SPAZIO APERTO DI DISCUSSIONE

E' possibile lasciar qui commenti, critiche, domande sui contenuti del sito www.ecofondamentalista.it
per chi volesse interloquire con l'autore o condividere le proprie impressioni con altri lettori

8 commenti:

Rico ha detto...

Ho letto con molto gusto e fatica qua e là nel sito un po' della sua "filosofia" e la condivido pienamente, tantè che in qualche modo la sto già applicando, sono ormai sei anni che dalla città mi sono trasferito in campagna, ma ho trovato stridente l'annunciare il tempo del silenzio, della riflessione, dei comportamenti pratici e poi non trovare nessun suggerimento concreto. Il nuovo contadino? Scambiamoci conoscenze per far sì che questa non sia solo una figura utopica ma un'alternativa concreta, realizzabile. Per chi fa la scelta del cambiamento è fontametale non sentirsi abbandonato ma sorretto dai consigli e dall'esperienza di chi l'ha preceduto e non zavorrato dal pessimismi di chi il sistema ha deciso di accettarlo perchè ineluttabile. Scusate lo sfogo, per chiunque volesse contattarmi questa è la mia mail: affaber@gmail.com
Grazie

Anonimo ha detto...

Complimenti.
Visione articolata, non semplicistica, senza fanatismi.
Ciò che qualifica queste pagine è però la tua posizione sulla questione dei Generi.
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La capacità di pensare contro il "politicamente corretto" è rivendicata da molti, ma pochissimi vi includono il nucleo centrale: la Sex War. Questa è la cartina al tornasole del pensiero autocefalo. Ottime dunque le pagg sulle "Relazioni di genere" e centrata la tua distinzione tra donne contadine e donne "Tiffany" che Vandana unifica in quanto femmine (essa infatti identifica nel maschio bianco occidentale la cancrena del pianeta).
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Sottolineo solamente che il consumismo, volano della società industriale, è di polarità femminile.
Come è vero che frugalità e risparmio sono maschili. Dunque è corretto dire che la Donna-Tiffany non è alleata ma nemica della agri-femmina.
Affermazione appunto politically-incorrect.
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Bene.
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Rino DV

Anonimo ha detto...

Tu scrivi e scrivi bene:
"La situazione attuale dell'umanità, e del pianeta a causa di essa, è in una fase decisiva, così critica da poter ritenere che se non ci sarà quanto prima un generalizzato scatto di consapevolezza e di comportamenti pratici conseguenti, il prossimo futuro sarà realmente catastrofico con esiti e conseguenze imprevedibili".
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Ma si pongono alcuni problemi.
1. Presa di coscienza. Ho creduto per buona parte della vita che gli umani inseguissero la consapevolezza per pulsione intima e non perdessero occasione per diventare progressivamente sempre più coscienti di ogni aspetto dell'esistente.
Sbagliavo. La presa di coscienza non gratifica, non dà sollievo, ma appesantisce la vita e forse ne è persino nemica (“Lo spirito come antagonista dell'anima”, come diceva Klages?). Mi pare cmq molto verosimile dire che essi tendano al rifiuto sistematico della presa di coscienza, quasi istintivamente, o per dirla in altro modo, che preferiscano il buio alla luce.
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2. Egoismo lungimirante. A conferma della tesi precedente vi è questo, che i guasti presenti e la distruzione prossima, dovrebbero essere affrontati anche solo dal punto di vista meramente egoistico. Ma evidentemente si preferisce accasciarsi sul presente e goderne i beni – finché durano - anziché guardare avanti e rinunciare oggi a qualcosa o a molto per il proprio bene futuro. Insomma, mi pare che l'egoismo lungimirante, prudente, preveggente, pur essendo una meta bassa sia tuttavia troppo alta perché la massa degli umani possano raggiungerla. In queste condizioni pretendere poi che alcuni miliardi di persone rinuncino oggi a beni presenti (veri e sostanziali o falsi e apparenti, goduti da tempo o sognati e agognati) ciò per il bene futuro del pianeta e delle creature che ci vivono, mi pare assurdo. Se queste masse non pensano neppure al bene futuro della loro specie, come pretendere che si occupino delle altre?
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3. La causa. La quasi totalità dei guasti presenti e futuri deriva dal seguente fatto, che si rischia di dimenticare. Se l'opulenza non fosse di massa, se ad avere auto e riscaldamento ed elettrodomestici e dispositivi elettronici etc. etc. fosse solo il 5% della popolazione, il futuro sarebbe quasi roseo. Se solo il 3 o il 5 o il 7% potesse avere e consumare quel che ha e consuma la massa, quali problemi non sarebbero risolti? La causa dunque risiede nel “consumismo di massa” non in quello di piccole élite. Le conclusioni vengono da sé e sarà probabilmente così che il problema si risolverà: le masse diventeranno sobrie, spartane e frugali per necessità e sotto la sferza del potere delle élite che riserveranno a sé il consumo. Con le buone o con le cattive.
Dunque, non la consapevolezza nè la pur meschina preveggenza egoistica indurranno le masse a modificare i comportamenti. Solo la fine reale della pacchia e il manganello delle élite sistemeranno le cose. Come fu in antiquo.
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Questo esito non è sicuro, è solo altamente probabile.
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Così andrà, caro Cabras, se l'umanità è quella che io oggi conosco. In caso contrario ammetterò con gran felicità questo mio errore recente. Speriamo dunque che la tua residua fiducia sia fondata, benché tutto congiuri contro di essa.
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Rino DV

Sergio ha detto...

Caro Rino,
non prima di averti ringraziato per aver voluto partecipare con un commento a questo purtroppo finora poco frequentato “spazio aperto di discussione”, cerco di risponderti.

In primo luogo non è che io abbia fiducia che le cose prenderanno una piega positiva. Anzi, ciò che intendo dire è che sarà probabilmente e purtroppo solo quando le vere catastrofi cominceranno spaventosamente ad arrivare che percentuali importanti di persone inizieranno a rendersi conto – e sarà ormai tardi per evitare i disastri che seguiranno. So anch’io che è così. Però nessuno di noi sa fino a che punto la gente aspetterà per aprire gli occhi, né quanto margine ci rimarrà allora per salvare il salvabile – pur non potendo evitare avvenimenti davvero terribili che fa paura anche solo immaginare (o almeno dovrebbe). Ma il punto più importante è che questo realistico pessimismo non deve fermare ognuno di noi dal cercare di sottrarre la propria personale vita della quale siamo direttamente responsabili davanti a noi stessi prima che a tutti gli altri dal sostegno dato di fatto (anche se con opinioni contrarie) al Sistema. Anche e soprattutto perché questo significa al tempo stesso sottrarre la nostra vita ai ritmi e ai modi con cui questo stesso Sistema deforma a suo uso e consumo gli anni che abbiamo da passare su questa terra e che sono, alla fin fine, l’unica cosa che abbiamo.
Anche se dovessimo solo morire di morte naturale in un mondo che non si stesse autodistruggendo, non è perché siamo destinati a morire che capire e praticare un vivere dotato di senso ed una nostra idea a tutto campo di ‘rettitudine’ perda di senso. Voglio dire, ciò che vale a livello sociale/generale si basa su ciò che vale a livello personale.

Questo ci porta alla questione dell’egoismo lungimirante e del fatto che, purtroppo, generalmente si preferisca vivere nel buio che nella luce – anche se sappiamo tutti, per i rari bagliori che ne abbiamo visti, che ci sentiamo molto meglio nella luce. La questione - penso sia chiara – è che per vedere le cose come sono ci vuole coraggio: ci vuole di andare a di là del senso di sicurezza che ci pare di trovare nei limiti del conosciuto, della visione oggettuale di noi stessi e di ciò che ci circonda e nel girare all’infinito nel circolo vizioso del delimitare il nostro spazio egoico, attirarvi dentro gli oggetti simbolici delle nostre presunte gratificazioni e allontanarne tutto ciò che percepiamo come pericoloso o destabilizante. Andare al di là di questo significa guardare spassionatamente la realtà per ciò che è a partire da dentro di noi. E vedere che, sia dentro che fuori, è un flusso continuo e inarrestabile di mutamento ed interdipendenza e che su questa base non si può veramente separare sé stessi dal resto della realtà. Questo ci mostreranno tragicamente le catastrofi che ci siamo preparati nel prossimo futuro. Se si riuscisse a capire questo non ha più tanto senso vedere le cose in termini di egoismo ed altruismo o del bene della propria specie e quello delle altre. Alla fin fine il bene nostro è quello delle nuvole, quanto a questo.
E’ dunque per questo che si preferisce il buio alla luce: perché nel comprendere la nostra inscindibilità dal tutto ed il suo scorrere, nella luce ci sono insieme la nostra vera natura ed anche la natura della nostra morte, dell’impossibilità di salvare noi stessi in alcun modo in quanto Io. E’ dunque l’attaccamento a questa idea di Io che crea la paura; che rende l’approfondirsi della consapevolezza qualcosa che può appesantire la vita: perché è qualcosa di nemico non certo alla vita, bensì all’illusoria corazza che abbiamo costruito intorno a noi per proteggercene. Non si tratta solo di una corazza caratteriale, ma anche gnoseologica, della visione che abbiamo del mondo, e pratica, della forma concreta che a partire da quella abbiamo dato alla nostra vita, alla nostra economia, società, cultura.

Continua nel prossimo....

Sergio ha detto...

....Continua....

Questi, che suonano discorsi fumosi, filosofici e campati in aria, sono il vero nocciolo della questione. Il che, se possibile, può renderci ancora più pessimisti. Ed il fatto che la posta in gioco sia niente meno che la sopravvivenza del mondo umano – almeno così come lo conosciamo oggi – corrisponde precisamente a quanto siano fondamentali gli errori alla base del problema e quindi le risposte che è necessario trovare. Bisogna capire quale sia il posto dell’essere umano nella Natura. Siamo arrivati al dunque della Storia: è tempo di vedere la Realtà per come è o di vedere che una visione sbagliata delle cose produce cose che non possono durare, non possono reggere alla lunga.

Come andrà a finire non lo possiamo sapere né io né te né nessun altro. Però sinceramente credo che nessun oppressore si sia mai retto né si potrà mai reggere senza la collaborazione di fatto da parte degli oppressi e meno che mai credo che ciò possa avvenire oggi che tutto si basa sul consumismo – anche la carota che sta davanti agli occhi dell’oppresso consenziente e di quello che mena il bastone sul non-consenziente. Il consumismo è il regno per eccellenza della partecipazione attiva al sistema di oppressione di cui si è vittime. E si basa esattamente sull’ignoranza e sulla paura di cui sopra. Che questo coinvolga sempre più la generalità della popolazione e non solo un’elìte rende da un lato tutti coinvolti e dunque più restii a cambiare le cose (o anche solo ad aprire gli occhi), ma dall’altro rende le elìte più che mai dipendenti dall’adesione delle masse al modello consumistico che le sostiene al loro posto.

Ciò che mi sembra più spaventoso, dunque, tra le drammatiche incognite che ci attendono nel prossimo futuro, non è tanto se molta gente finirà ad un certo punto per vedere le conseguenze ormai innegabili di tutto questo Sistema e ribellarsi – perché questo non potrà non avvenire prima o poi. Se non altro perché non avrà più niente da perdere - che è la condizione più certa perché scoppino le rivolte. Ma è piuttosto quali vie saranno prese a quel punto. Per non ricreare nuovi disastri a breve giro di tempo né cadere in una confusione disperata e violenta occorre avere una visione delle cose che corrisponda alla realtà ed una via pratica che sia soddisfacente, praticabile dai più e sostenibile per un tempo indefinito. E che possa dare la motivazione necessaria ad affrontare tutte le difficoltà che si porranno e che non saranno certo da poco.
Allora, non è che io abbia una grande fiducia residua, ma non posso che cercare di costruire un modo di vita sano per me stesso e, proprio per un egoismo abbastanza lungimirante da andare al di là di ciò che potrò vedere, non posso che dire e scrivere della visione che gi sta dietro.

Che altro dobbiamo fare? Dobbiamo combattere? E può anche darsi che combatteremo, quando sarà il momento. Ma, senza una visione chiara su da dove nasce tutto questo e quale sia il modo di procedere diversamente e perché (ed una pratica conseguente), non potremo che ripetere gli stessi errori di fondo – come è stato fatto finora – fino a che i nodi non vengano al pettine. Come sta per succedere adesso.

Anonimo ha detto...

Caro Sergio, è vero che questa tua bacheca meriterebbe ben altro livello di frequentazioni. Ne ho lette varie pagine e continuerò a farlo progressivamente. Qui trovo molta ragionevolezza (a suo tempo detta saggezza) che emerge ovviamente da molti e diversificati studi e letture, da molta riflessione, da una solida memoria delle stagioni culturali e politiche passate e ovviamente da una grande profondità di sentimenti. Saggezza da cui segue una evoluzione rispetto alle posizioni del passato.
(Anch'io ho subito varie metamorfosi, e il mutamento non è ancora finito).
Buone anche le pagg dei tuoi diari di viaggio. E' tutto serio qui, sofferto e profondo (ciò spiega perché non hai molti visitatori...).
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1- Forse mi sono espresso male, ma non vedo alcuna ingenuità nel tuo auspicare una presa di coscienza collettiva come condizione per la salvezza globale. La sento invece come una scommessa, un'apertura di credito che, almeno implicitamente, diamo all'umanità come condizione per interagire con i nostri simili. Concordo infatti su molto di quel che dici. Una parte della tua risposta e alcune pagine esprimono un sentimento del mondo che è un po' diverso dal mio (come è naturale) perciò leggo, ascolto e metto in memoria.
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2- Vedere il futuro grigio ci fa passare per Cassandre. D'altra parte dici bene che i sistemi sociopolitici si reggono anche sul consenso e che oggi il consumo è la polpetta avvelenata cui le masse mondiali abboccano. Perché il sistema attuale ha questo di terribile: è seduttivo. Credo che nella capacità di ammaliare stia gran parte della sua forza. Di fatto, esso è creato e sostenuto da noi stessi con il nostro stesso acquistare. Il bastone fa paura, ma rende chiare le cose, la carota invece seduce e fa crollare ogni resistenza. Le masse oggi sono guidate dalla carota. Finché ci sarà da rosicchiare... Poi ne vedremo delle belle, credo.
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3- Una visione pessimistica non impedisce la lotta. La tua scelta di vita è già in sé lotta, pratica, reale. Vera. La lotta nasce da una energia interiore, da uno slancio di cui non siamo i gestori ma da cui veniamo invece gestiti. In fondo quello che conta è la lotta, l'opporsi alle forze, ai venti, alle correnti. Reggere le tempeste, non farsi atterrare dalle bufere. Evitare la “vita” dei turaccioli preda delle correnti. I turaccioli non hanno vita.
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Alla prossima.
Rino DV

UnUomo.InCammino ha detto...

In questo luogo aggiungo il mio grazie per l'ecologia preziosa che c'è qui dentro, Sergio.
Dove arriva peraltro il ciarpame del (post)modernismo liquido in forma di spam.

Alvise C. ha detto...

Ho appena finito di leggere il suo libro. L'ho trovato molto interessante e le faccio i miei complimenti. Senz'altro l'analisi è lucida e ben argomentata e in molti punti mi trovo in completo accordo. Vi sono però due aspetti che però non condivido e dei quali mi piacerebbe discutere con lei. In primo luogo, trovo che la sua proposta sia intrisa di un certo amore nostalgico per la civiltà contadina, amore che la porta a considerare tale civiltà come intrinsecamente "amica della natura" e sostenibile. Dai miei studi e dalle mie letture però io ho ricavato un'immagine ben diversa del rapporto fra la civiltà contadina e la natura selvatica. Com'è ben illustrato dal libro "Storia della natura d'Italia" di Fulco Pratesi, la società contadina era in continua lotta con gli animali selvatici e la flora. All'interno del suo sistema di valori l'uomo era invariabilmente il centro dell'universo e le altre specie erano spesso considerate "specie nocive". Le foreste e le macchie costituivano nell'immaginario collettivo luoghi malsani e maligni, da addomesticare e da asservire. Tant'è che per secoli la malaria (mal'aria) è stata considerata causata dall'aria presente nei boschi umidi costieri e planiziali, da estirpare tramite il loro abbattimento. A ciò si aggiunga che nell'Italia contadina dei secoli XVII e XVIII le foreste montane erano state largamente abbattute e sostituite con seminativi e pascoli. Le montagne erano pascolate sin sulle cime e gli animali selvatici avevano habitat risicati e marginali. Il tutto aggravato da un accanimento diretto dei contadini e dei pastori verso le "belve". Le riserve naturali dell'epoca, mi dispiace dirlo, erano create dai nobili e dai signori per andare a caccia in foreste che erano costantemente sotto l'attacco dei popolani. Ciò è ben dimostrato dal fatto che la maggior parte dei grandi Parchi Nazionali italiani sono stati creati sulla base di riserve di caccia reali preesistenti (vedasi Gran Paradiso, Parco d'Abruzzo, Parco della Sila). Al momento i boschi italiani coprono , con più di 10 milioni di ettari, più del 30% della superficie del paese, e sono popolati da una fauna che è stata sull'orlo dell'estinzione a causa della persecuzione patita nei secoli scorsi. Se non ci fossero stati interventi di reintroduzione e protezione naturalistica le nostre montagne sarebbero vuote e completamente prive di fauna, oltre che ampliamente degradate dalla ceduazione. Se una buona fetta della popolazione attuale si trasferisse sui rilievi per diventare neo-contadina temo che assisteremmo ad una catastrofe ecologica, perchè le foreste patirebbero drastiche diminuzioni, e così la fauna. Questo mi porta al secondo punto. Che cosa lei intende per Natura? Troverei scorretto intenderla soltanto come l'insieme delle piante e degli animali allevati ed addomesticati tramite selezione artificiale dall'uomo contadino ed allevatore. Questi esseri li abbiamo creati noi nei secoli, ma senza di noi non avrebbero posto negli ecosistemi selvatici. Assai difficile definirla, ma per come la vedo io la Natura è l'insieme delle specie selvatiche del pianeta, assieme alla componente abiotica. Dunque questa natura selvatica non risentirebbe gravemente di una riconversione rurale di questa orrendamente numerosa umanità?