Faccio una eccezione al mettere sul Blog solo cose scritte da me per riportare questo intervento di Roberto Spano al convegno del IRS in Sardegna che ho preso dal sito www.decrescitafelice.it e che trovo pienamente condivisibile e da diffondere.
di Roberto Spano
Di seguito il testo dell’intervento presentato da Roberto Spano a Milis (OR) il 25 Luglio scorso durante Festa Manna, l’appuntamento annuale organizzato da IRS, il movimento indipendentista sardo di ispirazione gandhiana e pacifista.
- Buongiorno a tutti, grazie per avermi invitato a questo evento e vorrei subito fare le più sincere congratulazioni a IRS e a tutti gli organizzatori di questa bellissima Festa Manna, e in particolare per aver voluto introdurre nel calendario dei dibattiti e degli incontri anche il tema delle “Economie Differenti”.
Mi chiamo Roberto Spano, sono di Orroli e in questa sede rappresento MDF, il Movimento per la Decrescita Felice che si pone lo scopo di introdurre nel dibattito politico il tema appunto della Decrescita economica, cioè di quel nuovo paradigma culturale che va a proporsi come una concreta alternativa e soluzione ai disastri (economici, occupazionali,ambientali, sociali e climatici) causati dal mito della crescita economica e dell’aumento del PIL.
Prima di entrare nel merito della proposta di MDF vorrei subito portarvi i saluti di Maurizio Pallante, fondatore e attuale presidente del Movimento per la Decrescita Felice, che non ha potuto materialmente essere presente oggi qui per altri impegni, nonostante il grande interesse che nutre per la Sardegna e per le possibilità che la nostra terra possa divenire davvero un laboratorio politico e pratico della Decrescita. Pallante conosce bene la nostra terra per esservi venuto molte volte partecipando a dibattiti e convegni sulla Decrescita. Anche recentemente è stato in Sardegna due volte, una a fine maggio per una serie di conferenze organizzate dall’Università di Cagliari e di Sassari e poi ancora a fine giugno a Gavoi, invitato dagli organizzatori del Festival Letterario per commentare assieme ad Ermanno Olmi il documentario “Terra Madre”, l’ultimo lavoro del grande regista bergamasco.
Ora proverò ad introdurre il concetto della Decrescita Felice, partendo anche dalla mia esperienza personale, ma vi invito ad approfondire il tema leggendo le pubblicazioni di Pallante e gli altri lavori editi da MDF che rappresentano le fonti principali di questo mio intervento.
La base teorica del concetto di Decrescita Felice muove dalla consapevolezza che il PIL è uno strumento assolutamente incapace di misurare il benessere (o se vogliamo… la felicità) delle persone.
Che il PIL non misuri la felicità delle persone non è certo un’idea originale di MDF, se pensiamo che già nei primissimi anni ’60, pochi mesi prima di essere assassinato, J.F. Kennedy pronunciava il suo famosissimo discorso dove affermava a chiare lettere che “…il PIL è in grado di misurare di tutto ma non quello che è davvero importante per noi come esseri umani.”
Allora chiariamo subito: il PIL non misura la ricchezza di uno Stato, non misura il benessere della popolazione, non misura la qualità della vita di una comunità. Il PIL misura solo la quantità di merci e servizi scambiati per denaro in un dato territorio per unità di tempo (in genere un anno).
Ma cosa significa questo? Significa che se ad esempio si realizza una speculazione edilizia su una pianura fluviale fertilissima come quella di Capoterra, cementificando selvaggiamente ottimi terreni agricoli e trasformandoli in schiere di villette e quartieri residenziali e dormitori… noi stiamo aumentato il PIL perché i guadagni dei proprietari dei terreni che hanno venduto, i profitti dei palazzinari che hanno edificato e i salari degli operai che hanno lavorato, risultano maggiori rispetto alla resa economico/monetaria di quelle stesse terre se fossero state invece coltivate per produrre cibo fresco, sano e vicino alla città.
Se poi Cagliari e tutto il Campidano hanno perso migliaia di ettari di terreno agricolo e per sfamare tutta la popolazione residente si deve ricorrere all’importazione di cibo da fuori … bhè il PIL cresce ancora. Se poi si è anche deviato il corso naturale di un fiume e si è costruito anche sopra i nuovi argini artificiali (il terreno edificabile vale tanti soldi e non se ne può sprecare neanche un metro quadro) e succede una alluvione che fa straripare il fiume, che abbatte gli argini e, riprendendosi il suo corso naturale, distrugge, allaga e rende inagibili centinaia di abitazioni e rende “senza tetto” migliaia di persone…. bhè… grande soddisfazione perché il PIL cresce ancora e tantissimo!!! Basti pensare alle enormi somme che verranno spese in movimento terra, ricostruzioni, ristrutturazioni, riurbanizzazioni, impiantistica, alloggio negli alberghi degli sfollati, riacquisto di tutte le suppellettili, mobili, elettrodomestici, vestiti, automobili e quant’altro andato distrutto nell’alluvione. Che pacchia per il PIL!!! Pensate se il comune di Capoterra nel ’69 avesse resistito alle pressioni degli speculatori e avesse negato l’urbanizzazione di quei terreni… quanta ricchezza avrebbe fatto perdere!!!
O ancora: se una petroliera rovescia il suo carico di petrolio in mare… il PIL cresce con le operazioni di bonifica. Se a causa del traffico eccessivo nelle strade accadono incidenti… il PIL cresce col lavoro dei carrozzieri (e col trasporto dei pezzi di ricambio, visto che ormai non si ripara più nulla, ma si sostituisce tutto). Se poi grazie al traffico si creano ingorghi che ci tengono incolonnati in fila col motore acceso a fare pochi metri all’ora… il PIL cresce col consumo di carburante. E se poi a causa di tutto il veleno che respirano, molte persone si ammalano di bronchiti croniche e tumori…. dobbiamo festeggiare perché il PIL cresce tantissimo col lavoro degli ospedali e i profitti delle casa farmaceutiche.
Gli esempi possono continuare all’infinito e ognuno di noi può “divertirsi” a trovarne tanti, ma il concetto è sempre lo stesso: nonostante quello che viene ripetuto in continuazione, il PIL non misura il benessere della popolazione ma solo (ripetiamolo) il valore monetario della somma delle merci e dei servizi scambiati sul mercato.
E qui arriviamo a un concetto che invece questo si è una elaborazione originale di MDF: la differenza profonda che vi è tra Beni e Merci.
Le merci come abbiamo visto sono manufatti o servizi che hanno un valore monetario ma a cui non corrisponde automaticamente un corrispettivo benessere delle persone. Anzi, anche dagli esempi appena fatti e da quelli che state divertendovi a immaginare, capiamo che troppo spesso le merci corrispondono invece a una diminuzione della qualità della nostra vita.
I beni invece sono quei manufatti, quei prodotti e quei servizi che soddisfano direttamente un bisogno o un desiderio delle persone, senza necessità di un’intermediazione monetaria. I pomodori autoprodotti nel mio orto (è un esempio reale) soddisfano il bisogno e il desiderio di cibo sano e gustoso per me e la mia famiglia, ma non ho avuto bisogno di comprarli con denaro. Quando il mio bambino gioca con i nonni perché i genitori sono impegnati nel lavoro e nell’autoproduzione, e quando i nonni hanno bisogno di assistenza perché gli acciacchi dell’età arrivano per tutti, noi non abbiamo bisogno di spendere soldi ne per l’asilo nido ne per la badante, perché siamo autosufficienti e ci scambiamo vicendevolmente servizi (di qualità sicuramente superiore rispetto agli stessi servizi svolti da professionisti che lo fanno in cambio della parcella) in una dimensione conviviale e di dono reciproco.
Ecco quindi due elementi fondanti la proposta della Decrescita Felice: l’autoproduzione e lo scambio comunitario, conviviale e quindi non mercantile.
Poi è chiaro che ci sono beni che non posso ne autoprodurre ne scambiare, pensiamo agli occhiali per noi miopi, a un computer, o a una visita medica specialistica, che devo quindi necessariamente procurarmi sotto forma di merci. Ma appunto capiamo che la sfera mercantile è si necessaria, ma non “necessariamente” invasiva e totalizzante come la nostra società che si basa sul mito della crescita ci ha praticamente costretto a credere.
Se volessimo visualizzare graficamente questi concetti potremmo pensare a tre cerchi concentrici, in cui quello più interno è costituito dall’autoproduzione, quello intermedio dal dono e dallo scambio non mercantile e infine, quello più esterno dagli scambi mercantili. Cosa è successo, diciamo negli ultimi due secoli, con un’accelerazione impressionante negli ultimi 50 anni? È successo che il cerchio più esterno ha fagocitato quasi del tutto gli altri due cerchi interni. Per cui oggi, a parte la preparazione dei pasti (ma con quali cibi?), la pulizia della casa e i servizi essenziali ai figli, praticamente una famiglia mononucleare, che viva in un condominio urbano, con magari entrambi i genitori occupati, dipende totalmente dal denaro per procurarsi il necessario (e il superfluo) per vivere. Non c’è tempo per lavare l’insalata (e la si compra a prezzi altissimi già lavata e plastificata, assieme a salti in padella e pane gommato nei centri commerciali) figuriamoci per autoprodurla! E in quali terreni poi, se la speculazione cementizia, fondamentale per la crescita del PIL, ha lasciato giusto qualche striminzito giardinetto pubblico dove crescono rigogliose solo le siringhe usate?
E tutto questo perché? Perché nella società che si basa sulla crescita economica e quindi sulla necessità di comprare con soldi tutto quello che serve… le persone “devono” essere occupate solo a “vendere” il loro tempo/capacità in cambio di denaro per poter comprare sotto forma di merci (di qualità inferiore) quei beni e servizi che non hanno il tempo e la possibilità di autoprodursi o di scambiarsi convivialmente perché… devono lavorare! Non sembra anche a voi che ci sia un corto circuito logico?
E se consideriamo che questa folle quantità di attività economiche, necessarie alla crescita è la prima causa dello sconvolgimento planetario del clima (con l’iper produzione di CO2) e del deterioramento gravissimo dell’ambiente naturale, non vi sembra che il corto circuito logico sia ancora più grave?
E se consideriamo che facciamo una vita stressante, soffocante, mangiamo cibo precotto e importato di nessun sapore e ancora minori capacità nutritive, passiamo ore e ore in auto in mezzo al traffico, lasciamo i nostri figli e i nostri genitori con estranei salariati, ci ammaliamo di più e consumiamo quantità record di antidepressivi e ansiolitici…. Non vi sembra che il corto circuito logico assomigli sempre di più alla bottiglia di Tafazzi?
Ma, qualcuno potrebbe obiettare, la crescita economica ha portato occupazione per tutti… A parte il fatto che inviterei quel qualcuno ad andare a dirlo ai cassintegrati di Porto Vesme, di Porto Torres, di Ottana. Ai minatori del Sulcis. Ai laureati con 110 precari nei call center. Agli artigiani e ai commercianti che chiudono bottega e attività. Ai giovani e meno giovani disoccupati e ciondolanti nelle strade e nei bar dei paesi e delle città, attenti solo a non perdersi il mese di “Lavori Socialmente Utili” benevolmente finanziati da sindaci e consiglieri in fregola elettorale… Che ci vada a dirlo che la crescita economica ha dato occupazione a tutti… non garantiamo certo per la sua incolumità! Ma aldilà degli esempi empirici (che però sono sotto gli occhi di tutti) sono proprio i numeri ufficiali dell’Istat a smentire questa menzogna. In Italia (mi perdonino gli amici di IRS se faccio quest’esempio…) dal 1960 al 2000 il PIL (calcolato a prezzi costanti) è più che triplicato passando da circa 400mila miliardi di lire a circa 1.400mila miliardi, la popolazione è aumentata del 15% (da 50 a 60 milioni), ma il numero di occupati è rimasto identico intorno ai 20 milioni! In pratica, un aumento così alto del PIL (il triplo), non solo non ha fatto crescere l’occupazione in termini assoluti (ferma a 20 milioni), ma addirittura l’ha fatta diminuire in percentuale, dal 41,5 (1960) al 35,8 (2000) della popolazione. In pratica si è avuto solo un passaggio di occupati dall’agricoltura all’industria fino agli anni ’70 e un ulteriore passaggio dall’industria ai servizi dagli anni ’80 a oggi. Bel progresso… così adesso invece del grano coltivato in Pianura Padana o in Trexenta, mangiamo grano transgenico prodotto industrialmente in Cina o in Ucraina, trasportato con enorme consumo di petrolio, e coltivato sfruttando vergognosamente manodopera locale che, da piccoli contadini autonomi e autosufficienti, sono stati trasformati in braccianti agricoli salariati e incapaci ormai di provvedere dignitosamente alle esigenze della loro famiglia. Che quindi lasciano le loro terre e preferiscono affrontare i rischi della clandestinità (e oggi anche delle pene inflitte dal governo italiano per il reato omonimo) sperando di trovare occupazione salariata in quelle fabbriche e quei capannoni della Pianura Padana, o della Trexenta, o di Perd’’e Cuaddu a Isili che hanno si preso il posto dei terreni agricoli… ma che adesso sono chiusi (con tutte le conseguenza di inquinamento ambientale che sappiamo) per la saturazione del mercato che non è più in grado di assorbire la folle corsa alla produzione infinita che esige la società basata sulla crescita economica.
Allora stiamo cominciando a metterci almeno il dubbio che la crescita economica sia l’inevitabile strada da percorrere per il nostro benessere, così come politici, banchieri (ad eccezione dell’amico di Banca Etica) e speculatori, col supporto massiccio dei mass-midia e delle istituzioni, si affannano a farci credere?
Iniziamo a capire che l’attuale crisi economica non è un evento congiunturale, dovuto a cause accidentali che può essere superata con l’incoraggiamento a “spendere e consumare di più per dare slancio all’economia”? Lo stiamo capendo che questa crisi è strutturale e che le sue cause sono tutte interne proprio al suo caposaldo della crescita infinita? Questa crisi, non è solo una crisi della finanza come vogliono farci credere minimizzando il problema e spostando l’attenzione sulle virtù auto rigeneratrici della c.d “economia reale”. Cioè sull’economia del mattone e del bullone, cioè sull’economia della produzione e vendita di merci. Questa crisi è prima di tutto una crisi proprio dell’economia reale dovuta alla sovrapproduzione di merci rispetto alle capacità di assorbimento di un mercato ormai saturo. I cosiddetti mutui “subprime” che sarebbero secondo gli analisti la causa scatenante della crisi, scaricandone le responsabilità solo sulle banche che concedevano mutui per l’acquisto di case anche a soggetti incapaci di restituirli e poi rivendevano il titolo drogato ad altre banche più ingenue, sono in realtà dovuti alle pressioni del mercato edile americano che stava rallentando perché nessuno comprava più casa, perché non ce era più bisogno. Gli Stati Uniti sono il territorio più cementificato del mondo. Ma.. se non si comprano più case… l’economia rallenta, il PIL scende e i profitti degli speculatori diminuiscono! Prospettiva terrificante in una logica di crescita. Ecco quindi le pressioni sulle banche per “facilitare” le concessioni di mutui che avrebbero fatto ripartire ruspe e cantieri. E la globalizzazione ha fatto il resto.
D’altronde non servono complicati calcoli con logaritmi di terzo grado, ma basta l’aritmetica che si studia in terza elementare per capire che, in un sistema a risorse limitate come il nostro pianeta, non è possibile una crescita infinita. Ma forse proprio perché così evidente, è un concetto difficile da accettare.
La crisi attuale è una crisi assieme economica, ma anche ambientale e climatica legate assieme. Cioè stiamo correndo follemente verso il baratro dell’autodistruzione planetaria, continuando per giunta ad accelerare!
Quando si fanno paragoni e paralleli con la famigerata crisi di Wall Street del ’29 dobbiamo sapere e capire che sono paragoni inadeguati… ma per difetto!!! Cioè la crisi del ’29 era una crisi infinitamente meno grave di quella che stiamo attraversando oggi, perché si limitava solo alla sfera economico/finanziaria e non coinvolgeva anche l’ambiente e il clima. E quindi anche le soluzioni non possono essere le stesse. Se nel ’29 fu possibile mettere una toppa con interventi macroeconomici di ispirazione keinesiana, oggi non è più possibile, nonostante che i governi (specie quelli di destra, dall’attuale italiano al precedente americano) invochino ora (ma la destra non era per il libero mercato???) interventi statali e assistenziali per finanziare con soldi pubblici la ripresa dell’economia a partire dall’edilizia (abitativa e infrastrutturale come le c.d. Grandi Opere) e dall’industria automobilistica.
Oggi questi interventi non sono più possibili. Mettiamocelo bene in testa. Chi sostiene questi interventi è un folle (perché sarebbero inutili) e un criminale (perché produrrebbero solo un accelerazione verso la distruzione del pianeta e della vita nella biosfera).
Oggi la popolazione mondiale consuma con le proprie attività economiche un terzo in più delle risorse che il nostro pianeta sia capace di riprodurre in un tempo dato. Cioè ogni anno noi consumiamo un terzo di pianeta in più di quello che potremmo permetterci. È come se una famiglia di quattro persone, con un reddito mensile di €1000 ne spendesse regolarmente 1.300 ogni mese. Noi tutti capiamo che quella famiglia, continuando a intaccare così pesantemente i propri risparmi (invece di vivere delle sue risorse rinnovabili) andrà ben presto in rovina. Quindi, se spostiamo l’ordine di misura dal singolo nucleo familiare, all’intera popolazione mondiale, capiamo che per la prima volta dall’esistenza dell’uomo sulla terra, stiamo mettendo a gravissimo rischio la nostra stessa possibilità di sopravvivenza. Ma non è tutto! La situazione è ancora più grave di quello che si possa credere, se consideriamo le vergognose disuguaglianze che si celano dietro a questo dato aggregato. In realtà è come se dei € 1.300 che la nostra famiglia di quattro persone spende ogni mese… 1000 li spendesse da solo un unico componente, mentre gli altri tre ne spendessero assieme appena 300. E’ una follia vero? Eppure questa è la realtà! Il 25% della popolazione mondiale (noi occidentali sviluppati tanto per capirci) consuma da sola il 75% delle risorse totali, mentre il restante 75% di popolazione (più di 4 miliardi di esseri umani) accede appena al 25% delle risorse.
Cosa fare allora? È possibile secondo voi proporre come soluzione che anche gli altre 3 familiari consumino € 1000 ciascuno portando il fabbisogno della famiglia a € 4000/mese (ricordiamo che le risorse utili sono sempre 1000/mese)? Chiaramente no!! Qualunque persona di buon senso capisce che questa soluzione non farebbe altro che accelerare la rovina economica di quella famiglia. Eppure, per quanto incredibile, per quanto folle, per quanto criminale, questa è la soluzione che governi, partiti di destra e di sinistra, istituzioni, banche, organizzazioni sindacali, datoriali e Ong, mass media e lobby economico/finanziarie continuano a chiedere a gran voce per risolvere la crisi economica della “famiglia/mondo”.
Il Movimento per la Decrescita Felice propone invece come soluzione, immediatamente attivabile, facile da realizzare e soprattutto efficace, l’uscita dalla prigione concettuale della crescita infinita e omnicomprensiva per ridurre (non eliminare!!) la sfera degli scambi mercantili (e quindi del PIL) e aumentare di dimensione ed importanza le sfere dell’autoproduzione (a partire dal cibo e dall’energia) e degli scambi non mercantili o del dono.
Avere meno bisogno di denaro per comprare tutte quelle merci che invece mi posso autoprodurre (ad esempio con l’orto/frutteto in terra e col fotovoltaico sul tetto) o scambiare sotto forma di dono reciproco nella mia comunità o di organizzazioni conviviali come i GAS, significa avere meno bisogno di svolgere un lavoro retribuito e quindi avremo un alleggerimento della pressione occupazionale.
Facciamo un esempio pratico: in Sardegna risultano “occupati” (comprendendo sia i lavoratori dipendenti pubblico/privati che i liberi professionisti e gli imprenditori) circa 520/550mila persone, mentre i “disoccupati” risultano essere circa 150/180mila. È facile capire che se appena 200mila “occupati” potessero permettersi di lavorare part-time perché la metà dei loro fabbisogni li soddisfano con l’autoproduzione e col dono reciproco… ecco risolto facilmente (e a costo zero) il problema della disoccupazione in Sardegna che invece sindacati, partiti, chiesa e istituzioni fanno apparire come angosciante, irrisolvibile, difficilissimo e gravissimo. E necessitante di ingenti investimenti, arditi piani di sviluppo, folte commissioni d’inchiesta e parcelle d’oro a “think tank” di consulenti cervelloni che, magari dal ritiro dorato di convegni in lussuosi resort della costa a spese di Mamma Regione (cioè di noi poveri indigeni/indigenti), sentenziano che l’unico modo per uscire dal grave sotto sviluppo che attanaglia (secondo loro geneticamente) noi poveri sardi.. è quello di far crescere il PIL con forti iniezioni di cemento per nuove case vuote e hotel super accessoriati da usare due mesi all’anno, e per nuove zone industriali con tanti capannoni di ferro ed eternit che, oltre agli ingenti finanziamenti pubblici concessi ai generosi imprenditori milanesi, arabi e americani che graziosamente accettano di venire in Sardegna a “creare lavoro”, produrranno tanti cassintegrati che così avranno il diritto di protestare, guidati dagli eroici sindacati, a chiedere anche loro un bel posto pubblico in Regione, magari in uno dei tanti enti parassitari che si era cercato di chiudere e che pare invece stiano riaprendo i battenti.
Riusciamo a capire quanto sia folle questa soluzione? Ma lo capiamo che, rimanendo dentro la sfera drogata dell’imperativo alla crescita costante e infinita del PIL, è l’unica soluzione che riescano a dare? Ma allora dobbiamo spezzarla questa sfera maledetta. Romperla in mille pezzi e liberare le energie pulite, sane e rinnovabili della Decrescita. Partendo dal risparmio e recupero degli sprechi che invece oggi rappresentano una delle voci più importanti nella formazione del PIL. Pensiamo solo agli sprechi energetici delle nostre case mal coibentate e riscaldate con combustibili fossili. In Italia per riscaldare gli edifici si consumano 200 chilowattora al metro quadrato all’anno. La normativa in vigore nella provincia di Bolzano e in altri paesi europei (freddi come la Germania e la Svezia!!!) non consente di costruire nuovi edifici o di ristrutturare gli edifici esistenti se il loro consumo ne richiede più di 70 (quindi appena 1/3), ma già oggi le tecnologie più avanzate permettono di costruire case che non richiedano più 15 kwh (quindi 1/15)! Questo vuol dire che noi sprechiamo (quindi paghiamo, e quindi abbiamo “bisogno” di lavorare per procurarci i soldi) almeno i 2/3 dei combustibili che bruciamo per riscaldare la nostra casa. Cioè paghiamo fior di quattrini, procurati magari con un lavoro odioso e usurante, per qualcosa di cui non godiamo perché 2/3 dei combustibili che bruciamo, invece di riscaldare la nostra casa vengono dispersi nell’atmosfera e riscaldano il cielo sopra di noi (oltre ad aver prodotto 2/3 di Co2 in più del necessario). Questo spreco di calore non ci porta alcun vantaggio, anzi ci danneggia perché ci sottrae risorse economiche che potremmo usare per altro… ma… aumenta il PIL!!! Pensiamo solo alle somme spaventose che l’Italia (ma anche la Sardegna) deve spendere (e i ricatti che deve subire) per comprare dall’estero i combustibili fossili necessari… a riscaldare l’aria intorno alle nostre case!!! Ma non sarebbe meglio investire quei soldi in ricerca e stipendi (e quindi occupazione) per sviluppare e applicare massicciamente le tecnologie esistenti capaci di ridurre a 1/3 i consumi delle nostre case a parità di comfort? Ma non è meglio investire in risparmio energetico (che crea nuova occupazione qualificata nell’edilizia, nell’impiantistica e nelle fonti rinnovabili) invece che in produzione e importazione di combustibili fossili e in edilizia convenzionale, settori che perdono occupati al ritmo crescente che conosciamo? Certo che è meglio… ma le lobby petrolifere, del gas e del carbone (cioè i veri poteri forti che dominano la politica e l’economia della crescita) vedono come fumo negli occhi (e a loro il fumo da fastidio…) politiche e pratiche che mirano a una diminuzione del consumi di fonti fossili.
E lo stesso discorso lo possiamo fare per la gestione dei rifiuti puntando, prima di tutto, alla loro riduzione e poi al loro riciclo tramite la raccolta differenziata e alla produzione delle c.d materie prime secondarie, tutte pratiche che diminuiscono il PIL ma accrescono il nostro benessere, la nostra salute e l’occupazione, invece della politica di lasciar aumentare i rifiuti per poi destinarli agli inceneritori che producono veleni mortali e diminuiscono l’occupazione perché sempre più automatizzati.
Vorrei concludere con un ultimo punto, per lasciare spazio alle domande e al dibattito. La Sardegna è davvero, come dice anche Pallante, un possibile laboratorio politico e pratico della Decrescita, perché siamo appena 1.620mila abitanti per una terra di 24mila kmq (la Sicilia ha il quintuplo di popolazione e la Lombardia 8 volte tanto) ma sono necessarie politiche coraggiose e lungimiranti.
È chiaro che autoproduzione di cibo con orto, frutteto e qualche piccolo animale da cortile, e autoproduzione di energia con fotovoltaico e mini-eolico da istallare sul tetto della propria casa, sono molto difficili da attuare in un contesto urbano dove si vive circondati da cemento e in condomini plurifamiliari. Eppure, nonostante l’enorme disponibilità di spazio esistente nella nostra isola, la devastante cultura della crescita ha concentrato più di 1/3 di tutti i residenti in Sardegna (550mila sul totale) a vivere ammassati in un semicerchio di appena 15 km di raggio intorno a Cagliari. E lasciando spopolati i paesi delle zone interne, con le loro decine di migliaia di case vuote e abbandonate e di ettari di terreno coltivabile lasciati ai rovi e ai topi.
Col risultato che l’interland di Cagliari (formato da ottimi terreni fertili e irrigui) è stato trasformato in una squallida periferia/dormitorio cementificata e priva di identità e rapporti sociali e comunitari, che ormai non riesce più (se mai ci è riuscita) a “dare lavoro” nelle fabbriche e negli uffici a tutti i nuovi poveri super-accessoriati che la cultura della crescita ha prodotto, e dall’altra parte a svuotare i paesi che per millenni hanno vissuto di agricoltura e artigianato e che oggi chiudono i battenti a partire dalle scuole per mancanza di bambini.
Perché questo esodo “quasi biblico” dalle terre della propria identità, della propria cultura, della propria famiglia, della propria comunità, dove abbiamo case spaziose, ampi cortili e terre fertili, per andare a rinchiuderci nei loculi della “città necropolitana” (leggete il profetico libro di Eliseo Spiga, Placido Cherchi e Cicitu Masala “Manifesto del Comunitarismo in Sardegna”), dove si diventa automi e ingranaggi di un sistema spaventoso? Perché il lavoro della terra se è vero che produce cibo sano e gustoso… produce però meno denaro del lavoro salariato che è invece indispensabile per poter comprare sotto forma di merci (più scadenti e nocive) quei beni che prima non avevo bisogno di comprare perché me li autoproducevo o li scambiavo nella mia rete comunitaria. E il cerchio si chiude.
Ho detto che servono scelte politiche coraggiose e lungimiranti per poter invertire il senso di questa marcia folle verso il baratro della distruzione planetaria. Al momento, diciamolo subito, nessun partito, ne di destra ne di sinistra, ne in Italia, ne in Europa, ma io credo neppure nel mondo, ha scelto la Decrescita come suo paradigma culturale fondante le proprie politiche economiche. Tutti i partiti, di destra e di sinistra (così come tutti i sindacati), che sembrano darsi feroce battaglia, sono in realtà d’accordo sulla necessità della crescita economica e del PIL. Magari divergono sugli strumenti da usare tra Stato e Mercato (anche se stiamo assistendo sempre più spesso a scambi culturali che, ad esempio nelle recenti elezioni regionali, hanno visto contrapposte la sinistra liberale di Soru con la destra statalista e assistenziale di Cappellacci). Ma a parte la scelta degli strumenti, Destra e Sinistra sono d’accordo che l’obiettivo della politica deve essere quello di far crescere il PIL a qualunque costo. Compresa la morte per asfissia e avvelenamento del genere umano.
E allora che fare? Chi mi conosce sa bene che non faccio mistero di auspicare che IRS, col coraggio e la passione che li contraddistingue, faccia la scelta rivoluzionaria di essere il primo partito al mondo a scegliere chiaramente e coerentemente il paradigma della Decrescita come base di un nuovo Rinascimento per il nostro popolo e la nostra terra, che divenga un esempio luminoso per tutti i popoli di tutta la terra.
Il fatto è che la decrescita ci sarà comunque, perché le risorse del pianeta stanno finendo. La scelta se subirla con sofferenza o viverla con felicità dipende solo da noi. Grazie.-
Roberto Spano – Portavoce MDF Sardegna
giovedì 6 agosto 2009
venerdì 24 luglio 2009
Gli avanzi del "Nuovo"
Subito dopo Mani Pulite si parlava tanto del “Nuovo che avanza”; si pensava ad una nuova stagione della politica in Italia, alla fine dell’assuefazione al regime corrotto del “mi manda il dott. Tale…”, “sono amico di…”, degli amici degli amici ecc… Si sperava che, non avendo le inchieste colpito significativamente la Sinistra, questo, insieme alla fine della Guerra Fredda, avrebbe finalmente aperto le porte del governo per quest’altra parte politica che tanto pazientemente aveva aspettato per oltre quarant’anni. Si credeva, insomma, di voltare pagina, come s’è detto, da una “prima” a una “seconda” repubblica.
Nel decennio craxiano, i partiti si erano ritrovati finalmente liberi dalla fase del ’68 e degli anni ’70, in cui per l’ultima volta – almeno finora – il confronto/scontro politico verteva veramente su progetti alternativi di società ovvero in cui si trattava davvero di cambiare le cose e quindi c’era ancora un’ampia partecipazione popolare di tesserati e militanti a cui i leader dovevano rispondere. Finalmente liberi, dunque, questi hanno potuto dedicarsi alla “stabilità”, intesa come spartizione del potere e dei suoi vantaggi distribuiti con precisione, prima proporzionale e poi maggioritaria (anche se, poi, all’interno di schieramenti e coalizioni, ancora proporzionale: …alla fine ci si aggiusta sempre e qualcosa ci dev’essere per tutti).
La fase paludosa del sistema di cui Craxi fu il simbolo, collassato con Mani Pulite, diede il via a quella disillusione e tendenza “antipolitica”, la cui onda lunga va crescendo ancora oggi, per la quale molti credono che un requisito necessario per essere un buon politico sia quello, sostanzialmente, di non esserlo affatto.
Questa credenza (e la delusione post anni ’70 che la alimenta) è stata abilmente sfruttata sia da Berlusconi, accreditatosi al rango di statista per il fatto stesso di essere un uomo d’affari “sceso in campo”, che – meno abilmente – dai leader della Sinistra, impegnati nel frattempo a diluire l’identità e la forza del più grande partito comunista dell’Occidente in misura tale da farne rimanere ormai (nell’attuale ultimo stadio di diluizione, detto PD) solo una quantità omeopatica – che, in quanto tale, come è noto, serve ad ottenere l’effetto opposto a quello della sostanza originaria.
Anche la Sinistra, occupando progressivamente ampie fette di potere locale, si è fatta in parte impresa: una rete di imprese cooperative e non dalle quali dipendono molte persone, carriere ed interessi e così, i leader, sempre più liberi da uno scomodo confronto sul piano schiettamente politico con una base non più partecipante – e vivendo di rendita del presunto pericolo berlusconiano e relative derive autoritarie – hanno portato la loro politica su un piano sempre più tecnico.
Da questo punto di vista ciò che emerge come “nuovo” nella Sinistra è essenzialmente l’equazione tra la semplice capacità di vedere e dire le cose come stanno (e poi agire coerentemente) e l’ideologismo (dato come anticamera certa della violenza). L’assumere (nei fatti) questa equazione come credo ufficiale avrebbe dovuto (nelle loro intenzioni) accreditarli come affidabili governanti agli occhi degli elettori di centro e far di loro i leader di un paese finalmente diventato “normale” dopo tanta lunga attesa.
Nei fatti questi leader sono attualmente, con la loro – peraltro fallimentare – attenzione ad eliminare tutto ciò che dal proprio interno potrebbe allontanarli dall’accesso al governo – salvo dimenticare ciò che lo fa dall’esterno – i più diretti eredi della prima repubblica, tutti attenti agli equilibri e alle percentuali come materia di competenza per addetti ai lavori e convinti che le etichette di “destra” e “sinistra”, di “democratici” e non so cos’altro debbano bastare alla massa dei votanti. Della prima repubblica la cosidetta Sinistra attualmente riunita nel PD (ultimo approdo di questo “realismo” che avrebbe dovuto portare a sostituirsi alla DC nella guida del paese – dopo un quarantennio di opposizione fissa – ed ha finito per fondersi con ciò che ne restava fino quasi a tentare di resuscitarla) ha mantenuto l’attitudine alla politica come a un impiego a vita e la logica delle bandierine sui posti da occupare e del bilancino nei conti sul dare e l’avere per accontentare quanti più possibile (avversari compresi) e mantenere lo status quo.
Il vero fenomeno nuovo (ma non per questo tale da costituire un miglioramento) sulla scena dopo Mani Pulite – e colui che sull’antipolitica ha inventato una forza di governo – è Berlusconi (la Lega è anche nuova, a modo suo, ma per sua natura necessariamente complementare, a livello nazionale, a chi può veramente costituire un governo, e Fini – l’unico politicamente presentabile all’interno del suo partito - fa da quasi un ventennio come le remore, quei pesci che si attaccano al dorso dei grandi squali e si fanno trasportare fino al punto in cui vogliono arrivare – in questo caso il momento in cui bisognerà trovare un nuovo capo per una forza del 40% rimastane priva – non male per uno che era partito dal 10% del MSI).
Però, se la mitologia fondante della cosidetta “seconda repubblica”, con Mani Pulite, dipingeva un mondo in cui il malaffare non avrebbe più sostenuto la politica, il salto di qualità che effettivamente c’è stato, è andato decisamente in direzione contraria. L’era Berlusconi ha dimostrato come ciò che l’ha preceduta fosse ancora in una fase dilettantesca in cui si dava un colpo al cerchio dell’interesse del partito ed uno alla botte delle proprie tasche. Mentre l’esito maturo del passaggio che stava avvenendo allora (certo, in direzione opposta alle intenzioni dei magistrati allora protagonisti) si mostra oggi come una fase ben più professionale ed avanzata, in cui, l’intreccio improprio tra affari e politica, da occasionale – ancorché frequente - è diventato sistemico, fino all’attuale ribaltamento per cui è il partito-azienda ad essere lo strumento operativo di una politica diventata mezzo per sostenere i propri interessi, anche quelli non possibili, dato che li si rende tali, eventualmente, cambiando le leggi.
Ciò per cui il vero “nuovo” è stato Berlusconi, è che ha incarnato e reso esplicito quello che, prima dissimulato pudicamente dietro ideologie di facciata, è sempre stato il sogno di molti italiani, “buoni” per tutte le stagioni, che ragionano di panza e di orgoglio, bramosi di successo (o, almeno, di essere gli spettatori di quello di qualcun altro in cui si identificano e che cercano di imitare, per quanto nel loro piccolo). Gente che intende la “concretezza” non come attinenza alla realtà pratica, ma come qualcosa che dia un ritorno immediato, senza curarsi di ciò che verrà.
Il trionfo di tanta pochezza – tale da far rimpiangere (per lo stile, se non altro) gli Andreotti e persino i Fanfani (fino a i Cossiga il rimpianto non arriva: c’è un limite a tutto) anche a chi era abituato a considerarli il diavolo in persona – ha però un presupposto e cioè la disillusione e il venire meno di riferimenti ideologici autentici o, più ampiamente, di qualcosa di forte e fondante in cui credere.
Non si può imputare questo solo a Berlusconi – che ha pure sprofondato la sensibilità culturale degli italiani con le sue reti Mediaset (cosa che rimarrà come il suo danno più duraturo) – anche perché non è certo il volare alto ciò che lui ha mai venduto.
Stava alla Sinistra proporsi come contraltare richiamando e richiamandosi ad una pregnanza di significato di fronte alla quale la pochezza dell’avversario sarebbe dovuta apparire per ciò che era. Non era sul piano della diluizione dei contenuti che si poteva contrastare Berlusconi: lui era già un bel pezzo avanti in partenza quanto a questo.
Era su un ben altro tipo di concretezza che bisognava sfidarlo, anziché richiamarsi a moralistici valori tra i quali la moderazione ad oltranza e l’incapacità nell’opporsi seriamente a nulla sono diventati, col “buonismo veltroniano”, degli ideali in sé stessi, segni distintivi del cittadino maturo, politicamente corretto, che vive nel progresso realizzato, pluralista e pacificato del paese finalmente “normale”. Non essendoci più – in un tale paese – alternativa sulle questioni di fondo… non c’è neppure più bisogno di una Sinistra. L’accettazione del modello (pseudo)bipartitico panmoderato americano è di fatto il pensionamento della Sinistra e delle sue ragioni. E’ forse il destino di tutte le società capitaliste avanzate da un certo grado di sviluppo in poi (e fino a che le contraddizioni spostate fuori dai loro confini non arriveranno a presentare un conto non onorabile).
Ma ciò che (nel frattempo) non è accettabile è che i leader di una parte politica, che essi stessi hanno portato al pensionamento, restino attaccati al posto che occupano grazie alla forza d’inerzia di un passato rinnegato nei fatti, del timore di un futuro presentato a tinte fosche, ma che si cerca solo di stemperare e non di impedire alla radice, e soprattutto grazie al non essere conseguenti con le nuove ere di apertura alla partecipazione della “società civile” ripetutamente annunciate (ad ogni cambio di nome e nuova versione del partito) ma mai veramente praticate (tanto è vero che i nomi sono sempre gli stessi – non parliamo dei programmi per non entrare in nebulose indecifrabili buone a dire e/o a non fare tutto e il suo contrario, secondo i casi).
Il recente tentativo di candidatura alla segreteria del PD da parte di Beppe Grillo è una provocazione che arriva a togliere l’ultima foglia di fico rimasta a coprire un re (democratico) ormai nudo. La motivazione con cui questo tentativo è stato impedito, ovvero quella di appartenere ad un’altra forza politica, è chiaramente pretestuosa (vedi pure: “L’autodistruzione del PD” di Marco Travaglio su www.beppegrillo.it), specie di fronte al panorama del mercato politico italiano in cui il nomadismo transpartitico è all’ordine del giorno all’insegna della ferma coerenza con l’unico principio non negoziabile: quello di non rimanere mai senza poltrona.
Se il PD, e il seguito di cui godono i suoi leader, è qualcosa che esiste, Grillo perderebbe clamorosamente la gara, dimostrando così la lontananza delle sue proposte e della sua figura dall’elettorato di centro-sinistra. Se, viceversa, il comico genovese dovesse vincere o ottenere un ottimo risultato, il cambiamento che ne risulterebbe potrebbe essere l’autentica salvezza per il PD e soprattutto per il tipo di forza che dichiara di voler rappresentare.
In assenza di un quantomai necessario ripensamento profondo e rifondante che restituisca una base teorica seria sulla quale poter costruire progetti politici alternativi al sistema dominante, una “concretezza” valida ed utile, può essere quella proposta da Grillo e i suoi meetup, che si limitano a puntare su una serie di punti chiari e praticabili sui quali può convergere l’appoggio di persone “di buona volontà” provenienti da diverse tradizioni politiche.
Invece, e purtroppo, si sente ancora discutere se Beppe Grillo è “di sinistra” o no e lo si etichetta di “antipolitica”, mentre non ci si rende conto che, in quest’epoca di scarsissima motivazione e partecipazione popolare, la politica si divide sempre più tra, da un lato, quella ufficiale e di potere, per la quale basta in sostanza un solo schieramento – e non serve che sia “di sinistra” – dato che deve essenzialmente dar seguito alle linee guida dettate dagli interessi dei grandi gruppi della finanza internazionale e, dall’altro, quella dei vari gruppuscoli e movimenti che raccolgono la rabbia di chi in queste linee guida non è contemplato: i necessari emarginati e le inevitabili vittime delle frequenti “ristrutturazioni”. Non più proletari dotati di una coscienza di classe radicata nell’essere una indispensabile forza-lavoro, ma diseredati, superflui perché perfino troppo scarsi come consumatori, a cui non resta che un senso di inutilità e di inadeguatezza di fronte agli obbligatori sogni patinati a cui non hanno accesso. Anche per incanalare la loro rabbia non servirà – a quel punto – una Sinistra: perché nel dare risposte semplici ed immediate (per non dire elementari e primitive) a situazioni complesse, l’estrema destra fascistoide è e rimarrà sempre insuperabile.
Per chi una volta si riconosceva in quella che era la Sinistra, la situazione attuale è grave (non c’è bisogno che lo dica io).
E’ tempo di ripensare integralmente i propri presupposti. E di non dare più la propria fiducia a chi crede di meritarla solo per “diritto acquisito”, non più a questi avanzi di un “nuovo” mai arrivato.
Nel decennio craxiano, i partiti si erano ritrovati finalmente liberi dalla fase del ’68 e degli anni ’70, in cui per l’ultima volta – almeno finora – il confronto/scontro politico verteva veramente su progetti alternativi di società ovvero in cui si trattava davvero di cambiare le cose e quindi c’era ancora un’ampia partecipazione popolare di tesserati e militanti a cui i leader dovevano rispondere. Finalmente liberi, dunque, questi hanno potuto dedicarsi alla “stabilità”, intesa come spartizione del potere e dei suoi vantaggi distribuiti con precisione, prima proporzionale e poi maggioritaria (anche se, poi, all’interno di schieramenti e coalizioni, ancora proporzionale: …alla fine ci si aggiusta sempre e qualcosa ci dev’essere per tutti).
La fase paludosa del sistema di cui Craxi fu il simbolo, collassato con Mani Pulite, diede il via a quella disillusione e tendenza “antipolitica”, la cui onda lunga va crescendo ancora oggi, per la quale molti credono che un requisito necessario per essere un buon politico sia quello, sostanzialmente, di non esserlo affatto.
Questa credenza (e la delusione post anni ’70 che la alimenta) è stata abilmente sfruttata sia da Berlusconi, accreditatosi al rango di statista per il fatto stesso di essere un uomo d’affari “sceso in campo”, che – meno abilmente – dai leader della Sinistra, impegnati nel frattempo a diluire l’identità e la forza del più grande partito comunista dell’Occidente in misura tale da farne rimanere ormai (nell’attuale ultimo stadio di diluizione, detto PD) solo una quantità omeopatica – che, in quanto tale, come è noto, serve ad ottenere l’effetto opposto a quello della sostanza originaria.
Anche la Sinistra, occupando progressivamente ampie fette di potere locale, si è fatta in parte impresa: una rete di imprese cooperative e non dalle quali dipendono molte persone, carriere ed interessi e così, i leader, sempre più liberi da uno scomodo confronto sul piano schiettamente politico con una base non più partecipante – e vivendo di rendita del presunto pericolo berlusconiano e relative derive autoritarie – hanno portato la loro politica su un piano sempre più tecnico.
Da questo punto di vista ciò che emerge come “nuovo” nella Sinistra è essenzialmente l’equazione tra la semplice capacità di vedere e dire le cose come stanno (e poi agire coerentemente) e l’ideologismo (dato come anticamera certa della violenza). L’assumere (nei fatti) questa equazione come credo ufficiale avrebbe dovuto (nelle loro intenzioni) accreditarli come affidabili governanti agli occhi degli elettori di centro e far di loro i leader di un paese finalmente diventato “normale” dopo tanta lunga attesa.
Nei fatti questi leader sono attualmente, con la loro – peraltro fallimentare – attenzione ad eliminare tutto ciò che dal proprio interno potrebbe allontanarli dall’accesso al governo – salvo dimenticare ciò che lo fa dall’esterno – i più diretti eredi della prima repubblica, tutti attenti agli equilibri e alle percentuali come materia di competenza per addetti ai lavori e convinti che le etichette di “destra” e “sinistra”, di “democratici” e non so cos’altro debbano bastare alla massa dei votanti. Della prima repubblica la cosidetta Sinistra attualmente riunita nel PD (ultimo approdo di questo “realismo” che avrebbe dovuto portare a sostituirsi alla DC nella guida del paese – dopo un quarantennio di opposizione fissa – ed ha finito per fondersi con ciò che ne restava fino quasi a tentare di resuscitarla) ha mantenuto l’attitudine alla politica come a un impiego a vita e la logica delle bandierine sui posti da occupare e del bilancino nei conti sul dare e l’avere per accontentare quanti più possibile (avversari compresi) e mantenere lo status quo.
Il vero fenomeno nuovo (ma non per questo tale da costituire un miglioramento) sulla scena dopo Mani Pulite – e colui che sull’antipolitica ha inventato una forza di governo – è Berlusconi (la Lega è anche nuova, a modo suo, ma per sua natura necessariamente complementare, a livello nazionale, a chi può veramente costituire un governo, e Fini – l’unico politicamente presentabile all’interno del suo partito - fa da quasi un ventennio come le remore, quei pesci che si attaccano al dorso dei grandi squali e si fanno trasportare fino al punto in cui vogliono arrivare – in questo caso il momento in cui bisognerà trovare un nuovo capo per una forza del 40% rimastane priva – non male per uno che era partito dal 10% del MSI).
Però, se la mitologia fondante della cosidetta “seconda repubblica”, con Mani Pulite, dipingeva un mondo in cui il malaffare non avrebbe più sostenuto la politica, il salto di qualità che effettivamente c’è stato, è andato decisamente in direzione contraria. L’era Berlusconi ha dimostrato come ciò che l’ha preceduta fosse ancora in una fase dilettantesca in cui si dava un colpo al cerchio dell’interesse del partito ed uno alla botte delle proprie tasche. Mentre l’esito maturo del passaggio che stava avvenendo allora (certo, in direzione opposta alle intenzioni dei magistrati allora protagonisti) si mostra oggi come una fase ben più professionale ed avanzata, in cui, l’intreccio improprio tra affari e politica, da occasionale – ancorché frequente - è diventato sistemico, fino all’attuale ribaltamento per cui è il partito-azienda ad essere lo strumento operativo di una politica diventata mezzo per sostenere i propri interessi, anche quelli non possibili, dato che li si rende tali, eventualmente, cambiando le leggi.
Ciò per cui il vero “nuovo” è stato Berlusconi, è che ha incarnato e reso esplicito quello che, prima dissimulato pudicamente dietro ideologie di facciata, è sempre stato il sogno di molti italiani, “buoni” per tutte le stagioni, che ragionano di panza e di orgoglio, bramosi di successo (o, almeno, di essere gli spettatori di quello di qualcun altro in cui si identificano e che cercano di imitare, per quanto nel loro piccolo). Gente che intende la “concretezza” non come attinenza alla realtà pratica, ma come qualcosa che dia un ritorno immediato, senza curarsi di ciò che verrà.
Il trionfo di tanta pochezza – tale da far rimpiangere (per lo stile, se non altro) gli Andreotti e persino i Fanfani (fino a i Cossiga il rimpianto non arriva: c’è un limite a tutto) anche a chi era abituato a considerarli il diavolo in persona – ha però un presupposto e cioè la disillusione e il venire meno di riferimenti ideologici autentici o, più ampiamente, di qualcosa di forte e fondante in cui credere.
Non si può imputare questo solo a Berlusconi – che ha pure sprofondato la sensibilità culturale degli italiani con le sue reti Mediaset (cosa che rimarrà come il suo danno più duraturo) – anche perché non è certo il volare alto ciò che lui ha mai venduto.
Stava alla Sinistra proporsi come contraltare richiamando e richiamandosi ad una pregnanza di significato di fronte alla quale la pochezza dell’avversario sarebbe dovuta apparire per ciò che era. Non era sul piano della diluizione dei contenuti che si poteva contrastare Berlusconi: lui era già un bel pezzo avanti in partenza quanto a questo.
Era su un ben altro tipo di concretezza che bisognava sfidarlo, anziché richiamarsi a moralistici valori tra i quali la moderazione ad oltranza e l’incapacità nell’opporsi seriamente a nulla sono diventati, col “buonismo veltroniano”, degli ideali in sé stessi, segni distintivi del cittadino maturo, politicamente corretto, che vive nel progresso realizzato, pluralista e pacificato del paese finalmente “normale”. Non essendoci più – in un tale paese – alternativa sulle questioni di fondo… non c’è neppure più bisogno di una Sinistra. L’accettazione del modello (pseudo)bipartitico panmoderato americano è di fatto il pensionamento della Sinistra e delle sue ragioni. E’ forse il destino di tutte le società capitaliste avanzate da un certo grado di sviluppo in poi (e fino a che le contraddizioni spostate fuori dai loro confini non arriveranno a presentare un conto non onorabile).
Ma ciò che (nel frattempo) non è accettabile è che i leader di una parte politica, che essi stessi hanno portato al pensionamento, restino attaccati al posto che occupano grazie alla forza d’inerzia di un passato rinnegato nei fatti, del timore di un futuro presentato a tinte fosche, ma che si cerca solo di stemperare e non di impedire alla radice, e soprattutto grazie al non essere conseguenti con le nuove ere di apertura alla partecipazione della “società civile” ripetutamente annunciate (ad ogni cambio di nome e nuova versione del partito) ma mai veramente praticate (tanto è vero che i nomi sono sempre gli stessi – non parliamo dei programmi per non entrare in nebulose indecifrabili buone a dire e/o a non fare tutto e il suo contrario, secondo i casi).
Il recente tentativo di candidatura alla segreteria del PD da parte di Beppe Grillo è una provocazione che arriva a togliere l’ultima foglia di fico rimasta a coprire un re (democratico) ormai nudo. La motivazione con cui questo tentativo è stato impedito, ovvero quella di appartenere ad un’altra forza politica, è chiaramente pretestuosa (vedi pure: “L’autodistruzione del PD” di Marco Travaglio su www.beppegrillo.it), specie di fronte al panorama del mercato politico italiano in cui il nomadismo transpartitico è all’ordine del giorno all’insegna della ferma coerenza con l’unico principio non negoziabile: quello di non rimanere mai senza poltrona.
Se il PD, e il seguito di cui godono i suoi leader, è qualcosa che esiste, Grillo perderebbe clamorosamente la gara, dimostrando così la lontananza delle sue proposte e della sua figura dall’elettorato di centro-sinistra. Se, viceversa, il comico genovese dovesse vincere o ottenere un ottimo risultato, il cambiamento che ne risulterebbe potrebbe essere l’autentica salvezza per il PD e soprattutto per il tipo di forza che dichiara di voler rappresentare.
In assenza di un quantomai necessario ripensamento profondo e rifondante che restituisca una base teorica seria sulla quale poter costruire progetti politici alternativi al sistema dominante, una “concretezza” valida ed utile, può essere quella proposta da Grillo e i suoi meetup, che si limitano a puntare su una serie di punti chiari e praticabili sui quali può convergere l’appoggio di persone “di buona volontà” provenienti da diverse tradizioni politiche.
Invece, e purtroppo, si sente ancora discutere se Beppe Grillo è “di sinistra” o no e lo si etichetta di “antipolitica”, mentre non ci si rende conto che, in quest’epoca di scarsissima motivazione e partecipazione popolare, la politica si divide sempre più tra, da un lato, quella ufficiale e di potere, per la quale basta in sostanza un solo schieramento – e non serve che sia “di sinistra” – dato che deve essenzialmente dar seguito alle linee guida dettate dagli interessi dei grandi gruppi della finanza internazionale e, dall’altro, quella dei vari gruppuscoli e movimenti che raccolgono la rabbia di chi in queste linee guida non è contemplato: i necessari emarginati e le inevitabili vittime delle frequenti “ristrutturazioni”. Non più proletari dotati di una coscienza di classe radicata nell’essere una indispensabile forza-lavoro, ma diseredati, superflui perché perfino troppo scarsi come consumatori, a cui non resta che un senso di inutilità e di inadeguatezza di fronte agli obbligatori sogni patinati a cui non hanno accesso. Anche per incanalare la loro rabbia non servirà – a quel punto – una Sinistra: perché nel dare risposte semplici ed immediate (per non dire elementari e primitive) a situazioni complesse, l’estrema destra fascistoide è e rimarrà sempre insuperabile.
Per chi una volta si riconosceva in quella che era la Sinistra, la situazione attuale è grave (non c’è bisogno che lo dica io).
E’ tempo di ripensare integralmente i propri presupposti. E di non dare più la propria fiducia a chi crede di meritarla solo per “diritto acquisito”, non più a questi avanzi di un “nuovo” mai arrivato.
martedì 16 giugno 2009
Stato di Emergenza
Nel tempo che ci separa dagli anni Settanta - periodo forse anche pieno di facili semplificazioni ed insufficienze, ma in cui ancora era diffusa l’idea di poter e voler cambiare qualcosa ed il saper pagare un prezzo per questo - molte cose sono successe. Alcune di queste sembravano una contingenza momentanea, ma in seguito hanno preso forma in pianta stabile come colonne (o stampelle?) portanti del sistema in cui viviamo.
Una di queste è certamente la presunzione di trovarsi in uno stato di emergenza, ovvero in una fase, data per momentanea, transitoria ( - certo, forse per un dato tipo di emergenza, salvo che poi ce n’è sempre subito un’altra) in cui si presenta il concreto rischio di perdere ciò che abbiamo (o che crediamo di avere) e che dobbiamo difendere a qualsiasi costo: in cui la difesa di ciò diventa la priorità del momento rispetto alla quale tutto il resto deve passare in secondo piano.
Al termine degli anni ’70 questo ha permesso la stretta repressiva, il controllo sociale e poliziesco, il luogo comune e la facile etichettatura nell’informazione che hanno facilitato l’equiparazione di qualsiasi movimento di lotta radicale con i terroristi e chi li sosteneva: la democrazia era in pericolo e perciò si poteva accettare il divieto di quasi ogni forma di manifestazione di piazza e di opposizione socio-politica in genere se non compatibile con l’oligarchia partitica i cui traffici vennero parzialmente alla luce una dozzina di anni dopo con Mani Pulite. Fino a quel momento si poté bellamente campare di rendita sull’onda lunga dell’emergenza post-terroristica: nel frattempo, falciati via i più irrecuperabili tra eroina, galera e varie emarginazioni, ci si poteva godere il rilassamento di ciò che si è chiamato il periodo del riflusso, durante il quale ha trovato spazio quella superficialità, quella dozzinalità, quell’edonismo/narcisismo da quattro soldi che oggi si chiama nazional-popolare e che è il panem et circenses col quale Berlusconi ha preparato il substrato su cui far crescere la propria ascesa politica e che è il danno di gran lunga più pesante e purtroppo più a lungo destinato a durare che questo personaggio ha potuto fare all’Italia. Danno dalle molteplici conseguenze iniziato appunto negli anni ’80 quando Mediaset ha trovato campo libero per instaurare quella che oggi (che si è estesa ben oltre i limiti delle attività di quell’azienda), con una certa pena, bisogna riconoscere come l’attuale egemonia (pseudo)culturale in Italia.
Da Mani Pulite ad oggi gli specchietti per le allodole delle “momentanee priorità” ci tirano tra due emergenze: da un lato il rischio di perdere ricchezza, privilegi e sicurezza propri dell’Occidente - in un primo tempo a causa del trito e fantomatico pericolo rappresentato dai “comunisti” (chi li ha visti?) ed oggi dalla presenza degli extracomunitari (almeno, questi ci sono) – e dall’altro quello di perdere “la Democrazia” (una di quelle parole che tanto più vengono ripetute quanto meno sono limpide nel loro significato e meno sono presenti e vitali le cose che dovrebbero esprimere ) - essendo l’esistenza stessa di Berlusconi un’emergenza in sé, che giustificherebbe ampiamente ogni otturazione di naso ed ogni accettazione obtorto collo del “meno peggio” pur di appoggiare chi gli si oppone (che finisce così per campare di rendita e nemmeno opporsi più efficacemente).
Anche uscendo dalle asfittiche mura di casa nostra possiamo vedere come, pochi anni dopo la fine dell’emergenza comportata dalla Guerra Fredda, siamo passati prima per quella degli “Stati canaglia” e del dittatore sanguinario (e precedentemente foraggiato) Saddam Hussein, per poi approdare, dall’11 settembre in poi, alla guerra permanente, contrabbandata sotto altre definizioni, ed esportata (insieme alle armi e alla “democrazia”) ora qua ora là, contro il terrorismo…. anzi, il Terrorismo.
Certo - pur senza addentrarci in dietrologie difficilmente dimostrabili e di cui altri hanno saputo argomentare meglio di me - dal punto di vista degli interessi egemonici americani, in un mondo in cui la Russia recupera forza ed orgoglio, la Cina avanza a passi da gigante, l’India e il Brasile anche le stanno dietro bene e l’Europa si distacca alla chetichella, l’11 settembre, se non c’era, bisognava proprio inventarlo – visto che, con un’economia mondiale stagnante ed un indebitamento oltre misura (in buona parte proprio verso la Cina), agli USA rimane essenzialmente la superiorità militare ed il ruolo di autonominatosi ed insostituibile poliziotto globale a giustificare e garantire il mantenimento del proprio dominio internazionale e dello standard di consumi che questo gli permette (ora c’è Obama e vedremo, ma non dimentichiamoci che le cose stanno ancora così).
Adesso è arrivata la Crisi economica: un grande pericolo che avanza e ci soffia sul collo minacciando….. cosa? A ben vedere di farci ridimensionare il nostro esagerato tenore di vita e portarci ad uno stile più sobrio e sostenibile per il pianeta, uno stile che ci potrebbe evitare problemi ben più gravi in un futuro abbastanza prossimo.
Ma noi non abbiamo tempo per guardare a questa prossimità: dobbiamo pensare all’emergenza di turno, che questa volta è veramente grande, è mondiale, ci può togliere stipendio e lavoro se dovesse peggiorare. Può togliere il futuro ai nostri figli – quelli che non stiamo più facendo o quelli il cui futuro stiamo già gravemente ipotecando altrimenti. Questa emergenza è di grande portata e potrebbe essere anche di lunga durata, magari potrebbe diventare permanente…. come la guerra al Terrorismo.
Tutto sommato somiglia un po’ all’11 settembre: non che non sia reale e non che non colpisca duramente, ma anche questa, in un certo senso, se non c’era…. bisognava inventarla.
Negli anni ’70 si diceva “la crisi è strutturale”. Si intendeva che il capitalismo è destinato a crollare come sistema a causa delle contraddizioni interne che porta con sé e nella società. Certo, probabilmente finirà così e forse anche più prima che poi. Però, nel frattempo, la crisi potrebbe diventare un elemento strutturale anche nel senso di una ulteriore stampella ormai permanentemente necessaria per evitare che ci si rivolga ad altre strade; che il disagio crescente e la ristrettezza dei margini ridistribuibili di profitto producano dubbio e sfiducia (e con essi la possibilità di vedere le cose da un punto di vista differente, di immaginare delle alternative); che questa sfiducia giunga a diffondersi in strati sociali diversi da quelli tradizionalmente emarginati. Non si deve dimenticare, in fondo, che il “Socialismo reale” – l’altro polo “postbellico” al quale il Capitalismo è finora sopravvissuto – non è crollato in seguito ad uno scontro militare, né a vere rivoluzioni interne, né alla pianificazione di progetti alternativi di società, ma si è sfaldato da sé nel momento in cui grandi settori della popolazione gli hanno sottratto nei fatti il loro sostegno e si sono rivolti ad altri sistemi di vita e di economia a partire direttamente (ed informalmente) dalle loro proprie vite.
Al sistema capitalista-consumistico oggi serve stringere le fila in vista di una tornata di contraddizioni esplosive, servono compattezza ed efficienza: la globalizzazione del consumo ha globalizzato anche la concorrenza ed i suoi attori, ha ristretto i margini di profitto e soprattutto la possibilità di usarne una parte per mantenere la gente in condizione di svolgere il proprio ruolo essenziale di consumatori. Così, all’interno di ogni nazione (o insieme sovranazionale) serve compattezza ed efficienza per vincere (o sopravvivere) nella concorrenza globale, mentre le stesse compattezza ed efficienza sono funzionali a chi agisce a livello multinazionale quali che siano gli esiti a livello locale. Tutto il sistema complessivamente (come pure ognuno dei suoi elementi) accelera ed è sempre più affamato di risorse mentre funziona in modo da dover costantemente crescere, ma (in una pluralità di agenti e nei limiti oggettivi naturali del pianeta) vede, al tempo stesso, restringersi i margini che possano alimentare questa crescita. C’è inoltre una triplice contraddizione tra le possibilità di sfruttamento dei lavoratori, la giustificazione democratica dell’intero sistema sul piano ideale/culturale (nonché, all’occorrenza, militare) e la necessità imprescindibile della crescita progressiva dei consumi delle masse per i quali queste devono avere comunque disponibilità finanziarie sufficienti. In quest’epoca democratica, ma di gigantismi e concentrazioni di potere, un sistema per essere vincente deve mantenere l’egemonia su vari piani contemporaneamente, in primo luogo quello economico e quello psicologico-culturale, perché il potere oggi non può sostenersi che con il consenso di chi lo subisce: ha bisogno della paura, ma non esercitando una pressione repressiva che crei una frattura tra il sistema e la sua base. Questa frattura è invece così ben cancellata che non sapremmo dire di chi potrebbe essere questa faccia repressiva se mai si mostrasse. La paura che ci tiene attaccati è di perdere qualcosa con cui ci identifichiamo. E’ la nostra idea di noi stessi che ci viene garantita da qualcos’altro a cui pensiamo di non poter rinunciare. Il problema va ben oltre il piano politico, ben oltre l’identificazione di un “nemico” da abbattere, il sistema non è altro da chi lo subisce, per questo la locomotiva impazzita corre così bene anche senza un macchinista.
L’edificio, tutto sommato, tiene ancora abbastanza, ma si sentono alcuni scricchiolii, alcuni granelli di sabbia si ritrovano negli ingranaggi. No, non i gruppi sovversivi o le sempre più frequenti esplosioni di rabbia da parte di quella porzione di società che il sistema strutturalmente non può includere – queste sono cose fisiologiche, già messe in conto (semmai ci si fa un’appendice di G8 ad hoc sulla sicurezza). Si tratta piuttosto di qualcosa che viene da chi ancora sta dentro al sistema, ma non se ne sente più garantito: di crescente astensionismo elettorale (che potrebbe di per sé anche tornare utile, ma anche preludere ad ulteriori dissociazioni), di distacco dalle istituzioni, di dubbio rispetto a “valori” proclamati e non praticati, di sfiducia nell’andamento dei mercati. Si tratta di stanchezza verso ritmi di vita e di lavoro troppo accelerati e competitivi, di certezze e garanzie che non ci sono più, di sfiducia verso gratificazioni e risultati che non arrivano e forse non arriveranno, di delusione per sogni che brillano in tv, ma non così poi nella realtà. Preoccupazioni di chi inizia a domandarsi se non si potrebbe forse fare diversamente, allentare un po’ i ritmi, pensare un po’ ad una diversa qualità della vita. Qualcuno si pone domande su un futuro che va oltre le prossime rate da pagare. Mentre qualcun’altro di rate da pagare ne ha già troppe e non ce la fa. E c’è chi si chiede che senso abbia tutto questo e magari pensa che, visto che ci siamo sviluppati abbastanza, e proseguire così è pericoloso e ci sono pure altri al mondo che comunque un po’ di più si vorranno anche loro “sviluppare”, forse potremmo permetterci il lusso di diminuire un pochino, di decrescere, di lasciar finalmente spazio e tempo alla qualità piuttosto che alla quantità ed alla qualità di un ben-essere, di beni non (solo)economici, non commerciabili, non monetizzabili. Chi si pone queste domande non sta guardando indietro, se non per trovare fonti d’ispirazione, esempi di casi concreti, modelli che hanno funzionato su cui riflettere. Al contrario della mancanza di realismo di cui potrebbe essere accusato, costui è più di altri consapevole del valore e del prezzo (pagato non solo da noi che ne beneficiamo) della strada che ci ha portato fino a qui, solo che lo vede come un punto dal quale andare oltre, molto oltre, verso qualcosa che sia di beneficio per tutti e per tutto e non come qualcosa da tenersi stretto e da difendere ad ogni costo per portarlo con sé nella tomba senza voler sentire ragioni.
Allora, quando ci si comincia a porre troppe domande – quando diventano sempre più evidenti le ragioni di porsele e sempre più persone avrebbero la preparazione sufficiente per farlo - diventa utile che un po’ di paura accompagni costantemente i nostri ragionamenti e li tenga entro i limiti della cosiddetta “ realtà”: ché non si allontanino troppo. Forse la minaccia della Crisi, di perdere ciò che si ha (per chi è più giovane, ciò che si è sempre avuto, e che costituisce l’unico tipo di vita che si conosce) è un buon deus ex machina perché tutti continuino a fare la propria parte, di produttori, di consumatori, perché tutti si identifichino col sistema, senza troppi dubbi. Se l’adesione dei cittadini al sistema sociale non tiene più sulla base della convinzione, di un’identità, di regole ed istituzioni condivise, di un’idea in positivo, una visione del mondo e della Storia, che lo faccia allora su quella della paura e dell’interesse a non perdere ciò che si ha.
Che lo faccia dunque su questa base, povera e negativa, nell’era della ricchezza.
La gente oggi deve capire che nell’atto di comprare e (forse ancor più) in quello di buttare per ricomprare ancora non c’è solo un ovvio aspetto di piacere nell’acquisire qualcosa di nuovo e di simbolicamente significativo, ma ce n’è anche un altro di dovere, di fare la propria parte o, se la si vuol mettere diversamente, di realismo, di interesse personale nel tenere in piedi “la baracca”– che è poi ciò che ognuno ha in comune con gli altri, in una sorta di solidarietà nell’egoismo (che può anche funzionare, fino a che tutto gira comunque abbastanza bene e le vacche son ancora grasse, ma non credo altrettanto in caso contrario).
Si ripropone ancora una volta la solita formula, secondo la quale, per risolvere i problemi causati dallo sviluppo, ci vuole più sviluppo, per quelli del mercato, più mercato, per quelli della tecnologia, più tecnologia…ecc… Non è tempo di scantonare, dunque, ma di concentrarsi sul continuare a camminare (o correre) in avanti, rimandando ad oltranza il momento di chiedersi perché e verso dove si stia andando.
Dev’esser chiaro a tutti che i consumi vanno mantenuti, ed anzi rilanciati, aumentati. Che non venisse in mente a nessuno di diminuirli. Ché nella stessa barca consumistico-tecnologica ci stiamo dentro tutti, nessuno si faccia illusioni di chiamarsi fuori e se questa affonda ci affoghiamo tutti insieme…. ché ormai qui le braccia per nuotare non le sa usare più nessuno.
In altre parole, se qualcuno non capisce l’importanza del consumare agli attuali e crescenti livelli con le (ragioni) buone, deve capirlo con le cattive. Certamente, non lo si può costringere a comprare ciò che, tutto sommato, non gli serve (almeno, a questo non siamo ancora arrivati, se non per una vasta serie di attrezzature e ristrutturazioni obbligatorie per la “messa a norma” , spesso di discutibile necessità, delle varie attività produttive e non). Ma gli si può sempre (anche nel senso di in ogni momento, in ogni TG ecc…) paventare la minaccia – che par venire da null’altro se non l’impersonale ed oggettiva realtà dei fatti e non da qualcuno che la imponga – che le cose potrebbero prendere una piega molto preoccupante se a troppe persone - più che a qualche pazzo marginale - venisse in mente che è arrivato il momento di abbandonare la barca comune dello Sviluppo che ci ha portati fino a qui (trasformatasi ormai in un vicolo cieco) e rendergli il migliore omaggio possibile lasciandocela dietro per imboccare una strada molto diversa, perfino antitetica, ma più sana, sostenibile e capace di futuro. Una strada che ora ci possiamo permettere, anche grazie a quella barca – questo non c’è bisogno di negarlo: non vuol dire ritenere “giusto” ciò che lo sviluppo ha comportato, ma semplicemente riconoscere che le cose sono andate così, che svolgono un loro percorso e che ogni cosa ha sempre diversi lati da cui può esser vista. Ma non per questo dobbiamo continuare sulla stessa via.
Il percorso delle cose non necessariamente segue una linea dritta – anzi, quasi mai. Il momento delle svolte arriva e bisogna saperlo cogliere in tempo. Le cose ce lo indicano quel momento, ma la paura può nasconderci l’evidenza e può spingerci ad identificarci con ciò che ci è dannoso e che è fonte di illusione.
Un’identificazione in cui è facile cadere, non solo per il fatto basilare che questo sistema in crisi è l’ambiente economico che ci circonda e che pervade in mille modi le nostre vite, ma anche perché le notizie e previsioni che su questa crisi possiamo avere hanno un andamento ambivalente: aspetti e fasi ora minacciose ora rassicuranti. Non c’è solo la paura: c’è anche la speranza; ora si affaccia la deflazione, ora invece sembra esserci una certa ripresa, magari non tale da avvertirsi sull’occupazione e sui prezzi, ma che permette agli economisti di presumere un qualche punto percentuale in più a partire dall’anno prossimo…. salvo che poi i calcoli potrebbero dover esser rivisti al ribasso…..ecc..ecc.. Non so: io non ho le conoscenze di “scienze” economiche sufficienti per immaginare cosa effettivamente potrebbe accadere neanche da qui a un anno. Ma il punto è che la stragrande maggioranza delle persone (e temo - seppure a un altro livello – anche degli stessi economisti) non lo sanno, né hanno gli elementi per saperlo. E neppure cosa davvero stia accadendo ora.
In ogni caso, tranne che quando il tracollo non sarà divenuto manifesto, c’è da aspettarsi che le notizie saranno sempre altalenanti, perché sarebbe troppo pericoloso il diffondersi di un pessimismo finanziario e di una depressione consumistica. La minaccia della Crisi non ha solo la funzione di previsione di qualcosa che ha più o meno probabilità concrete di accadere, ma ha precisamente quella di minaccia. La minaccia permanente, alternativamente accompagnata da momenti di speranza di segno opposto, così come il sistema pedagogico del bastone e la carota, hanno proprio l’effetto di alimentare attaccamento ed identificazione in qualcosa da cui altrimenti si potrebbe sentir ormai maturo il tempo per distaccarsi, emanciparsi. Si potrebbe pensare di esser diventati “grandi” e poter finalmente guardare a sé stessi, a ciò che veramente è la propria reale esperienza vissuta e alla realtà. Invece dobbiamo ancora restare bambini e credere alle favole.
Ma di che favola si sta parlando?
Il punto non è se la Crisi sia vera o no (ho già detto che non avrei la competenza per discutere questo), né mi interessa più di tanto analizzare in che misura può o meno trattarsi di una di quelle campagne cosiddette d’informazione orchestrate ad arte. Per chi veramente è in grado di liberare la propria vita non è sempre così necessario individuare un oppressore. Il fatto sostanziale è che la paura di perdere una condizione materiale (un livello di consumi) che viene ritenuta l’unica degna di esser vissuta e il desiderio (necessariamente insoddisfabile) di avere sempre di più e d’altro sono (insieme) elementi strutturalmente portanti del lato interno/vissuto di questo sistema e di questo modello di società.
Del resto, più si ha e più si ha paura di perdere ciò che si ha; più si accede ai livelli privilegiati ed “esclusivi” della società e più si teme di non apparirne all’altezza o di sfigurare in un qualche confronto con chi sta più “su”. Per questa strada incentrata sull’avere (che dovrebbe portare in teoria ad essere più liberi e felici) si diventa nei fatti più dolorosamente dipendenti in quanto è proprio quando sentiamo il rischio di star per perdere una cosa a cui siamo abituati che la sentiamo più necessaria. Magari qualcosa che altrimenti potremmo dare per scontata e, pian piano, perfino pensare di poterne fare a meno, superarla, specialmente se questa ci creasse pure dei gravi problemi e non ci facesse, in realtà, davvero sentire a nostro agio.
E’ un po’ come se, diventati dipendenti da un farmaco palliativo da prendere a vita, ne accettassimo i pesantissimi effetti collaterali anziché cercare un’alternativa meno impattante (o magari anche la salute) perché la notizia che questo farmaco sta diventando scarso, che le riserve stanno diminuendo, ci spaventasse a tal punto da impedirci di considerare ogni altra possibilità.
Così la paura delle conseguenze di una crisi economica profonda può far sì che molte persone si identifichino col sistema, nel proprio stile di vita e in quelli che ritengono i propri interessi, anche se ne danno un giudizio sostanzialmente negativo, subendo la pretesa necessità di sostenerlo nei fatti, anche se non nelle parole. Ma questa identificazione avviene essenzialmente solo in un’ottica passiva: così da non vedere quanto davvero siano la stessa cosa, quanto davvero stia nelle loro mani il crearlo e ricrearlo ogni giorno, come parti dei suoi meccanismi. Quanto, in realtà, questa emergenza e questo pericolo che il nostro “tutto” (ma cosa poi, esattamente?) possa andar perduto siano tali solo nella nostra testa e in quella di chi non sa immaginare altre forme di vita, né vuole che altri le immaginino, agitando così lo spauracchio di una crisi che c’è – nessuno lo nega – ma che, se non ci fosse, bisognerebbe, appunto, inventarla. Proprio per le buone opportunità che può dare a chi ha interesse a mantenere in vita questo sistema.
Come anche le dà – d’altra parte – a chi volesse cogliere delle buone ragioni per abbandonarlo, superarlo, e costruire fin da ora (quale che sarà l’esito di questa paventata Crisi) forme di vita ed economia diverse basate su ciò che veramente abbiamo, come esseri umani, e non sulle molte illusioni che ci sono sempre state vendute.
Una di queste è certamente la presunzione di trovarsi in uno stato di emergenza, ovvero in una fase, data per momentanea, transitoria ( - certo, forse per un dato tipo di emergenza, salvo che poi ce n’è sempre subito un’altra) in cui si presenta il concreto rischio di perdere ciò che abbiamo (o che crediamo di avere) e che dobbiamo difendere a qualsiasi costo: in cui la difesa di ciò diventa la priorità del momento rispetto alla quale tutto il resto deve passare in secondo piano.
Al termine degli anni ’70 questo ha permesso la stretta repressiva, il controllo sociale e poliziesco, il luogo comune e la facile etichettatura nell’informazione che hanno facilitato l’equiparazione di qualsiasi movimento di lotta radicale con i terroristi e chi li sosteneva: la democrazia era in pericolo e perciò si poteva accettare il divieto di quasi ogni forma di manifestazione di piazza e di opposizione socio-politica in genere se non compatibile con l’oligarchia partitica i cui traffici vennero parzialmente alla luce una dozzina di anni dopo con Mani Pulite. Fino a quel momento si poté bellamente campare di rendita sull’onda lunga dell’emergenza post-terroristica: nel frattempo, falciati via i più irrecuperabili tra eroina, galera e varie emarginazioni, ci si poteva godere il rilassamento di ciò che si è chiamato il periodo del riflusso, durante il quale ha trovato spazio quella superficialità, quella dozzinalità, quell’edonismo/narcisismo da quattro soldi che oggi si chiama nazional-popolare e che è il panem et circenses col quale Berlusconi ha preparato il substrato su cui far crescere la propria ascesa politica e che è il danno di gran lunga più pesante e purtroppo più a lungo destinato a durare che questo personaggio ha potuto fare all’Italia. Danno dalle molteplici conseguenze iniziato appunto negli anni ’80 quando Mediaset ha trovato campo libero per instaurare quella che oggi (che si è estesa ben oltre i limiti delle attività di quell’azienda), con una certa pena, bisogna riconoscere come l’attuale egemonia (pseudo)culturale in Italia.
Da Mani Pulite ad oggi gli specchietti per le allodole delle “momentanee priorità” ci tirano tra due emergenze: da un lato il rischio di perdere ricchezza, privilegi e sicurezza propri dell’Occidente - in un primo tempo a causa del trito e fantomatico pericolo rappresentato dai “comunisti” (chi li ha visti?) ed oggi dalla presenza degli extracomunitari (almeno, questi ci sono) – e dall’altro quello di perdere “la Democrazia” (una di quelle parole che tanto più vengono ripetute quanto meno sono limpide nel loro significato e meno sono presenti e vitali le cose che dovrebbero esprimere ) - essendo l’esistenza stessa di Berlusconi un’emergenza in sé, che giustificherebbe ampiamente ogni otturazione di naso ed ogni accettazione obtorto collo del “meno peggio” pur di appoggiare chi gli si oppone (che finisce così per campare di rendita e nemmeno opporsi più efficacemente).
Anche uscendo dalle asfittiche mura di casa nostra possiamo vedere come, pochi anni dopo la fine dell’emergenza comportata dalla Guerra Fredda, siamo passati prima per quella degli “Stati canaglia” e del dittatore sanguinario (e precedentemente foraggiato) Saddam Hussein, per poi approdare, dall’11 settembre in poi, alla guerra permanente, contrabbandata sotto altre definizioni, ed esportata (insieme alle armi e alla “democrazia”) ora qua ora là, contro il terrorismo…. anzi, il Terrorismo.
Certo - pur senza addentrarci in dietrologie difficilmente dimostrabili e di cui altri hanno saputo argomentare meglio di me - dal punto di vista degli interessi egemonici americani, in un mondo in cui la Russia recupera forza ed orgoglio, la Cina avanza a passi da gigante, l’India e il Brasile anche le stanno dietro bene e l’Europa si distacca alla chetichella, l’11 settembre, se non c’era, bisognava proprio inventarlo – visto che, con un’economia mondiale stagnante ed un indebitamento oltre misura (in buona parte proprio verso la Cina), agli USA rimane essenzialmente la superiorità militare ed il ruolo di autonominatosi ed insostituibile poliziotto globale a giustificare e garantire il mantenimento del proprio dominio internazionale e dello standard di consumi che questo gli permette (ora c’è Obama e vedremo, ma non dimentichiamoci che le cose stanno ancora così).
Adesso è arrivata la Crisi economica: un grande pericolo che avanza e ci soffia sul collo minacciando….. cosa? A ben vedere di farci ridimensionare il nostro esagerato tenore di vita e portarci ad uno stile più sobrio e sostenibile per il pianeta, uno stile che ci potrebbe evitare problemi ben più gravi in un futuro abbastanza prossimo.
Ma noi non abbiamo tempo per guardare a questa prossimità: dobbiamo pensare all’emergenza di turno, che questa volta è veramente grande, è mondiale, ci può togliere stipendio e lavoro se dovesse peggiorare. Può togliere il futuro ai nostri figli – quelli che non stiamo più facendo o quelli il cui futuro stiamo già gravemente ipotecando altrimenti. Questa emergenza è di grande portata e potrebbe essere anche di lunga durata, magari potrebbe diventare permanente…. come la guerra al Terrorismo.
Tutto sommato somiglia un po’ all’11 settembre: non che non sia reale e non che non colpisca duramente, ma anche questa, in un certo senso, se non c’era…. bisognava inventarla.
Negli anni ’70 si diceva “la crisi è strutturale”. Si intendeva che il capitalismo è destinato a crollare come sistema a causa delle contraddizioni interne che porta con sé e nella società. Certo, probabilmente finirà così e forse anche più prima che poi. Però, nel frattempo, la crisi potrebbe diventare un elemento strutturale anche nel senso di una ulteriore stampella ormai permanentemente necessaria per evitare che ci si rivolga ad altre strade; che il disagio crescente e la ristrettezza dei margini ridistribuibili di profitto producano dubbio e sfiducia (e con essi la possibilità di vedere le cose da un punto di vista differente, di immaginare delle alternative); che questa sfiducia giunga a diffondersi in strati sociali diversi da quelli tradizionalmente emarginati. Non si deve dimenticare, in fondo, che il “Socialismo reale” – l’altro polo “postbellico” al quale il Capitalismo è finora sopravvissuto – non è crollato in seguito ad uno scontro militare, né a vere rivoluzioni interne, né alla pianificazione di progetti alternativi di società, ma si è sfaldato da sé nel momento in cui grandi settori della popolazione gli hanno sottratto nei fatti il loro sostegno e si sono rivolti ad altri sistemi di vita e di economia a partire direttamente (ed informalmente) dalle loro proprie vite.
Al sistema capitalista-consumistico oggi serve stringere le fila in vista di una tornata di contraddizioni esplosive, servono compattezza ed efficienza: la globalizzazione del consumo ha globalizzato anche la concorrenza ed i suoi attori, ha ristretto i margini di profitto e soprattutto la possibilità di usarne una parte per mantenere la gente in condizione di svolgere il proprio ruolo essenziale di consumatori. Così, all’interno di ogni nazione (o insieme sovranazionale) serve compattezza ed efficienza per vincere (o sopravvivere) nella concorrenza globale, mentre le stesse compattezza ed efficienza sono funzionali a chi agisce a livello multinazionale quali che siano gli esiti a livello locale. Tutto il sistema complessivamente (come pure ognuno dei suoi elementi) accelera ed è sempre più affamato di risorse mentre funziona in modo da dover costantemente crescere, ma (in una pluralità di agenti e nei limiti oggettivi naturali del pianeta) vede, al tempo stesso, restringersi i margini che possano alimentare questa crescita. C’è inoltre una triplice contraddizione tra le possibilità di sfruttamento dei lavoratori, la giustificazione democratica dell’intero sistema sul piano ideale/culturale (nonché, all’occorrenza, militare) e la necessità imprescindibile della crescita progressiva dei consumi delle masse per i quali queste devono avere comunque disponibilità finanziarie sufficienti. In quest’epoca democratica, ma di gigantismi e concentrazioni di potere, un sistema per essere vincente deve mantenere l’egemonia su vari piani contemporaneamente, in primo luogo quello economico e quello psicologico-culturale, perché il potere oggi non può sostenersi che con il consenso di chi lo subisce: ha bisogno della paura, ma non esercitando una pressione repressiva che crei una frattura tra il sistema e la sua base. Questa frattura è invece così ben cancellata che non sapremmo dire di chi potrebbe essere questa faccia repressiva se mai si mostrasse. La paura che ci tiene attaccati è di perdere qualcosa con cui ci identifichiamo. E’ la nostra idea di noi stessi che ci viene garantita da qualcos’altro a cui pensiamo di non poter rinunciare. Il problema va ben oltre il piano politico, ben oltre l’identificazione di un “nemico” da abbattere, il sistema non è altro da chi lo subisce, per questo la locomotiva impazzita corre così bene anche senza un macchinista.
L’edificio, tutto sommato, tiene ancora abbastanza, ma si sentono alcuni scricchiolii, alcuni granelli di sabbia si ritrovano negli ingranaggi. No, non i gruppi sovversivi o le sempre più frequenti esplosioni di rabbia da parte di quella porzione di società che il sistema strutturalmente non può includere – queste sono cose fisiologiche, già messe in conto (semmai ci si fa un’appendice di G8 ad hoc sulla sicurezza). Si tratta piuttosto di qualcosa che viene da chi ancora sta dentro al sistema, ma non se ne sente più garantito: di crescente astensionismo elettorale (che potrebbe di per sé anche tornare utile, ma anche preludere ad ulteriori dissociazioni), di distacco dalle istituzioni, di dubbio rispetto a “valori” proclamati e non praticati, di sfiducia nell’andamento dei mercati. Si tratta di stanchezza verso ritmi di vita e di lavoro troppo accelerati e competitivi, di certezze e garanzie che non ci sono più, di sfiducia verso gratificazioni e risultati che non arrivano e forse non arriveranno, di delusione per sogni che brillano in tv, ma non così poi nella realtà. Preoccupazioni di chi inizia a domandarsi se non si potrebbe forse fare diversamente, allentare un po’ i ritmi, pensare un po’ ad una diversa qualità della vita. Qualcuno si pone domande su un futuro che va oltre le prossime rate da pagare. Mentre qualcun’altro di rate da pagare ne ha già troppe e non ce la fa. E c’è chi si chiede che senso abbia tutto questo e magari pensa che, visto che ci siamo sviluppati abbastanza, e proseguire così è pericoloso e ci sono pure altri al mondo che comunque un po’ di più si vorranno anche loro “sviluppare”, forse potremmo permetterci il lusso di diminuire un pochino, di decrescere, di lasciar finalmente spazio e tempo alla qualità piuttosto che alla quantità ed alla qualità di un ben-essere, di beni non (solo)economici, non commerciabili, non monetizzabili. Chi si pone queste domande non sta guardando indietro, se non per trovare fonti d’ispirazione, esempi di casi concreti, modelli che hanno funzionato su cui riflettere. Al contrario della mancanza di realismo di cui potrebbe essere accusato, costui è più di altri consapevole del valore e del prezzo (pagato non solo da noi che ne beneficiamo) della strada che ci ha portato fino a qui, solo che lo vede come un punto dal quale andare oltre, molto oltre, verso qualcosa che sia di beneficio per tutti e per tutto e non come qualcosa da tenersi stretto e da difendere ad ogni costo per portarlo con sé nella tomba senza voler sentire ragioni.
Allora, quando ci si comincia a porre troppe domande – quando diventano sempre più evidenti le ragioni di porsele e sempre più persone avrebbero la preparazione sufficiente per farlo - diventa utile che un po’ di paura accompagni costantemente i nostri ragionamenti e li tenga entro i limiti della cosiddetta “ realtà”: ché non si allontanino troppo. Forse la minaccia della Crisi, di perdere ciò che si ha (per chi è più giovane, ciò che si è sempre avuto, e che costituisce l’unico tipo di vita che si conosce) è un buon deus ex machina perché tutti continuino a fare la propria parte, di produttori, di consumatori, perché tutti si identifichino col sistema, senza troppi dubbi. Se l’adesione dei cittadini al sistema sociale non tiene più sulla base della convinzione, di un’identità, di regole ed istituzioni condivise, di un’idea in positivo, una visione del mondo e della Storia, che lo faccia allora su quella della paura e dell’interesse a non perdere ciò che si ha.
Che lo faccia dunque su questa base, povera e negativa, nell’era della ricchezza.
La gente oggi deve capire che nell’atto di comprare e (forse ancor più) in quello di buttare per ricomprare ancora non c’è solo un ovvio aspetto di piacere nell’acquisire qualcosa di nuovo e di simbolicamente significativo, ma ce n’è anche un altro di dovere, di fare la propria parte o, se la si vuol mettere diversamente, di realismo, di interesse personale nel tenere in piedi “la baracca”– che è poi ciò che ognuno ha in comune con gli altri, in una sorta di solidarietà nell’egoismo (che può anche funzionare, fino a che tutto gira comunque abbastanza bene e le vacche son ancora grasse, ma non credo altrettanto in caso contrario).
Si ripropone ancora una volta la solita formula, secondo la quale, per risolvere i problemi causati dallo sviluppo, ci vuole più sviluppo, per quelli del mercato, più mercato, per quelli della tecnologia, più tecnologia…ecc… Non è tempo di scantonare, dunque, ma di concentrarsi sul continuare a camminare (o correre) in avanti, rimandando ad oltranza il momento di chiedersi perché e verso dove si stia andando.
Dev’esser chiaro a tutti che i consumi vanno mantenuti, ed anzi rilanciati, aumentati. Che non venisse in mente a nessuno di diminuirli. Ché nella stessa barca consumistico-tecnologica ci stiamo dentro tutti, nessuno si faccia illusioni di chiamarsi fuori e se questa affonda ci affoghiamo tutti insieme…. ché ormai qui le braccia per nuotare non le sa usare più nessuno.
In altre parole, se qualcuno non capisce l’importanza del consumare agli attuali e crescenti livelli con le (ragioni) buone, deve capirlo con le cattive. Certamente, non lo si può costringere a comprare ciò che, tutto sommato, non gli serve (almeno, a questo non siamo ancora arrivati, se non per una vasta serie di attrezzature e ristrutturazioni obbligatorie per la “messa a norma” , spesso di discutibile necessità, delle varie attività produttive e non). Ma gli si può sempre (anche nel senso di in ogni momento, in ogni TG ecc…) paventare la minaccia – che par venire da null’altro se non l’impersonale ed oggettiva realtà dei fatti e non da qualcuno che la imponga – che le cose potrebbero prendere una piega molto preoccupante se a troppe persone - più che a qualche pazzo marginale - venisse in mente che è arrivato il momento di abbandonare la barca comune dello Sviluppo che ci ha portati fino a qui (trasformatasi ormai in un vicolo cieco) e rendergli il migliore omaggio possibile lasciandocela dietro per imboccare una strada molto diversa, perfino antitetica, ma più sana, sostenibile e capace di futuro. Una strada che ora ci possiamo permettere, anche grazie a quella barca – questo non c’è bisogno di negarlo: non vuol dire ritenere “giusto” ciò che lo sviluppo ha comportato, ma semplicemente riconoscere che le cose sono andate così, che svolgono un loro percorso e che ogni cosa ha sempre diversi lati da cui può esser vista. Ma non per questo dobbiamo continuare sulla stessa via.
Il percorso delle cose non necessariamente segue una linea dritta – anzi, quasi mai. Il momento delle svolte arriva e bisogna saperlo cogliere in tempo. Le cose ce lo indicano quel momento, ma la paura può nasconderci l’evidenza e può spingerci ad identificarci con ciò che ci è dannoso e che è fonte di illusione.
Un’identificazione in cui è facile cadere, non solo per il fatto basilare che questo sistema in crisi è l’ambiente economico che ci circonda e che pervade in mille modi le nostre vite, ma anche perché le notizie e previsioni che su questa crisi possiamo avere hanno un andamento ambivalente: aspetti e fasi ora minacciose ora rassicuranti. Non c’è solo la paura: c’è anche la speranza; ora si affaccia la deflazione, ora invece sembra esserci una certa ripresa, magari non tale da avvertirsi sull’occupazione e sui prezzi, ma che permette agli economisti di presumere un qualche punto percentuale in più a partire dall’anno prossimo…. salvo che poi i calcoli potrebbero dover esser rivisti al ribasso…..ecc..ecc.. Non so: io non ho le conoscenze di “scienze” economiche sufficienti per immaginare cosa effettivamente potrebbe accadere neanche da qui a un anno. Ma il punto è che la stragrande maggioranza delle persone (e temo - seppure a un altro livello – anche degli stessi economisti) non lo sanno, né hanno gli elementi per saperlo. E neppure cosa davvero stia accadendo ora.
In ogni caso, tranne che quando il tracollo non sarà divenuto manifesto, c’è da aspettarsi che le notizie saranno sempre altalenanti, perché sarebbe troppo pericoloso il diffondersi di un pessimismo finanziario e di una depressione consumistica. La minaccia della Crisi non ha solo la funzione di previsione di qualcosa che ha più o meno probabilità concrete di accadere, ma ha precisamente quella di minaccia. La minaccia permanente, alternativamente accompagnata da momenti di speranza di segno opposto, così come il sistema pedagogico del bastone e la carota, hanno proprio l’effetto di alimentare attaccamento ed identificazione in qualcosa da cui altrimenti si potrebbe sentir ormai maturo il tempo per distaccarsi, emanciparsi. Si potrebbe pensare di esser diventati “grandi” e poter finalmente guardare a sé stessi, a ciò che veramente è la propria reale esperienza vissuta e alla realtà. Invece dobbiamo ancora restare bambini e credere alle favole.
Ma di che favola si sta parlando?
Il punto non è se la Crisi sia vera o no (ho già detto che non avrei la competenza per discutere questo), né mi interessa più di tanto analizzare in che misura può o meno trattarsi di una di quelle campagne cosiddette d’informazione orchestrate ad arte. Per chi veramente è in grado di liberare la propria vita non è sempre così necessario individuare un oppressore. Il fatto sostanziale è che la paura di perdere una condizione materiale (un livello di consumi) che viene ritenuta l’unica degna di esser vissuta e il desiderio (necessariamente insoddisfabile) di avere sempre di più e d’altro sono (insieme) elementi strutturalmente portanti del lato interno/vissuto di questo sistema e di questo modello di società.
Del resto, più si ha e più si ha paura di perdere ciò che si ha; più si accede ai livelli privilegiati ed “esclusivi” della società e più si teme di non apparirne all’altezza o di sfigurare in un qualche confronto con chi sta più “su”. Per questa strada incentrata sull’avere (che dovrebbe portare in teoria ad essere più liberi e felici) si diventa nei fatti più dolorosamente dipendenti in quanto è proprio quando sentiamo il rischio di star per perdere una cosa a cui siamo abituati che la sentiamo più necessaria. Magari qualcosa che altrimenti potremmo dare per scontata e, pian piano, perfino pensare di poterne fare a meno, superarla, specialmente se questa ci creasse pure dei gravi problemi e non ci facesse, in realtà, davvero sentire a nostro agio.
E’ un po’ come se, diventati dipendenti da un farmaco palliativo da prendere a vita, ne accettassimo i pesantissimi effetti collaterali anziché cercare un’alternativa meno impattante (o magari anche la salute) perché la notizia che questo farmaco sta diventando scarso, che le riserve stanno diminuendo, ci spaventasse a tal punto da impedirci di considerare ogni altra possibilità.
Così la paura delle conseguenze di una crisi economica profonda può far sì che molte persone si identifichino col sistema, nel proprio stile di vita e in quelli che ritengono i propri interessi, anche se ne danno un giudizio sostanzialmente negativo, subendo la pretesa necessità di sostenerlo nei fatti, anche se non nelle parole. Ma questa identificazione avviene essenzialmente solo in un’ottica passiva: così da non vedere quanto davvero siano la stessa cosa, quanto davvero stia nelle loro mani il crearlo e ricrearlo ogni giorno, come parti dei suoi meccanismi. Quanto, in realtà, questa emergenza e questo pericolo che il nostro “tutto” (ma cosa poi, esattamente?) possa andar perduto siano tali solo nella nostra testa e in quella di chi non sa immaginare altre forme di vita, né vuole che altri le immaginino, agitando così lo spauracchio di una crisi che c’è – nessuno lo nega – ma che, se non ci fosse, bisognerebbe, appunto, inventarla. Proprio per le buone opportunità che può dare a chi ha interesse a mantenere in vita questo sistema.
Come anche le dà – d’altra parte – a chi volesse cogliere delle buone ragioni per abbandonarlo, superarlo, e costruire fin da ora (quale che sarà l’esito di questa paventata Crisi) forme di vita ed economia diverse basate su ciò che veramente abbiamo, come esseri umani, e non sulle molte illusioni che ci sono sempre state vendute.
venerdì 12 giugno 2009
LEZIONI DI CHIAREZZA
(Sulla visita di Gheddafi)
Un contrasto che davvero appare evidente e significativo nel confronto tra la presenza e le parole del leader libico e quella delle varie voci politiche del paese che ne ospita la prima visita dalla fine del colonialismo italiano nella sua nazione è la differenza, stridente, tra la chiarezza dell’uno e la confusione delle altre.
Gheddafi dice chiaramente che ha accettato di venire perché l’Italia ha chiesto scusa per ciò che ha inflitto alla Libia in passato e si è impegnata a dare un risarcimento materiale cospicuo (che peraltro, come è stato già appropriatamente rilevato da varie voci, verrà pagato dalle casse dello Stato - che sono i soldi pubblici dei cittadini - ma darà al contempo cospicue commissioni di lavoro ed affari a ditte private italiane ed aprirà la strada agli affari futuri di altre ancora).
Dice inoltre che il colonialismo dell’Occidente su ciò che di conseguenza si ritrova adesso ad essere il “Terzo Mondo” ha rubato con la forza a questa parte (maggioritaria) dell’umanità le risorse che avrebbero potuto dargli altre condizioni di vita facendone invece il presupposto della propria bulimica ricchezza.
Non è forse vero?
Dice che, se si son trovati tanti soldi da pompare in banche già praticamente fallite, fino a rimetterle in piedi, se ne potrebbero trovare pure per restituire a molti paesi oggi poveri il futuro che gli è stato tolto (il che sarebbe pure di beneficio all’economia e alla sicurezza globale, oltre a contenere i problemi dell’immigrazione, probabilmente).
Non è forse vero?
Dice che anche le cause prime del terrorismo internazionale di oggi vanno cercate in questa disparità di condizioni economiche tra Nord e Sud del mondo (niente affatto corrispondente alla quantità di risorse naturali e materie prime disponibili nelle rispettive zone, dato che queste sono molto più presenti nei paesi poveri che in quelli ricchi) iniziata col colonialismo e così scandalosa da “gridar vendetta”.
Non è forse vero?
Dice che le azioni militari degli USA che vanno a bombardare e uccidere per minaccia o ritorsione secondo le proprie decisioni e convenienze unilaterali di dominio mondiale facendo vittime civili in abbondanza e spesso servendosi strumentalmente anche di gruppi che perseguono i loro scopi finché gli servono per fare il “lavoro sporco” non sono nulla di sostanzialmente diverso né di più legittimo (se non secondo un criterio di legittimità basato solo sull’imposizione della forza) di quelle di Al Qaeda/Bin Laden (in passato tra i gruppi suddetti) e delle altre cellule terroristiche.
Non è forse vero?
Gheddafi può non piacere, ma ha il pregio di parlare chiaro e tondo. Si presenta senza né la vergogna di essere ciò che è né il provincialismo di voler essere ciò che non è: pianta la sua tenda beduina dove che sia ed è lì che gli ospiti devono andare a trovarlo ed essere ricevuti. E li fa pure aspettare, tanto per rimarcare che non sta correndo dietro a nessuno.
Sarà pure un dittatore, certo, ma se questo non piace si poteva anche non invitarlo.
E sarebbero invece democratici i governanti cinesi, quelli della Russia di Putin, dell’Arabia Saudita, dell’Iran e di molti altri paesi arabi ed africani?
Se si dovessero chiudere i rapporti con tutte le dittature ed i governi che non rispettano i diritti umani la politica internazionale di qualsiasi paese dovrebbe essere drasticamente cambiata. Forse sarebbe anche un bene, ma non si possono trattare queste questioni in modo semplicistico basandosi superficialmente sull’etichetta di “democratico” o “dittatoriale”. Contesti socio-economici e culture diverse trovano forme diverse per rispondere alle situazioni concrete sul piano della politica e delle strutture di potere. Non in tutti paesi e per tutte le mentalità l’idea che abbiamo noi della democrazia rappresentativa (che a sua volta non sempre corrisponde poi alla realtà dei fatti neppure da noi) è il sistema di governo più desiderabile. Ci sono popoli che hanno sinceramente fiducia ed apprezzamento per la figura di un capo e per una visione gerarchica della società: questo può piacerci o meno, ma è un fatto. Un fatto che sarebbe giusto rispettare, probabilmente.
Le cose non sono le stesse in nazioni che possono permettersi (e vediamo storicamente come lo hanno potuto) una alta percentuale di laureati – ed anche sussidi di disoccupazione, fino alla pretesa del “salario garantito”, se questi non trovano poi impiego – e nazioni popolate da una stragrande maggioranza di analfabeti e contadini: soprattutto non lo sono se tutte queste nazioni si trovano costrette a correre e competere insieme sulla stessa pista obbligata dello “Sviluppo”. Avrebbe potuto la Cina degli anni ’50 diventare quello che è oggi in condizioni di democrazia? Avrebbe potuto Cuba resistere ai vicinissimi USA se avesse permesso il multipartitismo?
E’ più che giusto che noi abbiamo le nostre idee sui sistemi vigenti in altri paesi fino eventualmente ad interrompere ogni relazione diplomatica. Ma ciò rimane quanto attiene alla nostra parte. Quanto però agli altri paesi dovremmo invece, come ben dice Massimo Fini, lasciare che i vari popoli “si filino da sé la propria storia”. Possiamo sperare che questo filo finisca per arrivare dove crediamo sinceramente sia meglio anche per loro e credo sia pure legittimo eventualmente sostenere a distanza indirettamente e politicamente una certa parte (laddove si conoscano bene – concretamente e non secondo etichette ideologiche applicate a contesti ai quali sono estranee - le situazioni reali del paese), ma non dovremmo entrare negli affari interni di un'altra nazione. Se vogliamo indicargli la strada che noi riteniamo da seguire faremmo molto meglio ad incarnarne un esempio realizzato così che altri possano vederne da sé i vantaggi…se ne siamo capaci.
La considerazione che possiamo avere di un governo/capo di Stato straniero dovrebbe guardare essenzialmente al ruolo che questo svolge sul piano internazionale: su questo abbiamo titolo ad esprimerci, perché ci riguarda direttamente, non su quello interno. Ed il ruolo che questi personaggi “maledetti” (e senza dubbio discutibili) come Gheddafi (e come pure Fidel Castro, Diego Morales, Chavez, – e, a un altro livello e solo qua e là in alcune delle cose che hanno detto anche Ahmadinejad, Bin Laden, Saddam Hussein) svolgono sul piano internazionale è, quantomeno, quello di opporsi senza mezzi termini all’unilaterale versione/lettura ufficiale della realtà che viene regolarmente contrabbandata come quella della “comunità internazionale” e che è poi quella funzionale agli interessi dell’Occidente e degli USA in primo luogo. E’ il ruolo di qualcuno che, almeno per quanto riguarda ciò che avviene fuori dal loro paese - ed anche se spesso strumentalmente e a fini di propaganda pro domo sua - dice finalmente molte cose come stanno. Ma è questo ciò che fondamentalmente interessa in un consesso internazionale come pure una visita di Stato.
Infine, Gheddafi è certamente un dittatore, però non è che lo nasconda mascherandosi dietro eufemismi stile “intervento umanitario” dal sapore politically correct : può andar bene o no, ma questo è. Ed è inoltre il personaggio che cerca l’effetto che si conosce, tale da arrivare nella sua prima visita in Italia con al petto la foto del martire dell’indipendenza libica tra i soldati italiani che lo dovevano “giustiziare”.
Se un tale personaggio non piace, se lo si considera un quasi-terrorista senza ragioni per esserlo, se è un assassino, credo che la cosa più lineare sia non invitarlo e non dargli spazio per parlare.
Invece l’Italia, dopo aver fatto la cosa più giusta che un paese ex-coloniale possa fare cioè chieder ufficialmente scusa e soprattutto accompagnare questo gesto con un risarcimento – almeno per rimanere sul piano ufficiale e simbolico, a parte poi gli interessi sulla realizzazione dell’autostrada Tripoli-Bengasi che ci saranno dietro – si scandalizza se il leader libico dice quello che ha da dire non solo al nostro paese, ma a tutto l’Occidente, a partire dal capofila USA che gli ha bombardato casa e famiglia. Invece di rivendicare l’aver fatto ciò che tutti i paesi che si sono arricchiti con le colonie e a spese di altri popoli dovrebbero fare – e gli USA con gli indigeni americani (e con buona parte del resto del mondo) in testa - l’Italia è già impaurita di aver fatto brutta figura col “principale” e di non essere bene accolta nella prossima visita che Berlusconi andrà a fargli a Washington.
I politici italiani e gli imprenditori che li sostengono, chi a destra chi a sinistra, non vogliono perdere i cospicui affari che si possono fare con questo dittatore, ma neppure vogliono rinunciare all’occasione di gridare all’assassino, all’oppressore, al calpestatore dei diritti umani, alla “canaglia internazionale”….. E’ dunque solo un rospo da mandar giù in vista dei profitti che verranno, del gas da comprare, delle infrastrutture da costruire? Non c’è l’ombra della capacità di cogliere l’occasione di immaginare la portata di un autentico riconoscimento? Di una collocazione più equilibrata sul piano internazionale, stavolta tra Nord e Sud e non più Est-Ovest (piano dato per finito se serve a dire che il Socialismo ha fallito, ma non se si tratta di tenere in piedi la NATO o vivere sempre nell’emergenza di un nemico pericoloso che ci minaccia oggi come islamico piuttosto che comunista)? Quindi di riconoscere quanto anche di vero hanno le parole di Gheddafi?
E il trattamento che la sua polizia riserva per gli immigrati da respingere, non nevogliamo parlare? Certamente!
Però occupiamoci anche della nostra e del fatto che, se si è trovato l’accordo per far fare il lavoro sporco di repressione e “smaltimento” dei poveracci da cacciar via ad una polizia straniera, il nocciolo del problema rimane e sta proprio nella disuguaglianza mondiale di cui parla Gheddafi e nella sua origine nel colonialismo che continua sotto altre forme, nel fatto che i paesi ricchi avrebbero tutti i mezzi necessari per riequilibrare le cose ed invece li usano per fare tutt’altro. Occupiamoci del fatto che, se il nocciolo reale di questo problema rimane lì dove non lo vogliamo seriamente affrontare, gli sfortunati del mondo continueranno ad arrivare in masse sempre più numerose e, se la nostra torta non la vogliamo condividere, qualcuno a fare il lavoro sporco ci dovrà pur essere per mantenere il più a lungo possibile un equilibrio insostenibile.
Gheddafi ha detto che se sempre più immigrati clandestini dovessero arrivare ci servirà un dittatore in Italia per gestire la situazione. Vedremo: qui abbiamo governi che campano più alla giornata di quello libico, alle cose future ci si penserà….intanto il dittatore lo abbiamo trovato per pestare per nostro conto gli immigrati di troppo. Salvo poi rinfacciargli di esserlo quando lo invitiamo a firmare alcuni accordi commerciali piuttosto utili per noi, che non abbiamo certo il tasso di sviluppo oltre l’ 8% che ha la Libia di oggi.
Altri paesi non riconoscono il dovere delle scuse e si tengono la loro posizione “vecchia Europa” di occidentali dominanti – almeno finché dura. L’Italia mostra un’altra faccia, che potrebbe fargli onore nell’indicare la volontà di mettere le cose su un piano diverso, effettivamente paritario, sinceramente dialogante. Ma subito ci si accorge della malcelata molla opportunistica che la spinge ad accontentare le pretese di chi comunque sia porta buoni affari, però senza rinunciare a denunciare il dittatore, a dissociarsi dalle sue critiche agli USA, a rinfacciargli la violenza contro gli immigrati diretti da noi e che i nostri accordi gli hanno lasciato da “gestire” e, con Alemanno (proprio lui poi), a dirgli che non accettiamo lezioni di democrazia da nessuno.
Gheddafi sembra avere nozioni confuse sull’etimologia della parola “democrazia” (secondo lui di origine araba anziché greca): dice che ha a che fare col rimanere della gente seduta sulle sedie(?).
Però su come la democrazia funziona qui da noi sembra avere delle buone intuizioni: ha subito capito che, per riequilibrare la propria immagine - attaccata essenzialmente per una spesso opportunistica political correctness - qualche frase sui diritti delle donne negati nel mondo arabo ci sta sempre bene. Ma soprattutto questa storia dell’attaccamento alle sedie appare come una descrizione azzeccata (pertinente, come direbbe Di Pietro) di ciò che anima la vita politica italiana, per la quale il colonnello ha anche immaginato la possibilità che la gente potesse essere così stanca di avere questo sistema dei partiti confuso, inconcludente ed oligarchico, fino quasi quasi a preferirgli qualcuno che si avviasse ad essere un po’ simile a un dittatore,…..per volontà del popolo, naturalmente.
Non è forse vero-simile?
(Sulla visita di Gheddafi)
Un contrasto che davvero appare evidente e significativo nel confronto tra la presenza e le parole del leader libico e quella delle varie voci politiche del paese che ne ospita la prima visita dalla fine del colonialismo italiano nella sua nazione è la differenza, stridente, tra la chiarezza dell’uno e la confusione delle altre.
Gheddafi dice chiaramente che ha accettato di venire perché l’Italia ha chiesto scusa per ciò che ha inflitto alla Libia in passato e si è impegnata a dare un risarcimento materiale cospicuo (che peraltro, come è stato già appropriatamente rilevato da varie voci, verrà pagato dalle casse dello Stato - che sono i soldi pubblici dei cittadini - ma darà al contempo cospicue commissioni di lavoro ed affari a ditte private italiane ed aprirà la strada agli affari futuri di altre ancora).
Dice inoltre che il colonialismo dell’Occidente su ciò che di conseguenza si ritrova adesso ad essere il “Terzo Mondo” ha rubato con la forza a questa parte (maggioritaria) dell’umanità le risorse che avrebbero potuto dargli altre condizioni di vita facendone invece il presupposto della propria bulimica ricchezza.
Non è forse vero?
Dice che, se si son trovati tanti soldi da pompare in banche già praticamente fallite, fino a rimetterle in piedi, se ne potrebbero trovare pure per restituire a molti paesi oggi poveri il futuro che gli è stato tolto (il che sarebbe pure di beneficio all’economia e alla sicurezza globale, oltre a contenere i problemi dell’immigrazione, probabilmente).
Non è forse vero?
Dice che anche le cause prime del terrorismo internazionale di oggi vanno cercate in questa disparità di condizioni economiche tra Nord e Sud del mondo (niente affatto corrispondente alla quantità di risorse naturali e materie prime disponibili nelle rispettive zone, dato che queste sono molto più presenti nei paesi poveri che in quelli ricchi) iniziata col colonialismo e così scandalosa da “gridar vendetta”.
Non è forse vero?
Dice che le azioni militari degli USA che vanno a bombardare e uccidere per minaccia o ritorsione secondo le proprie decisioni e convenienze unilaterali di dominio mondiale facendo vittime civili in abbondanza e spesso servendosi strumentalmente anche di gruppi che perseguono i loro scopi finché gli servono per fare il “lavoro sporco” non sono nulla di sostanzialmente diverso né di più legittimo (se non secondo un criterio di legittimità basato solo sull’imposizione della forza) di quelle di Al Qaeda/Bin Laden (in passato tra i gruppi suddetti) e delle altre cellule terroristiche.
Non è forse vero?
Gheddafi può non piacere, ma ha il pregio di parlare chiaro e tondo. Si presenta senza né la vergogna di essere ciò che è né il provincialismo di voler essere ciò che non è: pianta la sua tenda beduina dove che sia ed è lì che gli ospiti devono andare a trovarlo ed essere ricevuti. E li fa pure aspettare, tanto per rimarcare che non sta correndo dietro a nessuno.
Sarà pure un dittatore, certo, ma se questo non piace si poteva anche non invitarlo.
E sarebbero invece democratici i governanti cinesi, quelli della Russia di Putin, dell’Arabia Saudita, dell’Iran e di molti altri paesi arabi ed africani?
Se si dovessero chiudere i rapporti con tutte le dittature ed i governi che non rispettano i diritti umani la politica internazionale di qualsiasi paese dovrebbe essere drasticamente cambiata. Forse sarebbe anche un bene, ma non si possono trattare queste questioni in modo semplicistico basandosi superficialmente sull’etichetta di “democratico” o “dittatoriale”. Contesti socio-economici e culture diverse trovano forme diverse per rispondere alle situazioni concrete sul piano della politica e delle strutture di potere. Non in tutti paesi e per tutte le mentalità l’idea che abbiamo noi della democrazia rappresentativa (che a sua volta non sempre corrisponde poi alla realtà dei fatti neppure da noi) è il sistema di governo più desiderabile. Ci sono popoli che hanno sinceramente fiducia ed apprezzamento per la figura di un capo e per una visione gerarchica della società: questo può piacerci o meno, ma è un fatto. Un fatto che sarebbe giusto rispettare, probabilmente.
Le cose non sono le stesse in nazioni che possono permettersi (e vediamo storicamente come lo hanno potuto) una alta percentuale di laureati – ed anche sussidi di disoccupazione, fino alla pretesa del “salario garantito”, se questi non trovano poi impiego – e nazioni popolate da una stragrande maggioranza di analfabeti e contadini: soprattutto non lo sono se tutte queste nazioni si trovano costrette a correre e competere insieme sulla stessa pista obbligata dello “Sviluppo”. Avrebbe potuto la Cina degli anni ’50 diventare quello che è oggi in condizioni di democrazia? Avrebbe potuto Cuba resistere ai vicinissimi USA se avesse permesso il multipartitismo?
E’ più che giusto che noi abbiamo le nostre idee sui sistemi vigenti in altri paesi fino eventualmente ad interrompere ogni relazione diplomatica. Ma ciò rimane quanto attiene alla nostra parte. Quanto però agli altri paesi dovremmo invece, come ben dice Massimo Fini, lasciare che i vari popoli “si filino da sé la propria storia”. Possiamo sperare che questo filo finisca per arrivare dove crediamo sinceramente sia meglio anche per loro e credo sia pure legittimo eventualmente sostenere a distanza indirettamente e politicamente una certa parte (laddove si conoscano bene – concretamente e non secondo etichette ideologiche applicate a contesti ai quali sono estranee - le situazioni reali del paese), ma non dovremmo entrare negli affari interni di un'altra nazione. Se vogliamo indicargli la strada che noi riteniamo da seguire faremmo molto meglio ad incarnarne un esempio realizzato così che altri possano vederne da sé i vantaggi…se ne siamo capaci.
La considerazione che possiamo avere di un governo/capo di Stato straniero dovrebbe guardare essenzialmente al ruolo che questo svolge sul piano internazionale: su questo abbiamo titolo ad esprimerci, perché ci riguarda direttamente, non su quello interno. Ed il ruolo che questi personaggi “maledetti” (e senza dubbio discutibili) come Gheddafi (e come pure Fidel Castro, Diego Morales, Chavez, – e, a un altro livello e solo qua e là in alcune delle cose che hanno detto anche Ahmadinejad, Bin Laden, Saddam Hussein) svolgono sul piano internazionale è, quantomeno, quello di opporsi senza mezzi termini all’unilaterale versione/lettura ufficiale della realtà che viene regolarmente contrabbandata come quella della “comunità internazionale” e che è poi quella funzionale agli interessi dell’Occidente e degli USA in primo luogo. E’ il ruolo di qualcuno che, almeno per quanto riguarda ciò che avviene fuori dal loro paese - ed anche se spesso strumentalmente e a fini di propaganda pro domo sua - dice finalmente molte cose come stanno. Ma è questo ciò che fondamentalmente interessa in un consesso internazionale come pure una visita di Stato.
Infine, Gheddafi è certamente un dittatore, però non è che lo nasconda mascherandosi dietro eufemismi stile “intervento umanitario” dal sapore politically correct : può andar bene o no, ma questo è. Ed è inoltre il personaggio che cerca l’effetto che si conosce, tale da arrivare nella sua prima visita in Italia con al petto la foto del martire dell’indipendenza libica tra i soldati italiani che lo dovevano “giustiziare”.
Se un tale personaggio non piace, se lo si considera un quasi-terrorista senza ragioni per esserlo, se è un assassino, credo che la cosa più lineare sia non invitarlo e non dargli spazio per parlare.
Invece l’Italia, dopo aver fatto la cosa più giusta che un paese ex-coloniale possa fare cioè chieder ufficialmente scusa e soprattutto accompagnare questo gesto con un risarcimento – almeno per rimanere sul piano ufficiale e simbolico, a parte poi gli interessi sulla realizzazione dell’autostrada Tripoli-Bengasi che ci saranno dietro – si scandalizza se il leader libico dice quello che ha da dire non solo al nostro paese, ma a tutto l’Occidente, a partire dal capofila USA che gli ha bombardato casa e famiglia. Invece di rivendicare l’aver fatto ciò che tutti i paesi che si sono arricchiti con le colonie e a spese di altri popoli dovrebbero fare – e gli USA con gli indigeni americani (e con buona parte del resto del mondo) in testa - l’Italia è già impaurita di aver fatto brutta figura col “principale” e di non essere bene accolta nella prossima visita che Berlusconi andrà a fargli a Washington.
I politici italiani e gli imprenditori che li sostengono, chi a destra chi a sinistra, non vogliono perdere i cospicui affari che si possono fare con questo dittatore, ma neppure vogliono rinunciare all’occasione di gridare all’assassino, all’oppressore, al calpestatore dei diritti umani, alla “canaglia internazionale”….. E’ dunque solo un rospo da mandar giù in vista dei profitti che verranno, del gas da comprare, delle infrastrutture da costruire? Non c’è l’ombra della capacità di cogliere l’occasione di immaginare la portata di un autentico riconoscimento? Di una collocazione più equilibrata sul piano internazionale, stavolta tra Nord e Sud e non più Est-Ovest (piano dato per finito se serve a dire che il Socialismo ha fallito, ma non se si tratta di tenere in piedi la NATO o vivere sempre nell’emergenza di un nemico pericoloso che ci minaccia oggi come islamico piuttosto che comunista)? Quindi di riconoscere quanto anche di vero hanno le parole di Gheddafi?
E il trattamento che la sua polizia riserva per gli immigrati da respingere, non nevogliamo parlare? Certamente!
Però occupiamoci anche della nostra e del fatto che, se si è trovato l’accordo per far fare il lavoro sporco di repressione e “smaltimento” dei poveracci da cacciar via ad una polizia straniera, il nocciolo del problema rimane e sta proprio nella disuguaglianza mondiale di cui parla Gheddafi e nella sua origine nel colonialismo che continua sotto altre forme, nel fatto che i paesi ricchi avrebbero tutti i mezzi necessari per riequilibrare le cose ed invece li usano per fare tutt’altro. Occupiamoci del fatto che, se il nocciolo reale di questo problema rimane lì dove non lo vogliamo seriamente affrontare, gli sfortunati del mondo continueranno ad arrivare in masse sempre più numerose e, se la nostra torta non la vogliamo condividere, qualcuno a fare il lavoro sporco ci dovrà pur essere per mantenere il più a lungo possibile un equilibrio insostenibile.
Gheddafi ha detto che se sempre più immigrati clandestini dovessero arrivare ci servirà un dittatore in Italia per gestire la situazione. Vedremo: qui abbiamo governi che campano più alla giornata di quello libico, alle cose future ci si penserà….intanto il dittatore lo abbiamo trovato per pestare per nostro conto gli immigrati di troppo. Salvo poi rinfacciargli di esserlo quando lo invitiamo a firmare alcuni accordi commerciali piuttosto utili per noi, che non abbiamo certo il tasso di sviluppo oltre l’ 8% che ha la Libia di oggi.
Altri paesi non riconoscono il dovere delle scuse e si tengono la loro posizione “vecchia Europa” di occidentali dominanti – almeno finché dura. L’Italia mostra un’altra faccia, che potrebbe fargli onore nell’indicare la volontà di mettere le cose su un piano diverso, effettivamente paritario, sinceramente dialogante. Ma subito ci si accorge della malcelata molla opportunistica che la spinge ad accontentare le pretese di chi comunque sia porta buoni affari, però senza rinunciare a denunciare il dittatore, a dissociarsi dalle sue critiche agli USA, a rinfacciargli la violenza contro gli immigrati diretti da noi e che i nostri accordi gli hanno lasciato da “gestire” e, con Alemanno (proprio lui poi), a dirgli che non accettiamo lezioni di democrazia da nessuno.
Gheddafi sembra avere nozioni confuse sull’etimologia della parola “democrazia” (secondo lui di origine araba anziché greca): dice che ha a che fare col rimanere della gente seduta sulle sedie(?).
Però su come la democrazia funziona qui da noi sembra avere delle buone intuizioni: ha subito capito che, per riequilibrare la propria immagine - attaccata essenzialmente per una spesso opportunistica political correctness - qualche frase sui diritti delle donne negati nel mondo arabo ci sta sempre bene. Ma soprattutto questa storia dell’attaccamento alle sedie appare come una descrizione azzeccata (pertinente, come direbbe Di Pietro) di ciò che anima la vita politica italiana, per la quale il colonnello ha anche immaginato la possibilità che la gente potesse essere così stanca di avere questo sistema dei partiti confuso, inconcludente ed oligarchico, fino quasi quasi a preferirgli qualcuno che si avviasse ad essere un po’ simile a un dittatore,…..per volontà del popolo, naturalmente.
Non è forse vero-simile?
martedì 24 marzo 2009
La Crisi della Provvidenza
Che la Provvidenza sia in crisi? Non so, non me ne intendo, può darsi
che si sia stufata anche Lei di star dietro agli affari di una banda
di pericolose creaturine viziate, presuntuose e dalle vedute a volte
anche ampie, ma troppo spesso corte, che si ostinano a trattare il
pianeta come il loro giocattolo.
Bisognerebbe forse chiederlo al papa, trattandosi forse di una cosa piu’ di sua competenza – certo piu’ dei sistemi che le persone usano per avere una vita sessuale senza, possibilmente, prendersi malattie (del resto, se uno ci tiene tanto alla difesa della vita, non potrebbe bastargli che qualcuno trovi il modo di non rischiare la propria? E’ la vita vivente, quella che bisogna proteggere, o quella che potrebbe teoricamente esserlo?).
Ad ogni modo non e’ del papa che mi interessava parlare, ne’ della Provvidenza, ma della crisi… se poi ce l’ha mandata Lei, be’, tante grazie: forse era ciò che ci
voleva.
Ci voleva perché, come diceva il buon Giorgio Gaber (ed a proposito
degli argomenti di competenza del papa) “…gli schiaffi di Dio
appiccicano al muro”. Ed è forse proprio di questo che avevamo
bisogno: di un bello schiaffo di quelli di Dio (o chi per lui….magari
la Realtà), che lasciano senza parole, che non è facile indicare da
che parte vengano, che difficilmente si possono rappresentare sulla
tela consunta della politica corrente, dipinta con i soli due colori
della Destra e della “Sinistra”, sempre più indefiniti e sempre meno
distinguibili all’atto pratico.
Uno schiaffo di Dio ancora di quelli minori, limitato all’economia -
una creazione umana, per quanto importante - ma ancora solo un
avvertimento se pensiamo a quali altri potrebbero seguire, se
dovessero venire dai sistemi climatici, biologici, bio-patologici,
dalle strutture vitali che preesistono all’umanità e che ne permettono
l’esistenza.
Gli schiaffi di Dio hanno la caratteristica che, quando arrivano, non
c’è più troppo tempo per riciclarli nel tritatutto del dibattito in
cui ogni cosa diventa metafora di qualcos’altra a cui rimanda e così via
permettendo sempre di far girare la giostra di nuovi consumismi (anche
culturali) magari mascherati o trasformisti. Gli schiaffi di Dio
appiccicano al muro: bisogna finalmente stare ai fatti ed agire,
salvarsi la pelle, magari dandosi una mano, se possibile, su basi
concrete.
Che si creda a una qualche idea di Dio o meno, non abbiamo certo
bisogno di scomodarne la figura per vedere da dove nasce la crisi che
ogni giorno sentiamo avanzare dalle notizie dei media: molto
semplicemente, la “società dei consumi”, come l’abbiamo conosciuta per
qualche decennio, non è che un accidente storico che si è potuto
verificare grazie ad una serie di circostanze (fortunate per alcuni e
tragiche per altri). L’economia da “boom economico” è un fenomeno
apparentemente possibile, ma in realtà solo per un breve periodo. E’
stato sufficiente, però, perché due o tre generazioni ci si
abituassero e vi si sviluppasse sopra un immenso sistema
economico-finanziario. Un sistema che ha bisogno, per sua stessa
natura di crescere senza fine e di progressivamente velocizzare questa
crescita; se non che, come scrive Stephen Jay Gould, “gli alberi non
crescono fino in cielo”. La base autenticamente economica, produttiva,
della crescita ha smesso da tempo di essere sufficiente ad un tale
ritmo e si è dunque dovuti ricorrere al “doping”, alla virtualità: a
dare la possibilità di spendere a chi non la si era data di guadagnare
per sostenere i consumi ancora un po’ al livello proprio delle fasi di
forte sviluppo e di lasciare che il mondo degli economisti e degli
speculatori si avviluppasse su se stesso rendendo terreno di
speculazione anche le proprie stesse supposizioni e scommesse su ciò
che avrebbe dovuto (?) essere.
Mi vengono in mente qui cartoni animati di Bip-Bip e Willy il Coyote
in cui il coyote insegue il bipede fino a superare l’orlo di un
precipizio e, non accorgendosene, per alcuni passi continua pure a
correre nel vuoto…. finché, rendendosi finalmente conto di non avere
in effetti nulla sotto piedi…. precipita.
Ora cominciano ad andare di moda le cose semplici, naturali…ecc.., ma, per
favore, cerchiamo di non banalizzare e non finire a creare nuove forme
di consumismo solo aggiungendo qualche nuovo colore alla limitatissima
tavolozza del mercato politico attuale: la crisi che sembra
affacciarsi adesso deve essere un’occasione da non perdere per
rendersi conto a fondo di ciò che ci ha portato fino a qui.
Il consumismo ha profonde radici nella nostra mente e nella nostra
psiche e l’incapacità di trovare senso nelle basi naturali di una
semplice esistenza armonica con le altre specie viventi e gli altri
popoli ha basi ben fissate nei presupposti della cultura occidentale e
moderna. E’ a questo livello, anche, che dobbiamo valorizzare la
“provvidenzialità” di questa crisi, che arriva ora che i danni sono
già, evidentemente, in fase abbastanza avanzata da portarcela, ma,
speriamo, forse non ancora così avanzata da portarci di peggio.
Sebbene a trarre i maggiori vantaggi da un sistema economico
consumista sia un’esigua minoranza di privilegiati ai vertici della
piramide, è altrettanto vero che a sostenere tale piramide è pur
sempre la base (il sistema è infatti detto “consumista” in quanto si
regge sui consumi delle masse, non sull’azionariato di maggioranza delle aziende): sta a noi cogliere l’occasione per salvarci oggi dalle conseguenze della crisi imboccando una strada che non sia pavimentata con gli stessi materiali
e che non ci riporti domani di nuovo al punto di partenza.
Bisogna rendersi conto della portata a tutto tondo del cambiamento
necessario e che un certo sforzo, coraggio e radicalità sono
necessari: la Decrescita è Felice, ok, ma se anche all’inizio non lo
fosse tanto? Dovremmo tirarci indietro per questo? O vorremmo forse
credere che possano bastare nuove tendenze artistiche e un diverso
tipo di locali per incontrarsi? (voglio dire, va tutto bene, non c’è
problema, ma manteniamo la lucidità per fare delle distinzioni tra ciò
che è il punto e ciò che è accessorio).
Dunque una forte crisi economica ha in effetti qualcosa di
“provvidenziale” perché sappiamo tutti che per cambiare davvero
qualcosa ci vogliono interventi seri, ma sappiamo altrettanto che non
c’è nessun governo e nessuna forza politica che si candiderebbe a
farne – come pure che difficilmente troverebbe il sostegno elettorale
necessario.
Ci vorrebbe dunque un intervento di autorità, un certo grado di
costrizione, e la disponibilità personale di gran parte dei cittadini
ad accettarla ed adeguarvisi, ma abbiamo altrettanto motivo di non
amare un tale tipo di autorità e di diffidare di situazioni in cui
vige una tale condiscendenza di massa. D’altra parte l’urgenza di
alcune svolte nei comportamenti a forte impatto ambientale è
stringente.
Allora la crisi potrebbe essere una buona maestra: capace di imporre
un mutamento di rotta per necessità (e poche cose comandano meglio
della necessità), ma al tempo stesso di imporlo in modo impersonale,
così che saranno il nostro stesso senso della realtà e la nostra
ritrovata lungimiranza ad indicarci le nuove strade che la crisi
potrebbe proporci come obbligatorie.
che si sia stufata anche Lei di star dietro agli affari di una banda
di pericolose creaturine viziate, presuntuose e dalle vedute a volte
anche ampie, ma troppo spesso corte, che si ostinano a trattare il
pianeta come il loro giocattolo.
Bisognerebbe forse chiederlo al papa, trattandosi forse di una cosa piu’ di sua competenza – certo piu’ dei sistemi che le persone usano per avere una vita sessuale senza, possibilmente, prendersi malattie (del resto, se uno ci tiene tanto alla difesa della vita, non potrebbe bastargli che qualcuno trovi il modo di non rischiare la propria? E’ la vita vivente, quella che bisogna proteggere, o quella che potrebbe teoricamente esserlo?).
Ad ogni modo non e’ del papa che mi interessava parlare, ne’ della Provvidenza, ma della crisi… se poi ce l’ha mandata Lei, be’, tante grazie: forse era ciò che ci
voleva.
Ci voleva perché, come diceva il buon Giorgio Gaber (ed a proposito
degli argomenti di competenza del papa) “…gli schiaffi di Dio
appiccicano al muro”. Ed è forse proprio di questo che avevamo
bisogno: di un bello schiaffo di quelli di Dio (o chi per lui….magari
la Realtà), che lasciano senza parole, che non è facile indicare da
che parte vengano, che difficilmente si possono rappresentare sulla
tela consunta della politica corrente, dipinta con i soli due colori
della Destra e della “Sinistra”, sempre più indefiniti e sempre meno
distinguibili all’atto pratico.
Uno schiaffo di Dio ancora di quelli minori, limitato all’economia -
una creazione umana, per quanto importante - ma ancora solo un
avvertimento se pensiamo a quali altri potrebbero seguire, se
dovessero venire dai sistemi climatici, biologici, bio-patologici,
dalle strutture vitali che preesistono all’umanità e che ne permettono
l’esistenza.
Gli schiaffi di Dio hanno la caratteristica che, quando arrivano, non
c’è più troppo tempo per riciclarli nel tritatutto del dibattito in
cui ogni cosa diventa metafora di qualcos’altra a cui rimanda e così via
permettendo sempre di far girare la giostra di nuovi consumismi (anche
culturali) magari mascherati o trasformisti. Gli schiaffi di Dio
appiccicano al muro: bisogna finalmente stare ai fatti ed agire,
salvarsi la pelle, magari dandosi una mano, se possibile, su basi
concrete.
Che si creda a una qualche idea di Dio o meno, non abbiamo certo
bisogno di scomodarne la figura per vedere da dove nasce la crisi che
ogni giorno sentiamo avanzare dalle notizie dei media: molto
semplicemente, la “società dei consumi”, come l’abbiamo conosciuta per
qualche decennio, non è che un accidente storico che si è potuto
verificare grazie ad una serie di circostanze (fortunate per alcuni e
tragiche per altri). L’economia da “boom economico” è un fenomeno
apparentemente possibile, ma in realtà solo per un breve periodo. E’
stato sufficiente, però, perché due o tre generazioni ci si
abituassero e vi si sviluppasse sopra un immenso sistema
economico-finanziario. Un sistema che ha bisogno, per sua stessa
natura di crescere senza fine e di progressivamente velocizzare questa
crescita; se non che, come scrive Stephen Jay Gould, “gli alberi non
crescono fino in cielo”. La base autenticamente economica, produttiva,
della crescita ha smesso da tempo di essere sufficiente ad un tale
ritmo e si è dunque dovuti ricorrere al “doping”, alla virtualità: a
dare la possibilità di spendere a chi non la si era data di guadagnare
per sostenere i consumi ancora un po’ al livello proprio delle fasi di
forte sviluppo e di lasciare che il mondo degli economisti e degli
speculatori si avviluppasse su se stesso rendendo terreno di
speculazione anche le proprie stesse supposizioni e scommesse su ciò
che avrebbe dovuto (?) essere.
Mi vengono in mente qui cartoni animati di Bip-Bip e Willy il Coyote
in cui il coyote insegue il bipede fino a superare l’orlo di un
precipizio e, non accorgendosene, per alcuni passi continua pure a
correre nel vuoto…. finché, rendendosi finalmente conto di non avere
in effetti nulla sotto piedi…. precipita.
Ora cominciano ad andare di moda le cose semplici, naturali…ecc.., ma, per
favore, cerchiamo di non banalizzare e non finire a creare nuove forme
di consumismo solo aggiungendo qualche nuovo colore alla limitatissima
tavolozza del mercato politico attuale: la crisi che sembra
affacciarsi adesso deve essere un’occasione da non perdere per
rendersi conto a fondo di ciò che ci ha portato fino a qui.
Il consumismo ha profonde radici nella nostra mente e nella nostra
psiche e l’incapacità di trovare senso nelle basi naturali di una
semplice esistenza armonica con le altre specie viventi e gli altri
popoli ha basi ben fissate nei presupposti della cultura occidentale e
moderna. E’ a questo livello, anche, che dobbiamo valorizzare la
“provvidenzialità” di questa crisi, che arriva ora che i danni sono
già, evidentemente, in fase abbastanza avanzata da portarcela, ma,
speriamo, forse non ancora così avanzata da portarci di peggio.
Sebbene a trarre i maggiori vantaggi da un sistema economico
consumista sia un’esigua minoranza di privilegiati ai vertici della
piramide, è altrettanto vero che a sostenere tale piramide è pur
sempre la base (il sistema è infatti detto “consumista” in quanto si
regge sui consumi delle masse, non sull’azionariato di maggioranza delle aziende): sta a noi cogliere l’occasione per salvarci oggi dalle conseguenze della crisi imboccando una strada che non sia pavimentata con gli stessi materiali
e che non ci riporti domani di nuovo al punto di partenza.
Bisogna rendersi conto della portata a tutto tondo del cambiamento
necessario e che un certo sforzo, coraggio e radicalità sono
necessari: la Decrescita è Felice, ok, ma se anche all’inizio non lo
fosse tanto? Dovremmo tirarci indietro per questo? O vorremmo forse
credere che possano bastare nuove tendenze artistiche e un diverso
tipo di locali per incontrarsi? (voglio dire, va tutto bene, non c’è
problema, ma manteniamo la lucidità per fare delle distinzioni tra ciò
che è il punto e ciò che è accessorio).
Dunque una forte crisi economica ha in effetti qualcosa di
“provvidenziale” perché sappiamo tutti che per cambiare davvero
qualcosa ci vogliono interventi seri, ma sappiamo altrettanto che non
c’è nessun governo e nessuna forza politica che si candiderebbe a
farne – come pure che difficilmente troverebbe il sostegno elettorale
necessario.
Ci vorrebbe dunque un intervento di autorità, un certo grado di
costrizione, e la disponibilità personale di gran parte dei cittadini
ad accettarla ed adeguarvisi, ma abbiamo altrettanto motivo di non
amare un tale tipo di autorità e di diffidare di situazioni in cui
vige una tale condiscendenza di massa. D’altra parte l’urgenza di
alcune svolte nei comportamenti a forte impatto ambientale è
stringente.
Allora la crisi potrebbe essere una buona maestra: capace di imporre
un mutamento di rotta per necessità (e poche cose comandano meglio
della necessità), ma al tempo stesso di imporlo in modo impersonale,
così che saranno il nostro stesso senso della realtà e la nostra
ritrovata lungimiranza ad indicarci le nuove strade che la crisi
potrebbe proporci come obbligatorie.
Sulla scelta di vita in campagna - 2 (e la sua attualita’)
Quando si propone (anche in ambienti ecologisti) la via della vita in e della campagna come alternativa centrale, autentica e possibile al sistema di vita dominante (con le conseguenze che gia’ abbiamo davanti agli occhi e quelle che probabilmente avremo a breve) spesso si assiste a polemiche piuttosto accese fra chi difende quest’idea con toni che a volte sconfinano anche nel romantico-ideologico-utopista e chi sembra rifiutare cio’ che gli sembra un vano sogno impossibile respingendolo con energia degna di fanatici dello sviluppismo; energia che pare quella di chi voglia allontanare da se’ il pericolo di poterci credere davvero ad un tale sogno.
E’ chiaro che si tratta di un argomento che stimola le coscienze perche’ e’ in fondo abbastanza evidente che, se diffusa su percentuali consistenti della popolazione, sarebbe forse l’unica scelta che davvero potrebbe dare una svolta radicale in senso eco(ed umano-)sostenibile alla nostra societa’ ed al suo futuro. Quantomeno l’unica che e’ direttamente alla portata delle nostre decisioni come comuni mortali, mentre ogni tipo di programma politico (per inaspettatamente coraggioso che fosse – e non se ne vede comunque traccia) avrebbe bisogno in ogni caso di tempi e condizioni molto complicate nelle quali possiamo solo sperare, ma purtroppo sempre meno credere, in una economia globale che ha ormai bisogno di crescere continuamente anche solo per sopravvivere.
D’altra parte un basilare principio di realta’ non puo’ non farci riconoscere che in tutto quell’insieme di eventi e trasformazioni avvenuti negli ultimi due secoli, che chiamiamo genericamente “progresso”, c’e’ anche molto di positivo se guardiamo a come era prima la condizione umana in molti suoi aspetti, e dunque una scelta in cosi’ radicale rottura con questa tendenza storica come quella di andare a vivere in campagna, chiamandosi fuori da tutto cio’, puo’ sembrare inappropriata perche’ non terrebbe conto della realta’ delle cose.
Questo e’ comprensibile. Ma che si rilegga in chiave radicalmente critica la modernita’, fin nei suoi presupposti, e che a questa critica se ne vogliano far seguire le conseguenze pratiche, non deve necessariamente significare che si pensi di poter fare come se tutto cio’ che e’ avvenuto dal tempo delle candele, dei carretti, delle fattucchiere e delle scomuniche non ci sia stato ne’ ci sarebbe dovuto essere. E’ sorprendente come in un’epoca in cui sembra trionfare l’idea di liberta’, specialmente di pensiero, si rimanga cosi’ impigliati nell’automatismo di credere nell’alternativa netta “o modello sviluppo-consumista o ritorno al medioevo sotto tutti gli aspetti”. Purtroppo succede pure che anche chi pretende a questo punto di preferire la seconda alternativa finisca per credere a questo bivio mal posto. Non c’e’ questo bivio: indietro nella Storia non si torna, si va solo avanti, anche se non sta scritto da nessuna parte che si vada verso qualcosa.
Per questo motivo non possiamo neanche illuderci che una linea di tendenza storica vada comunque verso il meglio solo perche’ a lungo la si e’ chiamata “progresso”, neanche se in parte e fino ad un certo punto lo si e’ potuto fare con buone ragioni. Se determinate trasformazioni sono avvenute ed hanno avuto il sostegno sentito e partecipe di moltissime persone vuol dire che ce ne erano i motivi. Ce ne erano i presupposti e se ne sentiva il bisogno, cosi’ che quando si e’ presentata una via possibile e comprensibile che rispondeva alle esigenze molti l’hanno seguita, pur se cio’ comportava delle rotture e delle notevoli difficolta’ . E’ miope e limitato pensare semplicisticamente in termini di giusto e sbagliato: esistono piuttosto i percorsi, in cui ci sono passaggi anche necessari, inevitabili. Invece di discutere in termini di andare avanti (avanti in che senso?) o tornare indietro (indietro dove?) sarebbe piu’ sensato riconoscere che cio’ che ci ha portato fino a qui aveva ragione di essere, altrimenti non saremmo dove siamo, ma siamo al punto di poter e dover prendere una strada diversa. Qui sta il bivio: nell’andare avanti in un altro modo grazie all’essere arrivati fino a qui con tutti gli errori che ora possiamo vedere ed a cui possiamo porre rimedio.
La Modernita’, la Scienza e la Tecnologia ci hanno affrancato da superstizioni, fame, malattie, fatalismo….; ci hanno portato a credere a cieche ideologie iperrazionaliste, a vederne le conseguenze e poi a non crederci piu’; a riconoscerci artefici della Storia e del nostro destino sostituendoci a Dio in questo ruolo e a ritrovarci ora in balia di forze economiche incontrollabili e impersonali che muovono questa “Storia” e noi con essa senza che ce ne rimanga alcun significativo controllo salvo la versione “realistica” odierna dell’antica devozione nel ripeterci che (pero’) e’ questo che ci da’ il pane ecc.. (soprattutto eccetera, perche’ se si trattasse del pane e del necessario basterebbe molto meno e ci rimarrebbe tempo anche per un po’ di vita come esseri umani); ci dovrebbero aver dato la capacita’ di vedere i fatti come processi e gli opposti come fasi complementari e successive.
Purtroppo la forma mentale occidentale, concettuale, astrattista, tutta legata alla dimensione del linguaggio, tende a mettere sempre le cose in contrapposizione: per questo la nostra storia si compone di movimenti politico culturali che impiegano enormi energie a combattersi ed estremizzare ognuna le proprie posizioni, a non comprendere l’aspetto di realta’ che c’e’ in quelle opposte e, in definitiva, sempre ad andare un po’ troppo in un senso, in modo che poi la cultura che avra’ successo…..successivamente (appunto si dice cosi’)….dovra’ recuperare tanti errori da finire per andar troppo nel senso opposto in modo da generare movimenti di segno opposto e cosi’ via.
E’ grazie al percorso anche distruttivo e consumistico, e’ grazie agli errori fatti ed alla capacita’ di comprenderli insieme a quanto di buono si puo’ conservare che oggi potremmo voler fare a meno di cio’ di cui non abbiamo bisogno. E’ grazie a questa esperienza che possiamo immaginare altri percorsi per cui non necessariamente tutti su questa Terra debbano ripetere gli stessi errori per capire le stesse cose. E’ grazie alla confusione del superfluo che poi possiamo fermarci all’essenziale.
Prendere concretamente una direzione di vita sostenibile, non consumistica, di non collaborazione col sistema distruttivo, di autoproduzione (e come potrebbe essere altro se non con la base di indipendenza economica ed esistenziale che la campagna puo’ dare?) non e’ un tornare indietro, non e’ un misconoscere la realta’ della Storia e del progresso (quel che c’e’ di vero in questo – e non e’ poco), ma e’ confutarne la mitologia, confutare gli aut-aut pseudorealisti e soprattutto non farsi incastrare dall’abitudine a trasformare sempre tutto in materiale dialettico-polemico. Non si puo’ sapere e definire la giustezza a livello generale o di tendenza storica di un’idea senza metterla in pratica, non lo si puo’ fare senza aver lavorato nella propria vita per aprirgli una strada, una possibilita’. Non si puo’ neanche sapere di cosa si stia parlando se non si accetta di scendere nell’esperienza anche se questo modifichera’ alcune delle nostre visioni.
Ed infine non si puo’, proprio perche’ siamo nella post-modernita’, non dare valore centrale alla nostra vita individuale giocata giorno per giorno, anche senza necessita’ di uno schema teorico a tutto tondo, come particella elementare di quel flusso di massa che chiamiamo “Storia”, che, ricordiamoci, possiamo davvero definire e conoscere solo dopo, guardandoci indietro. Mentre le analisi storiche le faranno gli intellettuali a posteriori, la “Storia” la facciamo oggi con le nostre vite. E non si tratta di agire in base ad una concezione lineare-progressiva piuttosto che circolare-statica della Storia: queste anche sono definizioni che appartengono all’ex-post e che sono soggette anch’esse alle mode e alle fasi culturali. Si tratta invece, concretamente e semplicemente, di capire cio’ che va fatto, data la situazione che ci si trova a vivere, non solo immaginandosi elemento separato, ma riconoscendosi parte del Tutto, e farlo, a partire da se’.
Per questo io credo che la scelta di andare a vivere in campagna, di trovare qui un’alternativa autentica e possibile, e’ una scelta oggi non meno attuale e legittima storicamente almeno di qualsiasi altra, se non, a ben vedere, quella davvero appropriata ai tempi, che richiedono svolte nette e fattive che non possono calare dall’alto ma venire dalla responsabilita’ di ognuno, perche’ dalla responsabilita’ di ognuno si riproduce ogni giorno questo “mostro impersonale” al quale abbiamo delegato (da ex- forse piu’ che da post- moderni) il nostro destino e la realizzazione del nostro posto nel mondo, in cambio di una limitata gamma di ripetitive e sempre piu’ solitarie “ liberta’ ” quotidiane.
E’ chiaro che si tratta di un argomento che stimola le coscienze perche’ e’ in fondo abbastanza evidente che, se diffusa su percentuali consistenti della popolazione, sarebbe forse l’unica scelta che davvero potrebbe dare una svolta radicale in senso eco(ed umano-)sostenibile alla nostra societa’ ed al suo futuro. Quantomeno l’unica che e’ direttamente alla portata delle nostre decisioni come comuni mortali, mentre ogni tipo di programma politico (per inaspettatamente coraggioso che fosse – e non se ne vede comunque traccia) avrebbe bisogno in ogni caso di tempi e condizioni molto complicate nelle quali possiamo solo sperare, ma purtroppo sempre meno credere, in una economia globale che ha ormai bisogno di crescere continuamente anche solo per sopravvivere.
D’altra parte un basilare principio di realta’ non puo’ non farci riconoscere che in tutto quell’insieme di eventi e trasformazioni avvenuti negli ultimi due secoli, che chiamiamo genericamente “progresso”, c’e’ anche molto di positivo se guardiamo a come era prima la condizione umana in molti suoi aspetti, e dunque una scelta in cosi’ radicale rottura con questa tendenza storica come quella di andare a vivere in campagna, chiamandosi fuori da tutto cio’, puo’ sembrare inappropriata perche’ non terrebbe conto della realta’ delle cose.
Questo e’ comprensibile. Ma che si rilegga in chiave radicalmente critica la modernita’, fin nei suoi presupposti, e che a questa critica se ne vogliano far seguire le conseguenze pratiche, non deve necessariamente significare che si pensi di poter fare come se tutto cio’ che e’ avvenuto dal tempo delle candele, dei carretti, delle fattucchiere e delle scomuniche non ci sia stato ne’ ci sarebbe dovuto essere. E’ sorprendente come in un’epoca in cui sembra trionfare l’idea di liberta’, specialmente di pensiero, si rimanga cosi’ impigliati nell’automatismo di credere nell’alternativa netta “o modello sviluppo-consumista o ritorno al medioevo sotto tutti gli aspetti”. Purtroppo succede pure che anche chi pretende a questo punto di preferire la seconda alternativa finisca per credere a questo bivio mal posto. Non c’e’ questo bivio: indietro nella Storia non si torna, si va solo avanti, anche se non sta scritto da nessuna parte che si vada verso qualcosa.
Per questo motivo non possiamo neanche illuderci che una linea di tendenza storica vada comunque verso il meglio solo perche’ a lungo la si e’ chiamata “progresso”, neanche se in parte e fino ad un certo punto lo si e’ potuto fare con buone ragioni. Se determinate trasformazioni sono avvenute ed hanno avuto il sostegno sentito e partecipe di moltissime persone vuol dire che ce ne erano i motivi. Ce ne erano i presupposti e se ne sentiva il bisogno, cosi’ che quando si e’ presentata una via possibile e comprensibile che rispondeva alle esigenze molti l’hanno seguita, pur se cio’ comportava delle rotture e delle notevoli difficolta’ . E’ miope e limitato pensare semplicisticamente in termini di giusto e sbagliato: esistono piuttosto i percorsi, in cui ci sono passaggi anche necessari, inevitabili. Invece di discutere in termini di andare avanti (avanti in che senso?) o tornare indietro (indietro dove?) sarebbe piu’ sensato riconoscere che cio’ che ci ha portato fino a qui aveva ragione di essere, altrimenti non saremmo dove siamo, ma siamo al punto di poter e dover prendere una strada diversa. Qui sta il bivio: nell’andare avanti in un altro modo grazie all’essere arrivati fino a qui con tutti gli errori che ora possiamo vedere ed a cui possiamo porre rimedio.
La Modernita’, la Scienza e la Tecnologia ci hanno affrancato da superstizioni, fame, malattie, fatalismo….; ci hanno portato a credere a cieche ideologie iperrazionaliste, a vederne le conseguenze e poi a non crederci piu’; a riconoscerci artefici della Storia e del nostro destino sostituendoci a Dio in questo ruolo e a ritrovarci ora in balia di forze economiche incontrollabili e impersonali che muovono questa “Storia” e noi con essa senza che ce ne rimanga alcun significativo controllo salvo la versione “realistica” odierna dell’antica devozione nel ripeterci che (pero’) e’ questo che ci da’ il pane ecc.. (soprattutto eccetera, perche’ se si trattasse del pane e del necessario basterebbe molto meno e ci rimarrebbe tempo anche per un po’ di vita come esseri umani); ci dovrebbero aver dato la capacita’ di vedere i fatti come processi e gli opposti come fasi complementari e successive.
Purtroppo la forma mentale occidentale, concettuale, astrattista, tutta legata alla dimensione del linguaggio, tende a mettere sempre le cose in contrapposizione: per questo la nostra storia si compone di movimenti politico culturali che impiegano enormi energie a combattersi ed estremizzare ognuna le proprie posizioni, a non comprendere l’aspetto di realta’ che c’e’ in quelle opposte e, in definitiva, sempre ad andare un po’ troppo in un senso, in modo che poi la cultura che avra’ successo…..successivamente (appunto si dice cosi’)….dovra’ recuperare tanti errori da finire per andar troppo nel senso opposto in modo da generare movimenti di segno opposto e cosi’ via.
E’ grazie al percorso anche distruttivo e consumistico, e’ grazie agli errori fatti ed alla capacita’ di comprenderli insieme a quanto di buono si puo’ conservare che oggi potremmo voler fare a meno di cio’ di cui non abbiamo bisogno. E’ grazie a questa esperienza che possiamo immaginare altri percorsi per cui non necessariamente tutti su questa Terra debbano ripetere gli stessi errori per capire le stesse cose. E’ grazie alla confusione del superfluo che poi possiamo fermarci all’essenziale.
Prendere concretamente una direzione di vita sostenibile, non consumistica, di non collaborazione col sistema distruttivo, di autoproduzione (e come potrebbe essere altro se non con la base di indipendenza economica ed esistenziale che la campagna puo’ dare?) non e’ un tornare indietro, non e’ un misconoscere la realta’ della Storia e del progresso (quel che c’e’ di vero in questo – e non e’ poco), ma e’ confutarne la mitologia, confutare gli aut-aut pseudorealisti e soprattutto non farsi incastrare dall’abitudine a trasformare sempre tutto in materiale dialettico-polemico. Non si puo’ sapere e definire la giustezza a livello generale o di tendenza storica di un’idea senza metterla in pratica, non lo si puo’ fare senza aver lavorato nella propria vita per aprirgli una strada, una possibilita’. Non si puo’ neanche sapere di cosa si stia parlando se non si accetta di scendere nell’esperienza anche se questo modifichera’ alcune delle nostre visioni.
Ed infine non si puo’, proprio perche’ siamo nella post-modernita’, non dare valore centrale alla nostra vita individuale giocata giorno per giorno, anche senza necessita’ di uno schema teorico a tutto tondo, come particella elementare di quel flusso di massa che chiamiamo “Storia”, che, ricordiamoci, possiamo davvero definire e conoscere solo dopo, guardandoci indietro. Mentre le analisi storiche le faranno gli intellettuali a posteriori, la “Storia” la facciamo oggi con le nostre vite. E non si tratta di agire in base ad una concezione lineare-progressiva piuttosto che circolare-statica della Storia: queste anche sono definizioni che appartengono all’ex-post e che sono soggette anch’esse alle mode e alle fasi culturali. Si tratta invece, concretamente e semplicemente, di capire cio’ che va fatto, data la situazione che ci si trova a vivere, non solo immaginandosi elemento separato, ma riconoscendosi parte del Tutto, e farlo, a partire da se’.
Per questo io credo che la scelta di andare a vivere in campagna, di trovare qui un’alternativa autentica e possibile, e’ una scelta oggi non meno attuale e legittima storicamente almeno di qualsiasi altra, se non, a ben vedere, quella davvero appropriata ai tempi, che richiedono svolte nette e fattive che non possono calare dall’alto ma venire dalla responsabilita’ di ognuno, perche’ dalla responsabilita’ di ognuno si riproduce ogni giorno questo “mostro impersonale” al quale abbiamo delegato (da ex- forse piu’ che da post- moderni) il nostro destino e la realizzazione del nostro posto nel mondo, in cambio di una limitata gamma di ripetitive e sempre piu’ solitarie “ liberta’ ” quotidiane.
Sulla scelta di vita in campagna (e il suo tesoro)
Anche negli ambienti vicini al movimento per la “Decrescita” (nel quale dovrebbero trovarsi persone a cio’ piu’ favorevoli) noto spesso un certo scetticismo “realista” nei confronti della scelta di vita in campagna, dell’adozione di stili di vita, produzione/consumo, in vari modi, neo-contadini e della considerazione di questi come una valida autentica alternativa al sistema (auto)distruttivo imperante.
Si dice che della terra oggi non si puo’ vivere, che al passato non si torna e c’e’ a volte pure chi ama dileggiare coloro che a questa alternativa ci credono davvero volendoli dipingere come persone che amano parlare di agricoltura ed autoproduzione tanto piu’ quanto meno ne conoscono per davvero le fatiche e le privazioni che tutto cio’ comporta o puo’ comportare. Molto meglio, allora, sembra quasi sentir dire, fare francamente solo gli intellettuali della decrescita senza rivendicare una pratica conseguente (che per forza di cose – si da’ per inteso - tanto conseguente poi non potrebbe essere).
Ma… e allora? Viene da dire. Il problema della pratica conseguente, ma veramente, radicalmente, non ce lo poniamo? Siamo anche noi di quelli che credono in una realta’ fondamentalmente solo umana? Per la quale le battaglie sono sempre in primo luogo battaglie culturali? Dibattiti tutti interni a un mondo antropocentrico, sostanziato di logos, in cui mai appare un “oste” naturale ed oggettivo che arriva a presentare il conto riportando tutti ai semplici fatti? Anche per noi il momento di “sporcarsi le mani” dovra’ venire sempre piu’ tardi, quando magari sara’ il turno di qualcun altro?
A me pare ormai molto chiaro che di tempo non ne abbiamo piu’ a sufficienza per rimandare il momento di agire in pratica nel modo piu’ coerente possibile: non sara’ grazie ad un mutamento solo filosofico e neppure legislativo che i terribili mutamenti bio-fisico-chimici e climatici in atto rallenteranno la corsa minacciosa che percorrono in seguito ai nostri comportamenti economici consumistici. Se qualcosa ancora si puo’ salvare e’ rinunciando radicalmente a molti di tali comportamenti e sostituendoli con altri che siano oggettivamente ecocompatibili.
La vita fondamentalmente contadina e’ stata ed e’, in ogni tempo ed ogni luogo, una di dialogo continuo tra esseri umani e Natura su una scala che permette la percezione diretta dell’impatto e del rapporto degli uni con l’altra come di una parte che ha un suo posto nel Tutto, per quanto in un “Tutto” dinamico.
Siamo d’accordo che al punto estremo in cui oggi ci troviamo di “turning point” critico non si puo’ rispondere solo che, pur di salvare qualcosa, basta che adoperiamo comportamenti ecologici e simil-contadini – per quanto piu’ pretesi che reali - e tanto basta al di la’ di qualsiasi approfondimento di consapevolezza della portata sia mondiale-politica che esistenziale dei problemi e delle loro cause. Tutt’altro.
Ma il punto che molti sembrano non capire e’ che la scelta di vita in e della campagna, proprio dentro alla sua imperfezione ed alla sua relativa irrealizzabilita’ nella situazione attuale, e’ il passaggio che trasforma autenticamente anche al livello della coscienza, che porta la consapevolezza a fondersi e trasformarsi nel fuoco di una comprensione che avviene nella pratica, il che e’ proprio cio’ che ci manca oggi.
Perche’, nonostante abbiamo a disposizione una ricchezza di fonti d’ispirazione per immaginare altri fondamenti per altri e sostenibili modi di vivere, ad esempio in molte tradizioni olistiche di tutto il mondo, queste arrivano da noi perlopiu’ come mode superficiali mentre il consumismo dilaga ormai come non-cultura omologante a livello globale, anche nei paesi d’origine di tali stesse tradizioni? Perche’ la vera conoscenza che era propria dell’Oriente e di molti popoli tradizionali non riesce a diventare autentico patrimonio-risorsa nella coscienza diffusa di questa modernita’ in disperato bisogno di aiuto (tanto piu’ grave quanto meno conscio)?
Proprio perche’ si tratta di un tipo di conoscenza che va colto attraverso la pratica piu’ che le parole, come il senso delle cose, come la verita’ della Natura, di una base fondamentale che non solo ci appartiene , ma alla quale soprattutto apparteniamo. Queste forme di conoscenza erano vive e alla portata del senso comune quando erano radicate nella vita concreta delle persone, quando il dialogo ed il legame con la Natura era evidenza quotidiana – ovvero quando la dimensione pratica contadina era l’esperienza comunemente diffusa.
Quando sento le prudenti obiezioni rivolte a chi afferma che (non il tornare, ma il rivolgersi ad) una vita nella e della campagna e’ la soluzione fondamentale autentica e percorribile al pauroso futuro senza futuro a cui ci sta portando il sistema attuale, noto che, al di la’ della verita’ piu’ o meno di fatto che solo della terra oggi e’ molto difficile vivere, il punto e’ che non si coglie, in queste obiezioni, questo fuoco trasformatore della coscienza che e’ dato dalla pratica.
E’ certamente vero, almeno nella maggior parte dei casi, che e’ difficile ai limiti dell’impossibile mantenere oggi una famiglia decentemente (per quanto con standard “decrescenti”) solo grazie alle entrate ed ai prodotti provenienti da un’agricoltura (e biologica) su piccola scala. E’ altrettanto vero pero’ che questo diventa molto piu’ possibile se, da un lato si ridimensionano i propri consumi su standard di autentica decrescita e dall’altro si affiancano al lavoro agricolo altre attivita’ anche non agricole ma che hanno un legame con la vita in campagna se non altro nel fatto che grazie a questa possono essere solo complementari e pertanto scelte tra quelle comunque non necessariamente distruttive (il che gia’ non e’ poco).
Purtroppo si sta spesso a discutere sul fatto che in questi termini non ci si puo’ “arrogare” il titolo di “contadino” e che tale titolo non puo’ essere che in via di estinzione – se non gia’ materia per gli studiosi ed i musei. Questa impossibilita’ di “purezza” sembra ad alcuni essere gia’ di per se’ argomento sufficiente a chiudere il discorso e tornare con preteso “realismo” ad occuparsi solo delle numerose piccole misure compromissorie/palliative (per carita’, sempre utilissime e sacrosante, soprattutto perche’ adottabili oggi dalla vera stragrande maggioranza delle persone) in senso ecologista/decrescente, applicabili in una vita di citta’.
Perche’, dico io? C’e’ forse bisogno di dire che dietro la montagna non c’e’ nulla solo perche’ non si vuole avventurarsi fin lassu’? O forse che se in un posto ci si puo’ arrivare solo a piedi su impervi sentieri e non propriamente con una strada, allora cio’ vale a dire che non vale neanche la pena di partire, o che addirittura il posto non esiste del tutto?
A volte mi sembra si stiano a fare troppi distinguo prima di partire perche’ di partire davvero non ce se la sente ma non lo si vuole riconoscere e si pretende di negare cosi’ la possibilita’ stessa del viaggio.
Oggi non possiamo piu’ essere contadini “veri”? Bene, non c’e’ problema: saremo allora “neo-contadini” o anche “pseudo- o filo-contadini” o parzialmente contadini, se si preferisce. Il punto e’ che cio’ che oggi che cerchiamo di farlo solo in pochi e’ possibile fare al 30% - 50% - 70% e’ cio’ che e’ comunque possibile fare. Che, anche se non quantitativamente, qualitativamente e’ una soluzione, autentica. Che indica una direzione di percorso che e’ ecocompatibile e sostenibile in prospettiva senza limiti e che ha la capacita’ di allargarsi fino ad includere i vari aspetti di una societa’ funzionante.
Il fatto che si tratti, di fatto, di condizioni di vita contraddittorie, a cavallo tra una dimensione di alternativa in parte realizzata e la pur permanente parziale dipendenza verso un sistema radicalmente messo in discussione, non ne e’ un elemento invalidante, ma il segno che si tratta di una cosa viva, reale, un passaggio evolutivo in fieri: avrebbe avuto senso criticare il Neandherthal o l’Homo Abilis perche’ non erano ne’ piu’ autentiche scimmie ne’ ancora Homo Sapiens? Loro di fatto vivevano la loro vita ovvero la loro risposta alla situazione contingente lungo la strada dell’evoluzione: e’ solo a posteriori che poi gli si da’ un nome e si puo’ discutere sulla loro comparsa, la loro estinzione e sulle cause di entrambe.
Oggi siamo di fronte ad un passaggio evolutivo, di quelli che si presentano, a dare la cifra della loro portata, con il rischio dell’estinsione (o quasi) sull’altro piatto della bilancia. Siamo di fronte ad un passaggio che implica il confronto con il funzionamento profondo della nostra mente, del nostro comportamento ed i nostri meccanismi ripetitivi, con la nostra paura nel guardare la realta’.
Questo passaggio evolutivo a cui il percorso stesso della nostra storia ci porta oggi richiede un passaggio che, piu’ che culturale, e’ propriamente di livello di coscienza, ma non potremo farlo rimanendo all’interno dei limiti teorici, astrattisti ed intellettualisti della cultura moderna ed occidentale: dobbiamo evolverci nell’essenzialita’ di quella che e’ la nostra base naturale e dobbiamo farlo attraverso una conoscenza che cresce nella pratica, nella percezione diretta ed intuitiva di qual’e’ il nostro posto nel mondo, nella Natura.
Per questo motivo dico che spesso mi pare non si colga a sufficienza qual’e’ il vero tesoro, pur dentro a contraddizioni ad illusioni ed insufficienze, della scelta di chi va a vivere in campagna e della terra (nella misura in cui ci riesce). Questo vero tesoro e’ la possibilita’ di un cambiamento di prospettiva autentico che si muove organicamente col cambiamento concreto e misurabile del proprio impatto sull’ecosistema. Un cambiamento che avviene attraverso la pratica del fare una cosa impossibile e comunque realizzarla quanto piu’ possibile – aprendo di fatto la strada anche per altri – e chiedendosi costantemente, grazie alle difficolta’, il vero senso ed il vero valore di ripetere ogni giorno questa scelta impossibile.
E capirlo, a mano a mano, al di la’ delle parole.
Si dice che della terra oggi non si puo’ vivere, che al passato non si torna e c’e’ a volte pure chi ama dileggiare coloro che a questa alternativa ci credono davvero volendoli dipingere come persone che amano parlare di agricoltura ed autoproduzione tanto piu’ quanto meno ne conoscono per davvero le fatiche e le privazioni che tutto cio’ comporta o puo’ comportare. Molto meglio, allora, sembra quasi sentir dire, fare francamente solo gli intellettuali della decrescita senza rivendicare una pratica conseguente (che per forza di cose – si da’ per inteso - tanto conseguente poi non potrebbe essere).
Ma… e allora? Viene da dire. Il problema della pratica conseguente, ma veramente, radicalmente, non ce lo poniamo? Siamo anche noi di quelli che credono in una realta’ fondamentalmente solo umana? Per la quale le battaglie sono sempre in primo luogo battaglie culturali? Dibattiti tutti interni a un mondo antropocentrico, sostanziato di logos, in cui mai appare un “oste” naturale ed oggettivo che arriva a presentare il conto riportando tutti ai semplici fatti? Anche per noi il momento di “sporcarsi le mani” dovra’ venire sempre piu’ tardi, quando magari sara’ il turno di qualcun altro?
A me pare ormai molto chiaro che di tempo non ne abbiamo piu’ a sufficienza per rimandare il momento di agire in pratica nel modo piu’ coerente possibile: non sara’ grazie ad un mutamento solo filosofico e neppure legislativo che i terribili mutamenti bio-fisico-chimici e climatici in atto rallenteranno la corsa minacciosa che percorrono in seguito ai nostri comportamenti economici consumistici. Se qualcosa ancora si puo’ salvare e’ rinunciando radicalmente a molti di tali comportamenti e sostituendoli con altri che siano oggettivamente ecocompatibili.
La vita fondamentalmente contadina e’ stata ed e’, in ogni tempo ed ogni luogo, una di dialogo continuo tra esseri umani e Natura su una scala che permette la percezione diretta dell’impatto e del rapporto degli uni con l’altra come di una parte che ha un suo posto nel Tutto, per quanto in un “Tutto” dinamico.
Siamo d’accordo che al punto estremo in cui oggi ci troviamo di “turning point” critico non si puo’ rispondere solo che, pur di salvare qualcosa, basta che adoperiamo comportamenti ecologici e simil-contadini – per quanto piu’ pretesi che reali - e tanto basta al di la’ di qualsiasi approfondimento di consapevolezza della portata sia mondiale-politica che esistenziale dei problemi e delle loro cause. Tutt’altro.
Ma il punto che molti sembrano non capire e’ che la scelta di vita in e della campagna, proprio dentro alla sua imperfezione ed alla sua relativa irrealizzabilita’ nella situazione attuale, e’ il passaggio che trasforma autenticamente anche al livello della coscienza, che porta la consapevolezza a fondersi e trasformarsi nel fuoco di una comprensione che avviene nella pratica, il che e’ proprio cio’ che ci manca oggi.
Perche’, nonostante abbiamo a disposizione una ricchezza di fonti d’ispirazione per immaginare altri fondamenti per altri e sostenibili modi di vivere, ad esempio in molte tradizioni olistiche di tutto il mondo, queste arrivano da noi perlopiu’ come mode superficiali mentre il consumismo dilaga ormai come non-cultura omologante a livello globale, anche nei paesi d’origine di tali stesse tradizioni? Perche’ la vera conoscenza che era propria dell’Oriente e di molti popoli tradizionali non riesce a diventare autentico patrimonio-risorsa nella coscienza diffusa di questa modernita’ in disperato bisogno di aiuto (tanto piu’ grave quanto meno conscio)?
Proprio perche’ si tratta di un tipo di conoscenza che va colto attraverso la pratica piu’ che le parole, come il senso delle cose, come la verita’ della Natura, di una base fondamentale che non solo ci appartiene , ma alla quale soprattutto apparteniamo. Queste forme di conoscenza erano vive e alla portata del senso comune quando erano radicate nella vita concreta delle persone, quando il dialogo ed il legame con la Natura era evidenza quotidiana – ovvero quando la dimensione pratica contadina era l’esperienza comunemente diffusa.
Quando sento le prudenti obiezioni rivolte a chi afferma che (non il tornare, ma il rivolgersi ad) una vita nella e della campagna e’ la soluzione fondamentale autentica e percorribile al pauroso futuro senza futuro a cui ci sta portando il sistema attuale, noto che, al di la’ della verita’ piu’ o meno di fatto che solo della terra oggi e’ molto difficile vivere, il punto e’ che non si coglie, in queste obiezioni, questo fuoco trasformatore della coscienza che e’ dato dalla pratica.
E’ certamente vero, almeno nella maggior parte dei casi, che e’ difficile ai limiti dell’impossibile mantenere oggi una famiglia decentemente (per quanto con standard “decrescenti”) solo grazie alle entrate ed ai prodotti provenienti da un’agricoltura (e biologica) su piccola scala. E’ altrettanto vero pero’ che questo diventa molto piu’ possibile se, da un lato si ridimensionano i propri consumi su standard di autentica decrescita e dall’altro si affiancano al lavoro agricolo altre attivita’ anche non agricole ma che hanno un legame con la vita in campagna se non altro nel fatto che grazie a questa possono essere solo complementari e pertanto scelte tra quelle comunque non necessariamente distruttive (il che gia’ non e’ poco).
Purtroppo si sta spesso a discutere sul fatto che in questi termini non ci si puo’ “arrogare” il titolo di “contadino” e che tale titolo non puo’ essere che in via di estinzione – se non gia’ materia per gli studiosi ed i musei. Questa impossibilita’ di “purezza” sembra ad alcuni essere gia’ di per se’ argomento sufficiente a chiudere il discorso e tornare con preteso “realismo” ad occuparsi solo delle numerose piccole misure compromissorie/palliative (per carita’, sempre utilissime e sacrosante, soprattutto perche’ adottabili oggi dalla vera stragrande maggioranza delle persone) in senso ecologista/decrescente, applicabili in una vita di citta’.
Perche’, dico io? C’e’ forse bisogno di dire che dietro la montagna non c’e’ nulla solo perche’ non si vuole avventurarsi fin lassu’? O forse che se in un posto ci si puo’ arrivare solo a piedi su impervi sentieri e non propriamente con una strada, allora cio’ vale a dire che non vale neanche la pena di partire, o che addirittura il posto non esiste del tutto?
A volte mi sembra si stiano a fare troppi distinguo prima di partire perche’ di partire davvero non ce se la sente ma non lo si vuole riconoscere e si pretende di negare cosi’ la possibilita’ stessa del viaggio.
Oggi non possiamo piu’ essere contadini “veri”? Bene, non c’e’ problema: saremo allora “neo-contadini” o anche “pseudo- o filo-contadini” o parzialmente contadini, se si preferisce. Il punto e’ che cio’ che oggi che cerchiamo di farlo solo in pochi e’ possibile fare al 30% - 50% - 70% e’ cio’ che e’ comunque possibile fare. Che, anche se non quantitativamente, qualitativamente e’ una soluzione, autentica. Che indica una direzione di percorso che e’ ecocompatibile e sostenibile in prospettiva senza limiti e che ha la capacita’ di allargarsi fino ad includere i vari aspetti di una societa’ funzionante.
Il fatto che si tratti, di fatto, di condizioni di vita contraddittorie, a cavallo tra una dimensione di alternativa in parte realizzata e la pur permanente parziale dipendenza verso un sistema radicalmente messo in discussione, non ne e’ un elemento invalidante, ma il segno che si tratta di una cosa viva, reale, un passaggio evolutivo in fieri: avrebbe avuto senso criticare il Neandherthal o l’Homo Abilis perche’ non erano ne’ piu’ autentiche scimmie ne’ ancora Homo Sapiens? Loro di fatto vivevano la loro vita ovvero la loro risposta alla situazione contingente lungo la strada dell’evoluzione: e’ solo a posteriori che poi gli si da’ un nome e si puo’ discutere sulla loro comparsa, la loro estinzione e sulle cause di entrambe.
Oggi siamo di fronte ad un passaggio evolutivo, di quelli che si presentano, a dare la cifra della loro portata, con il rischio dell’estinsione (o quasi) sull’altro piatto della bilancia. Siamo di fronte ad un passaggio che implica il confronto con il funzionamento profondo della nostra mente, del nostro comportamento ed i nostri meccanismi ripetitivi, con la nostra paura nel guardare la realta’.
Questo passaggio evolutivo a cui il percorso stesso della nostra storia ci porta oggi richiede un passaggio che, piu’ che culturale, e’ propriamente di livello di coscienza, ma non potremo farlo rimanendo all’interno dei limiti teorici, astrattisti ed intellettualisti della cultura moderna ed occidentale: dobbiamo evolverci nell’essenzialita’ di quella che e’ la nostra base naturale e dobbiamo farlo attraverso una conoscenza che cresce nella pratica, nella percezione diretta ed intuitiva di qual’e’ il nostro posto nel mondo, nella Natura.
Per questo motivo dico che spesso mi pare non si colga a sufficienza qual’e’ il vero tesoro, pur dentro a contraddizioni ad illusioni ed insufficienze, della scelta di chi va a vivere in campagna e della terra (nella misura in cui ci riesce). Questo vero tesoro e’ la possibilita’ di un cambiamento di prospettiva autentico che si muove organicamente col cambiamento concreto e misurabile del proprio impatto sull’ecosistema. Un cambiamento che avviene attraverso la pratica del fare una cosa impossibile e comunque realizzarla quanto piu’ possibile – aprendo di fatto la strada anche per altri – e chiedendosi costantemente, grazie alle difficolta’, il vero senso ed il vero valore di ripetere ogni giorno questa scelta impossibile.
E capirlo, a mano a mano, al di la’ delle parole.
Iscriviti a:
Post (Atom)