mercoledì 17 agosto 2016

LA NUDA VERITÀ


Mi pare proprio che con questa storia del divieto del "burkini" la cosiddetta "laicità" - oggi di gran moda - stia rivendicando non la libertà delle donne di scoprire il proprio corpo, ma piuttosto la propria di rivelarsi sempre più apertamente come "-ismo": laicismo e non laicità, impositivo ed assolutista come la maggior parte degli -ismi. La si spaccia come difesa della democrazia, come salvaguardia dei valori di libertà ed autodeterminazione che apparterrebbero all'Occidente, ma che evidentemente gli appartengono da sempre come propria proprietà esclusiva fondata sull'esclusione dell'altro. Qualora questi abbia l'orgoglio e la sfrontatezza evidentemente inaccettabile ai nostri difensori della democrazia e del pluralismo di essere e voler rimanere "altro". Il vero volto che si svela è quello dell'imposizione, tale né più né meno di quella che vieta altrove cose diverse: perché chi è che attacca chi in questo caso? Chi vuol costringere qualcun altro alle proprie convinzioni? Pretendere che le donne islamiche stiano portando con i loro burkini un pericoloso attacco ai nostri presunti valori azzardandosi ad imporci la loro vista di corpi coperti al mare è semplicemente ridicolo. È vero esattamente il contrario: quella della libertà nel modo in cui quest'Occidente al capolinea la intende - che tanto più la sbandiera quanto sempre meno è capace di fermarsi a chiedersi cosa sia e cosa valga la pena e sia corretto farci - sta diventando semplicemente la giustificazione della chiusura nel privilegio, dell'indisponibilità a chiedersi come storicamente siamo arrivati fin qui, a questo scontro di civiltà ormai conclamato e pericolosissimo. Scontro che non potrà che accrescersi se una parte, la più forte peraltro, continuerà imperterrita a credere di avere tutto e solo da insegnare agli altri, ai mussulmani in particolare, quelli che hanno l'ardire di seguire le proprie convinzioni (ma che non per questo possono essere confusi con dei potenziali assassini), e a tacciarli a priori di violenza latente senza ricordare su quanta violenza si è basata tutta la storia dell'Occidente e di quanta imposizione su ogni altro popolo e cultura si nutre la sua ricchezza ed il suo privilegio. Il corpo nudo delle donne - che era uno scandalo anche da noi fino a non molto tempo fa - viene usato oggi a dismisura per pubblicizzare i prodotti che questa società del consumismo ha da vendere, ma questa onnipresente mostra sta diventando sempre più anche simbolo di propaganda: della pretesa di superiorità, di maggiore avanzamento culturale, di progresso autoreferenziale, di sviluppo (inteso essenzialmente in termini di PIL) dell'Occidente e di tutti coloro che nel mondo seguono il suo modello. Si pretende che questa nudità libera e sfrontata possa vestire di valori e significato tutte queste pretese; seguiteci sulla strada che vi indichiamo: è così che noi siamo arrivati a questa libertà! È naturale che faccia un grande effetto su molta gente in contesti tradizionali, ma, se ci pensiamo e andiamo a stringere la sostanza di questa propaganda, verrebbe da dire che a questo punto non più solo il re, ma - con buona pace di tutte le promesse di "etica della differenza", di "altre narrazioni" ecc... - anche la regina ormai è nuda.

martedì 9 febbraio 2016

RIFLESSIONI SU CERTO AMBIENTALISMO CITTADINO


Una volta un amico mi parlava di sua madre che usava dirgli qualcosa sui fiori. Qualcosa tipo: “I fiori sono bellissimi, ma vanno solo guardati perché durano poco. Se provi a prenderli la loro bellezza svanisce ancor prima”. Naturalmente la frase conteneva una metafora che poteva valere per tutto ciò che c’è di bello nella vita o per la vita in genere: i momenti di felicità e soddisfazione sono fuggenti ed il corso delle cose va lasciato scorrere ed apprezzato per ciò che è, tentare di far prevalere la nostra ambizione di possesso ed appropriarcene rovina anche quel poco di bene che ci è concesso. Questa era un po’ l’idea. Non si può dar torto alla mamma del mio amico. Nondimeno, al tempo stesso, è evidente come il suo fosse un modo molto cittadino di vedere le cose – ed infatti aveva passato tutta la vita dentro Roma. Tra il conteplare il fiore senza alcuna interazione fisica ed il coglierlo uccidendolo nel tentativo di farlo proprio non sapeva immaginare una terza via: quella di coltivare dei fiori. Nel dire a suo figlio tutta la caducità nella bellezza dei fiori sottolineava il fatto che la loro stagione è breve, appena una settimana o poco più all’anno, diceva. E così ripeteva lui, che infatti non riteneva valesse la pena di tenerne in casa. Ma chiunque abbia una qualche esperienza di giardinaggio e conosca anche solo un poco le piante da fiore sa che se ne possono coltivare per quasi tutto l’anno, inverno compreso, scegliendo le varietà adatte ed effettuando le semine a rotazione. Certo, bisogna avere un rapporto fisico, pratico, lavorativo con le piante, la terra, maneggiarle, percepire i fiori come esseri viventi, precari, problematici e contraddittori come tutti gli esseri che vivono. Non che in città non ci sia la possibilità di coltivare dei fiori, ma è più facile dimenticarsene. Se si conoscono come oggetti da acquistare dal fioraio e mettere in vaso o come immagini appese al muro, metafore di bellezze ideali, può darsi si creda di apprezzarli ad un livello più alto, ma probabilmente non si ha proprio idea di cosa siano. Nel coltivarli, i fiori, si scopre la possibilità che abbiamo, quali elementi della Natura, di esserne compartecipi, parte in causa ed attiva, non padroni. Ma nemmeno privi della possibilità di interagire con gli altri elementi ed anche adattare il mondo cui apparteniamo, in certa misura, a nostra misura. Il che implica anche una responsabilità, naturalmente. Nella metafora della mamma del mio amico è contenuta l’annosa questione del rapporto degli umani con l’ambiente (termine equivoco e surrettizio usato spesso al posto di Natura pensando così di annettere anche questa all’ambito di pertinenza dell’agire umano ovvero di negare la sua esistenza di per sé). Il cosidetto ambientalismo ha preso le prime mosse come atto di allarme e di denuncia dei processi distruttivi di origine antropica che, con l’obiettivo di accaparrarsi ogni genere di risorse naturali a fini di profitto e di consumo, già da tempo stanno mettendo a rischio gli equilibri ecosistemici e con ciò – a più o meno lungo termine – la sopravvivenza stessa di molte specie viventi tra cui anche la nostra. La risposta tipicamente ambientalista a questo stato di cose è stata quella conservazionista per cui bisogna limitare il più possibile l’intervento umano sull’ambiente e proteggere le specie animali e vegetali a cominciare, ovviamente, da quelle a rischio di estinzione. Una tale posizione, in linea di principio ineccepibile, non ha però mancato di sconfinare a volte al di là di una misura che possa dirsi genuinamente eco-logica, come nei casi in cui si è preferito allontanare dai propri territori ancestrali popolazioni di cacciatori tradizionali per far posto a parchi nazionali (col relativo afflusso di turisti stranieri paganti in valuta forte) o in cui ci si oppone a generatori di energie rinnovabili per ragioni non sempre proporzionate al loro valore sull’ecologia globale. Ma, eccessi particolari a parte, i movimenti ambientalisti sono spesso stati sul limite – ed anche oltre – di una condanna tout-court quasi della presenza stessa degli umani nella Natura, come se tale presenza dovesse essere per definizione incompatibile. Come se non ci potessero più essere o perfino non ci fossero mai state forme di vita umana perfettamente integrate e sostenibili rispetto all’ambiente naturale che le ospitava. Ovviamente sappiamo che ciò non è vero altrimenti i pericoli di disastri biologici planetari causati dagli esseri umani che si presentano oggi avrebbero dato le loro conseguenze già molto tempo fa. Purtroppo è una caratteristica della nostra cultura occidentale moderna - segnata dalla pervicace abitudine ad un pensiero astratto, intellettualista, iperconcettuale, separato dall’esperienza empirica così come nella sua visione lo sono la mente dal corpo, il reale da ciò che non è nominabile, il bene dal male – che agli eccessi di una corrente di pensiero egemone ispirata a certi valori e ad una certa visione delle cose debbano inevitabilmente seguire quelli di segno opposto. Così ad un iperrazionalismo meccanicistico segue l’esotismo da figli dei fiori che poi fa posto ad un rozzo materialismo edonista e conformista da cui si passa alla manìa per le superficiali trasgressioni di costume seguite dal buonismo politically correct per poi passare al pragmatismo di uno pseudo-realismo che non vede al di là del proprio conto in banca fino alla “riscoperta” delle “cose naturali di una volta” da boutique e chiacchiere new age da centro benessere. Da una cultura scientista-positivista si finisce per dar credito e pari dignità a qualsiasi volgarizzazione di credenze tradizionali o irrazionalismo purché abbia un’aura esotizzante. E da una società patriarcale machista si passa ad una in cui il fatto stesso di esser maschi già è di per sé una mezza colpa a meno che non si abbia almeno una parziale tendenza omosessuale ed in cui la meritocrazia non c’è verso che passi in nessun campo, ma le quote rosa si. Purtroppo, nel corso di questo procedere per opposti sbandamenti, l’uso di un senso della misura sufficiente a cogliere il punto critico delle questioni, attenervisi e non andar oltre è raro come una chimera. Forse perché qui (in Occidente) siamo troppo infatuati di ideologie e mode culturali (come altrove lo sono delle religioni) per mantenere di fronte ad esse un criterio di ragionevolezza. Evidentemente ci servono – o così crediamo – ci troviamo un’identità, il senso che non troviamo nella vita ed allora ci buttiamo dentro a capofitto, eventualmente in senso antiideologico anche, ma sempre ideologicamente. Allora, per tornare all’ambientalismo, non si può non riconoscere che certe posizioni ultraconservazioniste abbiano portato più argomenti ai detrattori dell’ecologismo che ai suoi sostenitori. Penso a quelle che puntano il loro impegno sulla salvezza di un certo numero di individui di una determinata specie animale perdendo di vista il quadro ecosistemico complessivo e la portata della battaglia culturale amplissima che serve per proteggerlo o di chi vuol difendere determinati ecotopi in paesi poveri senza prendere in considerazione l’aspirazione di chi vi abita ad un minimo di sviluppo anche economico, L’emergenza che abbiamo di fronte – e ciò che più d’ogni altra questione dovrebbe starci a cuore se siamo degli ‘ambientalisti’ – sono i pericoli che minacciano il pianeta in quanto sistema ecologico, che minacciano i suoi equilibri funzionali. Questo sistema ecologico non ha nulla di buonista o di democratico, né è organizzato per essere una storia a lieto fine per nessuno: fatica e pericolo sono sempre presenti e la morte è invariabilmente l’esito finale nell’esistenza di ogni individuo a qualsiasi specie vivente appartenga. L’estinzione di intere specie, anche, è uno dei vari elementi che periodicamente fanno parte del quadro. Anziché corrispondere ai concetti umani di bene e di male, questo quadro trova la sua inconcepibile armonia in un equilibrio dinamico di proporzioni, di misure reciprocamente compatibili secondo una legge per la quale qualsiasi cosa può crescere solo fino a un dato limite ed è poi condannata a decadere. Alla lunga si vive solo se in rapporto organico e sostenibile col resto del mondo. Altrimenti, e più presto che tardi – sulla scala temporale del pianeta, ovviamente – si viene spazzati via senza tanti complimenti da uno di quegli “schiaffi di Dio” che, come diceva Giorgio Gaber, “appiccicano al muro” . Questa è la questione: per cui non si tratta di salvare i paesaggi che ci piacciono per andarli a vedere in vacanza o gli animali più amati dai nostri bambini. Si tratta di difendere in primo luogo le funzioni vitali degli ecosistemi in quanto questi sono la vita sul pianeta a prescindere da qualsivoglia scala di valori noi possiamo avere ed a prescindere da noi umani stessi in realtà. Per cui è nella loro salvaguardia che sta la nostra possibilità di sopravvivenza ed, alla lunga, anche di una vita degna di essere vissuta. Fin qui tutti d’accordo, spero – almeno, tra ecologisti. Ma, la cosa che non sembra essere chiara a molti è che, siccome l’essere umano c’è ed arrivato, piaccia o non piaccia, ad avere un peso decisivo nella sua interazione con quella che qualcuno chiama la biosfera, il punto centrale non è quello di difendere con disperate resistenze alcuni elementi (ognuno quelli che più toccano la sua sensibilità) di questa biosfera, ma quello di capire quale possa essere un modello duraturo di coesistenza umana con l’insieme della vita sulla Terra. Le forme di questa coesistenza non potranno essere qualcosa di (ex)stra-ordinario ed inusitatamente ‘buono’ che gli umani potrebbero illudersi di creare ex-novo sul pianeta – come un mondo dove violenza e sopraffazione, necessità, scarsità, dolore, fatica, malattia e morte siano scomparsi. Ciò non sarebbe altro che il modo per ripetere dei pericolosi disastri, pur con le migliori intenzioni. Negli equilibri che regolano la vita sulla Terra il punto centrale è un principio di misura: per noi umani (almeno per un bel numero – forse ancora ci staremmo tutti) c’è posto su questo pianeta. Ma ce n’è abbastanza, come diceva Gandhi, per i bisogni di tutti, non per l’avidità di alcuni. Qui sta l’armonia: il mio spazio finisce dove comincia il tuo. Così ciò che può prendersi l’essere umano trova un limite in ciò che davvero gli serve ed oltre il quale rimane abbondante spazio vitale perché gli ecosistemi funzionino e si riproducano. La soluzione starebbe nel considerarci, noi umani, proprio come elementi dell’ecosistema. Ma questo non può essere solo un’idea o una pia intenzione: deve tradursi in un modello economico, in un sistema di produzione e consumo armonico e sostenibile. Altrimenti sono solo chiacchiere: nuovi espedienti tinti di ‘verde’ per far ancora più business o, nella migliore delle ipotesi, velleitarismi romantici da anime belle. In attesa di venire a conoscenza di altre (e migliori?) soluzioni applicabili effettivamente su scala di massa, il neo-contadino cerca di costruire una dimensione di vita e di economia praticabile già qui ed ora e sostenibile in prospettiva. E’ fiducioso che il suo possa essere un modello valido perché ricalca – aggiornandolo – quello che ha dato da vivere agli esseri umani in ogni luogo del mondo per almeno dodici millenni – durante i quali, peraltro, gli stessi umani hanno avuto modo di esprimersi nella più inimmaginabile varietà e ricchezza di culture umane…… (nel caso qualcuno temesse un appiattimento culturale anziché vederlo in quello che sta uniformando questo mondo di consumisti massmediatizzati). Allora, se c’è oggi una specie davvero da proteggere, questa è quella dei contadini, che sono i veri custodi del mondo. In primo luogo quelli tradizionali dei paesi non ancora sviluppati che vanno aiutati con ogni mezzo a restare sulle loro terre e nei loro villaggi a continuare il lavoro dei padri. Questo significa permettergli di migliorare un poco le loro condizioni di vita lì dove si trovano: manca molto meno a loro per avere una vita dignitosamente accettabile e sobriamente godibile di quanto dovremmo decrescere noi per rientrare in limiti sostenibili – pur senza arrivare a farci mancare niente. E poi vanno sostenuti i contadini dei nostri paesi nel restare nelle campagne e quelli nuovi che le volessero ripopolare. I contadini però: non gli imprenditori agricoli con contributi a pioggia in modo assistenzialista dati (per fare solo un esempio) sul seminato senza neanche verificare che poi ci sia un raccolto. Intanto che si studiano innovative soluzioni tecnologiche o di ingegneria sociale, dato che la dimensione contadina è una possibilità collaudata ed aggiornabile, vantaggiosa non solo per chi la vive direttamente anche sul piano dell’occupazione, dell’ambiente, del cibo, del territorio, del clima, della biodiversità, del turismo ecc…ecc… perché non sostenere – o almeno evitare di creare ostacoli – a chi vuole praticarla? E perché, da parte degli ambientalisti non metterla al centro delle proprie proposte anche politiche?

martedì 2 febbraio 2016

NÉ FAMILY DAY NÈ FAMILY GAY


Non sono andato al Family Day. Non ci sono andato perché non me la sarei sentita di confondermi, in una situazione del genere, con persone che nella stragrande maggioranza hanno, ne sono certo, una visione delle cose complessivamente molto diversa dalla mia. Non condivido la loro difesa della famiglia tradizionale in sé stessa, non credo che sia voluta da Dio e nemmeno sono cristiano per cui un tale Dio non credo esista. Eppure non mi è dispiaciuto affatto vedere così tanta gente manifestare apertamente il proprio dissenso verso non solo un provvedimento di legge - che, in una qualche forma o in una qualche sua parte, di per sé può anche avere una sua ragion d'essere - ma soprattutto, credo, contro ciò che dietro ed oltre di esso cerca di imporsi come normale e normalmente accettabile. Perché questo è il vero motivo del contendere: se si trattasse solo di trovare una forma legale per riconoscere alcuni diritti alle coppie omosessuali non ci sarebbe bisogno della campagna mediatica che è in atto attorno a questa questione. Ma non ci sarebbe nemmeno bisogno di una legge che nei fatti equipara il matronio gay a quello tra un uomo ed una donna, lasciandone l'unica differenza poco più che nelle parole. Dopo l'epoca dell'omosessualità come trasgressione, come forma di sessualità alternativa a quella normale (in inglese detta "straight"), è ora giunta quella dell'omosessualità normale, riconosciuta e ratificata - diciamo pure benedetta - dal Laicismo, nuova religione di Stato, con tutti i suoi sacramenti costituiti dalle "laiche" omelìe mediatiche, dall'assunzione del tema nella sfera dei diritti umani/civili, dei tratti distintivi del Progresso e dell'Occidente (del resto son quasi sinonimi) e dalle minacce di scomunica da parte dell'Unione Europea, in caso ci si sottraesse a sancire legalmente il tutto. Chiusa l'era dell'alternative gay siamo entrati in quella del family gay, il gay che vuol avere anche lui una normale vita di famiglia. Ma come ci siamo arrivati? Certo i fattori di cambiamento sono molteplici e non possono essere troppo semplificati, ma, pur limitandoci al livello della bassa politica e della "cultura" di massa, non si può evitare di notare alcuni passaggi curiosi e interessanti. Per quanto questa affermazione suprema della mentalità relativista o del Laicismo religione di Stato si presenti oggi come una cosa "di sinistra", è stato in realtà proprio il ventennio berlusconista che le ha preparato il terreno. Di questo ventennio ho sempre pensato che gli effetti più pesanti e duraturi siano avvenuti sul piano della coscienza di massa, della cultura popolarmente diffusa, molto più che su quello della politica. E ciò è passato attraverso la mutazione antropologica che il Berlusca è riuscito ad ottenere sugli italiani attraverso le sue televisioni, non attraverso il suo partito o i suoi governi. È grazie allo stile che le sue emittenti hanno reso normale che è diventato del tutto accettabile che un transessuale di alto bordo (mi pare si chiamasse Efe Bal o qualcosa del genere) venga invitato come ospite (intervistato singolarmente) ad una trasmisione televisiva di approfondimento politico e dica di essere orgoglioso di fare la prostituta (davvero, quale sarebbe il motivo d'orgoglio non lo capisco, ma sarà perché sono antiquato). È stato attraverso la non-morale - il superamento di ogni etica contrabbandato come avanzamento e liberazione culturale - propagandata dal mito dell'esteriorità berlusconiano che questa in-differenza, per cui tutto è uguale a tutto e tutto egualmente accettabile, è diventata la regola ed il metro della società in cui viviamo. O, più che altro, di quella in cui crediamo di vivere perché accettiamo l'idea che la società che i media ci raccontano sia perfino più reale di quella che effettivamente incontriamo tutti i giorni. E perché la accettiamo? Perché di fronte a quella - spettacolarizzata - che ci narrano i media la nostra realtà vissuta ci appare piccola, poco dotata di significato, non vi vediamo brillare quel "qualcosa" che fa grandi e forti le cose come le vediamo rappresentate sui media. Non è che vediamo molte cose buone e valide sui media, ancor meno persone che lo siano, né cose vere, né tantomeno persone vere - quale che sia il senso che vogliamo dare a questa parola. Ma è proprio questo che il ventennio berlusconista ci ha insegnato: che non conta nulla la verità, che tutto e chiunque può arrivare a meritare l'altrui attenzione - e forse invidia, ammirazione, emulazione - purché sia bello, ricco e di successo e perciò faccia spettacolo. Col berlusconismo la "società dello spettacolo" come forma di dominio delle coscienze di cui parlava Guy Debord ha avviato in Italia la sua completa affermazione (il che ovviamente non sorprende essendo il suo esponente-simbolo un proprietario di vari canali televisivi, giornali case editrici, emittenti radio...). Ma si tratta di un fenomeno che continua oggi ad estendere ed approfondire la sua manipolazione, solo che lo spettacolo, sotto la "sinistra" renziana, si presenta come "comunicazione", "informazione", libertà (del tutto irrilevante perché tanto le decisioni sono già prese comunque ed altrove) di espressione, di dibattito e di dissenso. Ai tempi di Berlusconi il processo era ancora imperfetto ed il nostro imprenditore nazionale dalla statura napoleonica (non quella politica, però) doveva ancora accompagnarsi a personaggi come Fini, provenienti direttamente dal passato fascista per affrontare, come a Genova 2001, il dissenso e proteggere il potere (suo e quello globale - che più tardi gli ha dato il benservito sostuendolo col più organico Monti). Oggi le cose sono molto più sofisticate e la quadratura del cerchio è quando si riesce a far passare le manovre che spianano la strada ad un sempre più incontrastato liberismo globalizzato come una rivendicazione di orgoglio ed autonomia nazionale (vedi Renzi verso l'Europa e la Merkel) e coloro che resistono allo stravolgimento di ogni sentire condiviso e di ogni identità come nemici della libertà, potenziali fascisti. Una volta che si è ottenuta come scontata l'in-differenza di ogni cosa rispetto ad ogni altra, la scomparsa di ogni valore ed ogni etica, che si è fatto del successo, della bellezza esteriore, della ricchezza e dello spettacolo l'unico metro su cui valutare qualsiasi cosa; una volta che, nell'accezione popolarmente accettata, si è ottenuta l'identificazione di tutto ciò coll'idea di Progresso e demonizzato chiunque si opponga a ciò che viene spacciato come tale, non c'è più modo di portare argomenti che cerchino di ricondurre alla realtà, se escono dalla narrazione dello spettacolo. Che è sempre una narrazione dicotomica, manichea in modo hollywoodiano, in cui le coordinate che definiscono ciò che è bene e ciò che è male cambiano secondo le mode e le convenienze, ma sempre si ripete immutato lo schema: i buoni e i cattivi, chiaramente e nettamente distinguibili ed alla fine...arrivano i nostri! (lo si vedrà presto in Libia, credo...). In questi termini anche chi vuole opporsi nel modo più cruento possibile si inserisce nello schema creato dal dominio culturale dello spettacolo e, come l'ISIS, presenta la sua guerra nel modo più spettacolare possibile. Ed è un gioco in cui, dal punto di vista della narrazione spettacolare della pseudo-realtà, non si saprebbe ben dire quanto jihadisti ed Occidente si combattano reciprocamente o invece collaborino a rendere sempre più totale il dominio di questa narrazione, che è utile ad entrambi, in fondo. Per tornare al Family Day, una volta ottenuta la sfiducia a priori in qualunque cosa ed in chiunque, è facile dire, come la Litizzetto, che si è trattato di un raduno di gente che va con puttane e travestiti, che si è sposata e divorziata varie volte e poi difende pubblicamente la famiglia tradizionale. Ma questa condizione di ipocrisia generale chi l'ha creata? Non è un sistema complessivo che se ne nutre, a cominciare da chi lavora in TV? dai cerchiobottismi della politica? e vogliamo dire che la cosiddetta "sinistra" non ne sa nulla, con tutta la ventennale ambiguità del PD (e precedenti denominazioni) verso Berlusconi (che se non ci fosse stato avrebbero dovuto inventarlo per far finta ancora per un po' di essere "di sinistra", di difendere una democrazia messa in pericolo e così tenersi il nocciolo duro dei propri votanti) e della sua attuale minoranza interna che alla fine va sempre a sostenere Renzi? È vero, senza dubbio, che nella difesa della famiglia tradizionale, dei "valori" ecc... c'è anche tanta ipocrisia da parte di tante persone. Soprattutto da parte di ignobili politici che stanno lì solo a specularci sopra senza aver fatto mai vere politiche a sostegno delle famiglie anche quando avrebbero potuto. Ma basta questo a dire che c'è solo ipocrisia? Che non ci sia in realtà anche tanta gente che a queste cose ci crede e le vive davvero? E soprattutto, basta a dire che per gli esseri umani non si possa in alcun modo distinguere tra ciò che è secondo Natura e ciò che non lo è? Tutto si riduce ai comportamenti dei portavoce e dei personaggi-simbolo (sempre all'interno del circo mediatico) delle varie posizioni? Dobbiamo rassegnarci all'idea per cui ai figli l'unico valore da insegnargli sia che ognuno fa bene a fare indifferentemente quello che gli pare, basta che paghi le tasse e faccia (vuoi come "regolare" vuoi come "trasgressivo") comunque bella figura in società (che è poi la forma di spettacolo accessibile ai più)? Per assicurarci di non lasciar spazio ad inaccettabili soprusi ed oppressioni fasciste contro le minoranze dobbiamo necessariamente negare che siano minoranze perché dobbiamo con ciò negare che esistano costanti che ritornano e danno forma alle cose in Natura? Ma davvero crediamo ci sia solo una forma e a senso unico di ipocrisia? Sul giornale La Stampa del 30/1/2016 (http://www.lastampa.it/2016/01/30/italia/cronache/quei-gay-in-piazza-al-family-day-se-ci-scoprono-siamo-fregati-HuH8ucIngafJGPLvolF1CM/pagina.html) un articolo parlava di messaggi intercettati di gay in incognito tra i partecipanti al Family Day che si davano appuntamenti ma non volevano farsi scoprire e che erano evidentemente lì solo per convenienza. Benissimo (a parte che, volendo, sarebbe stato facilissimo "montare" tutta la cosa da parte del giornalista insieme ad un amico o due), ma vogliamo escludere che ci siano molti altri a sinistra che in cuor loro vedono l'omosesualità come contro-Natura, ma che evitano di dirlo e magari ostentano persino opinioni contrarie a ciò che pensano per evitare la pessima figura che ci farebbero? Ormai, con il volume di fuoco impiegato dalla maggior parte dei media e di molti tra chi ci lavora - in linea con quella che, senza troppa esagerazione, è stata definita come la propaganda della lobby omosessualista - lo stigma sociale è passato dall'omosessuale a chi è critico verso l'omosessualità. Non dico che gli atteggiamenti violenti o discriminanti di cui sono stati a lungo vittima i gay fossero giusti, assolutamente no, ma possibile nessuno sia insospettito dal modo così rapido ed estremo in cui le cose si sono (o sono state) ribaltate? E dalla parte centrale che hanno i media in tutto ciò? Prima ad essere omosessuali bisognava vergognarsi, ora bisogna vergognarsi se si pensa che l'omosessualità non sia la forma naturale della sessualità umana. Possibile che si faccia così presto a dimenticare che dietro i media c'è sempre lo stesso potere che ci sta quando approvano e giustificano guerre, sfruttamento, speculazioni, disastri ambientali e "cortine fumogene" di chiacchiere giustificatorie da parte dei politicanti? Una settimana prima del Family Day si sono svolte (preventivamente) le manifestazioni di appoggio al ddl Cirinnà, distribuite su varie città e si è scritto che in totale vi avesse partecipato un milione di persone; difficile calcolo da fare, già su una piazza sola, ed ancor di più dovendo sommare la gente presente su parecchie piazze, grandi, piccole ecc.... Forse anche per questo si sarà scelto di presentarsi su varie piazze? per non rischiare di contarsi in un luogo unico? No, si dirà: è stato per dare un'idea di diversità, di molteplicità, di "arcobaleno"..... Vabbé, lasciamo perdere; comunque è un fatto consueto che i numeri delle manifestazioni vengano sempre gonfiati dagli organizzatori: quelli del Family Day hanno parlato addirittura di due milioni (!!). Avranno sicuramente esagerato, come si fa sempre, del resto. Molto meno comune, però, anzi, la prima volta che lo vedo, francamente, è che su un giornale (ancora La Stampa, in questo caso: http://www.lastampa.it/2016/01/30/italia/cronache/il-family-day-e-la-bufala-dei-due-milioni-J9ILXInTkGDgvqypu6cmiJ/pagina.html) sia stato fatto un conto, dettagliato ed argomentato anche con immagini sia a livello strada che aeree, per dimostrare come sia impossibile che nello spazio occupato dalla manifestazione ci potessero essere davvero due milioni di persone. Sembra che, non potendo negare che davvero tanta gente si è mossa da tutta Italia per mostrare che chi è contrario a questa legge non è poi una così piccola minoranza, ci si sentisse in dovere di dimostrare che non erano poi così tanti e che hanno esagerato i numeri. Ripeto: esagerare questi numeri è ciò che sempre avviene, pubblicare un intero articolo con conti dettagliati per dimostrarne l'esagerazione è successo solo (o quasi) in questo caso. Piaccia o non piaccia, però, il Family Day ha dimostrato che in questo Paese c'è ancora un sacco di gente che non accetta l'idea per cui eterosessualità o omosessualità sarebbero solo scelte e gusti personali, condizionamenti culturali.....e nulla che abbia a che fare con fatti e leggi di Natura, con una polarità energetica femmina-maschio (Yin-Yang) che regola moltissimi fenomeni naturali già molto prima di quelli umani, con qualcosa che preesiste di molto a noi e non è toccata dalle nostre opinioni in merito o dalle mode culturali. L'omosessualità esiste e le persone che la vivono come la propria condizione vanno rispettate. Ma si tratta di una piccola minoranza: non della "normalità" che vogliono farci credere. Quante persone omosessuali conoscete e quanti sono in percentuale su tutte le vostre conoscenze? Vogliamo dire che molti lo sono e non lo dicono (ancora oggi che va così di moda)? Allora diciamo che siano il doppio. E, pure così, quanti sono in percentuale? Forse tutti ci troviamo a pensare che "sarò io che ne conosco pochi, forse vivo in un ambiente sociale ancora un po' antiquato, ma a quanto si dice pare ce ne siano moltissimi". E quindi sarebbe una cosa normale. Normale perché diffusissima. E quindi naturale, sana per lo stesso motivo (lo stesso motivo per cui un transessuale può affermare di essere orgoglioso di fare la prostituta, perché in televisione fa spettacolo e pertanto è diventato ormai un atteggiamento sensato: su quale base? appunto su quella dello spettacolo). Tanto sana che si può accettare tranquillamente che di qui a una generazione i bambini crescano pensando che si possa altrettanto essere figli di un uomo e di una donna come di due uomini o due donne. Ma una cosa non è più giusta o più vera perché la credono molte o moltissime persone: altrimenti Al-Baghdadi sarebbe davvero un'autorità spirituale dalle sue parti o Hitler avrebbe davvero rappresentato e difeso lo spirito non solo tedesco, ma di tutti i popoli che si riconoscevano nella "razza ariana", e cosa dovremmo dire di quei Paesi dove la maggioranza della popolazione è d'accordo che l'omosessualità sia addirittura fuorilegge? ecc... ecc... Per rispettare chi è portatore di una anomalia del comportamento sessuale non c'è bisogno di negare che si tratti di un'anomalia, nel senso di una deviazione dal comportamento che secondo Natura è "normale" ovvero derivante da un istinto primario: basta rispettarlo, cioè riconoscergli il diritto e la libertà di vivere come vuole....naturalmente pure rispettando gli altri ed il loro modo di percepire questa anomalia come tale. Sarebbe semplice, volendo. Ma quando ci si mette di mezzo un'ondata ideologica e vi si sovrappongono speculazioni politiche (certo non solo da parte degli ipocriti che strumentalizzano la buona fede dei partecipanti al Family Day, ma sicuramente anche e non di meno dalla parte opposta) le cose diventano sempre molto più complicate. E il dato di fatto qui è che (a mio giudizio per fortuna) l'idea per cui questa (pur legittima) anomalia debba essere considerata come assolutamente naturale e normale ancora non va giù ad un sacco di gente nel nostro Paese. Si tratta di un'idea molto pericolosa, non tanto per la questione in sé, che fa da cavallo di Troia, ma per quella, molto più grossa, che le sta dietro e che avanza a grandi passi senza essere percepita nella sua interezza. La questione vera è l'affermazione definitiva che non ci sia nulla che possa esser detto NATURALE e distinto da ciò che non lo è; che non esista proprio qualcosa come LA NATURA e con ciò che non esista nulla che sia a fondamento della nostra vita, proprio a partire (non da un qualche Dio-creatore, ma) dal suo stesso modo di funzionare con i limiti che naturalmente ci pone; che non esistano quindi limiti naturali a ciò che possiamo fare ed ai quali non possiamo sfuggire, e che perciò non c'è nulla, che ci preesista come umani in questo mondo, che dobbiamo rispettare e di fronte a cui ci dobbiamo fermare. Questa questione di fondo non riguarda certo solo con chi andiamo a letto e cosa ci facciamo insieme (il che, per quanto faccia molta audience come argomento, è del tutto irrilevante dal punto di vista del discorso che sto crecando di fare). Una volta passata definitivamente questa idea sarà aperta la strada per ogni tipo di esperimento speculativo sulla vita (e certamente a fini di profitto e di potere), dall'ingegneria transgenica agli interventi artificiali sul clima, ad ogni sorta di armamenti ipertecnologici, alla creazione/coltivazione di esseri parzialmente umani e parzialmente non ecc... ecc.... e non resterà più spazio per chi vorrà difendere qualsiasi nozione di limite e di Natura come insieme più grande di noi, in tutti i sensi di cui siamo parte. Questa è la vera questione. Non è probabilmente in questi termini la vera questione che hanno a cuore molti dei politici che difendono il Family Day, che ci si può aspettare sarebbero prontissimi ad oltrepassare ed ignorare questa nozione del limite non appena si passasse a discutere di altri campi, soprattutto economici, ma resta il fatto che dietro le cosiddette unioni civili, matrimoni gay ecc... è questo il mutamento antropologico che si sta, più o meno consapevolmente, facendo passare. E, scendendo alla bassa politica, lo si fa passare con i soliti metodi affaristici che regolano la vita parlamentare. Nessuno ha notato, ad esempio, che proprio alla vigilia della discussione sul ddl in questione, c'è stato un "rimpastino" di governo che ha dato nuove poltrone (tra cui uno specchietto per allodole detto "Ministero della Famiglia") al NCD di Alfano? Proprio quell'Alfano che ha detto di condividere pienamente gli obiettivi del Family Day, "leader" di un partito di cui si dice - senza troppo esagerare - che abbia più ministri che voti, e che, possiamo star certi, non arriverà ad una crisi di governo per opporsi alle unioni civili, ovvero alla fine le farà passare. Se una cosa del genere la avesse fatta Berlusconi sarebbe venuto giù il cielo: ora passa quasi sotto silenzio (certo, è a fin di bene, secondo i nostri "progressisti"). In questa vicenda traspare l'eredità storico-culturale del berlusconismo, proprio nel mutamento dall'assunzione di un ruolo di rottura, alternativo, da parte della comunità gay, al modello che si impone oggi, cioè la pseudo-normalità mediatica del family-gay. Il gay che non se la sente più di assumersi la responsabilità di dire le cose come stanno e pretende che siano gli altri ad accettare che stiano come è più comodo vederle a lui/lei, ribaltando la realtà pur di fargli la vita più facile e permettergli anche ciò che, pur in una società pluralista e tollerante, la Natura non gli permetterebbe (e qui sto parlando dei figli, dato che il matrimonio in sé, con la Natura, non ha niente ha che fare). L'eredità mediatica dello spettacolo berlusconiano, a cui oggi attinge a mani basse la sedicente sinistra progressista laica ed emancipata dalla fase delle ideologie, porta a liberare la trasgressione rendendola normale, ovvero a stravolgere il significato di "normale" estirpandone le radici dalla tradizione culturale popolare legata a quanto di naturale tutti umanamente condividiamo, e collegandolo a quanto è "normalmente" presente su ciò che mediaticamente condividiamo, ovvero a ciò a cui ci è diventato consueto assistere (nostro malgrado, forse, inizialmente) sul mezzo intorno al quale "ci ritroviamo" come passivi spettatori degli spettacoli di intrattenimento ed "approfondimento"(?) sul piccolo schermo. Sullo schermo televisivo, che ha sostituito il focolare davanti al quale l'esperienza dei nonni si trasmettava attraverso racconti e commenti ai nipoti, mentre saliva costantemente il tasso di cattivo gusto, abbiamo visto cadere di giorno in giorno il senso dell'etica fino a farla diventare un ridicolo simulacro di cose superate, scomparse e date oggi perciò tanto impossibili da non poter esser sostenute altro che in modo ipocrita, perché nessuno: sia ben chiaro, nessuno - se non, forse, qualche ridicolo San Giovanni Battista che grida nel deserto, decisamente anti-spettacolare - le segue per davvero. Largo dunque a manifestazioni come il "Gay Pride" (cosa c'è di più spettacolare?) in cui il motivo d'orgoglio io di nuovo proprio non lo capirei se non per le ragioni dette fin qui, ma nel quale ancora sopravvive, forse, un po' del senso originario dell'orgoglio gay. Probabilmente ancora per poco nella sua autenticità: tra poco diventerà un altro circo iconografico, tipo i concerti dei grandi gruppi rock degli anni '70 che ancora suonano ora che di 70 anni ne hanno di età, o la marcia della pace Perugia-Assisi o altre cose simili che servono a far dire "io c'ero" a chi ha ancora il mito di queste cose ed ai ragazzini che son nati troppo tardi per vederle nella loro fase in cui avevano davvero qualcosa da dire. Questo orgoglio non credo fosse tanto quello di dire che essere gay è una cosa normale, bensì il coraggio di affermare di essere come si è e di voler essere accettati e rispettati, ma soprattutto lasciati vivere, per come si è. Come che sia, che piaccia o no agli altri. E spesso nei gay che avevano questo spirito non c'era interesse ad essere o essere considerati normali: c'era la piena rivendicazione del fatto che anche una anomalia ha tutto il suo diritto ad esistere e vivere come vuole. Questo è un principio di pluralismo, di alternativa, e può anche esserne uno di orgoglio nell'autonomia ed indipendenza mentale di rivendicare apertamente il proprio modo di essere. Su questa base il gay come soggetto portatore di una diversità era portatore di un arricchimento sociale: di un passo avanti verso l'accettazione della biodiversità sociale, ovvero nel superamento di quella vocazione tipicamente occidentale all'universalismo per cui dobbiamo sempre trovare e poi imporre un modello unico da imporre come normale e come unico al resto del mondo. Oggi questo si presenta nella sua forma più sottile e dissimulata, il Laicismo, mascherato dietro l'apparente assenza di una forma codificante, ma che va occupando intanto tutto lo spazio mentale e culturale negando l'essere-forma ad ogni altra cosa, l'essere-forma insito in ogni essere umano, in ogni essere vivente, trattando tutto e tutti come principi ed entità astratte, concettuali, interscambiabili ed in-differenziati. Allora tutto diventa normale proprio perché non c'è più alcuna base per dire perché qualcosa lo è o meno: le identità sono creazioni culturali strumentali, le leggi di Natura non esistono, anzi, non esiste neppure la Natura, tutto è produzione della cultura umana ed oggi questa è inseparabilmente mediata dalla tecnologia: il cammino dello sviluppo della tecnologia è la strada maestra dell'essere umano, è portata avanti dallo sviluppo del sistema che conosciamo e che organizza il mondo, il Capitalismo avanzato, liberista, finanziario: nulla gli si deve opporre, nulla realisticamente può farlo: siamo tutti comparse nella rappresentazione del Suo spettacolo. Nessuno può essere, alcun-che. Ma tutta questa è una falsa e strumentale narrazione che si spaccia come liberatoria mentre ci sta ogni giorno di più incatenando ed obbligando a distruggere la vera base della nostra (possibilità di) esistenza, che può darsi solo sulla base della Natura. Per tornare al sesso, basterebbe ricordare, di nuovo, che il sesso come realtà naturale, ovvero la differenziazione sessuale - e non solo tra gli umani, ma nella Natura tutta - esiste perché esistono il maschio e la femmina: dire sesso significa dire maschio e femmina: non si dà sesso, né francamente mi pare possibile immaginarlo, se non come maschio e femmina. Se non ci fosse l'interrelazione maschio-femmina non ci sarebbe interrelazione sessuale, non ci sarebbe sesso; così come non ha senso - è fuori dalla realtà - pensare l'uomo come soggetto a sé, totalmente indipendente dalla donna, e viceversa. La specie umana - e qualsiasi specie sessuata - funziona così: è un dato di fatto, non un'opinione. E per riconoscere ciò non c'è bisogno di vedere il sesso solo nel suo aspetto della funzione riproduttiva: tra gli umani il sesso non è certo solo questo, ha una (quasi) altrettanto importante funzione di comunicazione ed equilibrio energetico, ma anche da questo punto di vista la polarità psico-energetica fondamentale maschio-femmina non è meno basilare o meno connaturata alla dimensione sessuale, anche perché non è scindibile dalla forma fisica che ne è il presupposto. L'omosessualità pertanto esiste, ma non può esistere che come una anomalia. Legittima e da rispettare nelle persone che la vivono, ma una anomalia. È la nostra cultura occidentale che, non potendo tollerare la legittimità delle anomalie in quanto tali, non vede alternative tra il perseguitarle come inaccettabili ed il ribaltare l'evidenza della realtà al fine di integrarle nel proprio sistema. In Natura, invece, c'è spazio per tutto: per il naturale (che è la pulsione primaria) e per l'anomalia (che è una soluzione secondaria), ma non vanno confuse, perché non sono equivalenti in Natura e farlo porta a conseguenze molto gravi: in prospettiva molto peggiori che alcune piccole e marginali innovazioni sociali come ammettere il matrimonio gay ed altre del genere. Come dicevo all'inizio, c'è senz'altro una parziale ragion d'essere in alcuni dei contenuti della proposta di legge sulle unioni civili, non è possibile trattare per legge, ad esempio, due persone dello stesso sesso che hanno passato ed organizzato una vita insieme e che si amano, come dei reciproci estranei. Ma se si accettasse da entrambe le parti di riconoscere che esiste, prima e a monte di noi, un ordine nel mondo - un ordine che è dato dalla Natura e che comunque va al di là di noi e delle nostre opinioni - probabilmente sarebbe molto più facile per tutti anche accettare che al suo interno si possa e si debba trovare spazio per i diritti e la diversità di ognuno.

venerdì 4 dicembre 2015

VIA I CROCEFISSI: AVANTI CON L'IPOCRISIA DEL LAICISMO, RELIGIONE DI STATO

Premetto che non sono cattolico e nemmeno cristiano e che sono indifferente a tutte le varie ricorrenze tradizionali, feste comandate, sia di Stato che religiose, e a tutto questo genere di cose che, fosse per me, potrebbero scomparire domani e quasi non ci farei caso. Anzi, essendo alcune di queste - come il Natale - diventate poco altro che l'occasione per una esplosione periodica di consumismo, francamente, ne farei volentieri a meno. Non è quindi di difendere tali cose che mi interessa: ci tengo piuttosto al principio per cui è un fatto di onestà dire le cose come stanno e non fingere di avere certe motivazioni quando è altro l'obiettivo a cui si punta. Mi riferisco a tutta questa preoccupazione di eliminare ogni tradizionale celebrazione del Natale dalle scuole, ogni simbolo religioso dalle aule. La ragione che viene addotta è quella di rispettare la sensibilità di bambini e studenti provenienti da culture diverse dalla nostra la quale, ci piaccia o no, ha il Cristianesimo (nel bene e nel male) tra i tratti che tradizionalmente la caratterizzano. Un fatto che dovrebbe incuriosire, però, è che queste istanze di abolizione di simboli ed usanze cristiane, non provengono, nella stragrande maggioranza dei casi, da musulmani o da appartenenti ad altre religioni, bensì da persone che difendono la laicità come bene supremo che deve informare la linea delle istituzioni in ogni campo culturale. Una laicità così tanto enfatizzata che sembra piuttosto configurarsi come Laicismo. Un altro fatto curioso è che le stesse persone che sostengono questo approccio relativista quando si parla di religioni, si scandalizzano quando, ad esempio, una famiglia islamica decide di non far frequentare le lezioni di musica ai propri figli perché ritiene che queste siano contrarie al proprio credo. Vogliamo trovarlo aberrante? Io personalmente sì. Però, se si vuole essere relativisti non è che lo si possa solo quando piace; se si dice che bisogna rispettare le sensibilità altrui, anche questo strano tipo di (in)sensibilità verso la musica lo è. In questo caso invece sembra che l'incivile straniero debba essere ricondotto al rispetto di qualcosa che, quanto più è possibile, si cerca di apparentare ai diritti umani, per dissimularne il carattere culturalmente determinato che rivelerebbe il fatto puro e semplice che, sotto le mentite spoglie di una sedicente egualitaria laicità, riemerge la convinzione mai veramente superata che la cultura occidentale sia superiore a tutte le altre. Oggi superiore proprio perché relativista, perché pretende di porsi in una posizione "neutrale" rispetto a tutte le appartenenze culturali particolari. Ma la vocazione dell'Occidente è sempre stata quella di un approccio universalista: le nostre verità son sempre state qualcosa da portare al mondo perché valide ovunque (anche quella oggi più di moda, ovvero che non ci sarebbe alcuna verità). E la presunta "neutralità" di questo laico relativismo non ne è affatto esente, risultando null'altro che la veste attuale attraverso la quale - non tanto l'Occidente (che contiene anche sopravvivenze di elementi tradizionali) ma - la Modernità di matrice occidentale si impone al mondo. Da questo punto di vista non è l'espressione del Cristianesimo a dover essere cancellata in quanto impositiva sull'Islam o su quant'altro: questa è solo la giustificazione buonista e più facilmente difendibile. È il fenomeno della religiosità in sé stesso che si cerca di spazzare via, imponendo al suo posto il Laicismo come nuova "religione" di Stato. In questo, se non altro, i Francesi sono certo più franchi (è il caso di dire) di noi. Si parla di società multietnica ed interculturale, ma in un quadro in cui le etnìe devono diventare mère apparenze fisiche senza significato se non per quello che culturalmente gli si dà (cosa che peraltro si cerca di fare altrettanto - ed è ancor peggio - con le differenze tra i sessi) e l'interculturalità è piuttosto l'amalgama generale di una a-culturalità in cui ciò che conta è solo l'essere consumatori ed in cui le nicchie culturali hanno legittimità esclusivamente in quanto nicchie di mercato. Se si volesse davvero rispettare la varietà delle diverse sensibilità culturali - e certamente ci si troverebbe così molto più in linea con quelle della maggioranza degli immigrati - non si cercherebbe di cancellare le usanze tipiche della propria tradizione a causa della presenza di un certo numero di cittadini di origine straniera (cosa che peraltro essi, nella loro terra d'origine, giustamente non si sognerebbero neanche lontanamente di fare), ma si riconoscerebbero come festività pubbliche riconosciute anche quelle delle altre religioni presenti nel nostro Paese, lasciando eventualmente la libertà ad ognuno di considerare quella data come giorno di festa o meno. Anziché puntare all'abolizione pura e semplice dell'ora di religione (che certamente oggi, così com'è, non ha molta ragion d'essere - se mai ne ha avuta), si penserebbe di sostituirla con uno spazio formativo di religioni comparate, antropologia culturale, etnologia, storia delle religioni: una componente del percorso educativo che si stenta a credere sia ancora assente mentre ci sentiamo costantemente ripetere che la globalizzazione va presa come una realtà incontrovertibile. È veramente pauroso il livello di ignoranza, diffusa tra gli italiani, delle culture dei popoli extraeuropei, verso le quali abbondano invece pregiudizi e luoghi comuni. L'operazione che si cerca di fare, invece, è tutta interna alla società italiana ed è tra una fazione di laicisti che si ritengono progressisti in quanto avversi alla religione in quanto tale e che al fine di estrometterla dalla vita pubblica usano una presunta difesa dei diritti degli immigrati (senza considerare che proprio questi danno mediamente più valore alla religione che gli italiani) ed una di conservatori che usano strumentalmente come una bandiera un Cristianesimo che probabilmente non praticano, data la chiusura verso il prossimo che dimostrano. In tutto ciò la gente di origine straniera e che si riconosce in religioni non cristiane presente nel nostro Paese ha ben poca voce in capitolo ed è usata soprattutto come un pretesto. Tutto ciò non fa, a mio modo di vedere, che accrescere la confusione e l'incomprensione tra autoctoni ed immigrati. Anche perché nell'ottica laicista questi ultimi sono uguali ai primi solo in quanto altrettanto sradicati o sradicabili dalle proprie radici: la "crociata" laicista della Modernità Occidentale è rivolta tanto contro gli arcaismi esotici quanto contro ciò che di tradizionale e premoderno sopravvive e resiste nell'Occidente stesso. Anzi, in primo luogo contro quest'ultimo, perché, una volta estirpato questo, per ciò che di tradizionale vorranno tenersi vivo gli stranieri non ci sarà proprio diritto di cittadinanza. La crescente confusione - a partire da queste basi - fa credere agli autoctoni dei Paesi europei di essere minacciati nella loro identità e nel loro modo abituale di vivere da un'invasione straniera ed agli immigrati di dover scegliere tra un'assimilazione con abbandono totale dei propri valori (che in linea di massima sono tradizionali e ispirati dalla religione) o un atteggiamento di continua contrapposizione verso il Paese ospitante che varia dal vittimismo all'integralismo. Ciò che non si vede - a causa della confusione creata anche dal far passare delle cose (e delle intenzioni) per delle altre - è che, fuori da tutte le chiacchiere buoniste sulla società multiculturale, la situazione attuale delle grandi migrazioni non è affatto uno slancio spontaneo verso un teorico melting-pot globale (magari sul modello di internet o stimolato da qualche nuova tecnologia). Non c'è proprio nulla di spontaneo in tutto ciò. Si tratta di qualcosa che tutte le comunità e gli attori coinvolti, da una parte e dall'altra dell'immigrazione, subiscono loro malgrado: uno stravolgimento degli equilibri geo-culturali causato da fenomeni squisitamente economici e dagli interessi che gli stanno dietro, da sfruttamento, risorse primarie sottratte ai popoli a cui appartengono, speculazioni finanziarie, delocalizzazioni produttive, dominio delle multinazionali, landgrabbing, imperialismi, dittature sostenute per convenienza, guerre..... Non c'è proprio nulla dell'utopia multiculturale di cui si favoleggia con la coscienza sporca di chi sta dalla parte da sempre avvantaggiata da questi meccanismi, ovvero di quella percentuale del 20% dell'umanità che possiede l'80% della ricchezza. Il Laicismo, fattosi dottrina del modello unico del disordine mondiale e ben lungi dall'essere quell'elemento di super-culturale imparzialità che millanta di essere, è il volto con il quale la Modernità Occidentale cerca ancora oggi di esercitare quella missione universalista che ha sempre creduto di avere uniformando il resto del mondo alla propria visione. Per di più - dopo tutti i disastri che l'Occidente ha creato sia al proprio interno che nel resto del pianeta nel corso della sua storia - questa visione ormai (a parte una facciata di parole tese a riaffermare costantemente valori mai rispettati nei fatti) si è ridotta a garantire il diritto-dovere di essere tutti indistintamente consumatori. Uguali di fronte alle vetrine. Diversi alla cassa.

sabato 24 gennaio 2015

Ripensare il lavoro


"Non si puo' sapere qual'e' il vero lavoro del contadino: se e' arare, seminare, falciare, oppure se e' nello stesso tempo mangiare e bere alimenti freschi, fare figli e respirare liberamente, poiche' tutte queste cose sono intimamente unite, e quando egli fa una cosa completa l'altra. E' tutto lavoro e niente e' lavoro nel senso sociale [nel senso attualmente corrente] del termine. E' la sua vita". E' un passaggio che amo molto da "Lettera ai contadini sulla poverta' e la pace" di Jean Giono, del 1938. Cio' che il brano ci mostra e' un'accezione dell'idea di lavoro nettamente diversa da quella che si e' ormai affermata in Occidente da un centinaio di anni a questa parte. Oggi noi vediamo il lavoro inscindibilmente come impiego ed inevitabilmente come legato al denaro. Il lavoro e' il mezzo attraverso il quale otteniamo il denaro e il denaro quello con cui otteniamo qualsiasi altra cosa. In pratica il lavoro e' il mezzo attraverso il quale noi convertiamo il nostro tempo, la nostra energia e le nostre capacita', in una parola, la nostra vita in denaro. Non a caso e' anche cio' che ci da' una collocazione sociale, che ci definisce sulla scala gerarchica del prestigio, dello status e del potere: siamo - ci consideriamo e veniamo considerati - a partire dalla professione o dal mestiere che svolgiamo, il denaro che a questo corrisponde ne misura il valore, la posizione. E quindi, potremmo dire parafrasando il linguaggio della finanza, il nostro "rating" e il nostro "spread" rispetto agli altri. Oggi la maggioranza delle persone - soprattutto i giovani credo, a parte alcuni piu' fortunati - hanno un rapporto di odio-amore con il loro lavoro (quando ce l'hanno): si sogna di poterne fare del tutto a meno, di liberarsene e dedicarsi solo a cio' che piace, ma anche si ha il terrore di perderlo. Pero' non e' sempre stato cosi': fino a che la vita delle persone non e' stata egemonizzata dal sistema industriale, il tempo non era diviso in lavoro e tempo libero. Se non esiste il "tempo libero" cosi' neppure esiste il "lavoro", ovvero lavorare e' parte integrante della vita, non ha orario e non ha uno scopo separato ed unico come quello di guadagnare denaro, passaggio obbligato per arrivare a tutto il resto. Oggi siamo di fronte ad una situazione di crisi di sistema, per cui il lavoro scarseggia, in entrambe le forme in cui si da' oggi. Si, perche' nel sistema attuale noi ci siamo ormai abituati a concepire il lavoro solo in due modalita' opposte e complementari: quella dell'imprenditore/datore di lavoro e quella del lavoratore dipendente (operaio o impiegato). Sembra non possa piu' darsi, questa fondamentale dimensione umana del lavoro, al di fuori di questa dicotomia. Eppure la vita del contadino rappresenta una modalita' diversa, che ha sempre accompagnato - come possibilita' oggi, come realta' maggioritaria ieri o tuttora altrove - la condizione umana. Il contadino parte da una base di risorse autonoma e limitata e, pur coltivandola costantemente, rimane dentro i limiti di crescita gia' intrinsecamente contenuti in tale base. Perche' le risorse a sua disposizione sono quelle date. E' decisivo, inoltre, che il valore di questa base di risorse, come la fertilita' del suolo, la salute degli animali, la durata di attrezzi, macchine e strutture, sia mantenuta ed a questo fine e' necessario trovare soluzioni e adattamenti ambientali anche ingegnosi che tengano conto degli effetti a lungo termine. Cio' e' molto diverso da un sistema in cui l'elemento del capitale finanziario disponibile (e, in linea di principio, indipendente da tutto il resto e sempre incrementabile) e' l'unico dal quale dipende tutto il resto e che puo' essere trasformato indifferentemente in qualsiasi altra cosa (comprandola). Percio' vediamo come, a differenza sia dell'imprenditore che dell'operaio/impiegato, il contadino non ha l'orizzonte della crescita e del profitto del capitale investito ne' vi e' legato: si muove bensi' in una forma di economia circolare che si limita a riprodurre il proprio sostentamento e le basi che lo permettono, dando luogo cosi' ad una forma di sussistenza sostenibile sia economicamente che ecologicamente. Si tratta in effetti di un modello di economia che funziona secondo principi estranei al sistema consumistico-capitalistico, pur vivendo nello stesso territorio che da esso e' dominato e regolato. E' chiaro che qui si sta parlando del contadino, intendendo con cio' una figura ben distinta dall'imprenditore agricolo che gestisce, direttamente o indirettamente, un'azienda agricola secondo un modello industriale o tendente ad esso. L'elemento della componente di autoproduzione ed autoconsumo come distintiva del modello contadino e' centrale per un discorso di risposta efficace alla situazione di crisi del sistema spostando la prospettiva verso una economia di sostentamento. Bisogna fare uno sforzo intellettuale ed uscire dalla visione delle cose profondamente acquisita per cui lavoro e' solo cio' che da' reddito monetario e lavoratore solo colui che e' inquadrabile in una univoca categoria professionale. Il contadino non era una persona che "faceva" il contadino con un determinato orario di lavoro e come una definizione professionale. Ne' era qualcuno che faceva esclusivamente quel mestiere e non sapeva fare altro: per necessita' o per inclinazione i contadini erano sempre anche un po' muratori, carpentieri, falegnami, artigiani, maniscalchi, boscaioli, meccanici, piccolissimi commercianti, intagliatori e talvolta pure cantastorie o musicisti. Integrare il lavoro agricolo, dedicato all'autoproduzione del cibo (ma anche di altri prodotti di base) ed alla produzione della parte che ne veniva venduta o scambiata, con occupazioni diverse che davano quella parte di denaro liquido necessaria a quanto non si poteva produrre da se', ha sempre fatto parte della realta' contadina. Oggi ci sentiamo dire da piu' parti che e' ora di dimenticarci l'idea del posto fisso e sicuro. Cio' significa - per la gente comune - il dover costantemente rincorrere corsi di formazione professionale (che spesso servono piu' a far lavorare chi li organizza che chi li frequenta) ed impieghi precari e a termine. E' una tendenza di lungo periodo che non accenna a diminuire, ne' e' realisticamente probabile che lo faccia, dal momento che la concorrenza commerciale dei Paesi emergenti e' forte e la crisi della domanda da noi e' strutturale, anche perche' - per quanto la pubblicita' faccia del suo meglio per spingerci a comprare facendoci sentire costantemente inadeguati e insoddisfatti con quel che abbiamo - e' ben difficile riprodurre di nuovo qui le condizioni che ci sono ora in Paesi in cui ancora la maggioranza delle famiglie sta appena iniziando ad accedere a tutti i prodotti tecnologici e del consumismo di massa. Allora, un recupero della dimensione contadina dell'economia domestica, in cui diventano la regola sia la molteplicita' delle attivita' che una parte di autoproduzione, che fa da base a tutto il resto, puo' diventare una possibilita' non a cui "tornare", ma con cui "reinventarsi" un'idea di lavoro. Oggi, che si puo' essere contadini per scelta, all'attivita' agricola, e' possibile accompagnare ogni sorta di lavoro, da quelli di livello piu' basso - come era anche una volta - a professioni di alto livello, passando, secondo i casi, per impieghi negli enti pubblici, attivita' artistiche, mansioni tecniche specializzate, da programmatori informatici e quant'altro. La base di autoproduzione e piccola vendita permetterebbe inoltre di estendere molto piu' di oggi l'impiego part-time ovvero di ridurre il tempo medio di lavoro retribuito per lavoratore, il che equivale a poter aumentare notevolmente (sebbene con questi limiti) i posti di lavoro. C'e' dunque un grande potenziale nell'agricoltura contadina di poter assorbire disoccupazione, ma non nel modo classico (ed oggi molto problematico) di creare "posti di lavoro", bensi' nel sostituire in misura rilevante questa fonte di sussistenza alla condizione di precarieta' di molte persone che, a monte dell'assenza di posti di lavoro, e' dovuta alla loro totale dipendenza dal trovarne per poter sopravvivere. Occorre pero' mettere da parte il punto di vista dell'attuale sistema economico orientato alla crescita del PIL, che e' il punto di vista delle aziende e del capitale investito, ed adottare quello delle persone comuni - ovvero quello che si potrebbe scoprire essere il proprio, nella maggioranza dei casi - che semplicemente devono vivere e che possono anche scegliere di collaborare reciprocamente in forme solidaristiche anziche' sentirsi in competizione perpetua, per giunta illudendosi che questa portera' alla fine (?) vantaggi per tutti (secondo la "religione" dell'homo oeconomicus). Qui mi riferisco soprattutto ad una agricoltura contadina come forma odierna di agricoltura di sussistenza in un Paese sviluppato ed, anzi, post-sviluppo, che si integra con altre fonti di reddito in un'economia composita che riesce a ridurre in modo significativo la dipendenza dalla sua componente monetaria e nella quale il contadino non vede se' stesso come figura professionale definita, bensi' come essere umano vivente che si basa in primo luogo sulla terra e cio' che questa, con il suo lavoro, gli da' e, secondariamente, sulle altre cose che gli riesce di fare per vivere. Ma non e' certo solo questa l'agricoltura contadina possibile oggi in Italia: ci sono molte aziende agricole che, pur avendo anch'esse le caratteristiche distintive elencate in precedenza, non hanno bisogno di altre fonti di reddito per sostentarsi. Un'agricoltura, pur sempre contadina e percio' su scala ridotta, che pero' non e' solo di sussistenza, ma professionale, e che sarebbe in grado di sfamare la popolazione nazionale, sebbene non in un sistema dominato dalla Grande Distribuzione Organizzata com'e' quello attuale: si tratterebbe di creare circuiti appositi di filiera adeguati alle produzioni contadine. Ma ci vorrebbero leggi e politiche che riconoscessero, in primo luogo l'esistenza, della specificita' dei modelli contadini di agricoltura e che altrettanto ne riconoscessero le molteplici ricadute positive a largo spettro, vantaggiose per tutti, sulla qualita' del cibo, sugli ecosistemi, sui territori, sul paesaggio, sugli equilibri idrogeologici, sulla biodiversita', sull'occupazione... Purtroppo, pero', la situazione cui ci troviamo davanti e' una in cui le politiche e le leggi attualmente vigenti sono concepite unilateralmente a misura del modello agricolo unico industriale e pongono pertanto enormi ostacoli a chi vuole vivere secondo queste forme altre di economia e trovare in tal modo - vuoi come fonte integrativa di sussistenza che come attivita' a tempo pieno - una risposta alla situazione di crisi in cui ci troviamo. Ci si trova di conseguenza confinati nell'ambito del "sommerso", della cosiddetta "economia informale". Ma se per quella "formale" dobbiamo intendere l'economia del modello unico, dominata dagli interessi delle grandi aziende e del capitale finanziario, quella "informale" potrebbe essere meglio definita come un'economia autoprodotta, autogestita ed autocontrollata a misura delle necessita' di base ed autentiche delle persone e delle comunita' direttamente coinvolte.....almeno finche' non ci saranno finalmente regole pensate per queste ultime e non per gli interessi di soggetti economici che gli sono estranei e che perseguono solo i propri fini di crescita dei profitti.

giovedì 8 gennaio 2015

La libertà, il rispetto e i falsi laicismi nel mondo globale


La strage avvenuta nella sede del giornale satirico parigino Charlie Hebdo è stato un assassinio barbaro e vigliacco che non ha giustificazioni. Barbaro per essere il portato di una visione arcaica delle cose, per cui ogni onta va lavata col sangue. Vigliacco perché chi l’ha compiuto si è trincerato dietro la forza dei kalashnikov per colpire ed eliminare persone inermi ed ignare di quanto stava per accadere. Non si può dunque non condannare questo atto senza mezzi termini nella sua violenza e solidarizzare con le vittime che vi hanno perso la vita. Questo è ciò che penso, e ci tengo a dirlo subito, anche per non essere frainteso (strumentalmente o meno) in ciò che segue. Perché questo episodio tragico è anche una occasione per fare alcune riflessioni sul mondo in cui viviamo e, da parte nostra come Occidentali, sull’Occidente, dato che, fra le parti in campo, è sempre una buona regola volgere il proprio sguardo critico alla propria, in primo luogo. Ascoltando e leggendo opinioni e dibattiti oggi (il giorno dopo l’attentato) ciò che viene messo maggiormente in risalto, più che l’omicidio in quanto tale, è l’attacco alla libertà di stampa, si dice che dobbiamo difendere i valori dell’Occidente, dell’Illuminismo e con ciò della Democrazia, della Tolleranza, del Pluralismo: è intorno a questi che dobbiamo far quadrato e da più parti emerge la richiesta, rivolta ai musulmani “sedicenti” moderati, di una scelta di campo netta: denunciare coloro che stanno dall’altra parte, ovvero, di passare, loro, inequivocabilmente dalla nostra. Si richiede una prova di solidarietà verso il “laicismo” occidentale e lo si fa in nome della tolleranza e del pluralismo: specie da parte di chi ha sempre teso una mano “multiculturalista” viene ora chiesto in cambio un segno chiaro. E al tempo stesso si prendono le distanze dall’ottica dello “scontro di civiltà” (Huntington) come chiave per interpretare la contemporaneità: ci si mostra scettici sul prendere la differenza come un dato di fatto irriducibile – o non-riducibile a volontà ad un melting-pot laicista e trans-culturale. Ma non è invece proprio questa la via verso lo scontro delle civiltà? Pluralismo significa riconoscere sinceramente valore, dignità e diritti a culture diverse? Oppure avere pazienza con chi è considerato “civilmente difettoso ma in via di sviluppo” in attesa che prenda la “strada giusta” di diventare come noi? Essere in un mondo globalizzato in cui dobbiamo convivere pacificamente tra società/civiltà/culture diverse implica una misura di rispetto, ma per rispettare bisogna anche conoscere, capire e riconoscere gli altri in quanto altri, irriducibilmente altri, diversi da noi: non diversi solo per aspetti estetici, folkloristici, superficiali, ma profondamente diversi in quanto facenti riferimento ad orizzonti di valori e significati divergenti. E pure, senza farli propri, anche dissentendo, averne rispetto, accettare di conviverci fianco a fianco (senza necessariamente doversi mischiare) ma senza crear motivi di offesa. Finché è possibile evitarlo, almeno. Con questa solidarietà verso i nostri sacri valori della libertà d’espressione che sento in giro da dopo l’attentato, onestamente non mi sento molto solidale: mi colpisce come non si senta da parte di nessuno una sola parola che prenda in considerazione il punto di vista dei Musulmani, il fatto che la nostra libertà d’espressione ha offeso ripetutamente i sentimenti religiosi di milioni di persone toccando qualcosa (la figura di Maometto) che per loro è sacra ed intoccabile. Il che, per molti potrà anche essere una cosa assurda e retrograda, ma è una realtà. Ciò, ancora una volta, non può giustificare in alcun modo quanto è avvenuto, ma è una realtà di cui non si può non tener conto in nome dei nostri valori di libertà e al tempo stesso dirsi pluralisti e contrari allo scontro delle civiltà. Quali conseguenze ci sarebbero da parte di un qualsiasi Paese dell’Occidente esportatore di democrazia verso pubbliche prese di posizione ed azioni pesantemente ed offensivamente contrarie ai diritti umani, ad esempio sull’Olocausto o verso le Donne, negandone le più basilari dignità e diritti, cioè cose che costituiscono i nostri valori? Ci sarebbero certamente sanzioni penali ed a volte queste sono state tra le giustificazioni per interventi militari che hanno fatto parecchi morti, di cui moltissimi innocenti. Se ce n’era ragione dal nostro punto di vista, da altri punti di vista ce n’è altrettanta nell’impedire che alcune figure considerate sacre e simboliche dei valori a fondamento della propria forma di vita e di cultura vengano apertamente vilipesi. Dal punto di vista di altre persone e civiltà per impedire questo vale la pena morire. Ed ancor più uccidere. E’ una cosa da pazzi? Per me personalmente lo è, ma è così. E per chi non ha né voce, né diritti, né potere, né cittadinanza per difendere il proprio modo di vedere, gli strumenti per contrastare ciò che è ritenuto offensivo, pericoloso ed inaccettabile non potranno essere le sanzioni legali, ma le vie estreme, eclatanti e disperate. Questa condizione di non riconoscimento, di messa ai margini, non è una giustificazione per uccidere nessuno, senza dubbio, ma è un dato di fatto e non uno trascurabile o che possa non essere preso in considerazione da chi vuol con-vivere in pace nel mondo globalizzato, che è quello in cui viviamo. Allora la domanda è: per quale via possiamo andare verso un vero riconoscimento pluralista ed una convivenza pacifica nel mondo che il capitalismo ha globalizzato a prescindere dalla volontà dei popoli? Occorre un passaggio culturale evolutivo probabilmente; ma in quale direzione? La difesa unilaterale dei valori illuministi e laicisti dando in cambio a chi li subisce una facciata di tolleranza (che non è riconoscimento di dignità) e qualche occasione di lavoro-guadagno-consumismo da discount (restando ai margini, precari e sfruttati) non basta ed evidentemente non convince i destinatari che vedono benissimo come si tratti di un modello unilaterale in cui l’integrazione è adeguamento ed in cui il laicismo, il relativismo, il rifiuto del sacro – sul quale invece si basa la loro cultura - è un credo sempre più obbligatorio. Molti, in Occidente, lo chiamano progresso e perfino si illudono che dal resto del mondo la gente venga a farsi sfruttare qui per accedere a questo paradiso di diritti e civiltà, anziché per quei quattro soldi che gli danno; che altrove non aspettino altro che un esercito a stelle e strisce che, dopo averli affamati con un bell’embargo, entri a conquistare le loro città per portarvi la democrazia dei Mac Donalds. Ma ci si rende conto di quanto chiuso all’interno della nostra realtà ed autoreferenziale sia il dibattito su queste cose? Di quanto sia lontano dalla visione del mondo propria della parte maggioritaria delle popolazioni che lo abitano? Questa che vuol presentarsi come la soluzione che l’Occidente ha da offrire e che gli altri devono sostenere, pena l’esser confusi coi terroristi, non è una prospettiva plurale e paritaria, bensì l’arroccamento di un Occidente incapace di dialogare davvero, di convivere senza pretese di supremazia o, peggio ancora, l’inizio della resa dei conti globale che metterà fine a queste pretese, in modo simile, forse, a come avvenne per l’Impero Romano…..ma con conseguenze sulla scala che possiamo aspettarci oggi. Ci serve un’idea diversa di evoluzione, di libertà e di convivenza che sia genuinamente pluralista ovvero che lasci spazio a modelli diversi e l’unico modo per permettere questo è accettare un principio di misura e di limite: cose sulle quali l’Occidente odierno ha quantomai da (re)imparare. Nel caso della libertà di espressione: è stata una grande conquista dell’Occidente essersela guadagnata attraverso tante battaglie, un punto di forza sul quale abbiamo da insegnare, senz’altro. Ma dobbiamo obbligatoriamente credere che avere una libertà debba significare che sempre e in qualsiasi condizione esercitarla sia un bene? E che autolimitarsi deliberatamente questa libertà equivalga a perderla? Equivalga a lasciare il campo a chi vorrebbe togliercela? Avere la libertà di fare qualcosa ma – a ragion veduta e liberamente – rinunciare a farla, contenere volontariamente questa facoltà, siamo sicuri che è un tornare indietro a quando non ce l’avevamo? O non potrebbe essere un passaggio evolutivo superiore, nel senso che viene proprio in seguito al progresso tecnologico e civile che ha portato all’ottenimento di queste libertà? Se invece di continuare a produrre e consumare senza fine per rendere disponibili a tutti (o sempre di più a qualcuno?) ogni sorta di beni di consumo (spesso inutili e quasi sempre inquinanti), ci astenessimo dal proseguire su questa linea perché capiamo che ha conseguenze nefaste e disastrose per tutti e cercassimo un’altra linea di evoluzione, anche economica, con valori ed obiettivi più a misura d’uomo, più egualitari, più olistici, vorrebbe dire che ci metteremmo dei limiti e rinunceremmo a fare qualcosa che è nelle nostre possibilità. Ma staremmo con questo regredendo? O sarebbe un passaggio più avanzato dal punto di vista (non dello “sviluppo” ma invece) dell’evoluzione? Se non fosse per una questione legata a come è strutturato il sistema ed al punto di “colonizzazione dell’immaginario” a cui siamo arrivati, questo oggi sarebbe possibile ed accettabile alla generalità della popolazione, proprio grazie al livello di sviluppo a cui siamo arrivati. Sarebbe, dopo esser usciti da una condizione di carenze attraverso un periodo di eccessi, arrivare ad una condizione di equilibrio che beneficerebbe non solo noi come umani di Paesi ricchi, ma anche il resto del mondo, sia in senso degli altri popoli che degli altri esseri viventi. Mentre quella dello sviluppo è unilateralmente una linea di accrescimento di un dato elemento o di una data società, quello evolutivo è un percorso di realizzazione di condizioni migliori complessive sia per il dato elemento/società che in relazione al contesto nel quale è inserito e di cui in qualche modo è parte. Per tornare alla libertà di espressione, se sappiamo di convivere con persone che hanno un senso del sacro mentre noi non ce lo abbiamo più, che ad esempio sono estremamente sensibili quanto alla figura di un certo profeta che tanti secoli fa ha iniziato a diffondere la loro religione: è così un problema scegliere di indirizzare la propria satira su un simbolico jihadista non meglio identificato o anche su un riconoscibile capo jihadista contemporaneo, ma non proprio su Maometto? Con ogni probabilità l’effetto sarebbe molto diverso: non sarebbe una cosa gradita, ma non sarebbe su qualcosa di intoccabile (per tutti i musulmani, non solo per gli integralisti). Si rinuncerebbe per questo ad esercitare la propria libertà di critica? O si tratta invece di non preoccuparsi più di tanto di entrare nel merito delle differenze tra una cosa ed un’altra dal punto di vista altrui? Di colui che si dice di voler includere ed accettare? Non vuol dire in fondo che si sta e si vuol rimanere del tutto all’interno di un’ottica occidente-centrica e non uscirne pretendendo di essere proprio per questo gli alfieri del pluralismo e del relativismo culturale, quando invece ciò che si offre è solo la via obbligata dell’assimilazione culturale (in una cultura che peraltro non è nemmeno più sé stessa in quanto essa stessa travolta dal sistema consumista che ha generato)? L’accettazione del limite anche culturale della propria civiltà porterebbe ad accettare realmente di convivere in pace e perciò con rispetto a fianco di altre civiltà, culture, visioni del mondo senza bisogno di confronti che debbano necessariamente arrivare ad una sintesi (che vorrebbe presentarsi come multiculturale senza poterlo né volerlo essere). Basterebbe adottare una visione biodiversa in cui abbiamo il nostro spazio, nessuna missione civilizzatrice verso nessuno, e lasciamo agli altri il loro, lasciandoli essere altri. Eviteremmo così inutili comportamenti provocatori e forse, semmai, ci riuscirebbe di dare anche qualche buon esempio talvolta. Ma questo è difficilmente concepibile per i paladini del sedicente laicismo pluralista, per i nuovi crociati dell’Occidente, unica vera civiltà del progresso (ditelo alla fine!). Perché per loro la questione sta proprio qui: accettare un limite oltre il quale si sceglie di non poter andare non è possibile. Il limite di lasciar definitivamente spazio di sopravvivenza a culture irriducibilmente altre, basate sul senso del sacro, su qualcosa visto come non soggetto alla Storia ed alle opinioni umane, sarebbe rinunciare alla visione/vocazione universalista dell’Occidente moderno. E, sia detto di passaggio, ciò corrisponderebbe anche ad ostacolare la coazione cronica ad espandersi propria del capitalismo che lo porta necessariamente ad occupare tutti gli spazi vitali/economici. Accettare limiti sarebbe un sacrilegio. Perché anche quella dell’Occidente, della Modernità, del progressismo è una Guerra Santa e già si sente, a partire da questa vicenda, chi chiede che sia definitivamente bandita ogni forma legale di protezione di cose o simboli ritenuti sacri da qualsivoglia comunità. E’ questo il punto per chi negando lo scontro di civiltà non fa che prepararlo: la laicizzazione obbligatoria di tutte le società, la riduzione di tutte le identità e le convinzioni non compatibili strettamente nell’ambito del privato, che in una società di massa è sempre più omologato ed irrilevante. L’epoca della fine del senso del sacro è anche quella della massima libertà individuale, ma una libertà che è al tempo stesso la massima in-differenza = irrilevanza. Delle tradizioni? Si, ma anche delle opinioni, delle visioni del mondo, della biodiversità, dell’indipendenza e dell’autonomia culturale. Delle persone comuni, in definitiva, e delle comunità umane. Sarebbero gli integralisti islamici i difensori di questa indipendenza e biodiversità? Certamente no! E senza dubbio la soluzione non è quella di restaurare protezioni legali per simboli “sacri” o dare spazio ad oscurantismi vari. Si tratta piuttosto, se ci si dice pluralisti, di avere l’onestà di un comportamento conseguente e comprendere che l’avanzamento di una civiltà si misura su un piano evolutivo, nel saper abbandonare la strada ripetuta di insistere a ripetere i propri stessi modelli all’infinito affinché vincano su tutti gli altri. Capire che frutto di un raggiunto livello di potere, di benessere e di diritti civili può anche essere invece il riconoscimento teorico e pratico della realtà e del valore del limite, della parzialità della propria visione. E la libertà di scegliere ciò che è più opportuno ed utile verso la coesistenza pacifica di realtà diverse. A volte è la libertà del fare. Per chi è in posizione di vantaggio molto spesso quella di non fare.

mercoledì 30 luglio 2014

STOP TTIP!!!


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Iniziate nel 2013 e con la previsione di arrivare a conclusione alla fine di quest’anno, in questi mesi  stanno andando avanti le trattative sugli accordi TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership, chiamato anche TAFTA = Trans Atlantic Free Trade Agreement) per la creazione di una sorta di mercato unico tra UE ed USA.

I contenuti di questi accordi vengono discussi praticamente in segreto, lasciando ai margini il Parlamento Europeo, ma con la partecipazione attiva ed influente delle Corporations multinazionali. Insieme a questo accordo transatlantico ne sta venendo discusso un altro analogo transpacifico, chiamato TPP (Trans Pacific Partrnership, tra, sempre gli USA e Australia, Canada, Giappone, Cile, Perù, Messico, Malesia, Singapore, Vietnam, Nuova Zelanda, Brunei). A partecipare alla discussione sui due trattati sono state invitate non meno di 600 multinazionali.

SEGRETEZZA
I documenti sui quali si discute sono accessibili solo ai team tecnici (di cui molti membri fanno parte, appunto, a nome delle multinazionali) e, per la parte politica, solo al Governo USA ed alla Commissione UE. Non è previsto che i Parlamenti ed i Governi degli Stati membri dell’Unione siano obbligatoriamente coinvolti né informati dell’andamento delle trattative ed il Parlamento Europeo (che è l’unico delle istituzioni coinvolte ad essere eletto direttamente dai cittadini) avrà solo un voto finale al termine del processo dei negoziati: un voto “prendere o lasciare”, senza possibilità di emendamenti.

GEOPOLITICA
Il TTIP è la risposta di un “impero americano” in forte difficoltà, se non ormai al tramonto, di fronte a ciò che minaccia nei fatti di sostituirlo nel quadro economico mondiale: l’area Mercosur sta rendendo progressivamente autonoma l’area delle economie sudamericane dal pluridecennale controllo statunitense, ma soprattutto l’asse tra Cina e Russia in crescente integrazione economica diventa un temibile concorrente verso gli USA nel diventare l’epicentro degli equilibri asiatici e mediorientali con una forte presa anche sull’Africa e pertanto un candidato più che probabile ad aggiudicarsi presto un ruolo di leadership mondiale. Si prevede che entro il 2020 la produzione combinata di Brasile, India e Cina supererà quella di Canada, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti messi insieme e che, entro il 2030, l’80% della classe media a livello mondiale vivrà in quelli che sono oggi chiamati i Paesi del Sud del mondo. E’ in questi Paesi che oggi le economie corrono, ed è facilmente comprensibile il perché, cioè perché è lì che oggi avviene quel “boom economico” che c’è stato da noi alcuni decenni fa quando una parte importante della popolazione è passata da una condizione di povertà al sistema dei consumi di massa. Così come è facile capire che questo non può essere un fenomeno prolungabile più di tanto o riproducibile ovunque più e più volte: dove tutto è stato già comprato e ricomprato, si comincerà necessariamente a comprare di meno e pensare di più alla qualità della vita: sarebbe una cosa logica, ma non sembra che le multinazionali ed i governi che le sostengano nell’imporre sempre politiche orientate al consumismo vogliano farsene una ragione.

In questo contesto di competizione globale gli USA cercano con questi accordi internazionali di assicurarsi attraverso delle basi legali il controllo sulle economie del maggior numero di Paesi, almeno di quelli già sviluppati ( e pertanto più interessanti) o di quelli che mostrano buone prospettive di diventarlo presto. E, mentre gli USA, perseguono questa via “aggressiva” di politica commerciale, l’Europa appare rassegnarsi a farsi terra di conquista, a tutto vantaggio delle sue elités capitaliste e con gravissime conseguenze per le imprese medio-piccole, per i lavoratori in generale, per la qualità del suo ambiente e del suo cibo. Il TTIP non andrà a vantaggio né degli americani né degli europei, se guardiamo ai cittadini, alla gente comune, ma aumenterà di una certa ulteriore percentuale, secondo stime statistiche probabilmente anche piccola, ma utile nella competizione globale sempre più serrata, i profitti di chi ha in mano le fila delle megaaziende e del business finanziario, che è spesso ancora di origine occidentale, ma che non ha ormai più alcuna appartenenza geografica o culturale ed ha solo il denaro  come suo mondo.

Gli accordi TTIP tendono a realizzare ad un grado che non ha precedenti il dominio delle multinazionali sul pianeta - o su quella parte di esso che gli si assoggetterà – e ripete così il tentativo già fatto a livello mondiale con gli accordi MAI (Multilateral Agreement on Investments) poi falliti in seguito alle enormi mobilitazioni sociali che gli si opposero in tutto il mondo, insieme a molti governi di Paesi poveri, che mettevano sullo stesso status giuridico aziende multinazionali e governi sovrani ed avrebbero imposto a questi ultimi, se approvati, di difendere gli interessi delle prime, sugli investimenti fatti, anche contro la volontà e le proteste delle proprie popolazioni.

Gli accordi TTIP rilanciano in Europa il tentativo già fatto in precedenza con la Direttiva Bolkenstein del 2004 e porterebbero a compimento il processo già avviato di dominio degli interessi del capitale finanziario attraverso le politiche di austerità e di smantellamento dello stato sociale indotte con la giustificazione della crisi del debito pubblico (sulla cui verità non mancano le ragioni di dubbio: invito ad informarsi sulla Modern Money Theory).

Alcune informazioni comunque sono trapelate sulle questioni chiave di questi accordi.

CONTENUTI
 
Il TTIP va nella direzione di una forte liberalizzazione, abbattimento di barriere, soprattutto delle «bar­riere non tarif­fa­rie» – sarebbe a dire tutte le regole e gli stan­dard che che l’UE si è data in mate­ria di nor­ma­tive ambien­tali, diritti dei lavo­ra­tori, sicu­rezza e sovranità ali­men­tare, ecc. – che è poi la sostanza della par­tita del TTIP (le bar­riere tarif­fa­rie tra UE ed USA sono già a livelli minimi e quindi non sono queste in realtà l’obiettivo di questi accordi).

Si dice che verranno favorite le esportazioni per le piccole-medie imprese, ma, stando al OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio – in inglese WTO), delle 210.000 imprese italiane che esportano, il 72% delle esportazioni è detenuto dalle prime 10, quindi i vantaggi andranno pressoché del tutto a queste ultime, mentre l’arrivo di molti prodotti statunitensi (che devono rispettare standard meno esigenti) potrà penalizzare i nostri.

L’accordo, se approvato, avrà una seri di pesanti e preoccupanti ripercussioni sull’agricoltura europea e sul cibo che tutti mangiamo nonché sulla qualità degli ecosistemi nei quali viviamo. Certamente non solo sull’agricoltura, ma anche sui servizi, su ciò che rimane del welfare, sui diritti d’autore e sulla proprietà intellettuale, sui diritti dei lavoratori e molto altro. Ma, per limitarci a vedere da vicino alcuni aspetti che riguardano l’agricoltura, possiamo dire che:

- faciliterà l’ingresso in Europa degli OGM mettendo in questione il principio di precauzione (adottato in Europa dagli anni ’90 in seguito all’epidemia della “mucca pazza” e non previsto negli USA perché considerato “non scientifico”. In America gli è preferita la prova scientifica di nocività dei singoli prodotti e processi produttivi, la quale, ovviamente, può esserci solo una volta che il danno è già avvenuto, e se parliamo di contaminazione da OGM negli ecosistemi e mutazioni genetiche, il danno potrebbe anche essere immenso ed irreparabile. Detto di passaggio, negli USA, anche dopo del periodo della “mucca pazza” è rimasto permesso l’uso di grassi derivanti da carcasse di mucca nei mangimi per bovini). Negli Stati Uniti 70 milioni di ettari di terreno sono coltivati ad OGM ed il 70% degli alimenti in commercio contiene ingredienti transgenici e non c’è alcun obbligo di segnalarne la presenza sull’etichetta.

- aprirà il mercato UE alla carne di bovini alimentati con ormoni ed antibiotici o carcasse di polli trattate con il cloro (come è permesso negli USA e vietato in Europa dal 1997). Oltre il 90% della carne di manzo USA proviene da animali per la cui alimentazioni si fa ampio uso di ormoni e promotori della crescita bovina che in Europa sono vientati dal 1988 perché considerati cancerogeni. Una di queste sostanze è il cloridrato di ractopamina, un medicinale che serve a gonfiare la quantità di carne magra nei suini e nei bovini. Gli Usa considerano ingiustificato il divieto europeo di questa sostanza, sebbene sia stata bandita da 160 Paesi nel mondo. Altre sostanze analoghe sono gli interferenti endocrini, sostanze chimiche capaci di alterare il sistema ormonale umano: il livello massimo di contaminazione da queste sostanze attualmente fissato in Europa bloccherebbe il 40% di tutte le esportazioni alimentari USA verso il nostro continente – il che può farci immaginare che verrà alzato in seguito alla creazione del libero mercato.

- le aziende agricole USA sono in media 13 volte più grandi di quelle europee e devono rispettare molte meno regole di sicurezza alimentare: sono quindi molto più concorrenziali rispetto alle nostre (e ciò vale ancor più in Italia dove le aziende sono in media più piccole – 7 ettari - della media europea – che è di 12) e potrebbero così esportare carne a prezzo certamente più basso per i consumatori ma con la conseguenza della perdita del lavoro per molti produttori europei e di una alimentazione molto meno sana per i consumatori.

- Fuori dall’agricoltura, ma con pesanti conseguenze ambientali, va almeno citata la pratica del fracking per l’estrazione di gas e sabbie bituminose (altrettanto permessa negli USA ma sospettata di causare avvelenamento delle falde idriche ed in certi casi anche terremoti; negli USA sono stati aperti in un solo anno 11.000 nuovi pozzi per estrazioni con questo sistema, in Europa, grazie alle leggi attuali, solo una dozzina),

- Inoltre il TTIP renderà possibile per un grande investitore fare causa ad un governo per mettere in questione le sue leggi e politiche nazionali, anche in materia sociale o ambientale, se le ritiene lesive (anche in via presunta) dei propri investimenti fatti nel Paese (GRAZIE ALLE NORME ISDS = Investor-State Dispute Settlement). Il processo, secondo quanto è dato di sapere finora degli accordi TTIP, potrebbe essere intentato presso un tribunale speciale costituito ad hoc per queste controversie e con sede presso la Banca Mondiale, il diritto di intentare questo tipo di cause varrebbe per almeno venti anni mentre le sentenze di questo particolare tribunale non prevederebbero l’appello. Ci sono casi emlematici nell’ambito di accordi commerciali internazionali similari come quelli del NAFTA e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, come quello della Lone Pine, una azienda estrattiva californiana che ha chiesto un risarcimento di 191 milioni di dollari allo Stato del Canada per aver vietato il sistema del fracking per le estrazioni sul suo territorio al fine di proteggere l’ambiente e la salute dei cittadini, oppure la Philip Morris che ha una causa in corso con l’Australia per il divieto di stampare loghi pubblicitari sui pacchetti di sigarette a fini di prevenzione del cancro, ed ancora quello della azienda di energia nucleare svedese Vattenfall che vuole essere risarcita di 3,7 miliardi di euro dalla Germania per mancati profitti da due sue centrali nel Paese dopo che questa (in seguito alla tragedia di Fukushima) ha deciso di abbandonare l’uso dell’energia nucleare. E’ chiaro che la paura di trovarsi davanti a richieste di risarcimenti tanto ingenti da parte di persone a cui di certo non mancano le risorse per far valere i propri presunti diritti può creare forti resistenze da parte di molti governi a promuovere politiche di protezione sociale ed ambientale: questo significa che, per motivi economici, viene messa in forse e probabilmente limitata la stessa democrazia e la sovranità nazionale di ogni Paese, lasciando sempre di più il mondo intero ad uso e consumo delle multinazionali e di chi ne trae profitto.

Gli accordi TTIP hanno la potenzialità di cambiare sensibilmente la vita di tutti gli europei ma qui da noi se ne parla pochissimo. Quando la democrazia non è accompagnata da una informazione adeguata e trasparente, ne  lle società complesse come quelle in cui viviamo, di essa rimane poco più che l’apparenza.

Per ulteriori informazioni ed approfondimenti è utile vedere il sito della Campagna che riunisce una serie di assciazioni che si stanno mobilitando contro questi accordi:

www.stop-ttip-italia.net