martedì 24 marzo 2009

Sulla scelta di vita in campagna (e il suo tesoro)

Anche negli ambienti vicini al movimento per la “Decrescita” (nel quale dovrebbero trovarsi persone a cio’ piu’ favorevoli) noto spesso un certo scetticismo “realista” nei confronti della scelta di vita in campagna, dell’adozione di stili di vita, produzione/consumo, in vari modi, neo-contadini e della considerazione di questi come una valida autentica alternativa al sistema (auto)distruttivo imperante.
Si dice che della terra oggi non si puo’ vivere, che al passato non si torna e c’e’ a volte pure chi ama dileggiare coloro che a questa alternativa ci credono davvero volendoli dipingere come persone che amano parlare di agricoltura ed autoproduzione tanto piu’ quanto meno ne conoscono per davvero le fatiche e le privazioni che tutto cio’ comporta o puo’ comportare. Molto meglio, allora, sembra quasi sentir dire, fare francamente solo gli intellettuali della decrescita senza rivendicare una pratica conseguente (che per forza di cose – si da’ per inteso - tanto conseguente poi non potrebbe essere).
Ma… e allora? Viene da dire. Il problema della pratica conseguente, ma veramente, radicalmente, non ce lo poniamo? Siamo anche noi di quelli che credono in una realta’ fondamentalmente solo umana? Per la quale le battaglie sono sempre in primo luogo battaglie culturali? Dibattiti tutti interni a un mondo antropocentrico, sostanziato di logos, in cui mai appare un “oste” naturale ed oggettivo che arriva a presentare il conto riportando tutti ai semplici fatti? Anche per noi il momento di “sporcarsi le mani” dovra’ venire sempre piu’ tardi, quando magari sara’ il turno di qualcun altro?

A me pare ormai molto chiaro che di tempo non ne abbiamo piu’ a sufficienza per rimandare il momento di agire in pratica nel modo piu’ coerente possibile: non sara’ grazie ad un mutamento solo filosofico e neppure legislativo che i terribili mutamenti bio-fisico-chimici e climatici in atto rallenteranno la corsa minacciosa che percorrono in seguito ai nostri comportamenti economici consumistici. Se qualcosa ancora si puo’ salvare e’ rinunciando radicalmente a molti di tali comportamenti e sostituendoli con altri che siano oggettivamente ecocompatibili.
La vita fondamentalmente contadina e’ stata ed e’, in ogni tempo ed ogni luogo, una di dialogo continuo tra esseri umani e Natura su una scala che permette la percezione diretta dell’impatto e del rapporto degli uni con l’altra come di una parte che ha un suo posto nel Tutto, per quanto in un “Tutto” dinamico.
Siamo d’accordo che al punto estremo in cui oggi ci troviamo di “turning point” critico non si puo’ rispondere solo che, pur di salvare qualcosa, basta che adoperiamo comportamenti ecologici e simil-contadini – per quanto piu’ pretesi che reali - e tanto basta al di la’ di qualsiasi approfondimento di consapevolezza della portata sia mondiale-politica che esistenziale dei problemi e delle loro cause. Tutt’altro.
Ma il punto che molti sembrano non capire e’ che la scelta di vita in e della campagna, proprio dentro alla sua imperfezione ed alla sua relativa irrealizzabilita’ nella situazione attuale, e’ il passaggio che trasforma autenticamente anche al livello della coscienza, che porta la consapevolezza a fondersi e trasformarsi nel fuoco di una comprensione che avviene nella pratica, il che e’ proprio cio’ che ci manca oggi.
Perche’, nonostante abbiamo a disposizione una ricchezza di fonti d’ispirazione per immaginare altri fondamenti per altri e sostenibili modi di vivere, ad esempio in molte tradizioni olistiche di tutto il mondo, queste arrivano da noi perlopiu’ come mode superficiali mentre il consumismo dilaga ormai come non-cultura omologante a livello globale, anche nei paesi d’origine di tali stesse tradizioni? Perche’ la vera conoscenza che era propria dell’Oriente e di molti popoli tradizionali non riesce a diventare autentico patrimonio-risorsa nella coscienza diffusa di questa modernita’ in disperato bisogno di aiuto (tanto piu’ grave quanto meno conscio)?
Proprio perche’ si tratta di un tipo di conoscenza che va colto attraverso la pratica piu’ che le parole, come il senso delle cose, come la verita’ della Natura, di una base fondamentale che non solo ci appartiene , ma alla quale soprattutto apparteniamo. Queste forme di conoscenza erano vive e alla portata del senso comune quando erano radicate nella vita concreta delle persone, quando il dialogo ed il legame con la Natura era evidenza quotidiana – ovvero quando la dimensione pratica contadina era l’esperienza comunemente diffusa.

Quando sento le prudenti obiezioni rivolte a chi afferma che (non il tornare, ma il rivolgersi ad) una vita nella e della campagna e’ la soluzione fondamentale autentica e percorribile al pauroso futuro senza futuro a cui ci sta portando il sistema attuale, noto che, al di la’ della verita’ piu’ o meno di fatto che solo della terra oggi e’ molto difficile vivere, il punto e’ che non si coglie, in queste obiezioni, questo fuoco trasformatore della coscienza che e’ dato dalla pratica.
E’ certamente vero, almeno nella maggior parte dei casi, che e’ difficile ai limiti dell’impossibile mantenere oggi una famiglia decentemente (per quanto con standard “decrescenti”) solo grazie alle entrate ed ai prodotti provenienti da un’agricoltura (e biologica) su piccola scala. E’ altrettanto vero pero’ che questo diventa molto piu’ possibile se, da un lato si ridimensionano i propri consumi su standard di autentica decrescita e dall’altro si affiancano al lavoro agricolo altre attivita’ anche non agricole ma che hanno un legame con la vita in campagna se non altro nel fatto che grazie a questa possono essere solo complementari e pertanto scelte tra quelle comunque non necessariamente distruttive (il che gia’ non e’ poco).
Purtroppo si sta spesso a discutere sul fatto che in questi termini non ci si puo’ “arrogare” il titolo di “contadino” e che tale titolo non puo’ essere che in via di estinzione – se non gia’ materia per gli studiosi ed i musei. Questa impossibilita’ di “purezza” sembra ad alcuni essere gia’ di per se’ argomento sufficiente a chiudere il discorso e tornare con preteso “realismo” ad occuparsi solo delle numerose piccole misure compromissorie/palliative (per carita’, sempre utilissime e sacrosante, soprattutto perche’ adottabili oggi dalla vera stragrande maggioranza delle persone) in senso ecologista/decrescente, applicabili in una vita di citta’.
Perche’, dico io? C’e’ forse bisogno di dire che dietro la montagna non c’e’ nulla solo perche’ non si vuole avventurarsi fin lassu’? O forse che se in un posto ci si puo’ arrivare solo a piedi su impervi sentieri e non propriamente con una strada, allora cio’ vale a dire che non vale neanche la pena di partire, o che addirittura il posto non esiste del tutto?
A volte mi sembra si stiano a fare troppi distinguo prima di partire perche’ di partire davvero non ce se la sente ma non lo si vuole riconoscere e si pretende di negare cosi’ la possibilita’ stessa del viaggio.
Oggi non possiamo piu’ essere contadini “veri”? Bene, non c’e’ problema: saremo allora “neo-contadini” o anche “pseudo- o filo-contadini” o parzialmente contadini, se si preferisce. Il punto e’ che cio’ che oggi che cerchiamo di farlo solo in pochi e’ possibile fare al 30% - 50% - 70% e’ cio’ che e’ comunque possibile fare. Che, anche se non quantitativamente, qualitativamente e’ una soluzione, autentica. Che indica una direzione di percorso che e’ ecocompatibile e sostenibile in prospettiva senza limiti e che ha la capacita’ di allargarsi fino ad includere i vari aspetti di una societa’ funzionante.
Il fatto che si tratti, di fatto, di condizioni di vita contraddittorie, a cavallo tra una dimensione di alternativa in parte realizzata e la pur permanente parziale dipendenza verso un sistema radicalmente messo in discussione, non ne e’ un elemento invalidante, ma il segno che si tratta di una cosa viva, reale, un passaggio evolutivo in fieri: avrebbe avuto senso criticare il Neandherthal o l’Homo Abilis perche’ non erano ne’ piu’ autentiche scimmie ne’ ancora Homo Sapiens? Loro di fatto vivevano la loro vita ovvero la loro risposta alla situazione contingente lungo la strada dell’evoluzione: e’ solo a posteriori che poi gli si da’ un nome e si puo’ discutere sulla loro comparsa, la loro estinzione e sulle cause di entrambe.
Oggi siamo di fronte ad un passaggio evolutivo, di quelli che si presentano, a dare la cifra della loro portata, con il rischio dell’estinsione (o quasi) sull’altro piatto della bilancia. Siamo di fronte ad un passaggio che implica il confronto con il funzionamento profondo della nostra mente, del nostro comportamento ed i nostri meccanismi ripetitivi, con la nostra paura nel guardare la realta’.
Questo passaggio evolutivo a cui il percorso stesso della nostra storia ci porta oggi richiede un passaggio che, piu’ che culturale, e’ propriamente di livello di coscienza, ma non potremo farlo rimanendo all’interno dei limiti teorici, astrattisti ed intellettualisti della cultura moderna ed occidentale: dobbiamo evolverci nell’essenzialita’ di quella che e’ la nostra base naturale e dobbiamo farlo attraverso una conoscenza che cresce nella pratica, nella percezione diretta ed intuitiva di qual’e’ il nostro posto nel mondo, nella Natura.
Per questo motivo dico che spesso mi pare non si colga a sufficienza qual’e’ il vero tesoro, pur dentro a contraddizioni ad illusioni ed insufficienze, della scelta di chi va a vivere in campagna e della terra (nella misura in cui ci riesce). Questo vero tesoro e’ la possibilita’ di un cambiamento di prospettiva autentico che si muove organicamente col cambiamento concreto e misurabile del proprio impatto sull’ecosistema. Un cambiamento che avviene attraverso la pratica del fare una cosa impossibile e comunque realizzarla quanto piu’ possibile – aprendo di fatto la strada anche per altri – e chiedendosi costantemente, grazie alle difficolta’, il vero senso ed il vero valore di ripetere ogni giorno questa scelta impossibile.
E capirlo, a mano a mano, al di la’ delle parole.

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