pianeta.&lt;br /&gt;Il pragmatismo, il limitare gli obiettivi dei movimenti e delle loro campagne a singoli temi concreti, in quest’ottica, non è dunque solo tattico, ma significa aver consapevolezza che il punto è soprattutto rimediare ai gravissimi errori umani che agiscono a tanti livelli, non puntare a costruire una qualche utopia comunque sia concepita.  Limitarsi ad aggregare sostegno e consenso di diversa provenienza su una serie di punti concreti e strutturali che definiscano e realizzino un diverso modello economico già di per sé darebbe luogo ad  una società molto diversa e che avrebbe soprattutto un diverso impatto (una diversa compatibilità) verso il pianeta e le altre società, mentre quanto al modo in cui ne intendiamo il significato filosofico ed i valori fondanti potremmo anche lasciare questo alla dimensione personale e relazionale di ognuno.  E questo limitarsi si basa nella fiducia che nell’ecosistema pianeta Terra, nella Natura, una fondamentale sanità e saggezza c’è già, senza bisogno di missioni salvifiche umane.  E ci sarebbe anche negli uomini, se un po’ più alla Natura (ed alla pura e semplice accettazione della sua biodiversità si riavvicinassero).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E qui arriviamo al punto dell’ordine naturale che è poi quello sul quale, a mio avviso, si esprime nel modo più chiaro la tua visione fondamentalmente progressista – che, nello spostarsi dal piano sociale a quello biologico/evoluzionistico/planetario si manifesta esplicitamente come una “mistica”. &lt;br /&gt;E’ certamente vero che l’ordine naturale non è qualcosa di statico, dato una volta per sempre.  Non c’è nulla di così “fisso” nell’universo.  Ma qual’è la sua scala temporale? La Natura, come la conosciamo oggi (e pure quella che vive dentro di noi), i suoi equilibri, le sue leggi e le caratteristiche, i comportamenti – come anche i limiti – propri dei diversi esseri viventi sono il risultato della somma delle esperienze e delle interazioni di tutte le forme di vita che si sono succedute in milioni e milioni di anni  condizionate a loro volta dalle leggi fisiche, chimiche, biologiche, dalla struttura del sistema solare e dell’universo ecc… Tutte cose certamente non statiche, ma che esistono (o meglio avvengono) su tempi evolutivi così lunghi che noi dobbiamo rispettarne i risultati come fossero eterni.&lt;br /&gt;Sappiamo pure che la curva del tempo vicino al Sole o a Giove, a causa della loro massa, non sarebbe la stessa che sulla Terra, ma, all’atto pratico, questo ci cambia qualcosa quanto a come vivere qui? &lt;br /&gt;Credo dovremmo uscire un po’ di più dall’astrattismo occidentale e ricordare che la nostra vita è in primo luogo fisica e la nostra esperienza in primo luogo empirica, e diretta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed è senz’altro altrettanto vero che l’ordine naturale siamo ANCHE noi, ma &lt;span style="font-style:italic;"&gt;anche&lt;/span&gt;; insieme ad un’infinità di altre cose e forme di vita molto diverse da noi – che non tutte possiamo né potremo mai comprendere del tutto.  Dobbiamo rassegnarci al fatto che la realtà – nonostante la nostra evoluta intelligenza – va infinitamente al di là di noi.  E che perfino al nostro interno la nostra parte cosciente, pensieri, opinioni, aspirazioni, sentimenti ecc… è solo una frazione parzialissima di ciò che siamo.  Siamo parte dell’ordine naturale soprattutto come corpo, energia, vita: qualcosa in cui l’aspetto teorico, culturale e ciò che sta nella nostra capacità di scelta e di controllo è limitatissimo e non riguarda le cose fondamentali.  È veramente un’ingenuità moderna e progressista credere di poter trattare con l’ordine naturale delle cose come con le nostre analisi sulla società.&lt;br /&gt;Non è un caso che ogni sorta di utopia sociale non si sia mai realizzata.  Perché, non solo erano insufficienti i presupposti al livello dell’analisi dell’ordine sociale, ma anche quelli (spesso del tutto assenti) relativi al nostro posto nell’ordine naturale.  Forse è proprio questione in primo luogo di mettere un po’ d’ordine: noi umani apparteniamo alla Natura e non viceversa, tanto è vero che potremmo benissimo scomparire senza danno per l’insieme del pianeta (anzi)….e figuriamoci poi per l’universo.  Bisogna riconoscere che la nostra condizione di base è un ordine naturale che ci comprende e che ha preso forma – dinamicamente – in un tempo immensamente più ampio della nostra comprensione (quella reale, non quella teorica della curva del tempo su Saturno). Quando condizioni e risposte si sono ripetute funzionalmente fino a diventare una costante si sono manifestano delle “leggi” o caratteristiche della realtà che sono quelle della vita su questo pianeta.  Per noi umani queste cose sono fondamentali, eterne – anche se sulla scala dell’universo possono essere momentanee e potranno cambiare.  Quel giorno noi, anche come specie – e probabilmente il nostro stesso pianeta – non ci saremo più da un pezzo.&lt;br /&gt;Queste “leggi” ci assegnano certi “limiti” solo all’interno dei quali - è evidente che a questo punto siamo molto al di là del discorso vegetariani o meno - possiamo vivere armonicamente con il mondo e con noi stessi.  Queste “leggi” dobbiamo comprenderle, vederne l’impersonale intelligenza intrinseca e ad esse imparare ad adeguarci.  Non c’è altro da fare.&lt;br /&gt;Poi, sulla base di questo – cosa per la quale occorre prima sapersi fermare e cercare di capire –  possiamo agire e lavorare per cercare di modificare le nostre società nel modo più giusto ed equilibrato secondo il punto di vista di noi umani (o quantomeno della maggior parte possibile).  Ma si tratta di una cosa che – a parte i danni che altrimenti potremmo fare e che stiamo facendo – non è di così grande rilevanza per l’insieme della vita sul pianeta.&lt;br /&gt;Qui sta la “piccola” differenza tra il mio atteggiamento e quello del sig.Rossi, caro Filippo, la cui equiparazione, scusami, ma mi sembra sia una cosa che sta, come si suol dire, “fuori dalla grazia di Dio”.  E’ come equiparare un monaco zen che medita in un monastero ed un autistico grave in un ospedale psichiatrico perché entrambi passano delle ore immobili senza cambiare posizione.&lt;br /&gt;Laddove il proverbiale sig.Rossi si adegua ad un ordine che lo danneggia, ma che in certa misura gli appartiene, lo riguarda direttamente e che lui di fatto contribuisce a creare e/o a mantenere e dunque effettivamente potrebbe cambiare (almeno per l’effetto che ha su sé stesso), l’ordine naturale è qualcosa a cui noi apparteniamo, che è la nostra stessa natura – che ce ne rendiamo conto, e che ci piaccia, o no – che si trasforma su una scala temporale sulla quale noi non possiamo intervenire se non a livelli inconsci, genetici, su quel piano in cui il corpo e la mente sfumano l’uno nell’altra e ai quali ci possiamo cominciare ad avvicinare solo quando cominciamo a fermarci, porre fine ai danni che creiamo con i nostri sogni prometeici e a pensare un po’ alla qualità della nostra vita reale attuale (e non quella di un radioso domani) e cambiare in essa ciò che va cambiato a partire dalla base di un riconoscimento profondo nella Natura e nel suo ordine. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Possiamo riconoscere ed onorare l’infinita serie di esperienze ed interazioni e dunque la saggezza della quale è forma, cercare di capirlo per quanto possiamo ed interagire con esso nel modo meglio armoniosamente inserito possibile adeguandoci alle sue caratteristiche.  &lt;br /&gt;Sulla base di questo fondamentale adeguamento, limitatamente a ciò che può essere “inventato” all’interno del nostro mondo sociale e culturale – che è la forma di adattamento evolutivo propria della nostra specie umana – possiamo esercitare la nostra ampia facoltà di scelta che non è piccola, a cui non dobbiamo rinunciare e che certo non va sprecata.&lt;br /&gt;Non senza seguire il principio che ha prodotto sempre tutte le forme di questa storia evolutiva senza direzione: quello di rispondere alle circostanze e rispettare un senso della misura e delle proporzioni.  &lt;br /&gt;Non solo per limitare il “peggio”, ma anche per limitare le pretese di “meglio”, che hanno fatto – proprio con le migliori intenzioni – già troppi danni.&lt;br /&gt;Essere appieno ciò che già siamo realizzando noi stessi all’interno dei limiti del posto che ci è proprio secondo l’armonia degli equilibri ecosistemici. &lt;br /&gt;E vivere, senza metterci dell’altro sopra, è l’ordine naturale.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-4227223981920182561?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/4227223981920182561/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=4227223981920182561&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/4227223981920182561'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/4227223981920182561'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2010/10/decrescita-contadini-e-vegetarianesimo.html' title='Decrescita, contadini e vegetarianesimo - Uno scambio di opinioni con Filippo Schillaci del Movimento per la Decrescita Felice'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-1587649747583984634</id><published>2010-10-23T15:11:00.001+02:00</published><updated>2010-10-23T15:13:38.901+02:00</updated><title type='text'>Presentazione della  Carta per il rinascimento della campagna</title><content type='html'>.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;di Vandana Shiva&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche se potete pensare che i nostri contadini indiani siano al sicuro nelle loro libertà, devo ricordare che le stesse leggi e politiche che hanno distrutto le basi su cui si reggevano i piccoli contadini in Italia, gli stessi processi sono stati avviati anche in India in questo periodo e i nostri sforzi e la nostra lotta è la stessa, per una medesima libertà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono tre i processi coi quali le libertà dei contadini sono soffocate: il primo è il furto dei semi, la trasformazione dei semi in un prodotto industriale e attraverso questo in proprietà intellettuale di cinque società monopolistiche mondiali per mezzo dell’ingegneria genetica e dei relativi brevetti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In Europa alcune di queste libertà sono state spazzate via senza che la gente se ne accorgesse. Ma quando in India hanno tentato di introdurre i brevetti sui semi o imporre la coltivazione di sementi registrate, facendo in modo che lo stato acquistasse il potere di dare il permesso al contadino di coltivare o meno un dato seme, abbiamo cominciato un grande movimento gandhiano che abbiamo chiamato il satyagraha dei semi, un po’ come il satyagraha del sale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ricordate che quando gli inglesi decisero di istituire il monopolio del sale, Gandhi fece una marcia fino alla riva del mare e disse che avevamo bisogno del sale per la nostra sopravvivenza: la natura ce lo dà gratis, ci faremo il nostro sale e non permetteremo che farsi il sale diventi un reato. Ci siamo ispirati a quell’episodio e abbiamo detto: «La natura ci da gratis la biodiversità e i nostri antenati da tempo immemorabile hanno migliorato queste varietà usandole, sappiamo a chi e come possono dare da mangiare, non permetteremo che conservare e scambiare i nostri semi diventi un reato». Gandhi ha anche detto che è solo se ci facciamo dominare da leggi ingiuste che le leggi ingiuste possono stare in vigore. Perciò la Carta per il Rinascimento agricolo che viene proposta qui contiene la decisione di non essere governati da leggi ingiuste. E ricordo che il Manifesto dei semi che abbiamo scritto insieme alla Commissione Internazionale sul futuro del cibo ha fatto sì che la Regione Toscana applicasse queste regole della libertà per il contadino di avere le proprie varietà e scambiarle liberamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il secondo sistema col quale il piccolo contadino viene mandato a gambe all’aria o riempito di un numero insopportabile di regole è il falsissimo argomento della sicurezza alimentare. Eppure tutti gli attentati alla nostra sicurezza alimentare vengono dai processi industriali. I danni vengono dalle sostanze chimiche messe dalle industrie negli alimenti, dai pesticidi usati per coltivare a macchina le piante alimentari, dalle sostanze chimiche usate per trasformare gli alimenti e dalle condizioni in cui vengono allevati gli animali nei capannoni delle fabbriche. Ovviamente molti alimenti sono prodotti in processi industriali, dove migliaia di galline e migliaia di mucche sono tenute insieme in capannoni nelle condizioni ideali per lo svilupparsi di malattie. &lt;br /&gt;Flagelli come la mucca pazza e l’influenza aviaria sono stati generati dai processi industriali ma queste leggi di falsa sicurezza non ne tengono conto e provocano due conseguenze. &lt;br /&gt;Per prima cosa impongono i parametri industriali sul singolo piccolo contadino per impedirgli di essere libero e perciò di essere vitale. E la seconda cosa che fanno è distruggere i piccoli contadini privilegiando questi parametri e rendendoli obbligatori per tutta l’agricoltura e la società.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Voglio fare solo due esempi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1998 l’industria della soia negli Stati Uniti decise di impadronirsi del mercato mondiale dell’olio alimentare, ma già all’epoca la maggior parte della soia coltivata negli USA era geneticamente manipolata. In India abbiamo degli oli meravigliosi, non abbiamo olio d’oliva ma abbiamo il nostro olio di senape, abbiamo l’olio di sesamo, l’olio di cocco e ogni cucina regionale decide liberamente l’olio da usare in base alle piante che si coltivano tradizionalmente nella zona.&lt;br /&gt;Così nel Kerala c’è l’olio di cocco, nell’India settentrionale l’olio di senape ecc. I gruppi di pressione legati all’industria della soia hanno manipolato la nostra situazione e sono riusciti a ottenere, dai governanti e funzionari ai vari livelli, la messa al bando degli oli indiani non ottenuti industrialmente ma prodotti nei frantoi a freddo dei villaggi. Questi frantoi funzionano in certi casi con un solo animale e un contadino può portarci a frangere anche un quintale di semi appena. È l’olio più puro, sicuro e naturale che possa esistere. Porti i tuoi semi oleosi, le tue noci, il tuo cocco e tutto succede lì davanti ai tuoi occhi, e ti riprendi il tuo olio. Il frantoiano non può far altro, è suo interesse, che proteggere la sicurezza dell’olio anche perché si prende la sua percentuale. È un’economia senza denaro e i tuoi occhi comunque sono là a garantirne la sicurezza. Non c’è bisogno di polizia, di controlli esterni, perché le persone che vivono con te nei villaggi non saranno loro a consentire che si peggiori la qualità dell’olio. Ma sono riusciti a bandire questi oli. Allora ho cominciato un satyagraha, un movimento di disobbedienza civile. Ho chiamato il presidente del Consiglio dei Ministri a Delhi e gli ho detto:»Hai messo al bando i nostri oli tradizionali e i contadini dei villaggi sono in marcia; dicono che non possono mangiare cibi cotti con l’olio di soia. I nostri bambini non mangiano quella roba, vanno a letto con la fame, fai qualcosa.»  Siamo arrivati marciando a migliaia nelle vie di Delhi, abbiamo rovesciato la soia nelle strade e abbiamo avvisato che avremmo violato il bando e disobbedito ai divieti, avremmo prodotto l’olio più sano di tutti: l’olio di senape. «E voglio che tu riceva in dono la prima bottiglia». Il Primo ministro ha perso il posto ma l’olio si è salvato. La legge è ancora là sulla carta ma non può essere usata per minacciare la gente e costringerla a abbandonare le sue coltivazioni tradizionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’altro caso lo si è visto in televisione tutti i giorni per diverso tempo: si tratta della folle gestione dell’influenza aviaria. L’influenza è cominciata nei capannoni degli allevamenti industriali di polli ma si sono visti regolarmente uomini vestiti di tute lunari scendere nei villaggi, arraffare le galline e macellarle: in Vietnam, in Tailandia, in Indonesia, in Birmania, in India, perché l’Asia è l’ultima riserva di galline che vivono libere. &lt;br /&gt;Le grandi società hanno usato la diffusione dell’influenza aviaria provocata da loro affinché, invece di chiudere gli allevamenti industriali di polli, venissero vietate le galline libere e fatti chiudere gli allevamenti all’aperto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parlando di galline mi viene in mente una conversazione che ho avuto con un giovane amico tedesco nella quale ci siamo resi conto che i piccoli contadini in India sono come le galline in libertà, che sanno come tirar su i propri vermi, cosa mangiare, sanno vivere senza un capitale e senza una gabbia. E il piccolo coltivatore diretto europeo è come una gallina di un allevamento industriale a cui è stato fatto credere che la gabbia è l’unico posto dove si può stare. Ma adesso dobbiamo mettere insieme i movimenti, il nostro delle galline libere per evitare di esser spinte dentro le batterie industriali e il movimento di voi che siete stati in gabbia e volete venir fuori all’aperto, perciò il nostro luogo d’incontro è la porta dell’allevamento in batteria dove voi rifiutate di restare e noi rifiutiamo di entrare, così che insieme possiamo, uniti, riprenderci e difendere le nostre libertà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Carta per il Rinascimento e la liberazione del piccolo contadino che si presentata qui è molto importante per i contadini di tutto il mondo e vorrei trasformare questo in un dibattito globale in modo che, come abbiamo preparato un manifesto sul futuro del cibo e sul futuro dei semi, si prepari anche un manifesto sul futuro del piccolo contadino in quanto dichiarazione della nostra libertà e indipendenza. Questa dichiarazione è diventata un imperativo scientifico, una necessità per poter far arrivare il cibo alla gente, una necessità per proteggere il pianeta.&lt;br /&gt;La libertà del piccolo contadino non assomiglia alla libertà delle società monopolistiche multinazionali. &lt;br /&gt;Le società si prendono la libertà allo scopo di inquinare, avvelenare, distruggere. Quando i piccoli contadini si prendono la libertà lo fanno per nutrire il mondo e questo diventerà sempre più importante nei prossimi anni. &lt;br /&gt;La stessa industria che dieci anni fa’ tentò di costringerci a bere, mangiare e cucinare con il suo olio di soia geneticamente modificato, oggi trova più vantaggioso, a causa dei sussidi governativi, usare quell’olio come carburante per le macchine. Tutta questa nuova corsa alla produzione industriale di biocarburanti invece di alimenti dalle piante, ha fatto raddoppiare i prezzi del cibo. Secondo i miei calcoli non c’è abbastanza terra nel mondo per sostituire i carburanti fossili necessari a far funzionare il sistema industriale. &lt;br /&gt;Se il prezzo del cibo è raddoppiato in un anno è segno che non ci sarà da mangiare per la gente. Voi avete l’aumento della pasta, il Messico l’aumento delle tortillias, noi abbiamo l’aumento dei chapati e del riso e i prezzi degli alimenti hanno superato le capacità di spesa del 60% dell’umanità.&lt;br /&gt;Quello che nessun governo è in grado di controllare è la rabbia della gente quando i prezzi degli alimenti non sono più alla sua portata. Perciò assisteremo a una crescente instabilità sociale e in questo contesto il piccolo contadino, le produzioni locali, la distribuzione su piccola scala a livello locale, la vendita diretta, sono la sola sicurezza futura, se non le ricostruiamo non ci sarà nessuna sicurezza alimentare. Ecco perché il piccolo contadino deve essere libero: affinché il resto della società possa essere liberata dal pericolo della fame.&lt;br /&gt;È per questa ragione che dobbiamo difendere con decisione i piccoli contadini e la loro libertà, proprio per i prezzi che, senza di loro, il pianeta sarebbe costretto a pagare, compresa la catastrofe climatica e il caos. Secondo le ricerche che ho fatto in occasione del nuovo manifesto sul futuro del cibo in un periodo di cambiamento climatico, circa il 25% delle emissioni di gas serra che stanno cambiando il clima dipendono dal modo con cui vengono prodotti e distribuiti gli alimenti. &lt;br /&gt;Se lavoriamo in modo ecologico, con piccole aziende agricole locali, possiamo eliminare da un giorno all’altro il 25% delle emissioni. &lt;br /&gt;In questo impegno, coloro che si sono battuti dalla parte della terra, che hanno lavorato per il suolo, coloro che capiscono l’ecologia dei processi in agricoltura, troveranno nelle piccole realtà agricole e nella coltivazione ecologica il vero sbocco del movimento ecologista. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sfortunatamente molti amici dei nostri movimenti che lavorano seduti negli uffici, con le carte, costruendo le campagne di mobilitazione, improvvisamente sono nel panico per il cambiamento climatico. Ma da ora in poi sarà il movimento per i piccoli contadini la guida nell’indicare i veri obiettivi ecologici per cui operare. &lt;br /&gt;La passata generazione dei movimenti ecologisti è obsoleta per il nostro tempo, con le loro concezioni di una natura selvatica e senza gli esseri umani, non possono più essere liberanti, possono solo peggiorare la situazione. Perciò il movimento per i piccoli contadini è il solo movimento ecologista autentico e reale oggi nell’offrire soluzioni agli enormi problemi che abbiamo davanti.&lt;br /&gt;La terza ragione per cui abbiamo bisogno di questo rinascimento dell’agricoltura fondato sul piccolo contadino è perché si tratta di un imperativo scientifico. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono una scienziata e considero un abuso trattare nello stesso modo l’agricoltura chimica e quella biologica, l’industria degli affari della Carghill nei campi come l’agricoltura di un piccolo contadino. Le azioni sono diverse, i metodi sono diversi, e i prodotti che ne risultano sono diversi. L’unica cosa che la scienza esige è la capacità di distinguere fra cose diverse. Non è scienza quando cose diverse sono messe nella stessa scatola e trattate come un’unica cosa. Alimenti contaminati chimicamente, cibi che hanno viaggiato per migliaia di chilometri producendo enormi quantità di emissioni di ossido di carbonio non possono essere trattati come i cibi coltivati con cura e amore e distribuiti faccia a faccia nell’ambito dei rapporti umani di una comunità. Sono diversissimi nella loro condizione e sono diversissimi nelle loro qualità intrinseche. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo bisogno di dare riconoscimento al buon cibo, abbiamo bisogno della libertà di evitare i cibi cattivi. &lt;br /&gt;Sono consapevole che tutta l’offensiva contro la buona agricoltura, e la buon agricoltura si basa necessariamente sul piccolo contadino, ha tre origini.  &lt;br /&gt;Una è il paradigma industriale, il modo industriale di guardare al mondo, di vederlo come una macchina, cioè la visione meccanicistica;  la seconda viene dal fatto che da tempo si è formata una discriminazione culturale contro coloro che producono il cibo, considerato il lavoro di minor valore e io penso che sia giunto il momento nell’evoluzione umana in cui questo lavoro deve cominciare ad essere considerato il più importante, la maniera più alta di vivere e servire la terra e la gente: si tratta di una questione culturale. E la terza origine viene dalle grandi società internazionali solo avide che manipolano i regolamenti e le leggi, e in totale consapevolezza snaturano il sistema della libertà economica per instaurare il loro monopolio. E noi dobbiamo affrontare tutte e tre questi motivi. Dobbiamo affrontare il paradigma industriale, meccanicista, dobbiamo affrontare l’esclusione culturale contro le aree agricole. E naturalmente dobbiamo affrontare le società monopolistiche, le loro bugie e le loro distorsioni della realtà.&lt;br /&gt;Se io potessi morire dopo che avremo riportato i contadini al centro del pensiero economico e al centro del rispetto sociale, avrei vissuto una vita degna di essere vissuta.&lt;br /&gt;E stando seduti in questa bellissima sala rinascimentale, con la frase «provando e riprovando» scritta qua sopra, non dimentichiamo che mentre le regole che hanno distrutto la terra e il suolo manifestano il proprio fallimento, abbiamo di nuovo bisogno del contadino, di ricostruire i nostri poderi, di provarci e riprovarci ancora senza mai stancarsi. Nella storia l’insaziabile avidità degli imperi ha distrutto la terra, ha distrutto l’economia agricola ed è stata il fondamento della loro rovina e poi di nuovo il suolo recupera e le comunità agricole rinascono. Così proviamo e proviamo di nuovo: è già successo, dobbiamo continuare a farlo, ma siamo in un momento unico della storia per dare inizio a questa chiamata al Rinascimento agricolo nelle campagne.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CARTA PER IL RINASCIMENTO DELLA CAMPAGNA&lt;br /&gt;E DELLE LIBERTÀ ORIGINARIE  DEI CONTADINI E DEI POPOLI INDIGENI&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;PRINCIPI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’agricoltura con le attività forestali è indispensabile alla sopravvivenza umana.&lt;br /&gt;La campagna provvede a tutti i bisogni fondamentali di acqua, aria, biodiversità, cibo, energia, fibre (cotone, lana, lino ecc) e a tutti i materiali da costruzione. &lt;br /&gt;La terra è sacra, non l’abbiamo fatta noi. È la dimora naturale di ogni essere vivente. &lt;br /&gt;Sulla terra si fonda l’identità delle comunità umane se non è alienata, frammentata e non è basata su mere considerazioni utilitaristiche.  &lt;br /&gt;Il suolo su cui camminiamo è mescolata la polvere dei nostri antenati; i nostri corpi, morendo, arricchiscono la terra dimostrando che essa non ci appartiene ma noi apparteniamo alla terra.&lt;br /&gt;La campagna è una comunità vivente di innumerevoli organismi e come un corpo deve essere nutrita, curata, fatta riposare. Si parla con lei attraverso il proprio corpo.&lt;br /&gt;La campagna è essenziale per rigenerare la società umana, perciò occorre arricchire le campagne, riscoprendone la sacralità.&lt;br /&gt;Tutte le civiltà si basano sull’agricoltura, compresa quella industriale, ma nessuna è stata così distruttiva per la natura come la nostra che è perciò la più fragile di tutte. &lt;br /&gt;Le tecnologie industriali applicate alla terra — prodotti chimici di sintesi come diserbanti, concimi chimici, anticrittogamici, macchine a energia fossile, sementi geneticamente manipolate, monocolture di merci per il mercato internazionale, che modificano il paesaggio per renderlo funzionale alle macchine — non sono  agricoltura ma attività industriali, e non devono godere di privilegi per “pubblico interesse”. &lt;br /&gt;Il furto anche di una sola mela è un reato punito penalmente, ma il saccheggio sistematico dell’eredità genetica e l’inquinamento dei cicli alimentari con conseguenze immense sulle popolazioni, non è considerato illegale dai governi, eppure viola i diritti fondamentali di tutti i popoli. Non c’è profitto derivante da questa distruzione che possa giustificarla. &lt;br /&gt;La terra non è e non sarà mai una merce. È un bene comune. Il suo destino naturale è l’uso e il godimento comune. &lt;br /&gt;Comune è l’aria che gli alberi e i venti rendono pura, comune è l’acqua che le radici delle piante, le rocce, le cascate rendono potabile e salutare come nessun impianto tecnologico può fare, comune è l’humus che si forma sotto gli alberi e nei campi ben coltivati perché arricchisce la catena alimentare, la quale è comune anch’essa insieme al polline dei fiori e a tutto ciò che serve a far vivere gli insetti, gli uccelli, gli animali e le piante selvatiche, delle quali comuni sono i semi spontanei così come quelli delle piante coltivate, selezionate dall’opera di tanti contadini e comunità indigene anonime che da sempre hanno lasciato in eredità gratuita a tutte le generazioni i risultati delle loro fatiche e scoperte. Comune infine è la terra per le popolazioni tribali. Ma anche nelle società contadine in cui è ben instaurata la proprietà privata, restano forme di usi civici e comuni sono le strade vicinali, la rete dei fossi, le sponde dei fiumi e i ruscelli, l’uso delle sorgenti liberamente aperto alla sete dei vicini e dei viandanti.&lt;br /&gt;Coloro che conservano e trasmettono questa ricchezza insostituibile, obbedendo alle leggi naturali di alimentazione delle piante, migliorando la depurazione naturale e l’accumulo delle acque nelle falde, aumentando l’assorbimento di anidride carbonica e di acqua nelle biomasse sotto forma di humus, arricchendo i suoli, neutralizzando e trasformando le sostanze tossiche in utili e sane, proteggendo la terra dall’erosione, aumentando e migliorando la qualità degli alimenti per se stessi e le comunità locali, imprimendo sul paesaggio i segni della bellezza domestica, svolgono il lavoro fondante il pubblico interesse. Questo lavoro precede e supera quello degli stati e delle organizzazioni internazionali.&lt;br /&gt;I contadini e i popoli indigeni non sono produttori di merci, sono guardiani della terra e della nostra sopravvivenza comune. Producendo beni strategici per la loro sussistenza, nutrono il paesaggio e lo umanizzano, cioè lo rendono domestico per la comunità di esseri, viventi o meno, a cui apparteniamo.&lt;br /&gt;Le culture contadine e indigene sono orali, perché si basano su un’intelligenza e intuizione analogica e simbolica diretta, un linguaggio comune con la natura: scrivono nel paesaggio, con le piante, gli animali, gli strumenti e i beni che producono, non sulla carta. Nel loro operare lasciano spazio alle voci e al silenzio di tutti gli esseri viventi.&lt;br /&gt;Le comunità contadine e tribali applicano l’etica della sussistenza, cioè  soddisfano i loro bisogni essenziali direttamente dalla natura, rispettandone l’ordine, in economie locali di circuito, fondate su pratiche di coltivazione e uso della terra ereditate da saperi e abilità ancestrali che comportano l’impegno continuo a mantenere e ricostruire equilibri naturali, sociali e culturali. Il ciclo alimentare è per sua qualità intrinseca locale, finalizzato alla sussistenza.    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DOVERI NATURALI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lavoro dei piccoli contadini e dei popoli tribali che obbediscono all’etica della sussistenza, in quanto la protezione e cura che dedicano ai loro luoghi ha effetti sul mondo intero, adempie ai seguenti doveri:&lt;br /&gt;- conservare e arricchire il suolo, usando le biomasse per moltiplicare l’humus;&lt;br /&gt;- favorire il manto vegetale perenne sia di leguminose che di siepi e alberi, rispettando la necessaria e salutare convivenza del maggior numero di specie;&lt;br /&gt;- aumentare la capacità di assorbimento delle acque nel suolo, nelle falde e sorgenti e proteggerne la potabilità locale e gli altri usi comuni;&lt;br /&gt;- curare i suoli tramite la manutenzione e adattamento di fossi, viottoli, muri a secco, ciglionature, strade vicinali, campi terrazzati ecc.&lt;br /&gt;- migliorare le varietà e il ripopolamento delle specie vegetali e animali adattate ai luoghi aumentando così la biodiversità ed evitando le monocolture;&lt;br /&gt;- curare la pulizia delle loro abitazioni, la salute dei loro alimenti e territori che abitano senza prodotti tossici, di sintesi e di plastica;&lt;br /&gt;- produrre alimenti ugualmente sani per se stessi e per gli altri;&lt;br /&gt;- rispettare la sovranità alimentare, cioè l’autosufficienza regionale: infatti solo se ogni popolo si nutre coi prodotti della sua terra è sicuro della sua indipendenza politica e di non rubare alimenti agli affamati dei paesi poveri;&lt;br /&gt;- fare la manutenzione delle parti comunitarie della terra, dell’accessibilità dell’acqua da bere per la sete dei viandanti, delle strade vicinali, dei boschi e degli altri percorsi tradizionali;&lt;br /&gt;- praticare e trasmettere le loro culture orali, che non escludono nessun essere vivente, e difendono il silenzio come diritto di uso civico;&lt;br /&gt;- tendere allo stadio climax e alla massima simbiosi degli esseri umani con le altre forme viventi e i loro sostrati minerali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DIRITTI NATURALI DEI CONTADINI E DEI POPOLI INDIGENI&lt;br /&gt;Conseguentemente, chi opera sulla terra in violazione dei suddetti doveri non può vantare alcun diritto di precedenza e non può indennizzare le popolazioni con esborsi economici ma solo ripristinando l’ecosistema locale o bacino imbrifero nelle condizioni precedenti ai danni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi opera sulla terra per fini di profitto esercita un’attività industriale e deve essere sottoposto a ogni regolamento, certificazione, controllo sanitario ecc. riservato a tali attività, rispettando tassativamente i  limiti imposti dalle leggi nelle forme indicate dallo stato in cui opera. Gli Stati agiscono illegittimamente ogni volta che garantiscono alle imprese industriali diritti che sono in conflitto coi diritti tradizionali dei contadini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A coloro che, anche soltanto su un fazzoletto di terra, assolvono i suddetti doveri appartengono i seguenti diritti originari, inalienabili e imprescrittibili:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) il diritto di conservare la prosperità e la natura comunitaria della terra che rende immorale e illecito ogni e qualsiasi esproprio, anche per pubblica utilità, in quanto la pubblica utilità di chi esercita i doveri di cui sopra è superiore a ogni altra utilità;&lt;br /&gt;2) il diritto all’analfabetismo, cioè il diritto di vivere e comunicare per mezzo di una cultura orale in tutto ciò che riguarda la campagna e le sue opere, il che comporta il divieto di obblighi scritturali o elettronici o certificatori di alcun genere per le attività contadine che saranno esclusivamente a carico degli uffici burocratici, per i popoli tribali ciò comporta anche il divieto di pretendere una documentazione scritta di proprietà della terra, bastando l’uso prolungato ab immemorabili;&lt;br /&gt;3) il diritto alla gratuità dello scambio e della selezione dei semi che comporta il divieto di brevettare esseri viventi ancorché manipolati dalla scienza e dalla tecnica. Le varietà adattate ai luoghi fin da tempo immemorabile sono state il risultato attività svolte gratuitamente per il bene della comunità;&lt;br /&gt;4) il diritto di accesso all’acqua e il divieto di qualsiasi attività che comprometta le falde, privatizzi le acque e ne riduca la disponibilità per i piccoli contadini, le popolazioni indigene o gli  residenti/utenti;&lt;br /&gt;5) il diritto al regime di esenzione dalle norme igieniche imposte dai governi: gli organismi sanitari di controllo hanno l’onere della prova nel caso sostengano che specifiche pratiche tradizionali adottate dall’agricoltura contadina provochino danni alla salute del suoi utenti.&lt;br /&gt;6) il diritto al regime di esenzione dalle norme commerciali in quanto le attività di vendita diretta al pubblico e a dettaglianti da parte dei contadini e indigeni sono sempre state libere e non considerate attività commerciali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Giannozzo Pucci, Vandana Shiva, Wendell Berry, Maurizio Pallante&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-1587649747583984634?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/1587649747583984634/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=1587649747583984634&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/1587649747583984634'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/1587649747583984634'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2010/10/presentazione-della-carta-per-il.html' title='Presentazione della  Carta per il rinascimento della campagna'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-2295993790771499451</id><published>2010-10-16T22:05:00.002+02:00</published><updated>2010-10-16T22:15:10.402+02:00</updated><title type='text'>Decrescita e Sviluppo Sostenibile: una con-fusione da rifiutare</title><content type='html'>.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho assistito alla tavola rotonda/dibattito che si è svolta sabato 9 a Perugia dopo l’intervento di Maurizio Pallante al meeting su “Progettare il futuro” ed ho potuto constatare quanto sia difficile far passare il messaggio della Decrescita presso interlocutori che – pur disposti al dialogo -  sono comunque persone ben inserite nel sistema della crescita e portatori dunque di mentalità ed interessi ad essa legati, politici e non. &lt;br /&gt;    La riflessione che ho tratto da questo incontro è la seguente: chi non capisce il vero contenuto del messaggio della Decrescita – o chi ha interesse a “disinnescarne” la potenziale radicalità – cade spesso in con-fusioni ed equivoci che, in buona o in cattiva fede, si presentano solitamente in due varianti: prima di capirla, la Decrescita viene confusa con la recessione e, dopo averla “capita” , con lo “sviluppo sostenibile”.  Ai politici e gli amministratori specialmente “di sinistra” - che devono cercare di cavalcare ogni sorta di contraddizioni e rimanere comunque in sella – è soprattutto questo secondo tipo di equivoco ad essere indispensabile, perciò cercano spesso di minimizzarlo riducendolo a una disquisizione nominale, un po’ oziosa ed inutile, come di qualcuno che la usa strumentalmente per distinguersi da chi già è lì a fare il lavoro che va fatto, ovvero il cosiddetto “sviluppo sostenibile”. In quella occasione mi è sembrato ci fosse chi arrivava quasi a rivendicare una sorta di (concettualmente acrobatica)  “crescita della Decrescita” pur di non lasciar passare un’accezione negativa del primo dei due termini.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Il fatto, dunque, di lasciar spazio a certi equivoci e confusioni, che siano ad arte o in buona fede, tra Decrescita e sviluppo sostenibile (o varianti simili) non è un punto da poco: ne va, tra l’altro,  che la proposta della Decrescita venga recepita col potenziale di alternativa a tutto tondo che ha o che si esponga costantemente al rischio di essere fatta rientrare nei ranghi del sostanzialmente innocuo, del già detto e dunque del sostanzialmente inutile se non del pretestuoso.&lt;br /&gt;    Appare dunque della massima importanza, nel considerare la prospettiva della Decrescita, non solo vedere ciò che va fatto nell’immediato, ma anche quale è l’esito verso cui si va a parare, il punto di fuga verso cui si guarda.  Anche per non prestare il fianco a spesso strumentali confusioni.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;    E’ possibile dimostrare, dati alla mano (come puntualmente ha fatto Pallante quella sera), che la crescita non ha mai prodotto nuova occupazione e che potrebbe essere invece proprio la Decrescita a crearne, abbassando la produzione/consumo di merci che non sono beni ed aumentando (nei limiti del necessario)  quella di merci che sono anche beni e quella di beni che non sono merci. Non solo non si perderebbero (sul totale) ma perfino si creerebbero nuovi posti di lavoro grazie ad una riconversione del modello di produzione/consumo in senso decrescente/sostenibile a partire dalla ricerca/implementazione di nuove soluzioni tecnologiche per il risparmio energetico nell’efficienza degli edifici, nei consumi termoelettrici e dei carburanti per autotrazione.  La via percorribile sarebbe una fase di riconversione tecnico/economica (oltre che culturale ecc…)  che durerebbe prevedibilmente alcuni decenni per realizzarsi nelle proporzioni dovute e, se il processo fosse guidato con pianificazione ed accortezza, questo non comporterebbe una recessione, ma, al contrario, un aumento dell’occupazione e del benessere complessivo.  Questo, però, non potrebbe essere chiamato “crescita” in quanto non consisterebbe in un incremento nei parametri che misurano il PIL, bensì in una loro diminuzione in quanto si tratterebbe di un risvolto virtuoso di una riduzione nei consumi e dei loro danni collaterali (che anch’essi innalzano il PIL).  &lt;br /&gt;  C’è un’enorme riconversione da fare e se questo farà perdere numerosi posti di lavoro (per il calo di determinati consumi) ne produrrà possibilmente anche di più in una sorta di soluzione “win-win” in cui saranno sia la società che l’ambiente a guadagnarci e questo con una diminuzione del PIL e non con un suo aumento, confutando così la “superstizione” della crescita.&lt;br /&gt;   Benissimo.  Però, se il problema non è solo un errato sistema di calcolo e valutazione dello sviluppo/benessere col falso metro del PIL, ma si tratta di qualcosa di ben più sostanziale, allora la citazione di Latouche come fautore del “de-consumo” da parte di un architetto presente al dibattito, pur errata nella lettera (visto che la &lt;span style="font-style:italic;"&gt;décroissance&lt;/span&gt; di cui parla Latouche è correttamente tradotta in italiano con &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Decrescita&lt;/span&gt;), è vera nella sostanza.  Voglio dire che ciò che occorre è, almeno in prospettiva, una riduzione dei consumi &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;in termini assoluti&lt;/span&gt; e non solo un cambiamento da un certo tipo di consumi/produzione/occupazione ad un altro. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Mi sembra innegabile che, dopo un periodo, anche relativamente lungo, di riconversione (con tutto il dinamismo economico ed occupazionale che questa può dare), una volta che questa sarà avvenuta, si dovrà necessariamente approdare ad un modello economico più “circolare”, più tendente, se non proprio allo statico, ad una condizione di equilibrio, se si vorrà vivere in una dimensione rispettosa di ritmi propriamente umani e naturali nella quale si trovi effettivamente la “felicità” (a tutto tondo) sostenibile della Decrescita. Se la riconversione sarà stata effettiva, molti dei posti di lavoro da essa creati saranno destinati ad un certo punto ad esaurirsi o a ridimensionarsi notevolmente (a meno che non continuino parallelamente – e in funzione complementare – le attività che abbisognano di riconversione).  Se i beni prodotti saranno più duraturi e meno impattanti,  i consumi in assoluto diminuiranno (e con loro gli addetti alla produzione e allo smaltimento) e  credo che neanche i beni/servizi immateriali potranno fornire occupazione retribuita oltre una certa misura, certo non tale da interessare la gran parte dei cittadini.  &lt;br /&gt;    In altre parole questo significa che, almeno in prospettiva, bisogna riconoscere che l’occupazione – a riconversione avvenuta e senza un nuovo ciclo di consumismo, magari di un altro genere di prodotti, ma a lungo andare con effetti analoghi – dovrà essere in gran parte una occupazione non retribuita (o solo in parte retribuita) ovvero un’occupazione di autoproduzione.  Una occupazione che occupa a tutti gli effetti e che produce beni (anche col forte elemento di creatività e soddisfazione che questo può dare), ma che non dà reddito in termini monetari.&lt;br /&gt;    Ora, una società composta in larga misura da persone che si trovano - in un contesto ecosostenibile -  in questa condizione (almeno per una parte significativa della loro occupazione) non può essere che  una società composta in parte preponderante da contadini o meglio – immaginandola in questa fase post-sviluppo e post-riconversione - di &lt;span style="font-style:italic;"&gt;neo-contadini&lt;/span&gt;.  Il che naturalmente non significa che non sarà anche composta da molte altre figure, ma che l’autoproduzione alimentare ed artigianale (e magari energetica) con tecnologie semplici, alla portata di tutti e tali da mantenere costante e disponibile anche nel futuro il capitale di risorse offerto dalla Natura, sarà l’occupazione largamente più diffusa – eventualmente accompagnata da altre attività che diano una parte di reddito monetario. &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;    Probabilmente questo può suonare a qualcuno come pura utopia, ma è forse piuttosto – e  semplicemente - un discorso di prospettiva che oggi vien fatto apparire di fronte al grande pubblico come una di quelle eresie (o anche assurdità) come era il caso, venti o trent’anni fa, di  molte delle cose di cui parliamo correntemente adesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    E, in realtà, per molti neanche si tratta solo di lontane prospettive.  L’Umbria, regione dove si svolgeva quel dibattito, non è solo la vetrina verde d’Italia, ma anche una regione dove in tanti (nativi o trasferitisi lì appositamente) abbiamo scelto da decenni di sperimentare forme di sussistenza felice e decrescente che con un po’ di aiuto pubblico (anche solo legislativo e non finanziario) sarebbero alla portata di molti di più.  Sono forme di sussistenza che hanno comportato (su scala personale/familiare) un notevole impegno finanziario e lavorativo per un certo numero di anni (come sarebbe – fatte le dovute proporzioni - per una riconversione su scala molto più grande) ma che in seguito sono generalmente in grado di mantenere un livello abbastanza costante ed equilibrato di economia grazie al fatto di reggersi (non del tutto, ma) in parte importante su un’occupazione autoproduttiva, non retribuita e dunque su una ricchezza non monetaria che è cioè non solo denaro risparmiato, ma denaro non-prodotto.&lt;br /&gt;    Una ricchezza che è sempre stata (anche nelle forme proprie di epoche precedenti) la ricchezza contadina.&lt;br /&gt;    La ricchezza a cui credo la prospettiva della Decrescita dovrà necessariamente approdare e che forse potrebbe essere rivendicata a volte in modo più esplicito come uno importante fra gli elementi che distinguono la Decrescita da prospettive antitetiche di crescita illimitata, per quanto spacciata come sostenibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Ci sarebbero molte possibilità di campagne di opinione, disegni di legge (un esempio quello di &lt;a href="http://www.agricolturacontadina.org"&gt;www.agricolturacontadina.org&lt;/a&gt; ), punti programmatici da inserire nel contesto delle proposte della Decrescita che potrebbero essere volti a favorire chi volesse fin da subito (e magari fin da giovane) rivolgersi alla vita in campagna e all’autoproduzione contadina preparando così il terreno per quando questa prospettiva sarà più largamente riconosciuta e credibile.  C’è da pensare a normative facilitate per i piccoli produttori agricoli biologici, sia in termini legali/fiscali che di regole igienico-sanitarie, in alternativa a quelle vigenti che attualmente li strozzano mentre favoriscono la grande distribuzione con la qualità che sappiamo; ci sarebbe da istituire una categoria professionale ad hoc per i produttori che per dimensioni di attività e di reddito  oltre che per sistemi di lavorazione si possano considerare “ecosistemici” e che andrebbero premiati e favoriti per questo svolgendo un ruolo utile per l’intera collettività rappresentando un “anticipo volontario di riconversione”; ci sarebbe da fare pressioni perché le amministrazioni pubbliche usino il potere che il federalismo demaniale gli conferisce per destinare ad un recupero bio-contadino case coloniche e terreni abbandonati di loro proprietà (un altro esempio: &lt;a href="http://www.ecofondamentalista.it/bozzaproplegge.htm"&gt;www.ecofondamentalista.it/bozzaproplegge.htm&lt;/a&gt;) anziché venderle come si accingono a fare per riaggiustare i loro bilanci di cassa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    La differenza tra la prospettiva della Decrescita e l’ossimoro dello sviluppo “sostenibile” sta anche nel saper distinguere, difendere e riproporre le forme di economia/sussistenza che valgono oggi come varranno domani e come valevano ieri perché esprimono il posto dell’uomo su questa Terra.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-2295993790771499451?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/2295993790771499451/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=2295993790771499451&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/2295993790771499451'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/2295993790771499451'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2010/10/decrescita-e-sviluppo-sostenibile-una.html' title='Decrescita e Sviluppo Sostenibile: una con-fusione da rifiutare'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-9110548097359243252</id><published>2010-10-06T22:55:00.003+02:00</published><updated>2010-10-07T00:15:17.112+02:00</updated><title type='text'>La Decrescita è progressista o reazionaria?</title><content type='html'>.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’atteggiamento mentale che realizza la decrescita sembra essere per alcuni difficile da capire. Ciò è forse, anche, perché tendiamo ancora a formularlo secondo le vie proprie della Modernità: secondo modelli teorici e categorie culturali per le quali se si riconosce un elemento della realtà si entra nella dimensione etichettata “premoderna/reazionaria” e se se ne riconosce un altro in quella “progressista” dicotomizzata a sua volta in orientata verso la società o verso l’individuo (o come si fa più spesso oggi verso l’uno o l’altro secondo i casi ed ignorandone le contraddizioni).&lt;br /&gt;Credo che il punto con la decrescita sia quello di mettersi su un piano diverso fin dall’inizio e di farlo a partire dal fallimento manifesto delle ideologie dei modelli proprie della Modernità, proprie di una visione astrattista, positivista, con velleità di poter “scientificare” e pianificare tutto. E’ a partire dalla capacità di distinguere tra la nostra capacità di immaginare categorie e modelli e la nostra capacità (ben più modesta) di fare qualcosa di reale che dobbiamo partire. E dalla nostra attuale urgenza di farlo qualcosa di reale, soprattutto per quanto riguarda le nostre vite.&lt;br /&gt;Mi sembra dunque che il messaggio della decrescita si ponga e si proponga su un piano molto pratico, concreto e diretto. Non che non ci sia anche molta filosofia da farci su, volendo. Ma il punto è mettere direttamente in pratica una serie di comportamenti virtuosi che, moltiplicati per tutte le persone (e gruppi di) che li vorranno applicare, possono effettivamente cambiare le sorti del mondo - così come sono le scelte (o non-scelte) di molti che lo stanno spingendo dove sta andando.&lt;br /&gt;Se partiamo da migliaia di comportamenti individuali, di individui che hanno in mente dei valori ed una direzione (la quale non può stare altro che nel futuro, dato che noi viviamo oggi) - ma che sono pure inevitabilmente condizionati dal presente e dal passato che lo ha creato - ciò che ne risulterà sarà quello che saremo capaci di creare ed avrà poco senso stare ad analizzare se, come ingredienti di base all’origine, ci stiamo mettendo più o meno di ciò che può essere etichettato come “progressista” o “reazionario”. Queste sono targhe che appartengono ad un’ottica finita. E finita in quanto è manifestamente non in grado di immaginare vie d’uscita ai vicoli ciechi che ha imboccato.&lt;br /&gt;Credo che non sia interesse del movimento della decrescita (ed ancor meno delle persone che ai suoi contenuti si ispirano) delineare sistemi sociali ideali a cui puntare, ma spingere perché una serie di comportamenti concreti (certo a partire da una precisa consapevolezza) si diffondano e siano riconosciuti sempre di più come praticabili e credibili.&lt;br /&gt;La semplicità delle cose pratiche alla portata di tutti.&lt;br /&gt;La forza delle scelte coerenti e personali.&lt;br /&gt;Se abbiamo un orizzonte a cui riferirci, io credo, non può essere che quello della Natura nei suoi modi di funzionamento fondamentali. Ciò che è con essa compatibile, sostenibile, o meno, è dato dagli ecosistemi, dalle loro funzioni biologiche; la capacità limitata di sopportazione di questi è un fatto, non è un’opinione di destra o di sinistra: non appartiene al passato o al futuro, ma ad un presente su scala cosmica (o, almeno, planetaria): così lungo da essere, per noi umani, eterno.&lt;br /&gt;E’ il criterio-base di un (buon)senso della misura, di un’armonia tra noi e il mondo a cui apparteniamo che dovrebbe restare ad ispirarci oggi che tutte le nostre creazioni teoriche (dalle velleità prometeiche cultura-centriche) sono crollate e che le loro conseguenze pratiche stanno per trascinarci nel loro fallimento.&lt;br /&gt;La decrescita, in fin dei conti, è un fatto di buon senso, di senso della misura, di una basilare saggezza perduta che ognuno di noi può cercare, nella pratica, di ritrovare.&lt;br /&gt;E’ nel fare queste scelte, a partire dal mettere al primo posto il senso della misura insito nella Natura, dalle circostanze concrete in cui per questa via si troverà, dai limiti che questa gli porrà ed il senso che proprio in questi limiti troverà, che ognuno di noi a suo modo, credo, potrà trovare quella giusta miscela di cosiddetto “pre-moderno” e cosiddetto “post-moderno” con cui realizzerà un nuovo presente.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-9110548097359243252?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/9110548097359243252/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=9110548097359243252&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/9110548097359243252'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/9110548097359243252'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2010/10/la-decresita-e-progressista-o.html' title='La Decrescita è progressista o reazionaria?'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-5425791669036943686</id><published>2010-06-04T19:29:00.006+02:00</published><updated>2010-06-04T22:43:28.266+02:00</updated><title type='text'>FEDERALISMO DEMANIALE: I BENI PUBBLICI IN FRANCHISING</title><content type='html'>.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Con buona pace del neo-tribalismo di convenienza in salsa &lt;span style="font-style:italic;"&gt;lumbàrd&lt;/span&gt; e di chi ci crede, il tanto strombazzare di federalismo ormai da diversi anni in Italia più si concretizza e più si sta rivelando un altro dei tanti modi di vendere all’opinione pubblica ogni nuova fregatura come una conquista.&lt;br /&gt;    L’ultima in ordine di tempo è questa del cosiddetto “federalismo demaniale”  che dà la possibilità alle amministrazioni locali di scegliersi le proprietà dello Stato più remunerative, prenderle in possesso e “valorizzarle”.&lt;br /&gt;    Inutile dire che in questa nostra “civiltà” dove si “guarda al risultato” (e nella fattispecie tocca pure farlo di fretta dato che molti comuni si sono indebitati un bel po’ con i fondi derivati ed altre gestioni irresponsabili del denaro pubblico) il termine “valorizzare” significa banalmente “trasformare in soldi liquidi”:  il nostro “valore” per eccellenza.  Soldi che, date le circostanze, ci sono forti ragioni per temere che saranno destinati alla spesa  corrente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    L’idea di federalismo, a noi ingenui, può far pensare a decisioni politiche più partecipate, ad una gestione delle risorse più attenta al contesto locale, alle caratteristiche del territorio, al restituire dignità e futuro alle tradizioni e alla storia, alle peculiarità di un luogo.  Può far pensare che i cittadini si sentiranno più padroni e compartecipi di ciò che sta nel posto in cui vivono e che è un “bene pubblico” e che gli sarà più possibile controllare l’uso che gli amministratori ne fanno.  &lt;br /&gt;Ma in realtà sembra che il demanio sia destinato ad essere ridistribuito su base federalista solo perché avvenga un  passaggio: tra chi vende ciò che non è suo e chi compra ciò che non era destinato ai tornaconti privati.  Che questa sarà una partita di giro con cui lo Stato centrale taglierà fondi alle sue amministrazioni decentrate in cambio del valore degli immobili e che questo sia fatto passare come una riforma federalista – ma non è chiaro, una volta che gli immobili saranno venduti cosa sostituirà i contributi statali (sarà probabilmente la volta del federalismo fiscale e allora si dirà che qualcosa avete avuto – chi? – ed ora bisogna pur dare).  C’è infatti da aspettarsi che le Regioni e i Comuni con ogni probabilità (s)venderanno la parte del demanio che gli verrà trasferita  per fare cassa  con una rapidità che sarà regolata solo dalle fluttuazioni di mercato nel valore degli immobili ed una lungimiranza che avrà come orizzonte probabilmente giusto lo scadere del mandato dei politici eletti, in una proliferazione di cambiamenti di destinazioni d’uso e piani regolatori in cui il conflitto d’interessi finalmente non sarà più un privilegio esclusivo di chi si trova ai vertici delle istituzioni per usarle in un’ottica imprenditoriale, ma si sarà “democraticamente” diffuso rendendosi accessibile anche ai livelli più bassi del potere.   Una liberalizzazione del privilegio per acquisire il quale basterà una certa quotazione all’interno di una lista civica locale magari &lt;span style="font-style:italic;"&gt;“civetta”&lt;/span&gt;.  &lt;br /&gt;Non ci facciamo mancare niente neanche in provincia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Sembrano esserci due tendenze in atto apparentemente opposte ma complementari.  Da un lato il potere è sempre più pesantemente pervasivo, si appropria del territorio e ne fa quel che vuole accaparrandosene la proprietà perfino di diritto ed assegnandolo ai suoi vassalli locali che si siano guadagnati una nicchia all’interno della sua geografia clientelare di privilegi in subappalto.  Dall’altro lo Stato come nome collettivo che rappresenta la società sempre più diventa leggero fino a volatilizzarsi (altro che &lt;span style="font-style:italic;"&gt;“liquido”&lt;/span&gt; – piuttosto &lt;span style="font-style:italic;"&gt;“in liquidazione”&lt;/span&gt;) insieme con le ragioni che i cittadini hanno di aver fiducia nelle istituzioni.  Lo Stato è un qualcosa che, insieme a leggi, regole, sistemi di equilibrio tra poteri ed istituzioni, ha anche un aspetto materiale, ciò che viene appunto definito i “beni comuni”:  edifici, terreni, risorse naturali, ecosistemi, pezzi di storia e di cultura; roba solida, ma anche possibilità di progetti nuovi, di usi di interesse pubblico.  Questo anche è lo Stato.  Questa ne è una parte che si vede e che dà un senso di appartenenza reciproca: apparteniamo ad un luogo che è collettivo e che ci appartiene collettivamente.  Queste sono risorse, potenzialità che, è vero, hanno un costo spesso in passivo se stanno lì dimenticate, ma che, gestite in modo intelligente e date in affitto, in concessione, in comodato d’uso o in altre forme - dove opportuno anche  a condizioni agevolate -  per lunghi periodi su progetti validi e verificabili, possono essere l’occasione con cui la società produce gli anticorpi con cui rispondere alle crisi che rischiano di minarla.  L’affidamento di almeno una parte del demanio a gruppi di cittadini che abbiano progetti da costruirvi sopra potrebbe veramente dare senso al decentramento della proprietà pubblica sia per la scelta appropriata dei gruppi ed i progetti che per la loro verifica, cose entrambe meglio realizzabili in un contesto locale.  Le amministrazioni regionali potrebbero dotarsi di leggi apposite (rimando per un esempio e un approfondimento in merito a questo a &lt;a href="http://www.ecofondamentalista.it/bozzaproplegge.htm"&gt;http://www.ecofondamentalista.it/bozzaproplegge.htm&lt;/a&gt; ) e, pur non essendo questo sufficiente – come in tutte le cose umane - ad escludere errori ed abusi, in ogni caso rimarrebbero proprietarie dei beni (il che sarebbe un loro dovere dato che lo sono per conto della totalità dei cittadini) e potrebbero comunque mantenerli come patrimonio comune per utilizzazioni future a beneficio di tutti – e, visto che parliamo, tra i vari beni in questione, di territori che sono anche ecosistemi, non solo degli esseri umani né solo di quelli attualmente viventi.  &lt;br /&gt;Sappiamo bene invece che ciò che rischiamo di vedere di qui a breve sono ulteriori cementificazioni, centri commerciali, speculazioni edilizie e “grandi occasioni di sviluppo”… per i furbi di sempre e gli amici degli amici (ce ne fosse ancora bisogno). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Dai tempi delle &lt;span style="font-style:italic;"&gt;enclosures&lt;/span&gt; nell’Inghilterra del XVIII secolo, alla abolizione di fatto degli &lt;span style="font-style:italic;"&gt;usi civici&lt;/span&gt; nell’Italia moderna, alla ancora recente privatizzazione delle grandi compagnie di servizi strutturalmente essenziali in un paese sviluppato, all’esternalizzazione  attuale di tutto il possibile da parte delle amministrazioni pubbliche (pulizie, manutenzioni ecc…) c’è un processo di virtualizzazione dello Stato e di progressiva astrazione del (e dal) significato di bene pubblico, ma con ciò anche di bene comune.  Non si percepisce che, per questa via, queste diventano sempre più nozioni teoriche, senza presa sulla coscienza delle persone mentre sempre più il furbo è chi si accaparra di più a spese altrui:  prende, consuma e getta.&lt;br /&gt;    Non avevamo ancora sviluppato quella un tempo mitizzata virtù “nordica” da “popoli sviluppati”, efficienti,  degni della modernità che è il “senso dello Stato”&lt;br /&gt;che non ci è parso vero di poter seguire il modello americano/anglosassone del fanatismo per le privatizzazioni ed il mercato, in quanto portatori di una dinamicità tanto ammirata quanto è fissa e statica la nostra ammirazione per il loro sistema – che intanto già sta rivalutando il ruolo dello Stato.  Ma noi ce ne accorgeremo tra un po’: andiamo piano, c’è ancora rimasto qualcosa da privatizzare. Il tempo dello Stato arriverà quando bisognerà salvare le imprese, del resto, anche in questo gli americani son già più avanti di noi.&lt;br /&gt;    Chi sinceramente può dire che la privatizzazione/liberalizzazione, ad esempio,  delle comunicazioni telefoniche abbia portato questi grandi benefici rispetto a prima? Che i costi siano effettivamente scesi grazie alla concorrenza tra i gestori? Quali miglioramenti reali ci sono stati che non siano dovuti al progresso tecnologico che ci sarebbe stato comunque? Non è forse piuttosto che fanno alla fin fine tutti le stesse offerte e noi dobbiamo pagare, con la bolletta, anche le cifre enormi che spendono in pubblicità per tirarci ognuno dalla sua parte mentre oggi attraverso internet si potrebbero pagare le telefonate pochissimo? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Noi viviamo in Italia, in una delle società più culturalmente vecchie e ferme e più socialmente statiche del mondo, altro che dinamismo del privato. &lt;br /&gt;    Questo che viene spacciato per “federalismo demaniale” è solo l’ultimo specchietto per allodole che vende illusioni di cambiamento all’opinione pubblica e vende la sostanza potenzialmente e pubblicamente utile dello Stato.  &lt;br /&gt;     In franchising, presso le succursali locali del potere.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-5425791669036943686?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/5425791669036943686/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=5425791669036943686&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/5425791669036943686'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/5425791669036943686'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2010/06/federalismo-demaniale-i-beni-pubblici.html' title='FEDERALISMO DEMANIALE: I BENI PUBBLICI IN FRANCHISING'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-6489776166861682797</id><published>2010-04-30T01:06:00.001+02:00</published><updated>2010-04-30T10:06:51.181+02:00</updated><title type='text'>PRIMO MAGGIO: FESTA DI QUALE LAVORO?</title><content type='html'>.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Negli anni '70 c'era anche chi al primo maggio celebrava la “festa del non-lavoro”.  A me e ad alcuni di noi giovanissimi in quegli anni l'idea piaceva.  Forse una specie di rito scaramantico per propiziare un futuro in cui l'avremmo fatta franca dalla prospettiva che incombeva su di noi: di far la fine in cui vedevamo i nostri padri che avevano dedicato ogni giorno della propria vita adulta alla stessa noiosa occupazione spesso svolta sempre nello stesso luogo e per molti coll'unico senso di assicurare a se' ed anche a noi la sicurezza economica.  Queste feste del non-lavoro volevano celebrare la bellezza della vita come avventura vissuta, come viaggio e come gioco, libera , senza scopo e senza catene.&lt;br /&gt;Cosi' pensavo,  Poi, un giorno, un amico comunista, di quei compagni che all'epoca venivano chiamati “tozzi”, mi fece notare che mai nessuna ricchezza, nessun benessere, nessun miglioramento della societa'  e' mai stato creato se non grazie al lavoro. Non certo grazie al “non-lavoro”.&lt;br /&gt;Non posso dire che avesse torto. almeno in linea di principio.  Ma se allora c'era spazio per i lavoratori per pretendere dignita', per combattere e migliorare le condizioni di lavoro fino all'idea del rifiuto radicale di un impiego alienante, oggi i tempi sono cambiati al punto che il problema e' prima di tutto quello di avercelo un lavoro – al di la' delle condizioni – e l'impiego fisso e' sempre di piu' considerato una fortuna rarissima, un pezzo d'antiquariato a cui tenersi stretti.&lt;br /&gt; Negli anni '70 una certa rete sociale e solidale “di movimento” ed un capitalismo non ancora cosi' incontrastato e vincente, cosi' assoluto ed onnipervasivo permetteva ancora di festeggiare una condizione di non-lavoro: oggi non sono immaginabili celebrazioni di questo tipo e per i disoccupati o i cassintegrati non c'e' certo da stare allegri mentre per i giovani piu' che la monotonia di una vita impiegatizia lo spettro che minaccia il futuro sembra essere piuttosto una crisi come quella greca che potrebbe estendersi ad altri paesi dall'economia incerta e dai conti acrobatici – tipo il nostro – e allora si' ci sarebbe poco da festeggiare, sia col lavoro sia senza.&lt;br /&gt;Ma quanto al significato che quel “compagno” vedeva nel lavoro credo guardasse piuttosto al passato e certo non vedeva nulla del futuro che di li' a poco ci attendeva.  Ne' vedeva il fatto che il non-lavoro e' l'altra faccia del lavoro in un tutt'uno che si chiama vita e sta li' a ricordarci a cosa e fino a che punto il lavoro deve servire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Proprio oggi ho sentito alla radio della proposta di tenere i negozi aperti anche il primo maggio. Seguivano interventi degli ascoltatori piuttosto concordi sul difendere la festivita' come si conviene, con le serrande abbassate.  Si sottolineava l'importanza di salvaguardare il carattere di sacralita' laica attribuito alla festa del lavoro, di proteggere il fatto che fosse un giorno diverso dagli altri.  Molti lamentavano che oggi non c'e' piu' il tempo per ritrovarsi con se' stessi e con gli altri, di soffermarsi sulle cose importanti e fondamentali, quali appunto il lavoro, ed incombe la tendenza ad appiattire tutto sotto la pressione dell'invito al consumo, al macinare acquisti quasi fini a se' stessi senza soddisfazione e senza limite.  La festa del lavoro dovrebbe essere invece un momento altro, sottratto a tutto questo, dicevano.  Un messaggio perfino concludeva: “un Primo Maggio in cui si lavora sarebbe come un 25 aprile senza memoria storica o un Natale senza spiritualita'”.  Come dire, cose mai viste?! Era fin troppo chiara l'ironia della provocazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perche' la festa del lavoro e' la festa dei lavoratori e va rispettata.  &lt;br /&gt;Bene, ma, cosa e' oggi il lavoro, nella stragrande maggioranza dei casi, se non la produzione illimitata, che prescinde programmaticamente da qualsiasi misura di necessita' (oltre il limite della sovrapproduzione non assorbibile dal mercato) di quelle stesse merci di cui si lamenta il consumismo?  Non e' forse ormai, non solo il superfluo, ma lo stesso spreco diventato strutturalmente necessario? Non sono forse proprio tali consumi bulimici che garantiscono oggi il posto di lavoro ai piu'?  E questo posto di lavoro non e' ormai, piu' che il ruolo che una persona svolge nell'insieme della societa', piu' che la sua partecipazione e un contributo positivo, soprattutto il mezzo con cui ci si garantisce la propria condizione – molto piu' che di produttori – di consumatori e proprio in quanto tali pari agli altri, cittadini a pieno titolo?  Perche' ormai l'Italia (e non certo solo lei) e' una repubblica non piu' “fondata sul Lavoro”, ma sul Consumo (e sulla sua ostentazione).  E allora dov'e' lo scandalo se alla festa del lavoro si affianca un'ennesima occasione per sostenere la produzione?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'idea delle feste del non-lavoro non era buona.  Oggi non l'apprezzo piu': aveva cosi' ragione quel “compagno” che adesso mantengo sempre delle riserve verso chi non ha neanche una minima dimestichezza col lavoro manuale.&lt;br /&gt;Ma prima di festeggiare il lavoro come valore in se' penso sia giunto il momento di fermarsi a riflettere: di quale “lavoro” stiamo parlando?  Perche' questa parola puo' avere significati, all'atto pratico, radicalmente diversi.  Quale lavoro oggi produce reale ben-essere, produce cose (o servizi) necessarie ed utili, di onesta qualita', che migliorano la nostra vita e il mondo in cui viviamo?  E quale invece darebbe un migliore contributo se semplicemente scomparisse?  La macchia d'olio che sta arrivando dal golfo del Messico ad estinguere la vita sulle coste della Louisiana, non viene dal “lavoro” anche quella?  E le fabbriche d'armi, i rifiuti tossici?  Ecc.. ecc...  sappiamo che la lista potrebbe essere molto lunga.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bisognerebbe istituire piu' che la festa, la giornata di riflessione sul lavoro, sul ruolo che esso ha avuto per millenni nell'esperienza umana e sul suo significato nel sistema attuale,  sulla possibilita' o meno di distinguerlo dalla nostra vita nel suo complesso e dalla sua qualita', dalla qualita' di entrambi, lavoro e vita.  &lt;br /&gt;Lavoro e' quello del contadino, dell'artigiano.  Lavoro, anche nelle aziende, e' quando produciamo cose e servizi utili e necessari ricordando la dignita' umana di chi le acquistera' e  tenendo conto anche degli effetti collaterali della produzione.  Lavoro e' quando ripariamo un oggetto ancora usabile, quando facciamo da noi un'opera a casa nostra ingegnandoci come possiamo.  Lavoro e' quando ci diamo una mano tra amici e vicini risparmiando soldi e vedendo il senso di cio' che facciamo nel sorriso di qualcun altro.  Lavoro e' quello che ci lascia l'animo e la soddisfazione di non lavorare quando non lavoriamo: si integra col riposo e non gli e' in antitesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lavoro di autoproduzione, le produzioni su piccola scala, la creazione di beni/servizi necessari, sostenibili e di buona qualita', il lavoro di cura. Questo e' lavoro da festeggiare, quella cosa che fa migliore il mondo.  Altrimenti.....vogliamo dire che, ci piaccia o no, ci tocca farlo perche' non abbiamo alternative?  &lt;br /&gt;Non lo so e per molti non credo. &lt;br /&gt;Comunque, se pure fosse cosi'.....  c'e' ancora tanto da festeggiare?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-6489776166861682797?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/6489776166861682797/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=6489776166861682797&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/6489776166861682797'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/6489776166861682797'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2010/04/primo-maggio-festa-di-quale-lavoro.html' title='PRIMO MAGGIO: FESTA DI QUALE LAVORO?'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-6708060699828592585</id><published>2010-04-27T02:17:00.001+02:00</published><updated>2010-04-27T02:21:11.592+02:00</updated><title type='text'>Scadenze  Storiche</title><content type='html'>.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Devo dire, onestamente, che non mi sono mai interessato molto alle ricorrenze nazionali e, a dire il vero, alle ricorrenze in genere.  Però mi ha colpito lo stesso il modo in cui sembra che queste ricorrenze, evidentemente,  una volta passati un certo numero di anni, raggiungano una specie di data di scadenza nel rispetto che si porta ai fatti che starebbero lì a ricordarci, e comincino a poter essere usate in libertà, diciamo con una certa disinvoltura, magari anche usandole per fini ad esse eterogenei, trovandoci significati che non gli appartengono e portandole a fungere da argomenti per tesi che nulla hanno a che fare con esse e che gli sono perfino contrarie.&lt;br /&gt;Mi riferisco al discorso del presidente Napolitano in occasione del 25 aprile, festa, della Liberazione, che per moltissimi italiani ha il significato del celebrare la vittoria di una lotta (armata) di resistenza popolare contro il tentativo (imperialista) della Germania nazista di mantenerla sotto il proprio controllo. Sostanzialmente è da molti vissuta come la festa della vittoria dei partigiani (e di chi gli diede il proprio sostegno) o, almeno – e forse più realisticamente – del loro generoso contributo alla guerra antinazifascista che fu vinta dalle forze alleate, dall’esercito italiano di Badoglio e anche dall’eterogeneo mondo partigiano.  &lt;br /&gt;Non si può dimenticare che in questo era forte la componente comunista e che questa fu ampiamente repressa e disarmata appena finita la guerra quanto bastò a dissuaderla dal proseguire la lotta fino a non far tornare il potere in mano a chi già lo aveva prima.  I partigiani di allora dovettero vedere molti loro compagni finire in carcere mentre molti collaborazionisti di tedeschi e fascisti riuscivano non solo a farla franca, ma spesso anche a “cascare in piedi” ed alcuni anche a continuare a governare pur cambiando pelle – o piuttosto, pelo (ma non vizio, come si è visto in seguito fra stragi di Stato, Gladio, P2 e quant’altro). &lt;br /&gt;Nonostante questo l’Italia rimase per tutto il periodo della guerra fredda il paese del mondo occidentale con il più grande partito comunista.  Ma l’uso che di questa forza hanno fatto i dirigenti di tale partito – e soprattutto delle sue successive metamorfosi – è molto ben esemplificato sia dalla situazione in cui ci troviamo oggi che dallo stesso discorso di Napolitano per questo 25 aprile.  Oggi un giornalista come Santoro appare il baluardo della sinistra nel mondo dell’informazione, ma ricordo bene come, ancora ai tempi del suo programma “Samarcanda”, forse per dar prova dell’affidabilità democratica della sinistra, fu lui a sdoganare il signor  Gianfranco Fini, capo di un MSI ancora ai limiti dell’impresentabilità in quanto in odor di fascismo e pertanto attestato al 10% del consenso elettorale: oggi costui è presidente della Camera e semi-leader del partito di governo (di cui ultimamente sembra esser diventato l’ala sinistra). Ricordo anche il discorso di alcuni anni fa di Violante per cui i fascisti della Repubblica di Salò venivano quasi equiparati ai partigiani che li combattevano quali tutti parimenti “ragazzi italiani”impegnati nelle due parti contrapposte su cui la Storia li aveva schierati.  &lt;br /&gt;Non a caso Napolitano faceva parte dell’ala più moderata e “dialogante” del vecchio PCI .  Per questa, che poi ha prevalso, la preoccupazione prioritaria è sempre stata quella di apparire accettabili agli occhi del potenziale elettorato vicino al centro moderato, ai poteri forti nazionali e agli USA, forza imperialista del mondo postbellico (postbellico solo per l’Europa – e neanche per tutta).  Il loro obiettivo strategico è sempre stato quello di traghettarsi verso una condizione “normalizzata” che gli permettesse un giorno l’accesso al governo.&lt;br /&gt;A traghettamento compiuto, dopo poche e brevi parentesi di governi di centro-sinistra in un ventennio berlusconiano e dopo la scomparsa dal Parlamento di qualsiasi forza che possa dirsi di sinistra,  abbiamo oggi alla presidenza della Repubblica un EX-comunista (che proprio all’evidenza di questo“ex” deve la sua posizione) che, mentre la polizia carica gli antifascisti dei centri sociali di Milano e i nostalgici pugliesi di Benito Mussolini affiggono impunemente manifesti che piangono la morte del loro idolo  sui muri di Locorotondo,  ci dice che la liberazione fu soprattutto una vittoria dell’esercito italiano e che questo stesso esercito starebbe oggi proseguendo la stessa battaglia con gli stessi ideali e le stesse motivazioni nelle operazioni in cui è impegnato all’estero. E che questo, perdipiù, avverrebbe in omaggio alla Costituzione nata da quella lotta di Liberazione ed ai valori che l’hanno ispirata!!&lt;br /&gt;Caro presidente, francamente direi che, anche se sono passati tanti anni e le convenienze odierne della politica possono essere altre, c’è un limite a tutto e che Lei più di ogni altro dovrebbe sapere (e dovrebbe saper far rimarcare) che la nostra Costituzione &lt;span style="font-style:italic;"&gt;ripudia&lt;/span&gt; la guerra. E dovrebbe vedere – anche se forse non vuole - che oggi le forze armate italiane stanno in Afghanistan come parte di un esercito di occupazione straniero a difendere gli interessi imperialisti del capitalismo occidentale guidato dagli USA e non certo l’autodeterminazione degli afghani rispetto alla quale, pur con tutt’altri disegni politici (trattandosi del resto di tutt’altro popolo e tutt’altra cultura), nel ruolo dei partigiani ci stanno coloro che questa occupazione la respingono, così come è anche in Iraq, in Somalia e altrove. &lt;br /&gt;Dalle sue parole, caro presidente, sembra di dover dedurre che anche per il 25 aprile la data di scadenza sia arrivata: si può cominciare a tirarlo ognuno dalla parte che vuole, fargli significare ogni sorta di cose e magari, in nome dei suoi ideali, anche prendersela con chi protesta perché ex-filo-fascisti rappresentano oggi le istituzioni che celebrano la ricorrenza di questa che è stata una vittoria non solo genericamente per la libertà, ma &lt;span style="font-style:italic;"&gt;contro&lt;/span&gt; il fascismo e &lt;span style="font-style:italic;"&gt;contro&lt;/span&gt; l’occupazione straniera di un paese.  In questo caso il nostro, che era, all’epoca, un paese in grande maggioranza non solo aspirante alla democrazia, ma &lt;span style="font-style:italic;"&gt;antifascista&lt;/span&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-6708060699828592585?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/6708060699828592585/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=6708060699828592585&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/6708060699828592585'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/6708060699828592585'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2010/04/scadenze-storiche.html' title='Scadenze  Storiche'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-3399508054917874336</id><published>2010-04-17T20:18:00.001+02:00</published><updated>2010-04-17T20:22:45.238+02:00</updated><title type='text'>Questi Inaffidabili Italiani</title><content type='html'>Capita a volte, viaggiando per il mondo, di incontrare stranieri, soprattutto nordeuropei ed americani, nei quali si intuisce un’opinione verso gli italiani vagamente di non presa sul serio, come di persone anche simpatiche, ma inaffidabili, un po’ &lt;span style="font-style:italic;"&gt;borderline&lt;/span&gt;, per così dire, rispetto al consesso del mondo occidentale.&lt;br /&gt;    Capita di vedere, a volte, qui da noi in Italia, gente che si sente molto patriottica, che farebbe qualsiasi cosa per mostrarsi quanto più possibile in linea con le direttive dei capi dell’Occidente, tradendo, a dispetto del proprio ostentato patriottismo, un complesso di inferiorità inguaribile per il quale nulla è mai abbastanza per riuscire a sentirsi un po’ più uguali a quegli uguali che nel mondo sono sempre un po’ più uguali degli altri.&lt;br /&gt;    La vicenda dei tre operatori di Emergency recentemente sequestrati in Afghanistan dalle forze di sicurezza del governo Karzai finanziate ed addestrate da una coalizione (eufemisticamente detta della “comunità internazionale”) di cui fa parte l’Italia, durante una operazione in cui tuttora non è chiaro quale parte abbiano avuto anche quei militari britannici che dirigono le operazioni di guerra nella zona interessata e, a giorni di distanza, ancora mantenuta fuori da ogni formalizzazione legale, di diritto, con capi d’accusa ecc… ha messo in evidenza in modo esemplare tanto la parzialissima e servile (oltre che strumentale) accezione dell’orgoglio nazionale da parte di alcuni dei nostri governanti quanto il risultato risibile che essa raccoglie in termini di considerazione da parte dei paesi alleati (sia quelli dominanti che quelli che si vorrebbero subalterni).&lt;br /&gt;    Davanti alle parole di Gino Strada secondo cui, se si fosse trattato di cittadini statunitensi, sarebbero tornati liberi in un quarto d’ora, il ministro Frattini ha saputo rispondere solo che sono frasi che non aiutano, ma sappiamo tutti che è la pura e semplice verità.  E questo non è solo perché i miliardi  di euro che l’Italia spende per sostenere un governo fantoccio (che neanche fa il suo mestiere in modo molto soddisfacente sembra) valgano meno di quelli degli americani, né perché l’avergli fornito un nuovo sistema giuridico per l’Afghanistan filo-occidentale e post-talebano sul modello di quello nostro abbia reso anche tale governo &lt;span style="font-style:italic;"&gt;ipso facto &lt;/span&gt;incline a bypassare le proprie stesse leggi.  Ma perché il problema di Emergency e l’origine dei suoi mali sta proprio nel dire pure e semplici verità che non aiutano: che non aiutano la strategia della coalizione  occidentale che (anche secondo le nuove linee recentemente prospettate da Obama) si appresta a disimpegnarsi, ma non senza assestare qualche ultimo pesante colpo per (dar l’impressione di) vincere sul piano mediatico  la guerra che non gli conviene più su quello militare.  Oggi, come è sempre più evidente, la realtà che conta, che fa opinione, non è quella reale, ma quella virtuale della comunicazione di massa;  almeno per noi che viviamo nei paesi ricchi da dove mandiamo i bombardamenti a distanza - un po’ meno per chi vive, appunto “a distanza”, e quelle bombe le subisce mentre non sa bene cosa significhi “virtualità”.  In queste ultime guerre, in Iraq ed Afghanistan (ma anche in vari episodi in Israele), memori dell’esperienza del Vietnam, si è partiti con i giornalisti &lt;span style="font-style:italic;"&gt;embedded&lt;/span&gt; al seguito de (o in dotazione mediatica a) le truppe; si è proseguito con l’abolizione &lt;span style="font-style:italic;"&gt;tout cour&lt;/span&gt; dei giornalisti, fino alle azioni esemplari, terroristiche e punitive per quei pochi temerari che si intestardivano a fare il loro lavoro (vedi Giuliana Sgrena per fare un esempio).&lt;br /&gt;    Naturalmente, sebbene ci si stia preparando ad un assalto finale alle roccaforti dei Talebani prima di lasciare l’Afghanistan ai suoi prossimi quarant’anni (i primi già se li son fatti) di guerre intestine, ci si preoccupa pure di fare una bella figura, di non far sapere troppo in giro che si stanno ammazzando donne, vecchi e bambini ovvero chiunque capiti sotto le bombe insieme ai combattenti o presunti tali.&lt;br /&gt;Dunque, per ottimizzare il silenzio stampa sulla realtà e lasciare solo la propaganda camuffata, occorre far un po’ di pulizia anche tra le ong umanitarie (qui è la guerra che è umanitaria, quindi bastano i soldati, no? Che ci stanno a fare queste ong se non per cercare visibilità &lt;span style="font-style:italic;"&gt;pro domo propria&lt;/span&gt;? – questo almeno sembrava in sintesi il senso delle parole di Luttwak ad Annozero).  Fare pulizia dunque tra chi sta sul campo in un ruolo diverso da quello giornalistico, ma ha l’impudenza di raccontare ciò che vede e di prendere anche una posizione. E questo è precisamente il caso di Emergency ed è ciò che anche altre ong che fanno lo stesso tipo di lavoro gli rimproverano.&lt;br /&gt;    Aggiungiamoci che la ong di Strada si mantiene allo stesso tempo imparziale sul piano pratico curando i feriti di tutti gli schieramenti ed inattaccabile professionalmente garantendo standard di eccellenza, che si sottrae al ricatto dei governi affidandosi al sostegno dei cittadini che credono numerosi nel suo lavoro e che, in fin dei conti, è diretta da questi pacifisti italiani che non si mai bene da che parte stanno….ed ecco che la montatura e la calunnia sono servite. Pronte per togliersi dai piedi una presenza scomoda laggiù e per screditare determinate posizioni politiche qui.&lt;br /&gt;    Come abbiamo visto nelle parole di Frattini e di La Russa i nostri patriottici governanti hanno colto subito l’occasione per ostentare un’insinuante equidistanza da tutte le ipotesi e perfino lasciando intendere che da chi non è da una parte c’è ben da aspettarsi che stia dall’altra.  Nella trasmissione Annozero il nostro ministro della Guerra ha mostrato chiaramente qual’è l’uso interno che si intende fare di questa vicenda: quello di tracciare una chiara linea di demarcazione tra chi è “dei nostri” a sostenere inequivocabilmente “i nostri ragazzi” e chi, sì, ha un passaporto italiano e quindi ci tocca interessarci, ma è un po’ meno “uguale” sta lì solo a farci fare brutte figure, a farci passare per un po’ meno “uguali” tutti quanti.  &lt;br /&gt;    Quelle brutte figure che nessuno dei nostri patrioti dell’Italia Occidentale vorrebbe mai fare: perfino una voce spesso equilibrata come quella di Sergio Romano si è sprecata in una filippica fuori luogo e fuori merito nella trasmissione RadioTreMondo (Rai) per dirci che Emergency proviene dalle lotte sessantottine dunque i suoi membri hanno quel tipo di formazione e dunque non garantisce la neutralità che si richiederebbe a chi gestisce un ospedale in zone di guerra come invece sarebbe nella tradizione della Croce Rossa ecc….  Caro “ambasciatore Romano”…..e allora? Con questo?  E’ di questo che i tre sono accusati?  Di cosa effettivamente ancora non lo sappiamo, ma se non è di questo, allora questo cosa c’entra, scusi?&lt;br /&gt;    Capita a volte di non capire quale sia il senso e gli intenti delle persone che godono di rispettabilità quando qualcuno che si è messo volontariamente fuori dal coro si trova in seria difficoltà.  Specialmente se costui rischia di far fare brutte figure a tutti.&lt;br /&gt;    Ma capita a volte, anche a chi come me non se ne è mai posto la questione, di sentire un certo senso di orgoglio nell’essere italiano quando si capisce che se possiamo essere considerati inaffidabili da chi comanda le operazioni imperialiste dell’Occidente, è anche perché qui c’è ancora un po’, per fortuna, una varietà di posizioni, anche radicali, che a tutt’oggi resistono.  Spesso sopite, spesso solo latenti, ma ancora vive, come ci mostrano le 350.000 adesioni all’appello di Emergency, l’adesione generosa alla manifestazione del 17. Una testimonianza di resistenza per la quale possiamo esser ancora un po’ fieri della nostra sussistente inaffidabilità.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-3399508054917874336?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/3399508054917874336/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=3399508054917874336&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/3399508054917874336'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/3399508054917874336'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2010/04/questi-inaffidabili-italiani.html' title='Questi Inaffidabili Italiani'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-4329764144870549594</id><published>2009-10-25T21:22:00.001+01:00</published><updated>2009-10-25T21:28:33.378+01:00</updated><title type='text'>La Misura Necessaria</title><content type='html'>Uno dei tanti aspetti per i quali possiamo sentirci a disagio in questo mondo moderno è la sempre crescente deriva individualista e di perdita di senso. Ciò che viene meno, dunque, è al contempo il senso profondo del vivere e quello di appartenenza e di lealtà verso una comunità di simili e ciò che ci rende tali le altre persone.  Due aspetti, uno più sul piano spirituale, l’altro più su quello sociale/psicologico, di uno stesso fenomeno. Due aspetti dei quali possiamo trovare una radice comune ad un livello più basilare.&lt;br /&gt;    Durkheim, in “Le forme elementari della vita religiosa” individuava la sorgente del senso umano del “divino” nel sentimento di comunità, nel senso dell’appartenenza a questa come forza trascendente la condizione individuale e peritura del singolo e come “salto di condizione” che lo elevava oltre il quotidiano apparente e che era al tempo stesso matrice di ogni valore culturale. Ed anche religioso, in quanto questa  “essenza” della comunità veniva caricata di significati corrispondenti alla sensibilità condivisa ed ipostatizzata in forme più o meno antropomorfe di divinità.&lt;br /&gt; Sia che vogliamo accettare questa analisi delle origini della religione o meno, non è difficile notare come ci sia un forte legame tra l’identificarsi con una comunità di appartenenza  (riconoscendovi le proprie radici e rispettando una lealtà verso le sue tradizioni) ed il sentimento religioso, il credere negli insegnamenti etici e morali e nel loro discendere da qualcosa di “superiore”.  Come non è difficile notare che entrambi questi aspetti siano stati travolti allo stesso modo dagli stessi passaggi storici.&lt;br /&gt;    Molti considerano questo come una liberazione, altri come una tragedia di cui portano il lutto e a cui vorrebbero porre riparo.  Per tutti non può che essere comunque una realtà di fatto, e la condizione forse più problematica è quella di chi, pur avvertendo innegabile il senso di liberazione, si sente purtuttavia orfano di qualcosa di importante e di necessario.&lt;br /&gt;    W. Reich  insegnava che, quando due fenomeni si presentano insieme in forme specularmente opposte e complementari, bisogna andare a cercarne un altro che sta alla loro base funzionale come origine comune e che questa ricerca avviene attraverso l’osservazione imparziale del modo in cui queste due realtà di fatto si producono.&lt;br /&gt;    Una cosa innegabile è che la crisi sia dell’identità che della solidarietà comunitaria, così come dei loro valori condivisi - compresi quelli religiosi - è avvenuta in seguito allo sviluppo tecnologico ed economico, al capitalismo e alla monetarizzazione (ovvero alla messa in vendita) del tempo dedicato al lavoro, separandolo così dal resto della vita (inventando così il “tempo libero”, ma rendendo in tal modo alienato sia questo che quello “lavorativo”).  Il lavoro, non più elemento di interazione (spesso comunitaria) con la natura nel produrre il necessario (com’era nel mondo contadino), ma ora diventato merce interscambiabile, ha progressivamente perso legame con il luogo e con altre forme di caratterizzazione specifica  e, con ciò, le comunità sono state disgregate in individui e sradicate dalla condizione concreta e necessaria che le aveva formate e le teneva insieme dando pure un senso ai loro valori e ai loro déi.  Il senso di comunità, il rispetto verso di essa, la solidarietà interna che la legava non erano qualcosa di strumentale/utilitaristico: erano autentici, ma non per questo esistenti ed autoperpetuantisi come valori astratti, validi in quanto tali. Vivevano del nutrimento di un terreno reale, fatto di povertà comune, di autoevidente bisogno reciproco (oggi o domani, ma sempre latente) di darsi una mano, di orrore di esser messi al bando in seguito a comportamenti contrari all’interesse collettivo.  Quando io non ho più bisogno di te e tu te  la cavi benissimo senza di me ed entrambi viviamo di salario o profitti che ci vengono da totali estranei in cambio di transazioni economiche (vuoi della nostra proprietà come pure del nostro tempo/forza lavoro), perché dovremmo mantenere un “sentire comune” che ieri ci proteggeva ed oggi ci limita? &lt;br /&gt;    I “valori” non stanno scritti in cielo: questo non significa che abbiano un valore solo utilitaristico (come vorrebbe una visione superficialmente materialistica): significa piuttosto che non sono una parte “superiore” e separata della realtà. Possiamo dire che sono l’essenza idealizzata dell’aspetto mentale della realtà nel suo vivere come esperienza in noi. Non sono però separabili da ciò che effettivamente, storicamente, avviene, e lo stesso si può dire delle visioni del mondo ed eventualmente, per chi ci crede, degli déi che delle stesse cose sono una versione ipostatizzata in forma personale.&lt;br /&gt;    Dunque, come non sta scritto da nessuna parte che la storia debba comunque volgere in una certa direzione (che sarebbe un’altra versione dell’idea del progresso, anche se volessimo connotarla in senso opposto), così non son mai bastate parole, insegnamenti e prediche a far sì che la gente capisse e seguisse certi comportamenti.  Perché l’essere umano non è per natura così razionale né così spirituale e neppure così ossequioso verso le tradizioni in quanto tali: egli agisce secondo le condizioni date ed essenzialmente cerca di vivere e, per quanto gli riesce (e secondo la sua comprensione) il meglio possibile (ragione, spiritualità e tradizioni – come pure il rispetto di esse –  sono vie attraverso le quali questo percorso cerca di prender forma).&lt;br /&gt;    In ultima analisi il senso della vita è solo quello di vivere e questo, a seconda delle condizioni più o meno favorevoli, può significare dal sopravvivere al realizzare pienamente la propria vera natura e trasmettere ad altri questa realizzazione.&lt;br /&gt;    Probabilmente persone con un livello di consapevolezza particolarmente evoluto possono trovare una “via illuminata” anche in contesti socioculturali molto svantaggiati (come per certi versi è quello attuale), ed anzi potrebbero perfino trovar vantaggio proprio da questa disgregazione dei legami sociali, delle relative convenzioni ecc…   Ma per la grande maggioranza delle persone le condizioni di vita determinano (spesso in modo ampiamente inconsapevole) la percezione della realtà ed i comportamenti conseguenti.&lt;br /&gt;    Oltre un certo livello di sviluppo le ragioni concrete che sono sempre state alla base del tenersi delle comunità così come del mantenersi delle credenze culturali e religiose che ne fondavano la vita, vengono meno (oltre un certo livello di libertà ed indipendenza individuali, anche le relazioni interpersonali ed il rispetto per esse diventano molto precarie, inconsistenti): non c’è una base necessaria per riconoscersi un’appartenenza e una solidarietà reciproca e gli ideali, se sono ideali puri, non bastano – e non sono mai bastati di per sé, neanche quando (apparentemente) bastavano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Ora, dunque, di fronte a ciò che abbiamo davanti agli occhi e nelle nostre esperienze, due sono gli atteggiamenti possibili: o credere che tutta questa disgregazione generale sia la liberazione definitiva dell’individuo e della sua ricerca egoica di soddisfazione - salvo poi dover riconoscere che questa ricerca senza limiti non può che concludersi in una (auto)distruzione generale - o riconoscere che avere un orizzonte sociale di appartenenza/relazione che vada al di là di sé, ma che abbia pure dei limiti percepibili, è un’esigenza naturale di ogni essere umano, necessaria a creargli un ambiente che ha aspetti materiali ed immateriali quali quelli emotivi, psicologici, culturali, di visione ed orientamento nel mondo e nella vita, di scelte da fare e valori a cui ispirarsi. &lt;br /&gt;    Questi aspetti, però, non sono scindibili da quelli materiali che sono la comunità stessa ed il tipo di vita/modello economico di produzione-consumo ed interazione con l’ambiente su cui fonda la propria sussistenza e la forma che prendono le giornate e le attività dei suoi membri.  &lt;br /&gt;    Pertanto, non è possibile immaginare di recuperare l’etica propria di una comunità integrata al proprio interno (e con l’ordine che regola l’ambiente naturale in cui essa vive) ispirandosi ai valori propri di quelle che furono, senza riportare anche (non la forma in modo letterale, che sarebbe impossibile, ma) le funzioni portanti di una tale comunità alle condizioni che esse stesse producevano quei valori. &lt;br /&gt;    Per andare più sul concreto, dunque, è solo entro un livello di sviluppo (o entro un livello di &lt;br /&gt;“povertà” – concetto molto relativo al tipo di società in cui si vive) che le persone, muovendosi sulla base della necessità, riconoscono legami e bisogni reciproci, rispettano il valore complessivo dei comportamenti integri e della lealtà.  E’ solo quando non siamo tutti liberi, mobili (“&lt;span style="font-style:italic;"&gt;liquidi&lt;/span&gt;”?) ed intercambiabili che dobbiamo tener fede ai nostri impegni e dire sì come sì e no come no.     Dobbiamo percepire la &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;necessità&lt;/span&gt; di avere dei valori per rispettarli e questo può avvenire solo entro una certa misura di sviluppo, di ricchezza (o povertà) e di consumi.  Entro comunità legate al territorio e perciò ad uno specifico tipo di adattamento all’ambiente e le cui dimensioni non superino un limite contenuto.  E’ necessario rispettare una misura in tutte le dimensioni su cui un insieme sociale può crescere perché il “senso” che la riunisce possa radicarsi e preservarsi su basi concrete e vitali (riunire e preservare sono anche il significato etimologico della parola”religione”).&lt;br /&gt;    E’ per questo motivo che le proposte che oggi vanno sotto il nome di Decrescita (ammesso che non degenerino nell’ennesima moda spennellata di verde), sebbene possano guardare solo ad alcuni aspetti di ciò che in un’ottica più ampia potrebbe far parte di ciò che alcuni chiamano &lt;br /&gt;l’ “antimodernità”,  hanno un’importanza prioritaria, decisiva, senza la quale non si va da nessuna parte.  &lt;br /&gt;    Il recupero di un senso fondante del vivere non verrà perché “è giusto che ci sia”, e neanche perché qualcuno vorrà fare una crociata per restaurarlo, ma solo se sarà radicato in una condizione materiale che lo renda necessario.&lt;br /&gt;    Non perché esista solo la materialità ed il resto siano fantasie utili a giustificare degli interessi, ma perché, al contrario, nella realtà, nel darsi fattivo delle condizioni, c’è sempre un aspetto di intellig-enza, di illuminazione, che è ciò che troviamo quando comprendiamo che la Realtà, di cui siamo parte, esprime sé stessa, ma non secondo una logica umana, bensì una molto più ampia e impersonale.&lt;br /&gt;    Se è vero – come è vero – che ritrovarsi in comunità di simili è un’esigenza umana, tanto è vero che si cerca sempre di crearne quando si è giovani (e che un’infinità di movimenti dai localistici alle nicchie subculturali esprimono questa esigenza su piani che vanno dal politico al vandalistico) ;&lt;br /&gt;se è vero che una volta queste comunità (con tutta la loro cultura di senso) accompagnavano gli esseri umani lungo tutto il corso della loro vita, morte compresa;&lt;br /&gt;se è vero che ciò accadeva quando si trattava di piccoli insiemi sociali legati dalla condivisione di economie di piccola scala, molto spesso agricole e comunque basate sull’autoproduzione e l’autoconsumo in cui il denaro liquido aveva una parte accessoria/complementare e certo non assoluta come oggi, mentre oggi le pseudo-comunità (senza radici) che i giovani cercano di creare si sfaldano proprio non appena questi incontrano il mondo del lavoro (ormai del tutto sradicante e  tutt’altro che a misura d’uomo);&lt;br /&gt;se ciò è vero, non ci è difficile capire come la disgregazione socio-etico-culturale presente abbia una madre che è la fine della dimensione di vita contadina e la sostituzione di questa con quella prima industriale ed ora consumista-globalizzata: l’avvelenamento e poi lo sradicamento definitivo di ogni radice.&lt;br /&gt;    A questi processi storici in cui milioni di persone si sono gettati perseguendo il sempre più grande-sempre più ricco-sempre più potente non si può opporre una carica contro i mulini a vento in nome del sempre più giusto-sempre più sacro-sempre più puro. Perché anche questa, al pari di quelli, non ha radici nella Realtà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    La Realtà, la Vita, non si divide in qualcosa di “inferiore” e di “superiore”, ma abbraccia tutti gli aspetti (sembra contraddittoria proprio perché è vasta e viva). Il suo solo senso (di “scopo”davvero non si può parlare) è quello di &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;vivere&lt;/span&gt;: complessivamente (quindi non solo da un punto di vista umano) ed in armonia.  Per questo il solo principio, la sola saggezza sempre valida è il senso della misura: è concretamente da questo che bisogna ripartire nel costruire su basi strutturali nuove reti umane, nuove comunità e con esse il senso della loro esistenza, del nostro vivere.   Ripartire da semplici condizioni strutturali sostenibili ed accettabilmente “povere” con la comprensione e la fiducia che la &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;misura&lt;/span&gt; (e la capacità di comprendere quella giusta di volta in volta) sia un valore in sé, perché la Realtà – che ce la mostra questa misura – non è semplice “materia”, ma è, al tempo stesso, intelligenza autoregolantesi.  Per capire questa intelligenza non dobbiamo fare un passo indietro ancora verso un antropocentrismo, per quanto depurato, ma uno avanti verso un punto di vista più ampio.&lt;br /&gt;    Ed è per questo che possiamo coniugare il recupero dell’origine/essenza fondante delle tradizioni con la liberazione dalle loro forme restrittive, il cui rifiuto continua tutt’oggi ad alimentare la modernità.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-4329764144870549594?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/4329764144870549594/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=4329764144870549594&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/4329764144870549594'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/4329764144870549594'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2009/10/la-misura-necessaria.html' title='La Misura Necessaria'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-3632564741353283577</id><published>2009-09-16T15:38:00.000+02:00</published><updated>2009-09-16T15:40:10.990+02:00</updated><title type='text'>Prove generali di influenza M(ediatica)</title><content type='html'>Viviamo in un mondo così ricco di informazione da esserne perfino inflazionato.  Essa costituisce in sé un settore sempre più importante dell’economia e dell’occupazione e molti degli altri settori produttivi le sono legati a doppio filo in un modo o nell’altro.&lt;br /&gt;    Crediamo che ciò ci dia la possibilità di essere più avvertiti della realtà in cui viviamo e di poter fare le nostre scelte in base a considerazioni razionali, certo più razionali di quanto avveniva in epoche precedenti.  Molti di noi sono anche convinti che l’informazione sia la via maestra per sconfiggere le varie forze di potere che sfruttano ed opprimono i popoli e per creare una società più equa e democratica.  Non senza ragioni, senza dubbio: se le cose non si conoscono non si possono neppure criticare, né contrastare, né combattere.  Ma i fatti dimostrano che l’informazione di per sé non è sufficiente o che non è il punto decisivo e forse che il suo effetto in un senso o in un altro dipende molto dal contatto diretto con la realtà che le condizioni pratiche di vita delle persone permettono o meno: una cosa che è molto ridotta proprio dal sistema che informa questa civiltà virtuale dell’informazione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Senza voler suggerire letture dietrologiche e ipotizzare improbabili teorie del complotto, grandi fratelli e quant’altro, l’attuale fobìa di massa per la nuova influenza A(/H1N1) dimostra come ormai il potere che i media hanno sulla mente delle persone è ampiamente al di là della dicotomia tra informazione e disinformazione: non è più neanche necessario diffondere notizie false o manipolarle ad arte per ottenere l’effetto voluto.  Le notizie vere e proprie, quanto ai fatti, che vengono date su questa malattia sarebbero in effetti tali da non destare grande preoccupazione: si parla di un virus che si diffonde facilmente ma non particolarmente pericoloso, si contano un numero di vittime limitatissimo, alcune delle quali risultano poi non dovute con certezza ad esso.  &lt;br /&gt;    Nonostante questo è sufficiente il tono allarmistico con cui si diffondono le notizie, perfino nel momento in cui si mostra di voler prevenire possibili ondate di panico incontrollabili (come secondo effetto collaterale proprio anch’esso di una “vera” pandemia) per far sì che la sensazione dell’emergenza di turno regni sovrana nelle breaking news dei notiziari di tutto il mondo per mesi e che misure di sicurezza anche visibilmente irrazionali vengano accettate come risposte sagge e dovute ad una situazione che non permetterebbe alternative.  Così come viene accettato l’immenso esborso di risorse pubbliche che in seguito ad una tale campagna si stanno trasferendo nelle casse delle grandi compagnie farmaceutiche che arrivano puntuali col loro nuovo vaccino (spacciato per indispensabile) all’inizio della stagione ed alla maturazione dei frutti della semina mediatica nell’opinione pubblica.&lt;br /&gt;    Semina (terroristica) di informazioni che, quanto ai fatti, non possono essere accusate di falsità, dato che – immaginiamo – non riportano morti che non ci sono o studi medici inventati, ma solo informazioni.  Come tali esse formano non una “opinione”, ma una “informazione” pubblica e pertanto si presume trattarsi di qualcosa di fondamentalmente razionale.&lt;br /&gt;    Purtroppo però non si tiene conto della velocità con cui il fiume di innumerevoli notizie di ogni genere scorre davanti ai nostri occhi, della distrazione con cui le percepiamo nel mezzo della nostra vita indaffarata, dell’incompetenza della quasi totalità del pubblico quanto ad argomenti scientifici (e non solo) in un mondo in cui sempre più sono richieste conoscenze specifiche per poter valutare le problematiche contenute nelle notizie.  Non si tiene conto di fattori emotivi (tutt’altro che razionali) che agiscono in modo decisivo in chi recepisce notizie allarmanti su potenziali rischi per la vita propria e dei propri cari e su pericoli ed emergenze che sono al tempo stesso occasioni di una sorta di protagonismo in una chiamata a raccolta planetaria per essere pronti tutti insieme a combattere la minaccia di turno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Probabilmente questa “bolla” sanitaria (ci sono anche queste oltre a quelle finanziarie – ma per chi ha investito tempestivamente in azioni farmaceutiche sarà durata il tempo giusto a trarne il suo guadagno)  sarà stata gonfiata al solo scopo del profitto derivante dai vaccini e business collegati, senza una vera regìa che voglia verificare la potenza dei puri e semplici toni con cui vengono diffuse le notizie: per questo si dovrebbe ipotizzare un regista globale che saprebbe molto di fantapolitica.&lt;br /&gt;    Ma più importante di chi guida la macchina è come la macchina si muove ed oggi abbiamo di fronte la dimostrazione di quanto pandemie planetarie di paure ed illusioni siano producibili e manovrabili facilmente senza neppure esporsi all’accusa di manipolare i fatti.  Esporsi ad una tale accusa sarebbe troppo pericoloso oggi che l’informazione e la verifica delle notizie è alla portata di tutti.  Ma è la gestione del loro effetto che rimane alla portata esclusiva di chi ha il maggiore “volume di fuoco” mediatico e non ci rimane grazie all’oscuramento degli elementi di conoscenza  che fonti alternative possono portare, bensì  in base alla presa emotiva di cui è capace, tanto più potente quanto più, nel muoversi sul piano dell’ “informazione”, riesce così bene ad occultare la sua natura irrazionale.&lt;br /&gt;    Se poi davvero, alla guida della macchina non c’è nessuno….forse la situazione è perfino peggiore.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-3632564741353283577?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/3632564741353283577/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=3632564741353283577&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/3632564741353283577'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/3632564741353283577'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2009/09/prove-generali-di-influenza-mediatica.html' title='Prove generali di influenza M(ediatica)'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-103917367372531350</id><published>2009-08-06T13:39:00.002+02:00</published><updated>2009-08-06T13:44:09.461+02:00</updated><title type='text'>Un articolo dal sito della DecrescitaFelice (www.decrescitafelice.it)</title><content type='html'>Faccio una eccezione al mettere sul Blog solo cose scritte da me per riportare questo intervento di Roberto Spano al convegno del IRS in Sardegna che ho preso dal sito www.decrescitafelice.it e che trovo pienamente condivisibile e da diffondere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Roberto Spano&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di seguito il testo dell’intervento presentato da Roberto Spano a Milis (OR) il 25 Luglio scorso durante Festa Manna, l’appuntamento annuale organizzato da IRS, il movimento indipendentista sardo di ispirazione gandhiana e pacifista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Buongiorno a tutti, grazie per avermi invitato a questo evento e vorrei subito fare le più sincere congratulazioni a IRS e a tutti gli organizzatori di questa bellissima Festa Manna, e in particolare per aver voluto introdurre nel calendario dei dibattiti e degli incontri anche il tema delle “Economie Differenti”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi chiamo Roberto Spano, sono di Orroli e in questa sede rappresento MDF, il Movimento per la Decrescita Felice che si pone lo scopo di introdurre nel dibattito politico il tema appunto della Decrescita economica, cioè di quel nuovo paradigma culturale che va a proporsi come una concreta alternativa e soluzione ai disastri (economici, occupazionali,ambientali, sociali e climatici) causati dal mito della crescita economica e dell’aumento del PIL.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima di entrare nel merito della proposta di MDF vorrei subito portarvi i saluti di Maurizio Pallante, fondatore e attuale presidente del Movimento per la Decrescita Felice, che non ha potuto materialmente essere presente oggi qui per altri impegni, nonostante il grande interesse che nutre per la Sardegna e per le possibilità che la nostra terra possa divenire davvero un laboratorio politico e pratico della Decrescita. Pallante conosce bene la nostra terra per esservi venuto molte volte partecipando a dibattiti e convegni sulla Decrescita. Anche recentemente è stato in Sardegna due volte, una a fine maggio per una serie di conferenze organizzate dall’Università di Cagliari e di Sassari e poi ancora a fine giugno a Gavoi, invitato dagli organizzatori del Festival Letterario per commentare assieme ad Ermanno Olmi il documentario “Terra Madre”, l’ultimo lavoro del grande regista bergamasco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora proverò ad introdurre il concetto della Decrescita Felice, partendo anche dalla mia esperienza personale, ma vi invito ad approfondire il tema leggendo le pubblicazioni di Pallante e gli altri lavori editi da MDF che rappresentano le fonti principali di questo mio intervento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La base teorica del concetto di Decrescita Felice muove dalla consapevolezza che il PIL è uno strumento assolutamente incapace di misurare il benessere (o se vogliamo… la felicità) delle persone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che il PIL non misuri la felicità delle persone non è certo un’idea originale di MDF, se pensiamo che già nei primissimi anni ’60, pochi mesi prima di essere assassinato, J.F. Kennedy pronunciava il suo famosissimo discorso dove affermava a chiare lettere che “…il PIL è in grado di misurare di tutto ma non quello che è davvero importante per noi come esseri umani.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allora chiariamo subito: il PIL non misura la ricchezza di uno Stato, non misura il benessere della popolazione, non misura la qualità della vita di una comunità. Il PIL misura solo la quantità di merci e servizi scambiati per denaro in un dato territorio per unità di tempo (in genere un anno).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma cosa significa questo? Significa che se ad esempio si realizza una speculazione edilizia su una pianura fluviale fertilissima come quella di Capoterra, cementificando selvaggiamente ottimi terreni agricoli e trasformandoli in schiere di villette e quartieri residenziali e dormitori… noi stiamo aumentato il PIL perché i guadagni dei proprietari dei terreni che hanno venduto, i profitti dei palazzinari che hanno edificato e i salari degli operai che hanno lavorato, risultano maggiori rispetto alla resa economico/monetaria di quelle stesse terre se fossero state invece coltivate per produrre cibo fresco, sano e vicino alla città.&lt;br /&gt;Se poi Cagliari e tutto il Campidano hanno perso migliaia di ettari di terreno agricolo e per sfamare tutta la popolazione residente si deve ricorrere all’importazione di cibo da fuori … bhè il PIL cresce ancora. Se poi si è anche deviato il corso naturale di un fiume e si è costruito anche sopra i nuovi argini artificiali (il terreno edificabile vale tanti soldi e non se ne può sprecare neanche un metro quadro) e succede una alluvione che fa straripare il fiume, che abbatte gli argini e, riprendendosi il suo corso naturale, distrugge, allaga e rende inagibili centinaia di abitazioni e rende “senza tetto” migliaia di persone…. bhè… grande soddisfazione perché il PIL cresce ancora e tantissimo!!! Basti pensare alle enormi somme che verranno spese in movimento terra, ricostruzioni, ristrutturazioni, riurbanizzazioni, impiantistica, alloggio negli alberghi degli sfollati, riacquisto di tutte le suppellettili, mobili, elettrodomestici, vestiti, automobili e quant’altro andato distrutto nell’alluvione. Che pacchia per il PIL!!! Pensate se il comune di Capoterra nel ’69 avesse resistito alle pressioni degli speculatori e avesse negato l’urbanizzazione di quei terreni… quanta ricchezza avrebbe fatto perdere!!!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;O ancora: se una petroliera rovescia il suo carico di petrolio in mare… il PIL cresce con le operazioni di bonifica. Se a causa del traffico eccessivo nelle strade accadono incidenti… il PIL cresce col lavoro dei carrozzieri (e col trasporto dei pezzi di ricambio, visto che ormai non si ripara più nulla, ma si sostituisce tutto). Se poi grazie al traffico si creano ingorghi che ci tengono incolonnati in fila col motore acceso a fare pochi metri all’ora… il PIL cresce col consumo di carburante. E se poi a causa di tutto il veleno che respirano, molte persone si ammalano di bronchiti croniche e tumori…. dobbiamo festeggiare perché il PIL cresce tantissimo col lavoro degli ospedali e i profitti delle casa farmaceutiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli esempi possono continuare all’infinito e ognuno di noi può “divertirsi” a trovarne tanti, ma il concetto è sempre lo stesso: nonostante quello che viene ripetuto in continuazione, il PIL non misura il benessere della popolazione ma solo (ripetiamolo) il valore monetario della somma delle merci e dei servizi scambiati sul mercato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E qui arriviamo a un concetto che invece questo si è una elaborazione originale di MDF: la differenza profonda che vi è tra Beni e Merci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le merci come abbiamo visto sono manufatti o servizi che hanno un valore monetario ma a cui non corrisponde automaticamente un corrispettivo benessere delle persone. Anzi, anche dagli esempi appena fatti e da quelli che state divertendovi a immaginare, capiamo che troppo spesso le merci corrispondono invece a una diminuzione della qualità della nostra vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I beni invece sono quei manufatti, quei prodotti e quei servizi che soddisfano direttamente un bisogno o un desiderio delle persone, senza necessità di un’intermediazione monetaria. I pomodori autoprodotti nel mio orto (è un esempio reale) soddisfano il bisogno e il desiderio di cibo sano e gustoso per me e la mia famiglia, ma non ho avuto bisogno di comprarli con denaro. Quando il mio bambino gioca con i nonni perché i genitori sono impegnati nel lavoro e nell’autoproduzione, e quando i nonni hanno bisogno di assistenza perché gli acciacchi dell’età arrivano per tutti, noi non abbiamo bisogno di spendere soldi ne per l’asilo nido ne per la badante, perché siamo autosufficienti e ci scambiamo vicendevolmente servizi (di qualità sicuramente superiore rispetto agli stessi servizi svolti da professionisti che lo fanno in cambio della parcella) in una dimensione conviviale e di dono reciproco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco quindi due elementi fondanti la proposta della Decrescita Felice: l’autoproduzione e lo scambio comunitario, conviviale e quindi non mercantile.&lt;br /&gt;Poi è chiaro che ci sono beni che non posso ne autoprodurre ne scambiare, pensiamo agli occhiali per noi miopi, a un computer, o a una visita medica specialistica, che devo quindi necessariamente procurarmi sotto forma di merci. Ma appunto capiamo che la sfera mercantile è si necessaria, ma non “necessariamente” invasiva e totalizzante come la nostra società che si basa sul mito della crescita ci ha praticamente costretto a credere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se volessimo visualizzare graficamente questi concetti potremmo pensare a tre cerchi concentrici, in cui quello più interno è costituito dall’autoproduzione, quello intermedio dal dono e dallo scambio non mercantile e infine, quello più esterno dagli scambi mercantili. Cosa è successo, diciamo negli ultimi due secoli, con un’accelerazione impressionante negli ultimi 50 anni? È successo che il cerchio più esterno ha fagocitato quasi del tutto gli altri due cerchi interni. Per cui oggi, a parte la preparazione dei pasti (ma con quali cibi?), la pulizia della casa e i servizi essenziali ai figli, praticamente una famiglia mononucleare, che viva in un condominio urbano, con magari entrambi i genitori occupati, dipende totalmente dal denaro per procurarsi il necessario (e il superfluo) per vivere. Non c’è tempo per lavare l’insalata (e la si compra a prezzi altissimi già lavata e plastificata, assieme a salti in padella e pane gommato nei centri commerciali) figuriamoci per autoprodurla! E in quali terreni poi, se la speculazione cementizia, fondamentale per la crescita del PIL, ha lasciato giusto qualche striminzito giardinetto pubblico dove crescono rigogliose solo le siringhe usate?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E tutto questo perché? Perché nella società che si basa sulla crescita economica e quindi sulla necessità di comprare con soldi tutto quello che serve… le persone “devono” essere occupate solo a “vendere” il loro tempo/capacità in cambio di denaro per poter comprare sotto forma di merci (di qualità inferiore) quei beni e servizi che non hanno il tempo e la possibilità di autoprodursi o di scambiarsi convivialmente perché… devono lavorare! Non sembra anche a voi che ci sia un corto circuito logico?&lt;br /&gt;E se consideriamo che questa folle quantità di attività economiche, necessarie alla crescita è la prima causa dello sconvolgimento planetario del clima (con l’iper produzione di CO2) e del deterioramento gravissimo dell’ambiente naturale, non vi sembra che il corto circuito logico sia ancora più grave?&lt;br /&gt;E se consideriamo che facciamo una vita stressante, soffocante, mangiamo cibo precotto e importato di nessun sapore e ancora minori capacità nutritive, passiamo ore e ore in auto in mezzo al traffico, lasciamo i nostri figli e i nostri genitori con estranei salariati, ci ammaliamo di più e consumiamo quantità record di antidepressivi e ansiolitici…. Non vi sembra che il corto circuito logico assomigli sempre di più alla bottiglia di Tafazzi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma, qualcuno potrebbe obiettare, la crescita economica ha portato occupazione per tutti… A parte il fatto che inviterei quel qualcuno ad andare a dirlo ai cassintegrati di Porto Vesme, di Porto Torres, di Ottana. Ai minatori del Sulcis. Ai laureati con 110 precari nei call center. Agli artigiani e ai commercianti che chiudono bottega e attività. Ai giovani e meno giovani disoccupati e ciondolanti nelle strade e nei bar dei paesi e delle città, attenti solo a non perdersi il mese di “Lavori Socialmente Utili” benevolmente finanziati da sindaci e consiglieri in fregola elettorale… Che ci vada a dirlo che la crescita economica ha dato occupazione a tutti… non garantiamo certo per la sua incolumità! Ma aldilà degli esempi empirici (che però sono sotto gli occhi di tutti) sono proprio i numeri ufficiali dell’Istat a smentire questa menzogna. In Italia (mi perdonino gli amici di IRS se faccio quest’esempio…) dal 1960 al 2000 il PIL (calcolato a prezzi costanti) è più che triplicato passando da circa 400mila miliardi di lire a circa 1.400mila miliardi, la popolazione è aumentata del 15% (da 50 a 60 milioni), ma il numero di occupati è rimasto identico intorno ai 20 milioni! In pratica, un aumento così alto del PIL (il triplo), non solo non ha fatto crescere l’occupazione in termini assoluti (ferma a 20 milioni), ma addirittura l’ha fatta diminuire in percentuale, dal 41,5 (1960) al 35,8 (2000) della popolazione. In pratica si è avuto solo un passaggio di occupati dall’agricoltura all’industria fino agli anni ’70 e un ulteriore passaggio dall’industria ai servizi dagli anni ’80 a oggi. Bel progresso… così adesso invece del grano coltivato in Pianura Padana o in Trexenta, mangiamo grano transgenico prodotto industrialmente in Cina o in Ucraina, trasportato con enorme consumo di petrolio, e coltivato sfruttando vergognosamente manodopera locale che, da piccoli contadini autonomi e autosufficienti, sono stati trasformati in braccianti agricoli salariati e incapaci ormai di provvedere dignitosamente alle esigenze della loro famiglia. Che quindi lasciano le loro terre e preferiscono affrontare i rischi della clandestinità (e oggi anche delle pene inflitte dal governo italiano per il reato omonimo) sperando di trovare occupazione salariata in quelle fabbriche e quei capannoni della Pianura Padana, o della Trexenta, o di Perd’’e Cuaddu a Isili che hanno si preso il posto dei terreni agricoli… ma che adesso sono chiusi (con tutte le conseguenza di inquinamento ambientale che sappiamo) per la saturazione del mercato che non è più in grado di assorbire la folle corsa alla produzione infinita che esige la società basata sulla crescita economica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allora stiamo cominciando a metterci almeno il dubbio che la crescita economica sia l’inevitabile strada da percorrere per il nostro benessere, così come politici, banchieri (ad eccezione dell’amico di Banca Etica) e speculatori, col supporto massiccio dei mass-midia e delle istituzioni, si affannano a farci credere?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Iniziamo a capire che l’attuale crisi economica non è un evento congiunturale, dovuto a cause accidentali che può essere superata con l’incoraggiamento a “spendere e consumare di più per dare slancio all’economia”? Lo stiamo capendo che questa crisi è strutturale e che le sue cause sono tutte interne proprio al suo caposaldo della crescita infinita? Questa crisi, non è solo una crisi della finanza come vogliono farci credere minimizzando il problema e spostando l’attenzione sulle virtù auto rigeneratrici della c.d “economia reale”. Cioè sull’economia del mattone e del bullone, cioè sull’economia della produzione e vendita di merci. Questa crisi è prima di tutto una crisi proprio dell’economia reale dovuta alla sovrapproduzione di merci rispetto alle capacità di assorbimento di un mercato ormai saturo. I cosiddetti mutui “subprime” che sarebbero secondo gli analisti la causa scatenante della crisi, scaricandone le responsabilità solo sulle banche che concedevano mutui per l’acquisto di case anche a soggetti incapaci di restituirli e poi rivendevano il titolo drogato ad altre banche più ingenue, sono in realtà dovuti alle pressioni del mercato edile americano che stava rallentando perché nessuno comprava più casa, perché non ce era più bisogno. Gli Stati Uniti sono il territorio più cementificato del mondo. Ma.. se non si comprano più case… l’economia rallenta, il PIL scende e i profitti degli speculatori diminuiscono! Prospettiva terrificante in una logica di crescita. Ecco quindi le pressioni sulle banche per “facilitare” le concessioni di mutui che avrebbero fatto ripartire ruspe e cantieri. E la globalizzazione ha fatto il resto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D’altronde non servono complicati calcoli con logaritmi di terzo grado, ma basta l’aritmetica che si studia in terza elementare per capire che, in un sistema a risorse limitate come il nostro pianeta, non è possibile una crescita infinita. Ma forse proprio perché così evidente, è un concetto difficile da accettare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La crisi attuale è una crisi assieme economica, ma anche ambientale e climatica legate assieme. Cioè stiamo correndo follemente verso il baratro dell’autodistruzione planetaria, continuando per giunta ad accelerare!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando si fanno paragoni e paralleli con la famigerata crisi di Wall Street del ’29 dobbiamo sapere e capire che sono paragoni inadeguati… ma per difetto!!! Cioè la crisi del ’29 era una crisi infinitamente meno grave di quella che stiamo attraversando oggi, perché si limitava solo alla sfera economico/finanziaria e non coinvolgeva anche l’ambiente e il clima. E quindi anche le soluzioni non possono essere le stesse. Se nel ’29 fu possibile mettere una toppa con interventi macroeconomici di ispirazione keinesiana, oggi non è più possibile, nonostante che i governi (specie quelli di destra, dall’attuale italiano al precedente americano) invochino ora (ma la destra non era per il libero mercato???) interventi statali e assistenziali per finanziare con soldi pubblici la ripresa dell’economia a partire dall’edilizia (abitativa e infrastrutturale come le c.d. Grandi Opere) e dall’industria automobilistica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi questi interventi non sono più possibili. Mettiamocelo bene in testa. Chi sostiene questi interventi è un folle (perché sarebbero inutili) e un criminale (perché produrrebbero solo un accelerazione verso la distruzione del pianeta e della vita nella biosfera).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi la popolazione mondiale consuma con le proprie attività economiche un terzo in più delle risorse che il nostro pianeta sia capace di riprodurre in un tempo dato. Cioè ogni anno noi consumiamo un terzo di pianeta in più di quello che potremmo permetterci. È come se una famiglia di quattro persone, con un reddito mensile di €1000 ne spendesse regolarmente 1.300 ogni mese. Noi tutti capiamo che quella famiglia, continuando a intaccare così pesantemente i propri risparmi (invece di vivere delle sue risorse rinnovabili) andrà ben presto in rovina. Quindi, se spostiamo l’ordine di misura dal singolo nucleo familiare, all’intera popolazione mondiale, capiamo che per la prima volta dall’esistenza dell’uomo sulla terra, stiamo mettendo a gravissimo rischio la nostra stessa possibilità di sopravvivenza. Ma non è tutto! La situazione è ancora più grave di quello che si possa credere, se consideriamo le vergognose disuguaglianze che si celano dietro a questo dato aggregato. In realtà è come se dei € 1.300 che la nostra famiglia di quattro persone spende ogni mese… 1000 li spendesse da solo un unico componente, mentre gli altri tre ne spendessero assieme appena 300. E’ una follia vero? Eppure questa è la realtà! Il 25% della popolazione mondiale (noi occidentali sviluppati tanto per capirci) consuma da sola il 75% delle risorse totali, mentre il restante 75% di popolazione (più di 4 miliardi di esseri umani) accede appena al 25% delle risorse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa fare allora? È possibile secondo voi proporre come soluzione che anche gli altre 3 familiari consumino € 1000 ciascuno portando il fabbisogno della famiglia a € 4000/mese (ricordiamo che le risorse utili sono sempre 1000/mese)? Chiaramente no!! Qualunque persona di buon senso capisce che questa soluzione non farebbe altro che accelerare la rovina economica di quella famiglia. Eppure, per quanto incredibile, per quanto folle, per quanto criminale, questa è la soluzione che governi, partiti di destra e di sinistra, istituzioni, banche, organizzazioni sindacali, datoriali e Ong, mass media e lobby economico/finanziarie continuano a chiedere a gran voce per risolvere la crisi economica della “famiglia/mondo”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Movimento per la Decrescita Felice propone invece come soluzione, immediatamente attivabile, facile da realizzare e soprattutto efficace, l’uscita dalla prigione concettuale della crescita infinita e omnicomprensiva per ridurre (non eliminare!!) la sfera degli scambi mercantili (e quindi del PIL) e aumentare di dimensione ed importanza le sfere dell’autoproduzione (a partire dal cibo e dall’energia) e degli scambi non mercantili o del dono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Avere meno bisogno di denaro per comprare tutte quelle merci che invece mi posso autoprodurre (ad esempio con l’orto/frutteto in terra e col fotovoltaico sul tetto) o scambiare sotto forma di dono reciproco nella mia comunità o di organizzazioni conviviali come i GAS, significa avere meno bisogno di svolgere un lavoro retribuito e quindi avremo un alleggerimento della pressione occupazionale.&lt;br /&gt;Facciamo un esempio pratico: in Sardegna risultano “occupati” (comprendendo sia i lavoratori dipendenti pubblico/privati che i liberi professionisti e gli imprenditori) circa 520/550mila persone, mentre i “disoccupati” risultano essere circa 150/180mila. È facile capire che se appena 200mila “occupati” potessero permettersi di lavorare part-time perché la metà dei loro fabbisogni li soddisfano con l’autoproduzione e col dono reciproco… ecco risolto facilmente (e a costo zero) il problema della disoccupazione in Sardegna che invece sindacati, partiti, chiesa e istituzioni fanno apparire come angosciante, irrisolvibile, difficilissimo e gravissimo. E necessitante di ingenti investimenti, arditi piani di sviluppo, folte commissioni d’inchiesta e parcelle d’oro a “think tank” di consulenti cervelloni che, magari dal ritiro dorato di convegni in lussuosi resort della costa a spese di Mamma Regione (cioè di noi poveri indigeni/indigenti), sentenziano che l’unico modo per uscire dal grave sotto sviluppo che attanaglia (secondo loro geneticamente) noi poveri sardi.. è quello di far crescere il PIL con forti iniezioni di cemento per nuove case vuote e hotel super accessoriati da usare due mesi all’anno, e per nuove zone industriali con tanti capannoni di ferro ed eternit che, oltre agli ingenti finanziamenti pubblici concessi ai generosi imprenditori milanesi, arabi e americani che graziosamente accettano di venire in Sardegna a “creare lavoro”, produrranno tanti cassintegrati che così avranno il diritto di protestare, guidati dagli eroici sindacati, a chiedere anche loro un bel posto pubblico in Regione, magari in uno dei tanti enti parassitari che si era cercato di chiudere e che pare invece stiano riaprendo i battenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riusciamo a capire quanto sia folle questa soluzione? Ma lo capiamo che, rimanendo dentro la sfera drogata dell’imperativo alla crescita costante e infinita del PIL, è l’unica soluzione che riescano a dare? Ma allora dobbiamo spezzarla questa sfera maledetta. Romperla in mille pezzi e liberare le energie pulite, sane e rinnovabili della Decrescita. Partendo dal risparmio e recupero degli sprechi che invece oggi rappresentano una delle voci più importanti nella formazione del PIL. Pensiamo solo agli sprechi energetici delle nostre case mal coibentate e riscaldate con combustibili fossili. In Italia per riscaldare gli edifici si consumano 200 chilowattora al metro quadrato all’anno. La normativa in vigore nella provincia di Bolzano e in altri paesi europei (freddi come la Germania e la Svezia!!!) non consente di costruire nuovi edifici o di ristrutturare gli edifici esistenti se il loro consumo ne richiede più di 70 (quindi appena 1/3), ma già oggi le tecnologie più avanzate permettono di costruire case che non richiedano più 15 kwh (quindi 1/15)! Questo vuol dire che noi sprechiamo (quindi paghiamo, e quindi abbiamo “bisogno” di lavorare per procurarci i soldi) almeno i 2/3 dei combustibili che bruciamo per riscaldare la nostra casa. Cioè paghiamo fior di quattrini, procurati magari con un lavoro odioso e usurante, per qualcosa di cui non godiamo perché 2/3 dei combustibili che bruciamo, invece di riscaldare la nostra casa vengono dispersi nell’atmosfera e riscaldano il cielo sopra di noi (oltre ad aver prodotto 2/3 di Co2 in più del necessario). Questo spreco di calore non ci porta alcun vantaggio, anzi ci danneggia perché ci sottrae risorse economiche che potremmo usare per altro… ma… aumenta il PIL!!! Pensiamo solo alle somme spaventose che l’Italia (ma anche la Sardegna) deve spendere (e i ricatti che deve subire) per comprare dall’estero i combustibili fossili necessari… a riscaldare l’aria intorno alle nostre case!!! Ma non sarebbe meglio investire quei soldi in ricerca e stipendi (e quindi occupazione) per sviluppare e applicare massicciamente le tecnologie esistenti capaci di ridurre a 1/3 i consumi delle nostre case a parità di comfort? Ma non è meglio investire in risparmio energetico (che crea nuova occupazione qualificata nell’edilizia, nell’impiantistica e nelle fonti rinnovabili) invece che in produzione e importazione di combustibili fossili e in edilizia convenzionale, settori che perdono occupati al ritmo crescente che conosciamo? Certo che è meglio… ma le lobby petrolifere, del gas e del carbone (cioè i veri poteri forti che dominano la politica e l’economia della crescita) vedono come fumo negli occhi (e a loro il fumo da fastidio…) politiche e pratiche che mirano a una diminuzione del consumi di fonti fossili.&lt;br /&gt;E lo stesso discorso lo possiamo fare per la gestione dei rifiuti puntando, prima di tutto, alla loro riduzione e poi al loro riciclo tramite la raccolta differenziata e alla produzione delle c.d materie prime secondarie, tutte pratiche che diminuiscono il PIL ma accrescono il nostro benessere, la nostra salute e l’occupazione, invece della politica di lasciar aumentare i rifiuti per poi destinarli agli inceneritori che producono veleni mortali e diminuiscono l’occupazione perché sempre più automatizzati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vorrei concludere con un ultimo punto, per lasciare spazio alle domande e al dibattito. La Sardegna è davvero, come dice anche Pallante, un possibile laboratorio politico e pratico della Decrescita, perché siamo appena 1.620mila abitanti per una terra di 24mila kmq (la Sicilia ha il quintuplo di popolazione e la Lombardia 8 volte tanto) ma sono necessarie politiche coraggiose e lungimiranti.&lt;br /&gt;È chiaro che autoproduzione di cibo con orto, frutteto e qualche piccolo animale da cortile, e autoproduzione di energia con fotovoltaico e mini-eolico da istallare sul tetto della propria casa, sono molto difficili da attuare in un contesto urbano dove si vive circondati da cemento e in condomini plurifamiliari. Eppure, nonostante l’enorme disponibilità di spazio esistente nella nostra isola, la devastante cultura della crescita ha concentrato più di 1/3 di tutti i residenti in Sardegna (550mila sul totale) a vivere ammassati in un semicerchio di appena 15 km di raggio intorno a Cagliari. E lasciando spopolati i paesi delle zone interne, con le loro decine di migliaia di case vuote e abbandonate e di ettari di terreno coltivabile lasciati ai rovi e ai topi.&lt;br /&gt;Col risultato che l’interland di Cagliari (formato da ottimi terreni fertili e irrigui) è stato trasformato in una squallida periferia/dormitorio cementificata e priva di identità e rapporti sociali e comunitari, che ormai non riesce più (se mai ci è riuscita) a “dare lavoro” nelle fabbriche e negli uffici a tutti i nuovi poveri super-accessoriati che la cultura della crescita ha prodotto, e dall’altra parte a svuotare i paesi che per millenni hanno vissuto di agricoltura e artigianato e che oggi chiudono i battenti a partire dalle scuole per mancanza di bambini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché questo esodo “quasi biblico” dalle terre della propria identità, della propria cultura, della propria famiglia, della propria comunità, dove abbiamo case spaziose, ampi cortili e terre fertili, per andare a rinchiuderci nei loculi della “città necropolitana” (leggete il profetico libro di Eliseo Spiga, Placido Cherchi e Cicitu Masala “Manifesto del Comunitarismo in Sardegna”), dove si diventa automi e ingranaggi di un sistema spaventoso? Perché il lavoro della terra se è vero che produce cibo sano e gustoso… produce però meno denaro del lavoro salariato che è invece indispensabile per poter comprare sotto forma di merci (più scadenti e nocive) quei beni che prima non avevo bisogno di comprare perché me li autoproducevo o li scambiavo nella mia rete comunitaria. E il cerchio si chiude.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho detto che servono scelte politiche coraggiose e lungimiranti per poter invertire il senso di questa marcia folle verso il baratro della distruzione planetaria. Al momento, diciamolo subito, nessun partito, ne di destra ne di sinistra, ne in Italia, ne in Europa, ma io credo neppure nel mondo, ha scelto la Decrescita come suo paradigma culturale fondante le proprie politiche economiche. Tutti i partiti, di destra e di sinistra (così come tutti i sindacati), che sembrano darsi feroce battaglia, sono in realtà d’accordo sulla necessità della crescita economica e del PIL. Magari divergono sugli strumenti da usare tra Stato e Mercato (anche se stiamo assistendo sempre più spesso a scambi culturali che, ad esempio nelle recenti elezioni regionali, hanno visto contrapposte la sinistra liberale di Soru con la destra statalista e assistenziale di Cappellacci). Ma a parte la scelta degli strumenti, Destra e Sinistra sono d’accordo che l’obiettivo della politica deve essere quello di far crescere il PIL a qualunque costo. Compresa la morte per asfissia e avvelenamento del genere umano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E allora che fare? Chi mi conosce sa bene che non faccio mistero di auspicare che IRS, col coraggio e la passione che li contraddistingue, faccia la scelta rivoluzionaria di essere il primo partito al mondo a scegliere chiaramente e coerentemente il paradigma della Decrescita come base di un nuovo Rinascimento per il nostro popolo e la nostra terra, che divenga un esempio luminoso per tutti i popoli di tutta la terra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fatto è che la decrescita ci sarà comunque, perché le risorse del pianeta stanno finendo. La scelta se subirla con sofferenza o viverla con felicità dipende solo da noi. Grazie.-&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Roberto Spano – Portavoce MDF Sardegna&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-103917367372531350?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/103917367372531350/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=103917367372531350&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/103917367372531350'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/103917367372531350'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2009/08/un-articolo-dal-sito-della.html' title='Un articolo dal sito della DecrescitaFelice (www.decrescitafelice.it)'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-4340963050550917571</id><published>2009-07-24T00:31:00.000+02:00</published><updated>2009-07-24T00:32:31.812+02:00</updated><title type='text'>Gli avanzi del "Nuovo"</title><content type='html'>Subito dopo Mani Pulite si parlava tanto del “Nuovo che avanza”;  si pensava ad una nuova stagione della politica in Italia, alla fine dell’assuefazione al regime corrotto del “mi manda il dott. Tale…”, “sono amico di…”, degli amici degli amici ecc…   Si sperava che, non avendo le inchieste colpito significativamente la Sinistra, questo, insieme alla fine della Guerra Fredda, avrebbe finalmente aperto le porte del governo per quest’altra parte politica che tanto pazientemente aveva aspettato per oltre quarant’anni.  Si credeva, insomma, di voltare pagina, come s’è detto, da una “prima” a una “seconda” repubblica.&lt;br /&gt;    Nel decennio craxiano, i partiti si erano ritrovati finalmente liberi dalla fase del ’68 e degli anni ’70, in cui per l’ultima volta – almeno finora – il confronto/scontro politico verteva veramente su progetti alternativi di società ovvero in cui si trattava davvero di cambiare le cose e quindi c’era ancora un’ampia partecipazione popolare di tesserati e militanti a cui i leader dovevano rispondere.  Finalmente liberi, dunque, questi hanno potuto dedicarsi alla “stabilità”, intesa come spartizione del potere e dei suoi vantaggi distribuiti con precisione, prima proporzionale e poi maggioritaria (anche se, poi, all’interno di schieramenti e coalizioni, ancora proporzionale: …alla fine ci si aggiusta sempre e qualcosa ci dev’essere per tutti).&lt;br /&gt;    La fase paludosa del sistema di cui Craxi fu il simbolo, collassato con Mani Pulite, diede il via a quella disillusione e tendenza “antipolitica”, la cui onda lunga va crescendo ancora oggi, per la quale molti credono che un requisito necessario per essere un buon politico sia quello, sostanzialmente, di non esserlo affatto.&lt;br /&gt;    Questa credenza (e la delusione post anni ’70 che la alimenta) è stata abilmente sfruttata sia da Berlusconi, accreditatosi al rango di  statista per il fatto stesso di essere un uomo d’affari “sceso in campo”,  che – meno abilmente – dai leader della Sinistra, impegnati nel frattempo a diluire l’identità e la forza del più grande partito comunista dell’Occidente in misura tale da farne rimanere ormai (nell’attuale ultimo stadio di diluizione, detto PD) solo una quantità omeopatica – che, in quanto tale, come è noto, serve ad ottenere l’effetto opposto a quello della sostanza originaria.&lt;br /&gt;    Anche la Sinistra, occupando progressivamente ampie fette di potere locale, si è fatta in parte impresa: una rete di imprese cooperative e non dalle quali dipendono molte persone, carriere ed interessi e così, i leader, sempre più liberi da uno scomodo confronto sul piano schiettamente politico con una base non più partecipante – e vivendo di rendita del presunto pericolo berlusconiano e relative derive autoritarie – hanno portato la loro politica su un piano sempre più tecnico.&lt;br /&gt;    Da questo punto di vista ciò che emerge come “nuovo” nella Sinistra è essenzialmente l’equazione tra la semplice capacità di vedere e dire le cose come stanno (e poi agire coerentemente) e l’ideologismo  (dato come anticamera certa della violenza).  L’assumere (nei fatti) questa equazione come credo ufficiale avrebbe dovuto (nelle loro intenzioni) accreditarli come affidabili governanti agli occhi degli elettori di centro e far di loro i leader di un paese finalmente diventato “normale” dopo tanta lunga attesa.&lt;br /&gt;    Nei fatti questi leader sono attualmente, con la loro – peraltro fallimentare – attenzione ad eliminare tutto ciò che dal proprio interno potrebbe allontanarli dall’accesso al governo – salvo dimenticare ciò che lo fa dall’esterno – i più diretti eredi della prima repubblica, tutti attenti agli equilibri e alle percentuali come materia di competenza per addetti ai lavori e convinti che le etichette di “destra” e “sinistra”, di “democratici” e non so cos’altro debbano bastare alla massa dei votanti.  Della prima repubblica la cosidetta Sinistra attualmente riunita nel PD (ultimo approdo di questo “realismo” che avrebbe dovuto portare a sostituirsi alla DC nella guida del paese – dopo un quarantennio di opposizione fissa – ed ha finito per fondersi con ciò che ne restava fino quasi a tentare di resuscitarla) ha mantenuto l’attitudine alla politica come a un impiego a vita e la logica delle bandierine sui posti da occupare e del bilancino nei conti sul dare e l’avere per accontentare quanti più possibile (avversari compresi) e mantenere lo status quo.&lt;br /&gt;    Il vero fenomeno nuovo (ma non per questo tale da costituire un miglioramento)  sulla scena dopo Mani Pulite – e colui che sull’antipolitica ha inventato una forza di governo – è Berlusconi (la Lega è anche nuova, a modo suo, ma per sua natura necessariamente complementare, a livello nazionale, a chi può veramente costituire un governo, e Fini – l’unico politicamente presentabile all’interno del suo partito -  fa da quasi un ventennio come le remore, quei pesci che si attaccano al dorso dei grandi squali e si fanno trasportare fino al punto in cui  vogliono arrivare – in questo caso il momento in cui bisognerà trovare un nuovo capo per una forza del 40% rimastane priva – non male per uno che era partito dal 10% del MSI).&lt;br /&gt;    Però, se la mitologia fondante della cosidetta “seconda repubblica”, con Mani Pulite, dipingeva un mondo in cui il malaffare non avrebbe più sostenuto la politica, il salto di qualità che effettivamente c’è stato, è andato decisamente in direzione contraria.  L’era Berlusconi ha dimostrato come ciò che l’ha preceduta fosse ancora in una fase dilettantesca in cui si dava un colpo al cerchio dell’interesse del partito ed uno alla botte delle proprie tasche.  Mentre l’esito maturo del passaggio che stava avvenendo allora (certo, in direzione opposta alle intenzioni dei magistrati allora protagonisti) si mostra oggi come una fase ben più professionale ed avanzata, in cui, l’intreccio improprio tra affari e politica, da occasionale – ancorché frequente - è diventato sistemico, fino all’attuale ribaltamento per cui è il partito-azienda ad essere lo strumento operativo di una politica diventata mezzo per sostenere i propri interessi, anche quelli non possibili, dato che li si rende tali, eventualmente, cambiando le leggi.&lt;br /&gt;    Ciò per cui il vero “nuovo” è stato Berlusconi, è che ha incarnato e reso esplicito quello che, prima dissimulato pudicamente dietro  ideologie di facciata, è sempre stato il sogno di molti italiani, “buoni” per tutte le stagioni, che ragionano di panza e di orgoglio, bramosi di successo (o, almeno, di essere gli spettatori di quello di qualcun altro in cui si identificano e che cercano di imitare, per quanto nel loro piccolo).  Gente che intende la “concretezza” non come attinenza alla realtà pratica, ma come qualcosa che dia un ritorno immediato, senza curarsi di ciò che verrà.&lt;br /&gt;    Il trionfo di tanta pochezza – tale da far rimpiangere (per lo stile, se non altro) gli Andreotti e persino i Fanfani (fino a i Cossiga il rimpianto non arriva: c’è un limite a tutto) anche a chi era abituato a considerarli il diavolo in persona – ha però un presupposto e cioè la disillusione e il venire meno di riferimenti ideologici autentici o, più ampiamente, di qualcosa di forte e fondante in cui credere.&lt;br /&gt;    Non si può imputare questo solo a Berlusconi – che ha pure sprofondato la sensibilità culturale degli italiani con le sue reti Mediaset (cosa che rimarrà come il suo danno più duraturo) – anche perché non è certo il volare alto ciò che lui ha mai venduto.&lt;br /&gt;    Stava alla Sinistra proporsi come contraltare richiamando e richiamandosi ad una pregnanza di significato di fronte alla quale la pochezza dell’avversario sarebbe dovuta apparire per ciò che era.  Non era sul piano della diluizione dei contenuti che si poteva contrastare Berlusconi: lui era già un bel pezzo avanti in partenza quanto a questo.&lt;br /&gt;    Era su un ben altro tipo di concretezza che bisognava sfidarlo, anziché richiamarsi a moralistici valori tra i quali la moderazione ad oltranza e l’incapacità nell’opporsi seriamente a nulla sono diventati, col “buonismo veltroniano”, degli ideali in sé stessi, segni distintivi del cittadino maturo, politicamente corretto, che vive nel progresso realizzato, pluralista e pacificato del paese finalmente “normale”.  Non essendoci più – in un tale paese – alternativa sulle questioni di fondo… non c’è  neppure più bisogno di una Sinistra.   L’accettazione del modello (pseudo)bipartitico panmoderato americano è di fatto il pensionamento della Sinistra e delle sue ragioni.  E’ forse il destino di tutte le società capitaliste avanzate da un certo grado di sviluppo in poi (e fino a che le contraddizioni spostate fuori dai loro confini non arriveranno a presentare un conto non onorabile).&lt;br /&gt;    Ma ciò che (nel frattempo) non è accettabile è che i leader di una parte politica, che essi stessi hanno portato al pensionamento, restino attaccati al posto che occupano grazie alla forza d’inerzia di un passato rinnegato nei fatti, del timore di un futuro presentato a tinte fosche, ma che si cerca solo di stemperare e non di impedire alla radice, e soprattutto grazie al non essere conseguenti con le nuove ere di apertura alla partecipazione della “società civile” ripetutamente annunciate (ad ogni cambio di nome e nuova versione del partito) ma mai veramente praticate (tanto è vero che i nomi sono sempre gli stessi – non parliamo dei programmi per non entrare in nebulose indecifrabili buone a dire e/o a non fare tutto e il suo contrario, secondo i casi).&lt;br /&gt;    Il recente tentativo di candidatura alla segreteria del PD da parte di Beppe Grillo è una provocazione che arriva a togliere l’ultima foglia di fico rimasta a coprire un re (democratico) ormai nudo.  La motivazione  con cui questo tentativo è stato impedito, ovvero quella di appartenere ad un’altra forza politica, è chiaramente pretestuosa (vedi pure: “L’autodistruzione del PD” di Marco Travaglio su www.beppegrillo.it), specie di fronte al panorama del mercato politico italiano in cui il nomadismo transpartitico è all’ordine del giorno all’insegna della ferma coerenza con l’unico principio non negoziabile: quello  di non rimanere mai senza poltrona.&lt;br /&gt;    Se il PD, e il seguito di cui godono i suoi leader, è qualcosa che esiste, Grillo perderebbe clamorosamente la gara, dimostrando così la lontananza delle sue proposte e della sua figura dall’elettorato di centro-sinistra.  Se, viceversa, il comico genovese dovesse vincere o ottenere un ottimo risultato, il cambiamento che ne risulterebbe potrebbe essere l’autentica salvezza per il PD e soprattutto per il tipo di forza che dichiara di voler rappresentare.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;    In assenza di un quantomai necessario ripensamento profondo e rifondante che restituisca una base teorica seria sulla quale poter costruire progetti politici alternativi al sistema dominante, una “concretezza” valida ed utile, può essere quella proposta da Grillo e i suoi meetup, che si limitano a puntare su una serie di punti chiari e praticabili sui quali può convergere l’appoggio di persone “di buona volontà” provenienti da diverse tradizioni politiche.&lt;br /&gt;    Invece, e purtroppo, si sente ancora discutere se Beppe Grillo è “di sinistra” o no e lo si etichetta di “antipolitica”, mentre non ci si rende conto che, in quest’epoca di scarsissima motivazione e partecipazione popolare, la politica si divide sempre più tra, da un lato, quella ufficiale e di potere, per la quale basta in sostanza un solo schieramento – e non serve che sia “di sinistra” – dato che deve essenzialmente dar seguito alle linee guida dettate dagli interessi dei grandi gruppi della finanza internazionale e, dall’altro, quella dei vari gruppuscoli e movimenti che raccolgono la rabbia di chi in queste linee guida non è contemplato: i necessari emarginati e le inevitabili vittime delle frequenti “ristrutturazioni”.  Non più proletari dotati di una coscienza di classe radicata nell’essere una indispensabile forza-lavoro, ma diseredati, superflui perché perfino troppo scarsi come consumatori, a cui non resta che un senso di inutilità e di inadeguatezza di fronte agli obbligatori sogni patinati a cui non hanno accesso.  Anche per incanalare la loro rabbia non servirà – a quel punto – una Sinistra: perché nel dare risposte semplici ed immediate (per non dire elementari e primitive) a situazioni complesse, l’estrema destra fascistoide è e rimarrà sempre insuperabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Per chi una volta si riconosceva in quella che era la Sinistra, la situazione attuale è grave (non c’è bisogno che lo dica io).&lt;br /&gt;    E’ tempo di ripensare integralmente i propri presupposti.  E di non dare più la propria fiducia a chi crede di meritarla solo per “diritto acquisito”, non più a questi avanzi di un “nuovo” mai arrivato.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-4340963050550917571?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/4340963050550917571/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=4340963050550917571&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/4340963050550917571'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/4340963050550917571'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2009/07/gli-avanzi-del-nuovo.html' title='Gli avanzi del &quot;Nuovo&quot;'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-8730727164202977600</id><published>2009-06-16T19:19:00.003+02:00</published><updated>2009-06-16T19:23:53.241+02:00</updated><title type='text'>Stato di Emergenza</title><content type='html'>Nel tempo che ci separa dagli anni Settanta - periodo forse anche pieno di facili semplificazioni ed insufficienze, ma in cui ancora era diffusa l’idea di poter e voler cambiare qualcosa ed il saper pagare un prezzo per questo - molte cose sono successe.  Alcune di queste sembravano una contingenza momentanea, ma in seguito hanno preso forma in pianta stabile come colonne (o stampelle?) portanti del sistema in cui viviamo.&lt;br /&gt;    Una di queste è certamente la presunzione di trovarsi in uno stato di emergenza, ovvero in una fase, data per momentanea, transitoria ( - certo, forse per un dato tipo di emergenza, salvo che poi ce n’è sempre subito un’altra) in cui si presenta il concreto rischio di perdere ciò che abbiamo (o che crediamo di avere) e che dobbiamo difendere a qualsiasi costo: in cui la difesa di ciò diventa la priorità del momento rispetto alla quale tutto il resto deve passare in secondo piano.&lt;br /&gt;    Al termine degli anni ’70 questo ha permesso la stretta repressiva, il controllo sociale e poliziesco, il luogo comune e la facile etichettatura nell’informazione che hanno facilitato l’equiparazione di qualsiasi movimento di lotta radicale con i terroristi e chi li sosteneva: la democrazia era in pericolo e perciò si poteva accettare il divieto di quasi ogni forma di manifestazione di piazza e di opposizione socio-politica in genere se non compatibile con l’oligarchia partitica i cui traffici vennero parzialmente alla luce una dozzina di anni dopo con Mani Pulite.  Fino a quel momento si poté bellamente campare di rendita sull’onda lunga dell’emergenza post-terroristica: nel frattempo, falciati via i più irrecuperabili tra eroina, galera e varie emarginazioni, ci si poteva godere il rilassamento di ciò che si è chiamato il periodo del riflusso, durante il quale ha trovato spazio quella superficialità, quella dozzinalità, quell’edonismo/narcisismo da quattro soldi che oggi si chiama nazional-popolare e che è il panem et circenses col quale Berlusconi ha preparato il substrato su cui far crescere la propria ascesa politica e che è il danno di gran lunga più pesante e purtroppo più a lungo destinato a durare che questo personaggio ha potuto fare all’Italia. Danno dalle molteplici conseguenze iniziato appunto negli anni ’80 quando Mediaset ha trovato campo libero per instaurare quella che oggi (che si è estesa ben oltre i limiti delle attività di quell’azienda), con una certa pena, bisogna riconoscere come l’attuale egemonia (pseudo)culturale in Italia.&lt;br /&gt;    Da Mani Pulite ad oggi gli specchietti per le allodole delle “momentanee priorità” ci tirano tra due emergenze: da un lato il rischio di perdere ricchezza, privilegi  e sicurezza propri dell’Occidente - in un primo tempo a causa del trito e fantomatico pericolo rappresentato dai “comunisti” (chi li ha visti?) ed oggi dalla presenza degli extracomunitari (almeno, questi ci sono) – e dall’altro quello di perdere “la Democrazia” (una di quelle parole che tanto più vengono ripetute quanto meno sono limpide nel loro significato e meno sono presenti e vitali le cose che dovrebbero esprimere ) - essendo l’esistenza stessa di Berlusconi un’emergenza in sé, che giustificherebbe ampiamente ogni otturazione di naso ed ogni accettazione obtorto collo del “meno peggio” pur di appoggiare chi gli si oppone (che finisce così per campare di rendita e nemmeno opporsi più efficacemente). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Anche uscendo dalle asfittiche mura di casa nostra possiamo vedere come, pochi anni dopo la fine dell’emergenza comportata dalla Guerra Fredda, siamo passati prima per quella degli “Stati canaglia” e del dittatore sanguinario (e precedentemente foraggiato) Saddam Hussein, per poi approdare, dall’11 settembre in poi, alla guerra permanente, contrabbandata sotto altre definizioni, ed esportata (insieme alle armi e alla “democrazia”) ora qua ora là, contro il terrorismo…. anzi, il Terrorismo.&lt;br /&gt;Certo - pur senza addentrarci in dietrologie difficilmente dimostrabili e di cui altri hanno saputo argomentare meglio di me - dal punto di vista degli interessi egemonici americani, in un mondo in cui la Russia recupera forza ed orgoglio, la Cina avanza a passi da gigante, l’India e il Brasile anche le stanno dietro bene e l’Europa si distacca alla chetichella, l’11 settembre, se non c’era, bisognava proprio inventarlo – visto che, con un’economia mondiale stagnante ed un indebitamento oltre misura (in buona parte proprio verso la Cina), agli USA rimane essenzialmente la superiorità militare ed il ruolo di autonominatosi ed  insostituibile poliziotto globale a giustificare e garantire il mantenimento del proprio dominio internazionale e dello standard di consumi che questo gli permette (ora c’è Obama e vedremo, ma non dimentichiamoci che le cose stanno ancora così).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Adesso è arrivata la Crisi economica: un grande pericolo che avanza e ci soffia sul collo minacciando….. cosa?  A ben vedere di farci ridimensionare il nostro esagerato tenore di vita e portarci ad uno stile più sobrio e sostenibile per il pianeta, uno stile che ci potrebbe evitare problemi ben più gravi in un futuro abbastanza prossimo.&lt;br /&gt;    Ma noi non abbiamo tempo per guardare a questa prossimità: dobbiamo pensare all’emergenza di turno, che questa volta è veramente grande, è mondiale, ci può togliere stipendio e lavoro se dovesse peggiorare.  Può togliere il futuro ai nostri figli – quelli che non stiamo più facendo o quelli il cui futuro stiamo già gravemente ipotecando altrimenti.  Questa emergenza è di grande portata e potrebbe essere anche di lunga durata, magari potrebbe diventare permanente…. come la guerra al Terrorismo. &lt;br /&gt;    Tutto sommato somiglia un po’ all’11 settembre: non che non sia reale e non che non colpisca duramente, ma anche questa, in un certo senso, se non c’era…. bisognava inventarla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Negli anni ’70 si diceva “la crisi è strutturale”.  Si intendeva che il capitalismo è destinato a crollare come sistema a causa delle contraddizioni interne che porta con sé e nella società.  Certo, probabilmente finirà così e forse anche più prima che poi.  Però, nel frattempo, la crisi potrebbe diventare un elemento strutturale anche nel senso di una ulteriore stampella ormai permanentemente necessaria per evitare che ci si rivolga ad altre strade; che il disagio crescente e la ristrettezza dei margini ridistribuibili di profitto producano dubbio e sfiducia (e con essi la possibilità di vedere le cose da un punto di vista differente, di immaginare delle alternative); che questa sfiducia giunga a diffondersi in strati sociali diversi da quelli tradizionalmente emarginati.  Non si deve dimenticare, in fondo, che il “Socialismo reale” – l’altro polo “postbellico” al quale il Capitalismo è finora sopravvissuto – non è crollato in seguito ad uno scontro militare, né a vere rivoluzioni interne, né alla pianificazione di progetti alternativi di società, ma si è sfaldato da sé nel momento in cui grandi settori della popolazione gli hanno sottratto nei fatti il loro sostegno e si sono rivolti ad altri sistemi di vita e di economia a partire direttamente (ed informalmente) dalle loro proprie vite.&lt;br /&gt;    Al sistema capitalista-consumistico oggi serve stringere le fila in vista di una tornata di contraddizioni esplosive, servono compattezza ed efficienza: la globalizzazione del consumo ha globalizzato anche la concorrenza ed i suoi attori, ha ristretto i margini di profitto e soprattutto la possibilità di usarne una parte per mantenere la gente in condizione di svolgere il proprio ruolo essenziale di consumatori.  Così, all’interno di ogni nazione (o insieme sovranazionale) serve compattezza ed efficienza per vincere (o sopravvivere) nella concorrenza globale, mentre le stesse compattezza ed efficienza sono funzionali a chi agisce a livello multinazionale quali che siano gli esiti a livello locale.  Tutto il sistema complessivamente (come pure ognuno dei suoi elementi) accelera ed è sempre più affamato di risorse mentre funziona in modo da dover costantemente crescere, ma (in una pluralità di agenti e nei limiti oggettivi naturali del pianeta) vede, al tempo stesso, restringersi i margini che possano alimentare questa crescita.  C’è inoltre una triplice contraddizione tra le possibilità di sfruttamento dei lavoratori, la giustificazione democratica dell’intero sistema sul piano ideale/culturale (nonché, all’occorrenza, militare) e la necessità imprescindibile della crescita progressiva dei consumi delle masse per i quali queste devono avere comunque disponibilità finanziarie sufficienti.  In quest’epoca democratica, ma di gigantismi e concentrazioni di potere, un sistema per essere vincente deve mantenere l’egemonia su vari piani contemporaneamente, in primo luogo quello economico e quello psicologico-culturale, perché il potere oggi non può sostenersi che con il consenso di chi lo subisce: ha bisogno della paura, ma non esercitando una pressione repressiva che crei una frattura tra il sistema e la sua base.  Questa frattura è invece così ben cancellata che non sapremmo dire di chi potrebbe essere questa faccia repressiva se mai si mostrasse.  La paura che ci tiene attaccati è di perdere qualcosa con cui ci identifichiamo.  E’ la nostra idea di noi stessi che ci viene garantita da qualcos’altro a cui pensiamo di non poter rinunciare.  Il problema va ben oltre il piano politico, ben oltre l’identificazione di un “nemico” da abbattere, il sistema non è altro da chi lo subisce, per questo la locomotiva impazzita corre così bene anche senza un macchinista.&lt;br /&gt;    &lt;br /&gt;  L’edificio, tutto sommato,  tiene ancora abbastanza, ma si sentono alcuni scricchiolii, alcuni granelli di sabbia si ritrovano negli ingranaggi. No, non i gruppi sovversivi o le sempre più frequenti esplosioni di rabbia da parte di quella porzione di società che il sistema strutturalmente non può includere – queste sono cose fisiologiche, già messe in conto (semmai ci si fa un’appendice di G8 ad hoc sulla sicurezza). Si tratta piuttosto di qualcosa che viene da chi ancora sta dentro al sistema, ma non se ne sente più garantito:  di crescente astensionismo elettorale (che potrebbe di per sé anche tornare utile, ma anche preludere ad ulteriori dissociazioni), di distacco dalle istituzioni, di dubbio rispetto a “valori” proclamati e non praticati, di sfiducia nell’andamento dei mercati. Si tratta di stanchezza verso ritmi di vita e di lavoro troppo accelerati e competitivi, di certezze e garanzie che non ci sono più, di sfiducia verso gratificazioni e risultati che non arrivano e forse non arriveranno, di delusione per sogni che brillano in tv, ma non così poi nella realtà. Preoccupazioni di chi inizia a domandarsi se non si potrebbe forse fare diversamente, allentare un po’ i ritmi, pensare un po’ ad una diversa qualità della vita.  Qualcuno si pone domande su un futuro che va oltre le prossime rate da pagare.  Mentre qualcun’altro di rate da pagare ne ha già troppe e non ce la fa.  E c’è chi si chiede che senso abbia tutto questo e magari pensa che, visto che ci siamo sviluppati abbastanza, e proseguire così è pericoloso e ci sono pure altri al mondo che comunque un po’ di più si vorranno anche loro “sviluppare”, forse potremmo permetterci il lusso di diminuire un pochino, di decrescere, di lasciar finalmente spazio e tempo alla qualità piuttosto che alla quantità ed alla qualità di un ben-essere, di beni non (solo)economici, non commerciabili, non monetizzabili.    Chi si pone queste domande non sta guardando indietro, se non per trovare fonti d’ispirazione, esempi di casi concreti, modelli che hanno funzionato su cui riflettere.  Al contrario della mancanza di realismo di cui potrebbe essere accusato, costui è più di altri consapevole del valore e del prezzo (pagato non solo da noi che ne beneficiamo) della strada che ci ha portato fino a qui, solo che lo vede come un punto dal quale andare oltre, molto oltre, verso qualcosa che sia di beneficio per tutti e per tutto e non come qualcosa da tenersi stretto e da difendere ad ogni costo per portarlo con sé nella tomba senza voler sentire ragioni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Allora, quando ci si comincia a porre troppe domande – quando diventano sempre più evidenti le ragioni di porsele e sempre più persone avrebbero la preparazione sufficiente per farlo -  diventa utile che un po’ di paura accompagni costantemente i nostri ragionamenti e li tenga entro i limiti della cosiddetta “ realtà”:  ché non si allontanino troppo.  Forse la minaccia  della Crisi, di perdere ciò che si ha (per chi è più giovane, ciò che si è sempre avuto, e che costituisce l’unico tipo di vita che si conosce) è un buon deus ex machina perché tutti continuino a fare la propria parte, di produttori, di consumatori, perché tutti si identifichino col sistema, senza troppi dubbi.  Se l’adesione dei cittadini al sistema sociale non tiene più sulla base della convinzione, di un’identità, di regole ed istituzioni condivise, di un’idea in positivo, una visione del mondo e della Storia, che lo faccia allora su quella della paura e dell’interesse a non perdere ciò che si ha.  &lt;br /&gt;Che lo faccia dunque su questa base, povera e negativa, nell’era della ricchezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    La gente oggi deve capire che nell’atto di comprare e (forse ancor più) in quello di buttare per ricomprare ancora non c’è solo un ovvio aspetto di piacere nell’acquisire qualcosa di nuovo e di simbolicamente significativo, ma ce n’è anche un altro di dovere, di fare la propria parte o, se la si vuol mettere diversamente, di realismo, di interesse personale nel tenere in piedi “la baracca”– che è poi ciò che ognuno ha in comune con gli altri, in una sorta di solidarietà nell’egoismo (che può anche funzionare, fino a che tutto gira comunque abbastanza bene e le vacche son ancora grasse, ma non credo altrettanto in caso contrario). &lt;br /&gt;    Si ripropone ancora una volta la solita formula, secondo la quale, per risolvere i problemi causati dallo sviluppo, ci vuole più sviluppo, per quelli del mercato, più mercato, per quelli della tecnologia, più tecnologia…ecc…  Non è tempo di scantonare, dunque, ma di concentrarsi sul continuare a camminare (o correre) in avanti, rimandando ad oltranza il momento di chiedersi perché e verso dove si stia andando.&lt;br /&gt;    Dev’esser chiaro a tutti che i consumi vanno mantenuti, ed anzi rilanciati, aumentati.  Che non venisse in mente a nessuno di diminuirli.  Ché nella stessa barca consumistico-tecnologica ci stiamo dentro tutti, nessuno si faccia illusioni di chiamarsi fuori e se questa affonda ci affoghiamo tutti insieme…. ché ormai qui le braccia per nuotare non le sa usare più nessuno.&lt;br /&gt;    In altre parole, se qualcuno non capisce l’importanza del consumare agli attuali e crescenti livelli con le (ragioni) buone, deve capirlo con le cattive.  Certamente, non lo si può costringere a comprare ciò che, tutto sommato, non gli serve (almeno, a questo non siamo ancora arrivati, se non per una vasta serie di attrezzature e ristrutturazioni obbligatorie per la “messa a norma” , spesso di discutibile necessità, delle varie attività produttive e non).  Ma gli si può sempre (anche nel senso di in ogni momento, in ogni TG ecc…) paventare la minaccia – che par venire da null’altro se non l’impersonale ed oggettiva realtà dei fatti e non da qualcuno che la imponga – che le cose potrebbero prendere una piega molto preoccupante se a troppe persone - più che a qualche pazzo marginale - venisse in mente che è arrivato il momento di abbandonare la barca comune dello Sviluppo che ci ha portati fino a qui (trasformatasi ormai in un vicolo cieco) e rendergli il migliore omaggio possibile lasciandocela dietro per imboccare una strada molto diversa, perfino antitetica, ma più sana, sostenibile e capace di futuro.  Una strada che ora ci possiamo permettere, anche grazie a quella barca – questo non c’è bisogno di negarlo: non vuol dire ritenere “giusto” ciò che lo sviluppo ha comportato, ma semplicemente riconoscere che le cose sono andate così, che svolgono un loro percorso e che ogni cosa ha sempre diversi lati da cui può esser vista.  Ma non per questo dobbiamo continuare sulla stessa via.&lt;br /&gt;    Il percorso delle cose non necessariamente segue una linea dritta – anzi, quasi mai.  Il momento delle svolte arriva e bisogna saperlo cogliere in tempo.  Le cose ce lo indicano quel momento, ma la paura può nasconderci l’evidenza e può spingerci ad identificarci con ciò che ci è dannoso e che è fonte di illusione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Un’identificazione in cui è facile cadere, non solo per il fatto basilare che questo sistema in crisi è l’ambiente economico che ci circonda e che pervade in mille modi le nostre vite, ma anche perché le notizie e previsioni che su questa crisi possiamo avere hanno un andamento ambivalente: aspetti e fasi ora minacciose ora rassicuranti.  Non c’è solo la paura: c’è anche la speranza;  ora si affaccia la deflazione, ora invece sembra esserci una certa ripresa, magari non tale da avvertirsi sull’occupazione e sui prezzi, ma che permette agli economisti di presumere un qualche punto percentuale in più a partire dall’anno prossimo…. salvo che poi i calcoli potrebbero dover esser rivisti al ribasso…..ecc..ecc.. Non so: io non ho le conoscenze di “scienze” economiche sufficienti per immaginare cosa effettivamente potrebbe accadere neanche da qui a un anno.  Ma il punto è che la stragrande maggioranza delle persone (e temo - seppure a un altro livello – anche degli stessi economisti) non lo sanno, né hanno gli elementi per saperlo.  E neppure cosa davvero stia accadendo ora.&lt;br /&gt;   In ogni caso, tranne che quando il tracollo non sarà divenuto manifesto, c’è da aspettarsi che le notizie saranno sempre altalenanti, perché sarebbe troppo pericoloso il diffondersi di un pessimismo finanziario e di una depressione  consumistica.  La minaccia della Crisi non ha solo la funzione di previsione di qualcosa che ha più o meno probabilità concrete di accadere, ma ha precisamente quella di minaccia.  La minaccia permanente, alternativamente accompagnata da momenti di speranza di segno opposto, così come il sistema pedagogico del bastone e la carota, hanno proprio l’effetto di alimentare attaccamento ed identificazione in qualcosa da cui altrimenti si potrebbe sentir ormai maturo il tempo per distaccarsi, emanciparsi.  Si potrebbe pensare di esser diventati “grandi” e poter finalmente guardare a sé stessi, a ciò che veramente è la propria reale esperienza vissuta e alla realtà.  Invece dobbiamo ancora restare bambini e credere alle favole.&lt;br /&gt;    Ma di che favola si sta parlando?&lt;br /&gt;Il punto non è se la Crisi sia vera o no (ho già detto che non avrei la competenza per discutere questo), né mi interessa più di tanto analizzare in che misura può o meno trattarsi di una di quelle campagne cosiddette d’informazione orchestrate ad arte.  Per chi veramente è in grado di liberare la propria vita non è sempre così necessario individuare un oppressore. Il fatto sostanziale è che la paura di perdere una condizione materiale (un livello di consumi) che viene ritenuta l’unica degna di esser vissuta e il desiderio (necessariamente insoddisfabile) di avere sempre di più e d’altro sono (insieme) elementi strutturalmente portanti del lato interno/vissuto di questo sistema e di questo modello di società.&lt;br /&gt;    Del resto, più si ha e più si ha paura di perdere ciò che si ha;  più si accede ai livelli privilegiati ed “esclusivi” della società e più si teme di non apparirne all’altezza o di sfigurare in un qualche confronto con chi sta più “su”.  Per questa strada incentrata sull’avere (che dovrebbe portare in teoria ad essere più liberi e felici) si diventa nei fatti più dolorosamente dipendenti in quanto è proprio quando sentiamo il rischio di star per perdere una cosa a cui siamo abituati che la sentiamo più necessaria.  Magari qualcosa che altrimenti potremmo dare per scontata e, pian piano, perfino pensare di poterne fare a meno, superarla, specialmente se questa ci creasse pure dei gravi problemi e non ci facesse, in realtà, davvero sentire a nostro agio.&lt;br /&gt;    E’ un po’ come se, diventati dipendenti da un farmaco palliativo da prendere a vita, ne accettassimo i pesantissimi effetti collaterali anziché cercare un’alternativa meno impattante (o magari anche la salute) perché la notizia che questo farmaco sta diventando scarso, che le riserve stanno diminuendo, ci spaventasse a tal punto da impedirci di considerare ogni altra possibilità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Così la paura delle conseguenze di una crisi economica profonda può far sì che molte persone si identifichino col sistema, nel proprio stile di vita e in quelli che ritengono i propri interessi, anche se ne danno un giudizio sostanzialmente negativo, subendo la pretesa necessità di sostenerlo nei fatti, anche se non nelle parole.  Ma questa identificazione avviene essenzialmente solo in un’ottica passiva: così da non vedere quanto davvero siano la stessa cosa, quanto davvero stia nelle loro mani il crearlo e ricrearlo ogni giorno, come parti dei suoi meccanismi.  Quanto, in realtà, questa emergenza e questo pericolo che il nostro “tutto” (ma cosa poi, esattamente?) possa andar perduto  siano tali solo nella nostra testa e in quella di chi non sa immaginare altre forme di vita, né vuole che altri le immaginino, agitando così lo spauracchio di una crisi che c’è – nessuno lo nega – ma che, se non ci fosse, bisognerebbe, appunto, inventarla.  Proprio per le buone opportunità che può dare a chi ha interesse a mantenere in vita questo sistema.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Come anche le dà – d’altra parte – a chi volesse cogliere delle buone ragioni per abbandonarlo, superarlo, e costruire fin da ora (quale che sarà l’esito di questa paventata Crisi) forme di vita ed economia diverse basate su ciò che veramente abbiamo, come esseri umani, e non sulle molte illusioni che ci sono sempre state vendute.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-8730727164202977600?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/8730727164202977600/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=8730727164202977600&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/8730727164202977600'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/8730727164202977600'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2009/06/stato-di-emergenza.html' title='Stato di Emergenza'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-947986288778252400</id><published>2009-06-12T19:25:00.003+02:00</published><updated>2009-06-12T20:08:28.642+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>LEZIONI DI CHIAREZZA&lt;br /&gt;(Sulla visita di Gheddafi)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Un contrasto che davvero appare evidente e significativo nel confronto tra la presenza e le parole del leader libico e quella delle varie voci politiche del paese che ne ospita la prima visita dalla fine del colonialismo italiano nella sua nazione è la differenza, stridente, tra la chiarezza dell’uno e la confusione delle altre.&lt;br /&gt;    Gheddafi dice chiaramente che ha accettato di venire perché l’Italia ha chiesto scusa per ciò che ha inflitto alla Libia in passato e si è impegnata a dare un risarcimento materiale cospicuo (che peraltro, come è stato già appropriatamente rilevato da varie voci, verrà pagato dalle casse dello Stato - che sono i soldi pubblici dei cittadini - ma darà al contempo cospicue commissioni di lavoro ed affari a ditte private italiane ed aprirà la strada agli affari futuri di altre ancora).&lt;br /&gt;    Dice inoltre che il colonialismo dell’Occidente su ciò che di conseguenza si ritrova adesso ad essere il “Terzo Mondo” ha rubato con la forza a questa parte (maggioritaria) dell’umanità le risorse che avrebbero potuto dargli altre condizioni di vita facendone invece il presupposto della propria bulimica ricchezza.&lt;br /&gt;Non è forse vero?&lt;br /&gt;    Dice che, se si son trovati tanti soldi da pompare in banche già praticamente fallite, fino a rimetterle in piedi, se ne potrebbero trovare pure per restituire a molti paesi oggi poveri il futuro che gli è stato tolto (il che sarebbe pure di beneficio all’economia e alla sicurezza globale, oltre a contenere i problemi dell’immigrazione, probabilmente).&lt;br /&gt;Non è forse vero?&lt;br /&gt;    Dice che anche le cause prime del terrorismo internazionale di oggi vanno cercate in questa disparità di condizioni economiche tra Nord e Sud del mondo (niente affatto corrispondente alla quantità di risorse naturali e materie prime disponibili nelle rispettive zone, dato che queste sono molto più presenti nei paesi poveri che in quelli ricchi) iniziata col colonialismo e così scandalosa da “gridar vendetta”.&lt;br /&gt;Non è forse vero?&lt;br /&gt;    Dice che le azioni militari degli USA che vanno a bombardare e uccidere per minaccia o ritorsione secondo le proprie decisioni e convenienze unilaterali di dominio mondiale facendo vittime civili in abbondanza e spesso servendosi strumentalmente anche di gruppi che perseguono i loro scopi finché gli servono per fare il “lavoro sporco” non sono nulla di sostanzialmente diverso né di più legittimo (se non secondo un criterio di legittimità basato solo sull’imposizione della forza) di quelle di Al Qaeda/Bin Laden (in passato tra i gruppi suddetti) e delle altre cellule terroristiche.&lt;br /&gt;Non è forse vero?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;     Gheddafi può non piacere, ma ha il pregio di parlare chiaro e tondo.  Si presenta senza né la vergogna di essere ciò che è né il provincialismo di voler essere ciò che non è: pianta la sua tenda beduina dove che sia ed è lì che gli ospiti devono andare a trovarlo ed essere ricevuti. E li fa pure aspettare, tanto per rimarcare che non sta correndo dietro a nessuno.  &lt;br /&gt;Sarà pure un dittatore, certo, ma se questo non piace si poteva anche non invitarlo.&lt;br /&gt;E sarebbero invece democratici i governanti cinesi, quelli della Russia di Putin, dell’Arabia Saudita, dell’Iran e di molti altri paesi arabi ed africani?&lt;br /&gt;Se si dovessero chiudere i rapporti con tutte le dittature ed i governi che non rispettano i diritti umani la politica internazionale di qualsiasi paese dovrebbe essere drasticamente cambiata.  Forse sarebbe anche un bene, ma non si possono trattare queste questioni in modo semplicistico basandosi superficialmente sull’etichetta di “democratico” o “dittatoriale”.  Contesti socio-economici e culture diverse trovano forme diverse per rispondere alle situazioni concrete sul piano della politica e delle strutture di potere.  Non in tutti paesi e per tutte le mentalità l’idea che abbiamo noi della democrazia rappresentativa (che a sua volta non sempre corrisponde poi alla realtà dei fatti neppure da noi) è il sistema di governo più desiderabile.  Ci sono popoli che hanno sinceramente fiducia ed apprezzamento per la figura di un capo e per una visione gerarchica della società: questo può piacerci o meno, ma è un fatto.  Un fatto che sarebbe giusto rispettare, probabilmente.&lt;br /&gt;Le cose non sono le stesse in nazioni che possono permettersi (e vediamo storicamente come lo hanno potuto) una alta percentuale di laureati – ed anche sussidi di disoccupazione, fino alla pretesa del “salario garantito”, se questi non trovano poi impiego – e nazioni popolate da una stragrande maggioranza di analfabeti e contadini: soprattutto non lo sono se tutte queste nazioni si trovano costrette a correre e competere insieme sulla stessa pista obbligata dello “Sviluppo”.  Avrebbe potuto la Cina degli anni ’50 diventare quello che è oggi in condizioni di democrazia?  Avrebbe potuto Cuba resistere ai vicinissimi USA se avesse permesso il multipartitismo?&lt;br /&gt;    E’ più che giusto che noi abbiamo le nostre idee sui sistemi vigenti in altri paesi fino eventualmente ad interrompere ogni relazione diplomatica.  Ma ciò rimane quanto attiene alla nostra parte.  Quanto però agli altri paesi dovremmo invece, come ben dice Massimo Fini, lasciare che i vari popoli “si filino da sé la propria storia”.  Possiamo sperare che questo filo finisca per arrivare dove crediamo sinceramente sia meglio anche per loro e credo sia pure legittimo eventualmente sostenere a distanza indirettamente e politicamente una certa parte (laddove si conoscano bene – concretamente e non secondo etichette ideologiche applicate a contesti ai quali sono estranee - le situazioni reali del paese), ma non dovremmo entrare negli affari interni di un'altra nazione.  Se vogliamo indicargli la strada che noi riteniamo da seguire faremmo molto meglio ad incarnarne un esempio realizzato così che altri possano vederne da sé i vantaggi…se ne siamo capaci.&lt;br /&gt;    La considerazione che possiamo avere di un governo/capo di Stato straniero dovrebbe guardare essenzialmente al ruolo che questo svolge sul piano internazionale: su questo abbiamo titolo ad esprimerci, perché ci riguarda direttamente, non su quello interno.  Ed il ruolo che questi personaggi  “maledetti” (e senza dubbio discutibili) come Gheddafi (e come pure Fidel Castro, Diego Morales, Chavez, – e, a un altro livello e solo qua e là in alcune delle cose che hanno detto anche Ahmadinejad, Bin Laden, Saddam Hussein) svolgono sul piano internazionale è, quantomeno, quello di opporsi senza mezzi termini all’unilaterale versione/lettura ufficiale della realtà che viene regolarmente contrabbandata come quella della “comunità internazionale” e che è poi quella funzionale agli interessi dell’Occidente e degli USA in primo luogo.  E’ il ruolo di qualcuno che, almeno per quanto riguarda ciò che avviene fuori dal loro paese - ed anche se spesso strumentalmente e a fini di propaganda pro domo sua - dice finalmente molte cose come stanno.  Ma è questo ciò che fondamentalmente interessa in un consesso internazionale come pure una visita di Stato.&lt;br /&gt;    &lt;br /&gt;    Infine, Gheddafi è certamente un dittatore, però non è che lo nasconda mascherandosi dietro eufemismi stile “intervento umanitario” dal sapore politically correct : può andar bene o no, ma questo è.  Ed è inoltre il personaggio che cerca l’effetto che si conosce, tale da arrivare nella sua prima visita in Italia con al petto la foto del martire dell’indipendenza libica tra i soldati italiani che lo dovevano “giustiziare”.&lt;br /&gt;    Se un tale personaggio non piace, se lo si considera un quasi-terrorista senza ragioni per esserlo, se è un assassino, credo che la cosa più lineare sia non invitarlo e non dargli spazio per parlare.&lt;br /&gt;    &lt;br /&gt;    Invece l’Italia, dopo aver fatto la cosa più giusta che un paese ex-coloniale possa fare cioè chieder ufficialmente scusa e soprattutto accompagnare questo gesto con un risarcimento – almeno per rimanere sul piano ufficiale e simbolico, a parte poi gli interessi sulla realizzazione dell’autostrada Tripoli-Bengasi che ci saranno dietro – si scandalizza se il leader libico dice quello che ha da dire non solo al nostro paese, ma a tutto l’Occidente, a partire dal capofila USA che gli ha bombardato casa e famiglia.  Invece di rivendicare l’aver fatto ciò che tutti i paesi che si sono arricchiti con le colonie e a spese di altri popoli dovrebbero fare – e gli USA con gli indigeni americani (e con buona parte del resto del mondo) in testa -  l’Italia è già impaurita di aver fatto brutta figura col “principale” e di non essere bene accolta nella prossima visita che Berlusconi andrà a fargli a Washington.&lt;br /&gt;    I politici italiani e gli imprenditori che li sostengono, chi a destra chi a sinistra, non vogliono perdere i cospicui affari che si possono fare con questo dittatore, ma neppure vogliono rinunciare all’occasione di gridare all’assassino, all’oppressore, al calpestatore dei diritti umani, alla “canaglia internazionale”…..  E’ dunque solo un rospo da mandar giù in vista dei profitti che verranno, del gas da comprare, delle infrastrutture da costruire?  Non c’è l’ombra della capacità di cogliere l’occasione di immaginare la portata di un autentico riconoscimento? Di una collocazione più equilibrata sul piano internazionale, stavolta tra Nord e Sud e non più Est-Ovest (piano dato per finito se serve a dire che il Socialismo ha fallito, ma non se si tratta di tenere in piedi la NATO o vivere sempre nell’emergenza di un nemico pericoloso che ci minaccia oggi come islamico piuttosto che comunista)?  Quindi di riconoscere quanto anche di vero hanno le parole di Gheddafi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    E il trattamento che la sua polizia riserva per gli immigrati da respingere, non nevogliamo parlare?  Certamente!&lt;br /&gt;Però occupiamoci anche della nostra e del fatto che, se si è trovato l’accordo per far fare il lavoro sporco di repressione e “smaltimento” dei poveracci da cacciar via ad una polizia straniera, il nocciolo del problema rimane e sta proprio nella disuguaglianza mondiale di cui parla Gheddafi e nella sua origine nel colonialismo che continua sotto altre forme, nel fatto che i paesi ricchi avrebbero tutti i mezzi necessari per riequilibrare le cose ed invece li usano per fare tutt’altro.  Occupiamoci del fatto che, se il nocciolo reale di questo problema rimane lì dove non lo vogliamo seriamente affrontare, gli sfortunati del mondo continueranno ad arrivare in masse sempre più numerose e, se la nostra torta non la vogliamo condividere,  qualcuno a fare il lavoro sporco ci dovrà pur essere per mantenere il più a lungo possibile un equilibrio insostenibile. &lt;br /&gt;Gheddafi ha detto che se sempre più immigrati clandestini dovessero arrivare ci servirà un dittatore in Italia per gestire la situazione.  Vedremo: qui abbiamo governi che campano più alla giornata di quello libico, alle cose future ci si penserà….intanto il dittatore lo abbiamo trovato per pestare per nostro conto gli immigrati di troppo.  Salvo poi rinfacciargli di esserlo quando lo invitiamo a firmare alcuni accordi commerciali piuttosto utili per noi, che non abbiamo certo il tasso di sviluppo oltre l’ 8%  che ha la Libia di oggi.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Altri paesi non riconoscono il dovere delle scuse e si tengono la loro posizione “vecchia Europa” di occidentali dominanti – almeno finché dura.  L’Italia mostra un’altra faccia, che potrebbe fargli onore nell’indicare la volontà di mettere le cose su un piano diverso, effettivamente paritario, sinceramente dialogante.  Ma subito ci si accorge della malcelata molla opportunistica che la spinge ad accontentare le pretese di chi comunque sia porta buoni affari, però senza rinunciare a denunciare il dittatore, a dissociarsi dalle sue critiche agli USA, a rinfacciargli la violenza contro gli immigrati diretti da noi e che i nostri accordi gli hanno lasciato da “gestire” e, con Alemanno (proprio lui poi), a dirgli che non accettiamo lezioni di democrazia da nessuno.&lt;br /&gt;    Gheddafi sembra avere nozioni confuse sull’etimologia della parola “democrazia” (secondo lui di origine araba anziché greca): dice che ha a che fare col rimanere della gente seduta sulle sedie(?).&lt;br /&gt;Però su come la democrazia funziona qui da noi sembra avere delle buone intuizioni: ha subito capito che, per riequilibrare la propria immagine - attaccata essenzialmente per una spesso opportunistica political correctness - qualche frase sui diritti delle donne negati nel mondo arabo ci sta sempre bene.  Ma soprattutto questa storia dell’attaccamento alle sedie appare come una descrizione azzeccata (pertinente, come direbbe Di Pietro) di ciò che anima la vita politica italiana, per la quale il colonnello ha anche immaginato la possibilità che la gente potesse essere così stanca di avere questo sistema dei partiti confuso, inconcludente ed oligarchico, fino quasi quasi a preferirgli qualcuno che si avviasse ad essere un po’ simile a un dittatore,…..per volontà del popolo, naturalmente.&lt;br /&gt;Non è forse vero-simile?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-947986288778252400?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/947986288778252400/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=947986288778252400&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/947986288778252400'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/947986288778252400'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2009/06/lezioni-di-chiarezza-sulla-visita-di.html' title=''/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-7951847089890682268</id><published>2009-03-24T01:23:00.000+01:00</published><updated>2009-03-24T01:24:52.265+01:00</updated><title type='text'>La Crisi della Provvidenza</title><content type='html'>Che la Provvidenza sia in crisi?  Non so, non me ne intendo, può darsi&lt;br /&gt;che si sia stufata anche Lei di star dietro agli affari di una banda&lt;br /&gt;di pericolose creaturine viziate, presuntuose e dalle vedute a volte&lt;br /&gt;anche ampie, ma troppo spesso corte, che si ostinano a trattare il&lt;br /&gt;pianeta come il loro giocattolo.&lt;br /&gt;Bisognerebbe forse chiederlo al papa, trattandosi forse di una cosa piu’  di sua competenza – certo piu’ dei sistemi che le persone usano per avere una vita sessuale senza, possibilmente, prendersi malattie (del resto, se uno ci tiene tanto alla difesa della vita, non potrebbe bastargli che qualcuno trovi il modo di non rischiare la propria? E’ la vita vivente, quella che bisogna proteggere, o quella che potrebbe teoricamente esserlo?). &lt;br /&gt;Ad ogni modo non e’ del papa che mi interessava parlare, ne’ della Provvidenza, ma della crisi… se poi ce l’ha mandata Lei, be’, tante grazie: forse era ciò che ci&lt;br /&gt;voleva.&lt;br /&gt;Ci voleva perché, come diceva il buon Giorgio Gaber (ed a proposito&lt;br /&gt;degli argomenti di competenza del papa) “…gli schiaffi di Dio&lt;br /&gt;appiccicano al muro”.  Ed è forse proprio di questo che avevamo&lt;br /&gt;bisogno: di un bello schiaffo di quelli di Dio (o chi per lui….magari&lt;br /&gt;la Realtà), che lasciano senza parole, che non è facile indicare da&lt;br /&gt;che parte vengano, che difficilmente si possono rappresentare sulla&lt;br /&gt;tela consunta della politica corrente, dipinta con i soli due colori&lt;br /&gt;della Destra e della “Sinistra”, sempre più indefiniti e sempre meno&lt;br /&gt;distinguibili all’atto pratico.&lt;br /&gt;Uno schiaffo di Dio ancora di quelli minori, limitato all’economia -&lt;br /&gt;una creazione umana, per quanto importante - ma ancora solo un&lt;br /&gt;avvertimento se pensiamo a quali altri potrebbero seguire, se&lt;br /&gt;dovessero venire dai sistemi climatici, biologici, bio-patologici,&lt;br /&gt;dalle strutture vitali che preesistono all’umanità e che ne permettono&lt;br /&gt;l’esistenza.&lt;br /&gt;Gli schiaffi di Dio hanno la caratteristica che, quando arrivano, non&lt;br /&gt;c’è più troppo tempo per riciclarli nel tritatutto del dibattito in&lt;br /&gt;cui ogni cosa diventa metafora di qualcos’altra a cui rimanda e così via&lt;br /&gt;permettendo sempre di far girare la giostra di nuovi consumismi (anche&lt;br /&gt;culturali) magari mascherati o trasformisti. Gli schiaffi di Dio&lt;br /&gt;appiccicano al muro: bisogna finalmente stare ai fatti ed agire,&lt;br /&gt;salvarsi la pelle, magari dandosi una mano, se possibile, su basi&lt;br /&gt;concrete.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che si creda a una qualche idea di Dio o meno, non abbiamo certo&lt;br /&gt;bisogno di scomodarne la figura per vedere da dove nasce la crisi che&lt;br /&gt;ogni giorno sentiamo avanzare dalle notizie dei media: molto&lt;br /&gt;semplicemente, la “società dei consumi”, come l’abbiamo conosciuta per&lt;br /&gt;qualche decennio, non è che un accidente storico che si è potuto&lt;br /&gt;verificare grazie ad una serie di circostanze (fortunate per alcuni e&lt;br /&gt;tragiche per altri). L’economia da “boom economico” è un fenomeno&lt;br /&gt;apparentemente possibile, ma in realtà solo per un breve periodo. E’&lt;br /&gt;stato sufficiente, però, perché due o tre generazioni ci si&lt;br /&gt;abituassero e vi si sviluppasse sopra un immenso sistema&lt;br /&gt;economico-finanziario. Un sistema che ha bisogno, per sua stessa&lt;br /&gt;natura di crescere senza fine e di progressivamente velocizzare questa&lt;br /&gt;crescita; se non che, come scrive Stephen Jay Gould, “gli alberi non&lt;br /&gt;crescono fino in cielo”. La base autenticamente economica, produttiva,&lt;br /&gt;della crescita ha smesso da tempo di essere sufficiente ad un tale&lt;br /&gt;ritmo e si è dunque dovuti ricorrere al “doping”, alla virtualità: a&lt;br /&gt;dare la possibilità di spendere a chi non la si era data di guadagnare&lt;br /&gt;per sostenere i consumi ancora un po’ al livello proprio delle fasi di&lt;br /&gt;forte sviluppo e di lasciare che il mondo degli economisti e degli&lt;br /&gt;speculatori si avviluppasse su se stesso rendendo terreno di&lt;br /&gt;speculazione anche le proprie stesse supposizioni e scommesse su ciò&lt;br /&gt;che avrebbe dovuto (?) essere.&lt;br /&gt;Mi vengono in mente qui cartoni animati di Bip-Bip e Willy il Coyote&lt;br /&gt;in cui il coyote insegue il bipede fino a superare l’orlo di un&lt;br /&gt;precipizio e, non accorgendosene, per alcuni passi continua pure a&lt;br /&gt;correre nel vuoto…. finché, rendendosi finalmente conto di non avere&lt;br /&gt;in effetti nulla sotto  piedi…. precipita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora cominciano ad andare di moda le cose semplici, naturali…ecc.., ma, per&lt;br /&gt;favore, cerchiamo di non banalizzare e non finire a creare nuove forme&lt;br /&gt;di consumismo solo aggiungendo qualche nuovo colore alla limitatissima&lt;br /&gt;tavolozza del mercato politico attuale: la crisi che sembra&lt;br /&gt;affacciarsi adesso deve essere un’occasione da non perdere per&lt;br /&gt;rendersi conto a fondo di ciò che ci ha portato fino a qui.&lt;br /&gt;Il consumismo ha profonde radici nella nostra mente e nella nostra&lt;br /&gt;psiche e l’incapacità di trovare senso nelle basi naturali di una&lt;br /&gt;semplice esistenza armonica con le altre specie viventi e gli altri&lt;br /&gt;popoli ha basi ben fissate nei presupposti della cultura occidentale e&lt;br /&gt;moderna. E’ a questo livello, anche, che dobbiamo valorizzare la&lt;br /&gt;“provvidenzialità” di questa crisi, che arriva ora che i danni sono&lt;br /&gt;già, evidentemente, in fase abbastanza avanzata da portarcela, ma,&lt;br /&gt;speriamo, forse non ancora così avanzata da portarci di peggio.&lt;br /&gt;Sebbene a trarre i maggiori vantaggi da un sistema economico&lt;br /&gt;consumista sia un’esigua minoranza di privilegiati ai vertici della&lt;br /&gt;piramide, è altrettanto vero che a sostenere tale piramide è pur&lt;br /&gt;sempre la base (il sistema è infatti detto “consumista” in quanto si&lt;br /&gt;regge sui consumi delle masse, non sull’azionariato di maggioranza delle aziende): sta a noi cogliere l’occasione per salvarci oggi dalle conseguenze della crisi imboccando una strada che non sia pavimentata con gli stessi materiali&lt;br /&gt;e che non ci riporti domani di nuovo al punto di partenza.&lt;br /&gt;Bisogna rendersi conto della portata a tutto tondo del cambiamento&lt;br /&gt;necessario e che un certo sforzo, coraggio e radicalità sono&lt;br /&gt;necessari: la Decrescita è Felice, ok, ma se anche all’inizio non lo&lt;br /&gt;fosse tanto? Dovremmo tirarci indietro per questo? O vorremmo forse&lt;br /&gt;credere che possano bastare nuove tendenze artistiche e un diverso&lt;br /&gt;tipo di locali per incontrarsi? (voglio dire, va tutto bene, non c’è&lt;br /&gt;problema, ma manteniamo la lucidità per fare delle distinzioni tra ciò&lt;br /&gt;che è il punto e ciò che è accessorio).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dunque una forte crisi economica ha in effetti qualcosa di&lt;br /&gt;“provvidenziale” perché sappiamo tutti che per cambiare davvero&lt;br /&gt;qualcosa ci vogliono interventi seri, ma sappiamo altrettanto che non&lt;br /&gt;c’è nessun governo e nessuna forza politica che si candiderebbe a&lt;br /&gt;farne – come pure che difficilmente troverebbe il sostegno elettorale&lt;br /&gt;necessario.&lt;br /&gt;Ci vorrebbe dunque un intervento di autorità, un certo grado di&lt;br /&gt;costrizione, e la disponibilità personale di gran parte dei cittadini&lt;br /&gt;ad accettarla ed adeguarvisi, ma abbiamo altrettanto motivo di non&lt;br /&gt;amare un tale tipo di autorità e di diffidare di situazioni in cui&lt;br /&gt;vige una tale condiscendenza di massa. D’altra parte l’urgenza di&lt;br /&gt;alcune svolte nei comportamenti a forte impatto ambientale è&lt;br /&gt;stringente.&lt;br /&gt;Allora la crisi potrebbe essere una buona maestra: capace di imporre&lt;br /&gt;un mutamento di rotta per necessità (e poche cose comandano meglio&lt;br /&gt;della necessità), ma al tempo stesso di imporlo in modo impersonale,&lt;br /&gt;così che saranno il nostro stesso senso della realtà e la nostra&lt;br /&gt;ritrovata lungimiranza ad indicarci le nuove strade che la crisi&lt;br /&gt;potrebbe proporci come obbligatorie.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-7951847089890682268?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/7951847089890682268/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=7951847089890682268&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/7951847089890682268'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/7951847089890682268'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2009/03/la-crisi-della-provvidenza.html' title='La Crisi della Provvidenza'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-5573081979356036004</id><published>2009-03-24T01:08:00.000+01:00</published><updated>2009-03-24T01:09:35.964+01:00</updated><title type='text'>Sulla scelta di vita in campagna - 2 (e la sua attualita’)</title><content type='html'>Quando si propone (anche in ambienti ecologisti) la via della vita in e della campagna come alternativa centrale, autentica e possibile al sistema di vita dominante (con le conseguenze che gia’ abbiamo davanti agli occhi e quelle che probabilmente avremo a breve) spesso si assiste a polemiche piuttosto accese fra chi difende quest’idea con toni che a volte sconfinano anche nel romantico-ideologico-utopista e chi sembra rifiutare cio’ che gli sembra un vano sogno impossibile respingendolo con energia degna di fanatici dello sviluppismo; energia che pare quella di chi voglia allontanare da se’ il pericolo di poterci credere davvero ad un tale sogno.&lt;br /&gt;   E’ chiaro che si tratta di un argomento che stimola le coscienze perche’ e’ in fondo abbastanza evidente che, se diffusa su percentuali consistenti della popolazione, sarebbe forse l’unica scelta che davvero potrebbe dare una svolta radicale in senso eco(ed umano-)sostenibile alla nostra societa’ ed al suo futuro.  Quantomeno l’unica che e’ direttamente alla portata delle nostre decisioni come comuni mortali, mentre ogni tipo di programma politico (per inaspettatamente coraggioso che fosse – e non se ne vede comunque traccia) avrebbe bisogno in ogni caso di tempi e condizioni molto complicate nelle quali possiamo solo sperare, ma purtroppo sempre meno credere, in una economia globale che ha ormai bisogno di crescere continuamente anche solo per sopravvivere. &lt;br /&gt;   D’altra parte un basilare principio di realta’ non puo’ non farci riconoscere che in tutto quell’insieme di eventi e trasformazioni avvenuti negli ultimi due secoli, che chiamiamo genericamente “progresso”, c’e’ anche molto di positivo se guardiamo a come era prima la condizione umana in molti suoi aspetti, e dunque una scelta in cosi’ radicale rottura con questa tendenza storica come quella di andare a vivere in campagna, chiamandosi fuori da tutto cio’, puo’ sembrare inappropriata perche’ non terrebbe conto della realta’ delle cose.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Questo e’ comprensibile.  Ma che si rilegga in chiave radicalmente critica la modernita’, fin nei suoi presupposti, e che a questa critica se ne vogliano far seguire le conseguenze pratiche, non deve necessariamente significare che si pensi di poter fare come se tutto cio’ che e’ avvenuto dal tempo delle candele, dei carretti, delle fattucchiere e delle scomuniche non ci sia stato ne’ ci sarebbe dovuto essere.  E’ sorprendente come in un’epoca in cui sembra trionfare l’idea di liberta’, specialmente di pensiero, si rimanga cosi’ impigliati nell’automatismo di credere nell’alternativa netta “o modello sviluppo-consumista o ritorno al medioevo sotto tutti gli aspetti”.  Purtroppo succede pure che anche chi pretende a questo punto di preferire la seconda alternativa finisca per credere a questo bivio mal posto.  Non c’e’ questo bivio: indietro nella Storia non si torna, si va solo avanti, anche se non sta scritto da nessuna parte che si vada verso qualcosa.&lt;br /&gt;   Per questo motivo non possiamo neanche illuderci che una linea di tendenza storica vada comunque verso il meglio solo perche’ a lungo la si e’ chiamata “progresso”, neanche se in parte e fino ad un certo punto lo si e’ potuto fare con buone ragioni.  Se determinate trasformazioni sono avvenute ed hanno avuto il sostegno sentito e partecipe di moltissime persone vuol dire che ce ne erano i motivi. Ce ne erano i presupposti e se ne sentiva il bisogno, cosi’ che quando si e’ presentata una via possibile e comprensibile che rispondeva alle esigenze molti l’hanno seguita, pur se cio’ comportava delle rotture e delle notevoli difficolta’ .  E’ miope e limitato pensare semplicisticamente in termini di giusto e sbagliato: esistono piuttosto i percorsi, in cui ci sono passaggi anche necessari, inevitabili.  Invece di discutere in termini di andare avanti (avanti in che senso?) o tornare indietro (indietro dove?) sarebbe piu’ sensato riconoscere che cio’ che ci ha portato fino a qui aveva ragione di essere, altrimenti non saremmo dove siamo, ma siamo al punto di poter e dover prendere una strada diversa. Qui sta il bivio: nell’andare avanti in un altro modo grazie all’essere arrivati fino a qui con tutti gli errori che ora possiamo vedere ed a cui possiamo porre rimedio.&lt;br /&gt;   La Modernita’, la Scienza e la Tecnologia ci hanno affrancato da superstizioni, fame, malattie, fatalismo….; ci hanno portato a credere a cieche ideologie iperrazionaliste, a vederne le conseguenze e poi a non crederci piu’; a riconoscerci artefici della Storia e del nostro destino sostituendoci a Dio in questo ruolo e a ritrovarci ora in balia di forze economiche incontrollabili e impersonali che muovono questa “Storia” e noi con essa senza che ce ne rimanga alcun significativo controllo salvo la versione “realistica” odierna dell’antica devozione nel ripeterci che (pero’) e’ questo che ci da’ il pane ecc.. (soprattutto eccetera, perche’ se si trattasse del pane e del necessario basterebbe molto meno e ci rimarrebbe tempo anche per un po’ di vita come esseri umani);  ci dovrebbero aver dato la capacita’ di vedere i fatti come processi e gli opposti come fasi complementari e successive.  &lt;br /&gt;  Purtroppo la forma mentale occidentale, concettuale, astrattista, tutta legata alla dimensione del linguaggio, tende a mettere sempre le cose in contrapposizione: per questo la nostra storia si compone di movimenti politico culturali che impiegano enormi energie a combattersi ed estremizzare ognuna le proprie posizioni, a non comprendere l’aspetto di realta’ che c’e’ in quelle opposte e, in definitiva, sempre ad andare un po’ troppo in un senso, in modo che poi la cultura che avra’ successo…..successivamente (appunto si dice cosi’)….dovra’ recuperare tanti errori da finire per andar troppo nel senso opposto in modo da generare movimenti di segno opposto e cosi’ via.&lt;br /&gt;  &lt;br /&gt;   E’ grazie al percorso anche distruttivo e consumistico, e’ grazie agli errori fatti  ed alla capacita’ di comprenderli insieme a quanto di buono si puo’ conservare che oggi potremmo voler fare a meno di cio’ di cui non abbiamo bisogno. E’ grazie a questa esperienza che possiamo immaginare altri percorsi per cui non necessariamente tutti su questa Terra debbano ripetere gli stessi errori per capire le stesse cose.  E’ grazie alla confusione del superfluo che poi possiamo fermarci all’essenziale.&lt;br /&gt;   Prendere concretamente una direzione di vita sostenibile, non consumistica, di non collaborazione col sistema distruttivo, di autoproduzione (e come potrebbe essere altro se non con la base di indipendenza economica ed esistenziale che la campagna puo’ dare?) non e’ un tornare indietro, non e’ un misconoscere la realta’ della Storia e del progresso (quel che c’e’ di vero in questo – e non e’ poco), ma e’ confutarne la mitologia, confutare gli aut-aut pseudorealisti e soprattutto non farsi incastrare dall’abitudine a trasformare sempre tutto in materiale dialettico-polemico.  Non si puo’ sapere e definire la giustezza a livello generale o di tendenza storica di un’idea senza metterla in pratica, non lo si puo’ fare senza aver lavorato nella propria vita per aprirgli una strada, una possibilita’.  Non si puo’ neanche sapere di cosa si stia parlando se non si accetta di scendere nell’esperienza anche se questo modifichera’ alcune delle nostre visioni.&lt;br /&gt;   Ed infine non si puo’, proprio perche’ siamo nella post-modernita’, non dare valore centrale alla nostra vita individuale giocata giorno per giorno, anche senza necessita’ di uno schema teorico a tutto tondo, come particella elementare di quel flusso di massa che chiamiamo “Storia”, che, ricordiamoci, possiamo davvero definire e conoscere solo dopo, guardandoci indietro.  Mentre le analisi storiche le faranno gli intellettuali a posteriori, la “Storia” la facciamo oggi con le nostre vite. E non si tratta di agire in base ad una concezione lineare-progressiva piuttosto che circolare-statica della Storia: queste anche sono definizioni che appartengono all’ex-post e che sono soggette anch’esse alle mode e alle fasi culturali.  Si tratta invece, concretamente e semplicemente, di capire cio’ che va fatto, data la situazione che ci si trova a vivere, non solo immaginandosi elemento separato, ma riconoscendosi parte del Tutto, e farlo, a partire da se’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Per questo io credo che la scelta di andare a vivere in campagna, di trovare qui un’alternativa autentica e possibile, e’ una scelta oggi non meno attuale e legittima storicamente almeno di qualsiasi altra, se non, a ben vedere, quella davvero appropriata ai tempi, che richiedono svolte nette e fattive  che non possono calare dall’alto ma venire dalla responsabilita’ di ognuno, perche’ dalla responsabilita’ di ognuno si riproduce ogni giorno questo “mostro impersonale” al quale abbiamo delegato (da ex- forse piu’ che da post- moderni) il nostro destino e la realizzazione del nostro posto nel mondo, in cambio di una limitata gamma di ripetitive e sempre piu’ solitarie “ liberta’ ”  quotidiane.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-5573081979356036004?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/5573081979356036004/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=5573081979356036004&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/5573081979356036004'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/5573081979356036004'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2009/03/sulla-scelta-di-vita-in-campagna-2-e-la.html' title='Sulla scelta di vita in campagna - 2 (e la sua attualita’)'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-96849869573551672</id><published>2009-03-24T01:06:00.000+01:00</published><updated>2009-03-24T01:07:16.517+01:00</updated><title type='text'>Sulla scelta di vita in campagna (e il suo tesoro)</title><content type='html'>Anche negli ambienti vicini al movimento per la “Decrescita” (nel quale dovrebbero trovarsi persone a cio’ piu’ favorevoli) noto spesso un certo scetticismo “realista” nei confronti della scelta di vita in campagna, dell’adozione di stili di vita, produzione/consumo, in vari modi, neo-contadini e della considerazione di questi come una valida autentica alternativa al sistema (auto)distruttivo imperante.&lt;br /&gt;   Si dice che della terra oggi non si puo’ vivere, che al passato non si torna e c’e’ a volte pure chi ama dileggiare coloro che a questa alternativa ci credono davvero volendoli dipingere come persone che amano parlare di agricoltura ed autoproduzione  tanto piu’ quanto meno ne conoscono per davvero le fatiche e le privazioni che tutto cio’ comporta o puo’ comportare. Molto meglio, allora, sembra quasi sentir dire, fare francamente solo gli intellettuali della decrescita senza rivendicare una pratica conseguente (che per forza di cose – si da’ per inteso - tanto conseguente poi non potrebbe essere).&lt;br /&gt;   Ma… e allora? Viene da dire.  Il problema della pratica conseguente, ma veramente, radicalmente, non ce lo poniamo? Siamo anche noi di quelli che credono in una realta’ fondamentalmente solo umana? Per la quale le battaglie sono sempre in primo luogo battaglie culturali?  Dibattiti tutti interni a un mondo antropocentrico, sostanziato di logos, in cui mai appare un “oste” naturale ed oggettivo che arriva a  presentare il conto riportando tutti ai semplici fatti? Anche per noi il momento di “sporcarsi le mani” dovra’ venire sempre piu’ tardi, quando magari sara’ il turno di qualcun altro?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   A  me pare ormai molto chiaro che di tempo non ne abbiamo piu’ a sufficienza per rimandare il momento di agire in pratica nel modo piu’ coerente possibile: non sara’ grazie ad un mutamento solo filosofico e neppure legislativo che i terribili mutamenti bio-fisico-chimici e climatici in atto rallenteranno la corsa minacciosa che percorrono in seguito ai nostri comportamenti economici consumistici.  Se qualcosa ancora si puo’ salvare e’ rinunciando radicalmente a molti di tali comportamenti e sostituendoli con altri che siano oggettivamente ecocompatibili.&lt;br /&gt;   La vita fondamentalmente contadina e’ stata ed e’, in ogni tempo ed ogni luogo, una di dialogo continuo tra esseri umani e Natura su una scala che permette la percezione diretta dell’impatto e del rapporto degli uni con l’altra come di una parte che ha un suo posto nel Tutto, per quanto in un “Tutto” dinamico.&lt;br /&gt;   Siamo d’accordo che al punto estremo in cui oggi ci troviamo di “turning point” critico non si puo’ rispondere solo che, pur di salvare qualcosa,  basta che adoperiamo comportamenti ecologici e simil-contadini – per quanto piu’ pretesi che reali -  e tanto basta al di la’ di qualsiasi approfondimento di consapevolezza della portata sia mondiale-politica che esistenziale dei problemi e delle loro cause.  Tutt’altro.&lt;br /&gt;   Ma il punto che molti sembrano non capire e’ che la scelta di vita in e della campagna, proprio dentro alla sua imperfezione ed alla sua relativa irrealizzabilita’ nella situazione attuale, e’ il passaggio che trasforma autenticamente anche al livello della coscienza,  che porta la consapevolezza a fondersi e trasformarsi nel fuoco di una comprensione che avviene nella pratica, il che e’ proprio cio’ che ci manca oggi.&lt;br /&gt;   Perche’, nonostante abbiamo a disposizione una ricchezza di fonti d’ispirazione per immaginare altri fondamenti per altri e sostenibili modi di vivere, ad esempio in molte tradizioni olistiche di tutto il mondo, queste arrivano da noi perlopiu’ come mode superficiali mentre il consumismo dilaga ormai come non-cultura omologante a livello globale, anche nei paesi d’origine di tali stesse tradizioni? Perche’ la vera conoscenza che era propria dell’Oriente e di molti popoli tradizionali non riesce a diventare autentico patrimonio-risorsa nella coscienza diffusa di questa modernita’ in disperato bisogno di aiuto (tanto piu’ grave quanto meno conscio)?&lt;br /&gt;   Proprio perche’ si tratta di un tipo di conoscenza che va colto attraverso la pratica piu’ che le parole, come il senso delle cose, come la verita’ della Natura, di una base fondamentale che non solo ci appartiene , ma alla quale soprattutto apparteniamo.  Queste forme di conoscenza erano vive e alla portata del senso comune quando erano radicate nella vita concreta delle persone, quando il dialogo ed il legame con la Natura era evidenza quotidiana – ovvero quando la dimensione pratica contadina era l’esperienza comunemente diffusa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Quando sento le prudenti obiezioni rivolte a chi afferma che (non il tornare, ma il rivolgersi ad) una vita nella e della campagna e’ la soluzione fondamentale autentica e percorribile al pauroso futuro senza futuro a cui ci sta portando il sistema attuale, noto che, al di la’ della verita’ piu’ o meno di fatto che solo della terra oggi e’ molto difficile vivere, il punto e’ che non si coglie, in queste obiezioni, questo fuoco trasformatore della coscienza che e’ dato dalla pratica.&lt;br /&gt;   E’ certamente vero, almeno nella maggior parte dei casi, che e’ difficile ai limiti dell’impossibile mantenere oggi una famiglia decentemente (per quanto con standard “decrescenti”) solo grazie alle entrate ed ai prodotti provenienti da un’agricoltura (e biologica) su piccola scala.  E’ altrettanto vero pero’ che questo diventa molto piu’ possibile se, da un lato si ridimensionano i propri consumi su standard di autentica decrescita e dall’altro si affiancano al lavoro agricolo altre attivita’ anche non agricole ma che hanno un legame con la vita in campagna se non altro nel fatto che grazie a questa possono essere solo complementari e pertanto scelte tra quelle comunque non necessariamente distruttive (il che gia’ non e’ poco).&lt;br /&gt;   Purtroppo si sta spesso a discutere sul fatto che in questi termini non ci si puo’ “arrogare” il titolo di “contadino” e che tale titolo non puo’ essere che in via di estinzione – se non gia’ materia per gli studiosi ed i musei.  Questa impossibilita’ di “purezza” sembra ad alcuni essere gia’ di per se’ argomento sufficiente a chiudere il discorso e tornare con preteso “realismo” ad occuparsi solo delle numerose piccole misure compromissorie/palliative (per carita’, sempre utilissime e sacrosante, soprattutto perche’ adottabili oggi dalla vera stragrande maggioranza delle persone) in senso ecologista/decrescente,  applicabili in una vita di citta’.&lt;br /&gt;   Perche’, dico io? C’e’ forse bisogno di dire che dietro la montagna non c’e’ nulla solo perche’ non  si vuole avventurarsi fin lassu’? O forse che se in un posto ci si puo’ arrivare solo a piedi su impervi sentieri e non propriamente con una strada, allora cio’ vale a dire che non vale neanche la pena di partire, o che addirittura il posto non esiste del tutto?&lt;br /&gt;   A volte mi sembra si stiano a fare troppi distinguo prima di partire perche’ di partire davvero non ce se la sente ma non lo si vuole riconoscere e si pretende di negare cosi’ la possibilita’ stessa del viaggio.&lt;br /&gt;   Oggi non possiamo piu’ essere contadini “veri”? Bene, non c’e’ problema: saremo allora “neo-contadini” o anche “pseudo- o filo-contadini”  o parzialmente contadini, se si preferisce.  Il punto e’ che cio’ che oggi che cerchiamo di farlo solo in pochi e’ possibile fare al 30% - 50% - 70% e’ cio’ che e’ comunque possibile fare. Che, anche se non quantitativamente, qualitativamente e’ una soluzione, autentica. Che indica una direzione di percorso che e’ ecocompatibile e sostenibile in prospettiva senza limiti e che ha la capacita’ di allargarsi fino ad includere i vari aspetti di una societa’ funzionante.&lt;br /&gt;   Il fatto che si tratti, di fatto, di condizioni di vita contraddittorie, a cavallo tra una dimensione di alternativa in parte realizzata e la pur permanente parziale dipendenza verso un sistema radicalmente messo in discussione, non ne e’ un elemento invalidante, ma il segno che si tratta di una cosa viva, reale,  un passaggio evolutivo in fieri: avrebbe avuto senso criticare il Neandherthal o l’Homo Abilis perche’ non erano ne’ piu’ autentiche scimmie ne’ ancora Homo Sapiens?  Loro di fatto vivevano la loro vita ovvero la loro risposta alla situazione contingente lungo la strada dell’evoluzione: e’ solo a posteriori che poi gli si da’ un nome e si puo’ discutere sulla loro comparsa, la loro estinzione e sulle cause di entrambe.&lt;br /&gt;   Oggi siamo di fronte ad un passaggio evolutivo, di quelli che si presentano, a dare la cifra della loro portata, con il rischio dell’estinsione (o quasi) sull’altro piatto della bilancia.  Siamo di fronte ad un passaggio che implica il confronto con il funzionamento profondo della nostra mente, del nostro comportamento ed i nostri meccanismi ripetitivi, con la nostra paura nel guardare la realta’.&lt;br /&gt;   Questo passaggio evolutivo a cui il percorso stesso della nostra storia ci  porta oggi richiede un passaggio che, piu’ che culturale, e’ propriamente di livello di coscienza, ma non potremo farlo rimanendo all’interno dei limiti teorici, astrattisti ed intellettualisti della cultura moderna ed occidentale: dobbiamo evolverci nell’essenzialita’ di quella che e’ la nostra base naturale e dobbiamo farlo attraverso una conoscenza che cresce nella pratica, nella percezione diretta ed intuitiva di qual’e’ il nostro posto nel mondo, nella Natura.&lt;br /&gt;   Per questo motivo dico che spesso mi pare non si colga a sufficienza qual’e’ il vero tesoro, pur dentro a contraddizioni ad illusioni ed insufficienze, della scelta di chi va a vivere in campagna e della terra (nella misura in cui ci riesce).  Questo vero tesoro e’ la possibilita’ di un cambiamento di prospettiva autentico che si muove organicamente col cambiamento concreto e misurabile del proprio impatto sull’ecosistema.  Un cambiamento che avviene attraverso la pratica del fare una cosa impossibile e comunque realizzarla quanto piu’ possibile – aprendo di fatto la strada anche per altri – e chiedendosi costantemente, grazie alle difficolta’, il vero senso ed il vero valore di ripetere ogni giorno questa scelta impossibile.&lt;br /&gt;   E capirlo, a mano a mano, al di la’ delle parole.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-96849869573551672?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/96849869573551672/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=96849869573551672&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/96849869573551672'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/96849869573551672'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2009/03/sulla-scelta-di-vita-in-campagna-e-il.html' title='Sulla scelta di vita in campagna (e il suo tesoro)'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-5410965892514352838</id><published>2008-04-29T11:58:00.001+02:00</published><updated>2009-09-16T15:47:45.945+02:00</updated><title type='text'>Sequoi@</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SrDsdr3D13I/AAAAAAAAASY/6QQknaLsC5M/s1600-h/bannerino.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 133px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SrDsdr3D13I/AAAAAAAAASY/6QQknaLsC5M/s400/bannerino.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5382061549441767282" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt; Sulla home page del mio sito, al quale questo Blog è collegato  (www.ecofondamentalista.it),  ho messo il disegno stilizzato di un grande albero.  Potrebbe essere qualsiasi specie di grande albero, per esempio……una sequoia. &lt;br /&gt;Anzi…. una  Sequoi@.&lt;br /&gt;Una sequoia virtuale, telematica, utile a comunicare, simbolica.&lt;br /&gt;Come simboliche sono quegli enormi, altissimi alberi di questa specie che si trovano in America.  Alte oltre cento metri.  Chissà quanto lontano si può vedere da lassù!&lt;br /&gt;  Più che alberi devono essere un mondo, per l'ombra che fanno sotto di sé, che crea l'ambiente adatto ad altre piante più basse, per tutti gli insetti, uccelli, mammiferi e rettili che le abitano, per la vita dei microrganismi, per la composizione del terreno cui danno luogo... Perché, se è vero che le radici di un albero corrispondono a più  della sua chioma sotto terra, fin dove potranno mai arrivare le radici di una pianta simile ?&lt;br /&gt;  Ed anche noi non siamo poi così diversi da loro: anche noi siamo un intero mondo, corpo/mente.&lt;br /&gt;  Basta sedersi ed osservare per un po’ la propria mente, sentire il proprio corpo, respiro, sensazioni, stati d’animo.  Basta sedersi e subito s’alza il vento che soffia attraverso i nostri pensieri, ricordi, aspettative, giudizi, idee, amori, rancori….  Così come soffia tra i rami e le foglie del grande albero, che lo conosce e sta lì, radicato nella terra e, se abbastanza vecchio, neanche si scuote più.&lt;br /&gt;  Sì, perché la vera grandezza di questi alberi è nel tempo, ancor più che nell’altezza.&lt;br /&gt;  Com’era il mondo quando son nati come esili pianticelle?&lt;br /&gt;L’Impero Romano, il Rinascimento, invenzioni, rivoluzioni, la “scoperta” dell’America, le vittorie e le sconfitte di innumerevoli generazioni di esseri umani e non:  non sono altro che momenti e stagioni per un grande e vecchio albero.&lt;br /&gt;  Che tuttavia è anche oggi un essere vivente: contiene ancora cellule morte che hanno respirato l’aria di migliaia di anni fa, ma le sue cellule vive di oggi non sono le stesse di allora:  è un processo, un cambiamento lento e continuo che non si è mai fermato.  E c’è una vulnerabilità, la possibilità di ammalarsi, di morire oggi forse, la certezza che ciò avverrà un domani.&lt;br /&gt;  Così come è per noi, nelle nostre più brevi vite, che non siamo gli stessi di quando eravamo bambini, e neanche di ieri in realtà, ma che crediamo al nostro Io che non sapremmo bene definire in cosa o dove si trovi, ma in cui lo stesso ci identifichiamo e che ci svanirà come nebbia al sole quando moriremo.&lt;br /&gt;  Così mi piace, come la Sequoia, guardare tanto più lontano tanto più mi radico nella Terra e su questa commistione dei miei limiti con essa mi baso e mi reggo.&lt;br /&gt;  Ma non mi reggo da solo.&lt;br /&gt;  Per questo la lettera finale ho voluto scriverla con la @.&lt;br /&gt;  Perché, come il monolite vegetale è sostanza organica e tornerà un giorno alla terra, i miei pensieri di contadino dissenziente cercano in una rete in cui diffondersi il loro esito.  La rete dei pensanti che, di qualunque forma abbiano le foglie, in ultima analisi affondano le loro radici nella stessa Terra in cui le affondo io.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Per essere sincero per un attimo ho avuto anche un accenno di antipatia all’idea di identificarmi con le grandi sequoie.  A dire il vero è il fatto che si trovino a vivere negli U.S.A. che un po’ mi disturba perché credo che la funzione internazionale che svolge quel paese oggi, dal punto di vista ecologico e politico, sia tra i mali più gravi che affliggono il nostro pianeta.&lt;br /&gt;  Ma presto mi son consolato, pensando che dal punto di vista di piante millenarie come quelle, l’ “impero americano” non è che un ragazzino turbolento e viziato che ultimamente sta un po’ disturbando la pace della foresta volendo giocare con cose troppo più grandi di lui, ma che presto passerà, come tante altre cose prima…..&lt;br /&gt;  Spero che le sequoie possano davvero veder lontano.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-5410965892514352838?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/5410965892514352838/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=5410965892514352838&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/5410965892514352838'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/5410965892514352838'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2008/04/sequoi.html' title='Sequoi@'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SrDsdr3D13I/AAAAAAAAASY/6QQknaLsC5M/s72-c/bannerino.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-4871221666220847726</id><published>2007-07-24T14:07:00.001+02:00</published><updated>2008-04-29T11:52:31.915+02:00</updated><title type='text'>Sulle dimensioni proprie dei sistemi umani</title><content type='html'>In realtà, di fatto, dentro e sotto a ciò che ufficialmente, nominalmente o apparentemente sono i grandi sistemi in cui si articola la società, la dimensione dell’ambito sociale naturalmente proporzionato all’essere umano è molto più piccolo.&lt;br /&gt;  Molto più piccolo è quello  a cui arriva la nostra capacità di reale comprensione (una comprensione che non sia esclusivamente astratta e del tutto slegata dall’esperienza), di gestione e soluzione dei problemi, di comprensione e comunicazione con l’interlocutore, di reale interesse e sensibilità per le questioni coinvolte e di piacevolezza/soddisfazione nel rapportarvisi.&lt;br /&gt;  Inoltre, di fatto, anche all’interno dei grandi sistemi, il reale ambito sociale col quale siamo davvero coinvolti è quello delle poche persone o decine di persone con cui siamo in contatto e questo è ciò che effettivamente funziona.&lt;br /&gt;  Il mondo attuale ci richiede una percezione della realtà su scala globale ed una sensibilità corrispondente, ma ciò è fuori misura per noi esseri umani la cui naturale scala di orizzonte di un ambiente sociale è la comunità, la tribù, il villaggio, il piccolo centro abitato.&lt;br /&gt;  L’idea che bisogna “civilizzarci” al punto da ridimensionare di conseguenza la nostra scala di percezione/sensibilità sociale sembra portarci il gioiello evolutivo della modernità occidentale, ma in realtà ne tradisce i presupposti contraddittori.&lt;br /&gt;  Eravamo partiti dal trasformare l’ambiente in cui viviamo a nostra misura anziché accettare che fosse l’ambiente a fissare i limiti del nostro modo di vivere. &lt;br /&gt;  Ma il fare questo a partire da idee astratte ovvero senza vedere il nesso profondo che ci rende non-altro dalla Natura, ci ha portato all’esito manifesto della contraddizione e dell’ignoranza di fondo per la quale oggi ci troviamo a dover adeguare la nostra natura umana, senza peraltro riuscirci,  ad un ambiente artificiale e fuori misura che noi abbiamo creato ma che ci è sfuggito di mano sia nello ‘spirito’ che lo anima (nelle sue leggi di funzionamento interne) sia nelle dimensioni che ha raggiunto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-4871221666220847726?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/4871221666220847726/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=4871221666220847726&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/4871221666220847726'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/4871221666220847726'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2007/07/sulle-dimensioni-proprie-dei-sistemi.html' title='Sulle dimensioni proprie dei sistemi umani'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-1207492359232799276</id><published>2007-07-24T14:05:00.001+02:00</published><updated>2008-04-29T11:54:35.987+02:00</updated><title type='text'>Contraddizioni del sistema consumistico e globalizzante</title><content type='html'>Il sistema attuale estende la portata dell’orizzonte sul quale agiscono i propri meccanismi ed effetti (economici, sociali, ambientali, culturali…) a livello mondiale.  Questa sua universalizzazione richiede, per gestire il mondo che crea ed i suoi problemi, un livello di istruzione, di consapevolezza e di cultura generalmente diffusa tra la popolazione, adeguato ad una tale portata.&lt;br /&gt;  Ma al contempo un tale sistema, per mantenersi nelle sue dimensioni gigantesche di produzione e di consumi, ha bisogno che una grande parte della sua popolazione sia dedita alla produzione-consumo e non all’intelligenza dei complessi fenomeni in atto.&lt;br /&gt;  Che questa sia la realtà per una notevole percentuale della popolazione è indispensabile per garantire la ricchezza a sua volta necessaria a finanziare tra l’altro anche il livello e la diffusione della ricerca e della conoscenza richieste agli addetti ai lavori per poter gestire e fronteggiare meccanismi così complessi. &lt;br /&gt;  Questo fa sì che in questo sistema i problemi siano sempre più complicati e che, se pure una ristretta cerchia di esperti e intellettuali fossero in grado di venirne a capo (il che è tutto da dimostrare data anche la crescente discrepanza tra esperienza e teorie astratte dovuta sia alla dimensione dei problemi sia alla formazione specialistica degli “esperti”), le loro soluzioni si scontrerebbero con l’indifferenza delle masse che non ne coglierebbero i presupposti, rendendole di fatto inapplicabili.&lt;br /&gt;  E tutto ciò diventa ancor più grave se pensiamo che in regime di democrazia mediatica, ovvero nella “società dello spettacolo”  ( che è parte integrante di un tale livello di sviluppo) è molto più probabile che a gestire problemi così immensi siano persone prive della competenza necessaria piuttosto che appartenenti a quella ristretta elìte intellettuale.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-1207492359232799276?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/1207492359232799276/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=1207492359232799276&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/1207492359232799276'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/1207492359232799276'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2007/07/contraddizioni-del-sistema-consumistico.html' title='Contraddizioni del sistema consumistico e globalizzante'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-6324049668200872881</id><published>2007-07-24T14:04:00.001+02:00</published><updated>2008-04-29T11:55:57.807+02:00</updated><title type='text'>Contraddizioni dello sviluppo in prospettiva</title><content type='html'>Il crescente sviluppo economico, la diffusione e l’accessibilità dell’informazione e della cultura, il distaccarsi dal lavoro materiale si basano sull’intensificazione della produttività, dei consumi e dei ritmi di lavoro e richiedono un sempre maggiore coinvolgimento nel processo produttivo da parte dei lavoratori a tutti i livelli.  Ma al tempo stesso fanno crescere in essi stessi una maggior voglia di tempo libero, della possibilità di dedicarsi a sé stessi e ad attività non economiche, oltre ad una sempre minore disponibilità a sottomettersi ed adeguarsi alle direttive dettate dai capi ed alle esigenze esterne del sistema di produzione ed ai suoi ritmi. &lt;br /&gt;  Il punto massimo di capacità di produzione di ricchezza del sistema potrebbe coincidere col punto massimo di dissociazione motivazionale da parte di coloro che dovrebbero sostenerlo e riprodurlo, cosa forse ancor più evidente infatti tra gli studenti ed i giovani in genere che tra i lavoratori.&lt;br /&gt;  L’esito di una tale contraddizione potrebbe essere o (auspicabilmente) una radicale riconversione del sistema in senso eco/umano-compatibile (e perciò non più su base consumistica) o una società divisa fondamentalmente in due ceti.  Uno, privilegiato e perlopiù ozioso o dedito ad attività essenzialmente “culturali” che parla un linguaggio e vive in un mondo esclusivo e ripiegato su sé stesso.  L’altro costituito da una classe di schiavi-lavoratori; precari a vita senza identità né professionale né territoriale per i quali il primo problema sarà quello di trovare qua e là un qualche lavoro temporaneo – al di là di quanto questo sia pagato – ed il cui scopo (e la cui stessa ragione di esistere dal punto di vista del Sistema) sarà quello di consumare la produzione di merci-spazzatura sul cui mercato si regge la condizione privilegiata degli altri.&lt;br /&gt;  Per alcuni di questi ultimi rimarrà tuttavia un po’ di lavoro da fare “a beneficio” della massa: dedicare ancora parte del proprio “impegno culturale” nel convincerla a continuare a credere che stiamo vivendo una condizione di benessere e di progresso.&lt;br /&gt;  (Niente paura: come già si è fatto con gli attori di alcuni film, anche presentatori televisivi, giornalisti e politici da talk show potranno presto essere resi virtualmente.  Chissà che qualcuno non ci stia già lavorando: la differenza non si vedrebbe di certo)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-6324049668200872881?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/6324049668200872881/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=6324049668200872881&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/6324049668200872881'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/6324049668200872881'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2007/07/contraddizioni-dello-sviluppo-in.html' title='Contraddizioni dello sviluppo in prospettiva'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-2679021046061021282</id><published>2007-07-24T14:03:00.000+02:00</published><updated>2007-07-24T14:04:12.864+02:00</updated><title type='text'>Dialogo interculturale</title><content type='html'>Trovo che l’intento della proposta di un dialogo tra le diverse culture sia lodevole, ma propongo un dubbio: non sarà che il problema e’ che, prima che riescano sinceramente a dialogare  e riconoscersi reciprocamente, le culture intanto siano scomparse? Esistono ancora le culture? E per quanto ancora? Sono, questo nostro modo di vivere e le sue espressioni, una cultura?&lt;br /&gt;  Intendo cultura in senso etno-antropologico, non solo l’insieme delle varie espressioni artistiche, musicali, dell’abbigliamento, del modo di preparare e consumare il cibo ecc…., ma soprattutto l’essere, queste cose tutte insieme, intessute in una visione del mondo, in un sentimento del mondo inclusivo dell’insieme sociale, radicato in un modo di vita – quello concreto, reale, in cui  effettivamente si vive – in cui i vari membri di una società, come tali, complessivamente si riconoscono. &lt;br /&gt;  Se penso che queste sono sempre state le caratteristiche delle culture dei popoli cosiddetti “altri” (con un eufemismo di moda che vorrebbe forse essere neutro, ma che e’ palesemente culturalmente autoreferenziato) - che sarebbe forse meglio dire tradizionali - ho forti difficoltà a  chiamare la nostra una cultura.&lt;br /&gt;  Se penso che i  molteplici tratti di ogni cultura tradizionale sono (erano?) radicati in una determinata forma economica di produzione/consumo e in un determinato rapporto con l’ambiente naturale  comuni a più o meno tutte le persone di una comunità.   Che tali modelli economici facevano sì che tutti si sentissero di condividere necessità, speranze e problemi simili.  Che la comunanza nelle forme della pratica e delle idee costituiva la base per il senso di appartenenza ad un determinato tipo di soluzione all’”enigma”  dell’esistere, del vivere, ovvero ad una  identità culturale,….ho forti difficoltà a chiamare la nostra una cultura.&lt;br /&gt;  Noi, dalla ricerca della soluzione dei nostri problemi, anziché accomunati,  siamo divisi: ognuno per se’ dato che in fondo non si tratta in realta’, il piu’ delle volte, di risolvere veri problemi, ma di ottenere superfluo da aggiungere al superfluo. Precisamente cio’ che chiamiamo sviluppo e che fa si’ che non ci sia aspetto della nostra vita che non sia in modo piu’ o meno diretto o evidente strettamente legato al denaro. E questo piu’ che mai vale per le espressioni piu’ convenzionalmente culturali: qualsiasi tipo di espressione e’ lecito, non ci sono tabu’ di sorta che potrebbero essere infranti.  Tranne il fatto che bisogna che ci sia un’audience ovvero che quella data forma di “cultura”, per quanto trasgressiva, antinomica, e per quanto “deviante”, sia vendibile (o che qualcosa di vendibile gli si possa abbinare, almeno, come nella pubblicita’), altrimenti non trova il modo di comunicare, e chi non comunica non esiste, pare (….forse perche’ non e’ consumabile).&lt;br /&gt;  E questo denaro che e’ l’elemento regolatore del nostro sistema non e’ certo la merce di scambio del mercato della piazza che passa di mano in mano tra i prodotti delle stesse mani. Niente affatto: non e’ altro che una convenzione in cifre quantomai immateriale, quantomai neutra, uguale identica per tutti (salvo il fatto di poterlo avere o meno).&lt;br /&gt;  Al punto che il rapporto si ribalta: davanti a questo tutt’altro tipo di mercato siamo tutti noi ad essere indifferenti, indistinguibili  dal punto di vista del denaro. Lontani, nel nostro ruolo di comuni consumatori,  dai meccanismi che regolano i suoi flussi quanto e’ lontana l’origine del cibo preconfezionato  che compriamo gia’ pronto  dal modo in cui passiamo la nostra quotidiana giornata lavorativa nel guadagnarci i soldi per comprarlo.&lt;br /&gt;  E’ per questa distanza e per questa indifferenza, questa mancanza di radici (per atrofizzazione, non perche’ non ce ne fossero), che non credo  possiamo chiamare la nostra attuale moderna occidentale una cultura : sistema credo sia la parola adatta.&lt;br /&gt;  Nel confronto con altre culture, ci possiamo anche presentare come quella che le ha conosciute e studiate tutte, che  sa ridefinire  se’ stessa di volta in volta come positiva, razionale, laica, democratica, attenta ai diritti umani ( qualche volta verrebbe anche da ridere), in rapporto alle altre.  Possiamo illuderci di avere di una certa imparzialita’  paritaria in questa ridefinizione.  Possiamo ritenere di presentarci come il modello al quale le altre culture stanno tendendo ad assomigliare (rischiando di venir travolte in quanto tali da una tale tensione).&lt;br /&gt;  Ma se all’incontro volessimo approcciarci onestamente, credo dovremmo trovare la misura di una realistica umilta’: che vada anche un po’ oltre il livello paritario, almeno dove possiamo riconoscere di aver perso qualcosa per strada ed aver qualcosa da imparare : l’umilta’ dovuta a chi, per quanto imponente, si riconosce ormai ridotto a sistema e sa di trovarsi davanti a chi e’, con tutte le imperfezioni del caso,  ancora, e forse per poco, una cultura.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-2679021046061021282?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/2679021046061021282/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=2679021046061021282&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/2679021046061021282'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/2679021046061021282'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2007/07/dialogo-interculturale.html' title='Dialogo interculturale'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2372256011421600005.post-4122479321764260199</id><published>2007-07-24T14:00:00.000+02:00</published><updated>2007-07-24T14:02:28.285+02:00</updated><title type='text'>Globalizzazione</title><content type='html'>Ieri sera una amica mi parlava di un conoscente italiano che ha una fabbrica di ceramiche “di Deruta” fatte in Romania dove lavorano operai vietnamiti venuti lì a sostituire quelli rumeni che sono emigrati a lavorare in Italia;…una cosa normale, no?&lt;br /&gt;  Chissà, forse con i soldi guadagnati questi operai asiatici manderanno soldi a casa e le loro famiglie ci compreranno merci tradizionalmente usate in Vietnam, ma ora provenienti dalla Cina e prodotte da bambini nel Bangladesh.&lt;br /&gt;  Del resto ricordo che già alla fine degli anni ’70, quando ero un ragazzo e giravo l’Europa in autostop, mi diede un passaggio un camionista che riportava in Spagna un carico di sardine pescate nel paese iberico che pochi giorni prima erano già state trasportate in Italia per farle inscatolare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Cos’è questa? La dinamicità del mondo moderno in cui tutto è in evoluzione continua?  Un mondo giovane in continua crescita?  Il sistema liberista del capitalismo avanzato che crea lavoro ovunque si sposti? L’opportunità per tutti di uscire dall’angustia di superati contesti tradizionali e mischiare le culture in un entusiasmante melting pot globale?&lt;br /&gt;  Quando sento questa versione della lettura del mondo attuale mi sembra di guardare una pubblicità della Coca-Cola. &lt;br /&gt;  Basterebbe chiedere alle aziende di pagare una piccola percentuale dei danni sociali  causati dall’inquinamento di tanti mezzi di trasporto, dalle condizioni di lavoro di operai con assunzioni a breve termine pagati da fame e in condizioni igieniche più che a rischio, dallo sradicamento culturale di gente spostata qua e la per il mondo correndo dietro all’illusione di un benessere da discount, per arrestare di colpo tutta questa brillante dinamicità.&lt;br /&gt;  Cosa guadagna un contadino tribale a spostarsi dal suo villaggio di montagna per finire in uno slum a raggranellare pochi dollari a settimana sbattendosi tutto il giorno in mezzo alle discariche, l’asfalto e i gas di scarico?&lt;br /&gt;  Cosa aveva guadagnato quel camionista – che non dormiva da due giorni per fare un viaggio in più per pagare il mutuo del camion – rispetto a suo padre che faceva il pescatore?&lt;br /&gt;  E se mai un giorno lo ‘sviluppo’ raggiungesse anche la gente del Bangladesh, in quale posto del mondo questa troverebbe il proprio popolo da sfruttare?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Io, se in mezzo a questa corsa sfrenata al massacro che mi vedo sfrecciare intorno, mi fermo un attimo a pensarci, posso solo essere  grato alla saggezza dei nostri antenati per aver dato la possibilità ad ogni successiva generazione di vivere per così tanti secoli in un modo tanto lento ed uguale a sé stesso, da arrivare fino a noi moderni che ora abbiamo l’irripetibile occasione, giunti all’apice del “progresso”…. di dimostrare quanto siamo stupidi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2372256011421600005-4122479321764260199?l=ecofondamentalista.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/feeds/4122479321764260199/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2372256011421600005&amp;postID=4122479321764260199&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/4122479321764260199'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2372256011421600005/posts/default/4122479321764260199'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ecofondamentalista.blogspot.com/2007/07/globalizzazione.html' title='Globalizzazione'/><author><name>Sergio</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_yZlvt0cB_iI/SqeQ99jUCdI/AAAAAAAAAM8/HR-Le7BegRk/S220/Laos+-+237.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
