sabato 24 settembre 2011

“Fondata sul Lavoro” ?

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Qualche tempo fa ho riincontrato una vecchia conoscente, figlia di amici di famiglia, che non vedevo da quando eravamo bambini. Le ho chiesto cosa facesse ora e, guardandomi con un’aria tra l’ironico ed il rimproverante, mi ha risposto”io lavoro”. L’espressione voleva significare la sua scarsa considerazione per il tipo di economia che mi sono scelto – di cui sa per sentito dire – in cui solo lavori a termine, occasionali e saltuari, concorrono ad integrare monetariamente la mia forma di sussistenza di base che definisco come ‘neo-contadina’ e dunque fatta in ampia misura da autoproduzioni ed in parte svincolata dal denaro. Questa persona è impiegata come grafica pubblicitaria presso un’azienda, il che significa che passa la sua giornata essenzialmente seduta davanti ad un computer in un ambiente riscaldato d’inverno e con aria condizionata d’estate. Con tutto il rispetto per chi svolge questo tipo di occupazioni, devo confessare i miei dubbi sul fatto che in esse ci sia più fatica che nelle mille diverse attività che compongono la mia giornata, dallo spostare pietre, al tagliare legna, al vangare e zappare, potare alberi tutto il giorno in cima ad una scala, lavorare con trattore ed attrezzi vari….sempre fuori in tutte le stagioni. Questa persona però intendeva dirmi che lei si guadagnava da vivere lavorando…e io no.

La Costituzione italiana dice che la nostra è una Repubblica “fondata sul lavoro”. Ma l’esempio appena citato serve a mostrare come, nel senso comune, il valore non sta nel fatto in sé di lavorare, bensì in quello di percepire uno stipendio: nel fare un’attività per la quale si ottengono in cambio dei soldi. Se c’è un salario è lavoro altrimenti non lo è, questo è il punto. Un po’ come quando, nelle statistiche degli organismi internazionali sui paesi “in via di sviluppo”, il contadino quasi autosufficiente del villaggio di montagna è considerato più povero del manovale occasionale e perfino del ladro o del mendicante nello slum alla periferia della città perché, a differenza di questi ultimi, per la sua sussistenza non fa quasi alcun uso del danaro contante ed è perciò del tutto escluso dall’economia capitalista. L’idea è forse che il fatto di partecipare a questa sia già in sé un contributo al progresso dell’umanità, ma direi che i disastri ecologici e non solo a cui siamo di fronte dovrebbero far pensare piuttosto il contrario: che il contributo stia invece nel sotrarre una persona in più a questi meccanismi, al consumo del territorio e delle risorse naturali e nel rapportarsi con la Natura in modo equilibrato e sostenibile, come fanno appunto gli abitanti dei villaggi tradizionali.

Ma, a ben guardare, neppure è l’aver soldi o ricchezze il vero valore fondante nella nostra società: molto di più questo sta nel fatto di spenderli. Se si ha la possibilità di spendere – e lo si fa – lì davvero si acquistano status e considerazione.
Non a caso le imposte si applicano in modo molto più pesante quando le proprietà sono mantenute nella loro forma statica, conservativa: le case - gli immobili per l’appunto – vengono tassate pesantemente mentre i patrimoni finanziari (fondi vari ecc…) non devono neppure essere dichiarati. In questa fase terminale del capitalismo sempre più accelerata, finanziaria, virtuale e con sempre meno rapporti con l’economia reale-produttrice/conservatrice di beni utili, i soldi, la capacità di spesa, i mezzi devono muoversi, partecipare al vortice del mercato: se seguono ritmi più lenti, più prudenti, se tendono a risparmiarsi e mantenersi (né disperdersi né accrescersi) bisogna fargliela pagare, come in un parcheggio a pagamento. Non basta che ti sei comprato una macchina, questa deve continuare a (far) circolare (denaro), anche quando sta ferma.
La capacità di spesa ed il suo esercizio è il fondamento della dignità della persona, del suo apprezzamento sociale (potremmo dire del suo rating, perché no? Del resto segna lo spread che c’è tra lui ed i suoi simili) ed infatti è la cosa che molti ostentano, perfino quando non ce l’hanno veramente, perfino quando per questo sono costretti a indebitarsi. Le società umane si basano su valori culturali, di status, come le melodie del pifferaio magico di turno dietro al quale i più si accodano danzando fino ed oltre il precipizio.

Nessuno spot è stato più berlusconianamente rappresentativo della nostra epoca di quello in cui tutti i passanti ringraziavano il “signor Rossi” che se ne andava in giro con la borsa della spesa piena di acquisti, come un eroe (forse neanche più borghese, ma nazional-popolare) che aveva contribuito al benessere del Paese: non a caso, non con il suo lavoro (lo spot non ci dice mica come li ha fatti i soldi, né a molti ciò interessa più nulla, neppure se lo dovessero votare), ma con la sua spesa.
La busta della spesa, simbolo del consumatore, potrebbe degnamente sostituire il tricolore nazionale come nuova bandiera, aggiornata ai tempi (potremmo suggerirla per la Padania eventualmente, quando si farà). E la si potrebbe fare comunque in tre colori, gli altri due a significare altri due sensi per cui il simbolo della ‘busta’ rappresenta ciò che è fondante davvero in questo paese: la ‘busta paga’ come elemento di ricatto che tiene insieme la pace sociale, e la ‘bustarella’ che continua ad oliare e far girare tutto il sistema nel suo intreccio tra istituzioni e mondo degli affari.

Ma il processo è in via di perfezionamento: non basta ormai una comune capacità di spesa; lo spread sociale aumenta e mentre i ricchi si arricchiscono c’è una fascia della popolazione (mondiale da sempre, ma vieppiù anche qui da noi) che rimane ai margini e sotto al minimo sufficiente per essere rilevante. Ci si preoccupa di tassare i ricchi perché sarebbero questi a far girare l’economia anche per gli altri. Per questa nicchia sociale di massimo livello tutti devono preoccuparsi, anche perché, sebbene i loro profitti resteranno privati, le loro eventuali perdite sarebbero socializzate, e questo non è interesse di nessuno. Nel sistema capitalistico giunto a questo livello di sviluppo non è la popolazione di un paese nel suo insieme che serve a mantenere in salute l’economia: il problema diventa, al contrario, mantenere in vita la parte più debole della società in modo che tiri avanti senza crear troppi problemi e troppa spesa. Senza richiedere troppe risorse che sarebbero destinate allora a fini pubblici mentre i beneficiari non potrebbero comunque costituire un target rilevante di consumatori.
La colpa della gente normale è evidentemente quello di sapersi accontentare – oltre un certo limite - di vivere in condizioni normali o il realismo di capire che non si può esser sempre tutti in competizione e sempre tutti vincenti. Tutt’altro.

Basta dunque che questa fascia di popolazione a basso reddito sopravviva e guardi la televisione; continui a credere nei miraggi consumistici come orizzonte mentale, ma anche si accontenti perché tanto dovrà farlo comunque. Importante è che si continui a credere di star tutti nella stessa barca, che gli interessi di chi ha creato il debito sovrano e di chi deve pagarlo siano comuni.

In queste settimane sto lavorando come avventizio presso un’azienda agricola per la raccolta dell’uva. Assunzione in regola e tariffa oraria legale accettata dai sindacati a livello territoriale. Regione ‘rossa’ del centro Italia, non siamo al Sud. Sapete quant’è? Quattro virgola sei (4,6) euro netti l’ora: la “bellezza” di 37 euro al giorno per otto ore (5+3) ininterrottamente a raccogliere uva, in piedi o piegati, con il sole o con il fango e, se piove, si aspetta che smetta sotto un riparo di fortuna anche un paio d’ore…naturalmente non pagate. Tranne uno spagnolo, un indiano e un macedone, i miei quaranta colleghi di lavoro sono tutti italiani e ce ne sono diversi sopra i sessant’anni che vivono di queste occupazioni da tutta la vita.
I vendemmiatori sono generalmente persone che sanno mantenere il buonumore; ieri c’era parecchio fango per terra e qualcuno scherzando diceva: “…e a noi invece ci hanno ‘affondato nel lavoro’”. Una battuta azzeccata in un senso anche molto più generale.

giovedì 14 luglio 2011

Un appello per le api e per gli apicoltori

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Rispondo volentieri all'appello di Marisa Valente e Renato Bologna cercando di contribuire alla sua diffusione. Anche io ho da poco iniziato ad allevare api e credo sia comunque un problema di tutti per l'importanza fondamentale che esse hanno per l'ecosistema, insieme agli apicoltori




Sciopero della fame e presidio contro i neonicotinoidi




di Marisa Valente e Renato Bologna

"... Nel 2004 non siamo più riusciti a far passare l'inverno alle famiglie tanto erano spopolate, al punto da essere costretti a riacquistarne una sessantina, complete sui 10 favi per poter affrontare la stagione apistica 2005 e reintegrare l'apiario. Quest'anno ci ritroviamo in una situazione ancora peggiore: abbiamo potuto constatare che nel periodo luglio-agosto il calo è stato drastico, dell'80%, e stiamo procedendo a riunioni esasperate per tentare di salvare almeno qualche vecchio ceppo di api più resistenti alla varroa..."

Con questa lettera, il 7 settembre 2005, denunciavamo per la prima volta, ai vari amministratori della nostra regione, la situazione critica della nostra attività.

Siamo arrivati al 2011 e nulla è cambiato. Ogni anno lo stesso problema in quanto la nostra azienda è situata in una delle più rinomate zone di coltivazione della vite dell'astigiano, ai margini del Parco Naturale di Rocchetta Tanaro. La moria delle api causata dai trattamenti "obbligatori" per la flavescenza dorata delle viti, trattamenti che tra l'altro non hanno ancora risolto il problema. Pesticidi a base di neonicotinoidi che irrorati anche una sola volta sono letali per le api. E questo è conclamato: infatti tali prodotti erano utilizzati anche per la concia delle sementi del mais e sono stati vietati già da qualche anno.
Ad oggi più di 50 prodotti diversi a base di neonicotinoidi sono stati iscritti nel registro del Ministero della Sanità (molti sono autorizzati addirittura per la "lotta integrata") per l'impiego sulle principali colture ortofrutticole, (pomodoro, melanzana, peperone, cetriolo, zucchino, melone, cocomero, cavolo a infiorescenza, a foglia, a testa, cavolo rapa, cardo, prezzemolo, basilico, rosmarino, cerfoglio, erba cipollina, lattughe e altre insalate, fagiolo, fagiolino, pisello, porro, cipolla, carciofo, fragola, patata, frumento, orzo, erba medica, tabacco, olivo, melo, pero, pesco, susino, ciliegio, mandorlo, albicocco, arancio, clementino, mandarino, limone, pompelmo, vite), per la floricoltura e per altri impieghi collaterali (antitarme, moschicidi, antipulci), senza minimamente preoccuparsi della loro grave tossicità anche a dosi subletali sugli insetti come le api. Un fatto gravissimo in quanto importanti studi scientifici ne hanno già provato la tossicità sia a livelli acuti che cronici a dosi bassissime.

Per la cronaca le api contribuiscono in maniera determinante all'impollinazione di oltre il 225.000 specie vegetali, il 70% di quelle di interesse agricolo, il 90 % dei fruttiferi, ortaggi, ecc.
La perdita delle api non colpisce solo direttamente gli interessi degli apicoltori, ma sono il segnale di allarme per un danno ambientale dalle conseguenze inimmaginabili, come bene illustra il tossicologo olandese Tennekes nel suo ultimo lavoro: “The systemic insecticides: A disaster in the making” (Gli insetticidi sistemici: un disastro in preparazione).

Nel nostro piccolo le conseguenze per la nostra azienda sono enormi: produciamo prodotti per apiterapia, pappa reale, embrioni di regina, pandapi, polline, miele in favo e dalle analisi condotte (dall'ASL e da un laboratorio privato) abbiamo la prova che la perdita di popolazione di api e la perdita di capacità di autodifesa delle api restanti, sono causate dai neonicotinoidi. A questo si aggiunge la scoperta della contaminazione di alcuni prodotti dell'alveare con questi insetticidi.
Questo è inaccettabile per noi, non ce la sentiamo di nascondere il problema e tacere di fronte all'evidenza.
Se non cambiano le regole di impiego di questi insetticidi rapidamente dovremo chiudere l'azienda con la perdita certa dei nostri beni dati in garanzia per il mutuo non più onorato a causa del calo delle entrate.
E chiuderemmo con un portafoglio di ordini che ci consentirebbe di far fronte a ogni impegno creando anche occasioni di lavoro.

Per questa ragione abbiamo deciso di esporci ed attivarci personalmente, a sostegno anche del lavoro svolto da Francesco Panella presidente dell'Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani (UNAAPI), che da anni si batte per lo stesso problema, a livello regionale, nazionale ed europeo.
Inizieremo quindi uno sciopero della fame il 4 di luglio 2011, con un presidio ad oltranza a Torino, davanti alla Regione Piemonte in C.so Stati Uniti, fintanto che le autorità non sottoscriveranno serie garanzie per ritirare dal mercato gli insetticidi in questione.
Per ulteriori info, sul sito internet www.rfb.it/bastaveleni pubblicheremo in "diretta" gli aggiornamenti.

Appello

L'autorizzazione all'impiego dei neonicotinoidi deve essere definitivamente revocata, per tutti gli impieghi , non solo quelli destinati alla concia del mais !

In qualsiasi periodo vengano utilizzati, sotto qualsiasi forma, questi insetticidi sistemici restano nella linfa della pianta e le api hanno infinite possibilità di entrarne in contatto: attraverso nettare, polline e l'essudazione della pianta, per melata, guttazione o rugiada. Dobbiamo riuscire a far revocare almeno questi neonicotinoidi già registrati, oltre ad impedirne le nuove registrazioni. La nuova normativa peraltro lo esigerebbe, ma non si sa quando verrà applicata davvero.

Chiediamo al Presidente della Regione Piemonte, l'avv. Roberto Cota, di applicare il diritto a salvaguardare un patrimonio locale come l'apicoltura vietando l'impiego dei questi insetticidi sistemici, appellandosi al principio di precauzione, per la salvaguardia dell'ambiente, del patrimonio degli insetti pronubi impollinatori, come le api ed anche della salute umana: a questo riguardo ci sono evidenze scientifiche che confermano che anche i mammiferi subiscono danni dall'ingestione cronica di piccolissime dosi. Auspichiamo che si faccia promotore presso la Conferenza Stato Regioni di questa necessità affinchè la revoca sia su tutto il territorio nazionale, oltre che presso la Comunità Europea.
Ci sono tutti gli strumenti legislativi per farlo immediatamente.

Abbiamo deciso di sacrificare il nostro lavoro per iniziare lo sciopero della fame poichè non abbiamo più alternative: proseguire a lavorare vedendo le api soccombere in preda agli spasmi dovuti all'intossicazione dal veleno, sapendo che questo è entrato nell'alveare e contaminerà il prodotto, non è più possibile per noi. Da qualche anno non siamo più in grado di evadere gli ordinativi e rischiamo di chiudere. L'alternativa è di smettere di lavorare nel luogo che fu un paradiso per le api, ricco di biodiversità, svendere la nostra proprietà (chi compra dove neanche le api sopravvivono?) ed emigrare in un posto dove si possa lavorare.
Tutto questo ci sembra profondamente ingiusto e non riusciamo a comprendere come possano essere più importanti gli interessi di chi produce questi prodotti (esistono molte alternative) rispetto agli interessi di chi promuove la salvaguardia dell'ambiente e della salute di coloro che vivono sul territorio.
Abbiamo deciso di dire basta e tentare questa ultima carta.

Ci rivolgiamo a tutte le persone che hanno a cuore la natura, che desiderano salvare le api, che desiderano cambiare questo modello di sviluppo basato solo sul profitto immediato, senza nessuna attenzione ai danni provocati all'ambiente e alla salute, a coloro che desiderano una agricoltura che produca cibi sani anzichè spazzatura tossica. Aiutateci a raggiungere l'obiettivo di questa battaglia.

Sul sito www.rfb.it/bastaveleni troverete le informazioni sull'argomento: agite in autonomia, aprite presidi, volantinate, diffondete via internet. Sarà un sogno riuscirci, ma a volte i sogni si avverano!

Ci serve anche un aiuto finanziario e chi volesse sostenerci così può utilizzare un semplice bollettino di Conto Corrente Postale versando sul conto n. 1000095776 intestato ad Amici della Fattoria. Ringraziamo sin d'ora tutti coloro che almeno faranno girare questo appello.

Marisa Valente 3343403464
Renato Bologna 3208310702

email: fattoria @ atlink.it

Per firmare l'appello clicca qui.

lunedì 11 luglio 2011

Un articolo sulle speculazioni finanziarie

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Traggo dal sito www.clarissa.it questo interessante articolo di Gaetano Colonna che mi pare illustri molto realisticamente ciò che sta succedendo in questi giorni sui mercati finanziari italiani ed europei

Come si conquista un Paese: l'attacco della finanza internazionale all'Italia
di G. Colonna
Pubblicato il 10 Luglio 2011


L'attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria. Chi continua a parlare dei "mercati finanziari" come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi "mercati finanziari" hanno nomi e cognomi. Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.
L'Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell'Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.
L'Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all'euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l'ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall'altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.
L'Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e di democracy building all'americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.
Infine, l'Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.
Il potere politico che il capitalismo finanziario mondializzato ha acquisito attraverso la capacità di destabilizzare in modo diretto interi Stati, come dimostrato ampiamente negli ultimi anni, dall'Argentina alla Grecia, dipende da una premessa fondamentale che è stata acriticamente accettata da economisti e politici, vale a dire che proprio gli strumenti della finanza (credito, debito, moneta, assicurazioni, con tutti i loro molteplici derivati moderni) siano i migliori mezzi per garantire la maggiore efficienza nella raccolta e nell'allocazione dei capitali. Il classico concetto dell'economia capitalista della efficienza dei meccanismi auto-regolatori del mercato, grazie al gioco di domanda ed offerta, è stato allargato dal mercato dei beni a quello dei capitali, nonostante costituisca uno dei presupposti del capitalismo, scientificamente e storicamente, dimostratosi del tutto insufficiente, quando non addirittura errato.
Nel caso dei mercati dei beni, questa arcaica interpretazione del rapporto fra domanda, offerta e formazione dei prezzi sostiene, come si sa, che all'aumentare del prezzo di un prodotto, giacché i produttori ne accrescono la produzione in vista di maggiori ricavi, i consumatori riducono la loro domanda, determinando una riduzione e dunque un riequilibrio fra domanda e offerta, che si rifletterebbe positivamente sui prezzi stessi. Per quanto questa presunta legge sia, già nel caso del mercato "tradizionale" dei beni, come è stato dimostrato a suo tempo da Rudolf Steiner, un'arbitraria semplificazione di un meccanismo assai più complesso ed articolato(1) - nel caso dei mercati finanziari, si tratta di una vera e propria falsificazione. Scrivono infatti alcuni economisti "non allineati":
"Quando i prezzi [delle azioni] crescono, è comune osservare non una riduzione ma una crescita della domanda! Infatti, prezzi crescenti significano un più alto profitto per coloro che possiedono azioni, a motivo dell'incremento di valore del capitale investito. La salita del prezzo attrae in questo modo nuovi acquirenti, cosa che rafforza ulteriormente la tendenza iniziale all'aumento. La promessa di dividendi spinge i trader ad incrementare ulteriormente il movimento. Questo meccanismo funziona fino a quando la crisi, che è non prevedibile ma è inevitabile, si verifica. Questo determina l'inversione delle aspettative e quindi la crisi. Quando il processo diventa di massa, determina un "contraccolpo" che peggiora gli iniziali squilibri. Una bolla speculativa consiste quindi di un aumento cumulativo dei prezzi, che si auto-alimenta. Un processo di questo tipo non produce prezzi più convenienti, ma al contrario prezzi sperequati"(2).
La visione del mercato finanziario come potere regolatore di ultima istanza degli assetti economici mondiali, ha conferito alle forze speculative in esso presenti la possibilità di esercitare un potere di condizionamento politico: non vi è più alcun Paese al mondo che non dipenda in qualche modo da questa ristrettissima élite di signori del denaro, i quali dispongono di uno strumento ideale di controllo, costituito dalle agenzie di rating che, a livello mondiale, sono soltanto cinque, delle quali tre hanno un monopolio di fatto del settore.
Moody's e Standard&Poor's hanno rappresentato nell'attacco all'Italia, come già avvenuto nel caso della Grecia un anno fa e in tanti altri ancora prima, la vera e propria "voce del padrone". Sono stati infatti gli outlook (previsioni) di queste due agenzie di rating, emanati a fine giugno, a dare al mondo della speculazione il segnale che si poteva e si doveva colpire ora l'Italia. Personaggi come Alexander Kockerbeck, vice-presidente di Moody's, o come Alex Cataldo, responsabile Italia della stessa agenzia, emettono nelle loro interviste vere e proprie sentenze sul presente e sul futuro destino economico del nostro Paese, senza essere dotati di alcuna autorità per poterlo fare.
La fonte del loro potere, che non ha precedenti nella storia, sta infatti semplicemente nel fatto di essere emanazione di società finanziarie internazionali, che ne possiedono interamente il capitale societario, le stesse società finanziarie di cui dovrebbero valutare obiettivamente prodotti e performance.
"Il primo azionista di Moody's, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009, secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity, uno dei più grandi gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody's. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard&Poor's: ecco nell'azionariato comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity, Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una domanda. Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e vende?"(3).
Queste agenzie non hanno alcuno status giuridico, nemmeno negli Stati Uniti; il loro ruolo è stato reso possibile semplicemente dal fatto che il governo degli Stati Uniti le ha definite Nationally Recognized Statistical Rating Organizations (NRSRO) e lo stesso ha fatto la Securities and Exchange Commission (SEC), agenzia governativa che vigila sui mercati azionari(4). Nonostante le numerose inchieste e audizioni tenutesi negli Usa, proprio come pochi giorni fa è avvenuto in sordina anche presso la Consob italiana, senza che il pubblico sia edotto di quanto emerso, Moody's, Standard&Poor's e Fitch continuano da anni a macinare profitti incredibili, sebbene le loro previsioni si siano dimostrate semplicemente ridicole, come mostrano il caso del crollo della Enron o quello di Lehman Brother's, quando di queste aziende le agenzie in questione hanno continuato a dare fino ad un minuto prima del crack valutazioni di altissima affidabilità. In merito ai loro profitti, diamo di nuovo la parola al già citato giornalista de Il Sole 24 Ore:
"Moody's, solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38. Su 1,8 miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma attenzione, quel 38% di redditività è un mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell'assegnare pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi. Un exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d'oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e
nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato. Un'enormità: 1,26 miliardi di margine su 2 miliardi di fatturato. Se poi si va all'utile netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody's ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi"(5).
Si dà quindi il caso del tutto unico che i nostri Paesi siano soggetti a valutazioni di valore internazionale da parte di agenzie che da tali valutazioni traggono direttamente profitto e che sono per di più di proprietà di società finanziarie che da quelle valutazioni possono trarre a loro volta direttamente profitto! Quale affidabilità possano avere e quale valore di regolazione giuridica di mercato, lo lasciamo facilmente dedurre al lettore.
"Stimare il valore di un prodotto finanziario non è paragonabile al misurare una grandezza oggettiva, come, ad esempio, stimare il peso di un oggetto. Un prodotto finanziario è un titolo su di un reddito futuro: per valutarlo, si deve stabilire in anticipo quale sarà questo futuro. Si tratta di una stima, non di una misura obiettiva, dato che nel momento "t" il futuro non è in alcun modo determinato. Negli uffici dei trader è ciò che gli operatori si immaginano che accadrà. Il prezzo di un prodotto finanziario è il risultato di una valutazione, una opinione, una scommessa sul futuro: non vi sono garanzie che questa valutazione dei mercati sia in alcun modo superiore a qualsiasi altra forma di valutazione.
Prima di tutto, la valutazione finanziaria non è neutrale: influisce sull'oggetto che intende valutare, dà avvio e costruisce il futuro che essa immagina. Per questo, le agenzie di rating svolgono un ruolo importante nel determinare il tasso di interesse sui mercati dei bond, assegnando pagelle che sono altamente soggettive, se non addirittura guidate dal desiderio di accrescere l'instabilità come fonte di profitti speculativi. Quando queste agenzie tagliano il rating di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di questo stesso Stato e in tal modo accrescono il rischio della stessa bancarotta che hanno annunciato"(6).
Se dunque il mito dell'efficienza dei mercati finanziari rappresenta il presupposto ideologico di queste operazioni e le agenzie di rating l'incredibile strumento di coordinamento della speculazione, capace di rendere auto-realizzantesi le proprie profezie, occorre mettere in giusta evidenza il fatto che alla base dell'attuale critica situazione dei Paesi europei sta uno specifico elemento, assai poco noto al largo pubblico, vale a dire che il Trattato di Maastricht, nel quadro delle politiche iper-liberiste allora di gran moda, ha fatto un oggettivo regalo ai poteri del capitale finanziario internazionalizzato, allorché ha sancito le modalità che gli Stati membri devono seguire per approvvigionarsi di moneta.
"A livello di Unione Europea, la finanziarizzazione del debito pubblico è stata inserita nei trattati: a partire dal trattato di Maastricht, le banche centrali hanno il divieto di finanziare direttamente gli Stati, i quali devono quindi trovare prestatori sui mercati finanziari. Questa "punizione monetaria" è accompagnata dal processo di "liberalizzazione finanziaria", che è l'esatto opposto delle politiche adottate dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, che prevedeva la "repressione finanziaria" (vale a dire severe restrizioni alla libertà di azione della finanza) e "liberazione monetaria" (con la fine del gold standard). Lo scopo dei trattati europei è di assoggettare gli Stati, che si presuppone siano per natura troppo propensi allo sperpero, alla disciplina dei mercati finanziari, che sono ritenuti per natura efficienti ed onniscienti"(7).
Ecco quindi come, dal livello filosofico-ideologico che santifica i "mercati finanziari", accolto acriticamente ma interessatamente dalle élite dei tecnocrati comunitari, si sia aperto per legge il varco in Europa all'uso politico del potere del denaro, giungendo a condizionare in modo diretto la vita di intere comunità nazionali: il fatto che gli Stati (e, come loro, regioni, provincie e comuni) siano dovuti andare a cercare i soldi sui mercati finanziari, proprio mentre il credito veniva, come in Italia, trasformato per legge da funzione sociale ad attività esclusivamente lucrativa, pone i nostri Paesi in completa soggezione ai signori della moneta.
Questo non significa affatto voler sorvolare sulle oggettive responsabilità di classi dirigenti, tra cui quella italiana, che non vogliono affrontare radicalmente la questione dell'efficienza delle pubbliche amministrazioni, per il semplice fatto che il pubblico impiego rappresenta un gigantesco serbatoio clientelare che di fatto perpetua la loro sopravvivenza politica, altrimenti inspiegabile. Significa semplicemente dire, in modo chiaro e definitivo, che l'inefficienza delle amministrazioni pubbliche, che continuano a sprecare somme enormi senza alcuna contropartita sul piano collettivo, non è una valida giustificazione per tollerare le ripetute aggressioni della speculazione internazionale.
Quando giornalisti, che per mestiere dovrebbero disporre di informazioni e dati assai più completi e articolati di quelli che arrivano al largo pubblico, scrivono ancora, su autorevoli quotidiani nazionali, che "quella che continuiamo a chiamare speculazione internazionale in realtà non è altro che la logica di mercato che cerca di sfruttare le occasioni", non è sciocco chiedersi se si tratta di mala fede o di semplice ottusità: abbiamo infatti già visto che la cosiddetta "logica di mercato" è una logica ideologica e politica. Il mercato, come sacro regolatore dell'economia, non esiste, mentre esistono attori che nel mercato operano, tra i quali, non certo sacri ma a quanto pare intoccabili, sono gli speculatori e le agenzie di rating di loro emanazione: di tutti costoro si sa ormai perfettamente da anni chi sono, cosa fanno e perché.
Se fossero semplicemente i deficit e le cattive amministrazioni pubbliche a giustificare le "ghiotte occasioni" per la speculazione, questi giornalisti dovrebbero allora chiedersi come mai la speculazione finanziaria colpisca l'Europa e non gli Stati Uniti, il cui debito pubblico è assai più alto di quello medio europeo, e come mai gli attacchi si dirigano contro l'Italia o la Grecia e non contro la California, uno stato americano che è in conclamata bancarotta da anni! Se fossero semplicemente il debito pubblico e la cattiva amministrazione a giustificare questi attacchi, ci si dovrebbe chiedere come mai siano sotto tiro grandi imprese bancarie e assicurative italiane, che hanno applicato alla lettera da anni i più avanzati dettami del capitalismo finanziario globalizzato. Qualcuno dei responsabili di queste aziende sembra cominci ad accorgersene, ora che si trova sotto tiro, stando almeno a quanto ha dichiarato il 9 giugno Giovanni Perissinotto, amministratore delegato del gruppo Generali:
"C'è necessità di una risposta centralizzata e coordinata a livello europeo contro attacchi speculativi, anch'essi coordinati, che stanno investendo alcuni Paesi mediterranei ma che si propongono anche di mettere in discussioni la stessa stabilità dell'euro. (...) Nei ribassi di questi giorni le imprese sono impotenti. Noi siamo disciplinati, promuoviamo l'efficienza, tagliamo i costi. In tutti i Paesi seguiamo una politica di investimenti coerente con gli impegni assunti con gli assicurati. Ma non possiamo continuare ad essere così duramente colpiti dai mercati perché difendiamo il nostro Paese. In una parola perché continuiamo ad investire in titoli di Stato italiani dove sono residenti una parte significativa dei nostri clienti"(8).
Viene quindi finalmente in evidenza, ed è forse l'unico aspetto positivo della tempesta che si annuncia nei prossimi mesi sull'Italia, la necessità di sottrarre i nostri Paesi radicalmente al condizionamento del capitale finanziario internazionalizzato, riaffermando il principio che, nelle nostre democrazie, la gestione della cosa pubblica è demandata a rappresentanti eletti dal popolo. In questa prospettiva, la liberazione delle nostre economie passa per alcuni punti fondamentali, la cui comprensione non necessita delle spericolate alchimie degli economisti di mestiere: in primo luogo, le imprese devono tornare a rendere conto non agli azionisti ma ai consumatori ed ai lavoratori e la loro efficienza si deve misurare su questo piano, non su quello della loro attività in borsa; in secondo luogo, le pubbliche amministrazioni devono essere snellite a livello territoriale e basate su principi di semplificazione burocratica, efficienza di gestione, qualificazione del personale, spirito di servizio; in terzo luogo, il credito deve tornare ad essere considerato primariamente funzione sociale e quindi deve essere posto sotto il controllo delle forze della produzione economica e non della speculazione e, di conseguenza, lo stesso deve avvenire per la creazione della moneta e dei correlati strumenti finanziari; questi ultimi devono essere in chiara e proporzionata relazione con i beni ed i servizi effettivamente sottostanti e la loro commercializzazione deve potere seguire percorsi chiaramente tracciabili; le attività finanziarie devono essere tassate in modo proporzionale ai volumi posseduti ed all'ampiezza della loro utilizzazione.
Come segnale inequivoco della strada da intraprendere, è a nostro avviso oggi necessario richiedere con urgenza l'apertura di un'inchiesta internazionale sulla condotta delle agenzie di rating, da promuovere presso le Nazioni Unite, allo scopo di verificarne composizione azionaria, conflitti di interesse, liceità delle attività svolte ed effetti diretti ed indiretti della loro condotta sulle economie dei singoli Paesi negli ultimi venti anni; nel frattempo, le attività di rating di queste agenzie, in quanto parti interessate, dovrebbero essere sospese a tempo indeterminato. Si porrebbe in tal modo, in definitiva, all'attenzione dei popoli la questione della sovranità economica delle comunità nazionali che deve essere oggi considerata l'irrinunciabile presupposto per intraprendere il risanamento dei nostri Paesi. Dubitiamo che le attuali classi dirigenti, tra le quali quella italiana, possano oggi porsi alla testa in Europa di un simile orientamento: ma è questa la sola via per riscattare i nostri popoli dalla schiavitù del debito.


1) R. Steiner, I capisaldi dell'economia, Milano, 1982, pp. 110-111.
2) Aa.Vv., "Crisis and debt in Europe: 10 pseudo "obvious facts", 22 measures to drive the debate out of the dead end", Real-world economics review, Issue no. 54, 27 September 2010, p. 19.
3) F. Pavesi, "Moody's, S&P e Fitch, ecco chi comanda nelle agenzie di rating", Il Sole 24 Ore, 9 maggio 2010.
4) F. William Engdahl, "The Financial Tsunami: Sub-Prime Mortgage Debt is but the Tip of the Iceberg", Global Research, November 23, 2007.
5) F. Pavesi, loc. cit.
6) Aa.Vv., "Crisis and debt in Europe", cit., p. 23.
7) Ivi, p. 26.
8) G. Perissinotto, "Serve una risposta europea agli attacchi", Il Sole 24 Ore, 9 luglio 2011

FONTE: www.clarissa.it

mercoledì 15 giugno 2011

Grazie Fukushima!

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Certo, pensare di dover dir grazie alla tragedia avvenuta a Fukushima non è una bella cosa.
Non fa star bene: per noi è stata una notizia shokkante, ma per chi in questa “notizia” c’è stato dentro è stata la morte o la perdita dei propri cari; per molti continuerà ad essere una malattia o una lunga agonia; per chissà quanti esseri viventi non umani sulla terra e nel mare dove è stata riversata la radioattività già è cominciata in qualche modo una fine del mondo. Ce ne sono state e ce ne saranno tante: il mondo come Natura chiaramente non finisce mai, non fa che trasformarsi incessantemente, ma il mondo come un certo tipo di forma di vita o di insieme di forme di vita, quello che conosciamo e per il quale saremmo adatti a vivere è soggetto a finire. Non siamo indispensabili.
Ed è proprio per questa caducità, questa vulnerabilità, che è tutt’una con la vita, che non possiamo non sentire un moto di repulsione all’idea di dover ringraziare un evento così terribile.

Eppure, se dovessimo isolare un singolo elemento grazie al quale per la seconda volta la maggioranza degli italiani ha esplicitamente respinto l’ipotesi della presenza di centrali nucleari sul nostro paese, onestamente, quale dovremmo scegliere?
Non credo una preesistente prevalenza dell’opinione pubblica in questo senso: la tragedia di Chernobyl che aveva dato la spinta decisiva al referendum precedente era ormai per molti dimenticata e le abili manovre massmediatiche da parte dei direttamente interessati già preparavano il campo con una varietà di strategie comunicative studiate secondo il tipo di pubblico. C’era chi parlava dell’opzione nucleare come una questione da dare ormai razionalmente per scontata su cui rimaneva solo da stabilire dove e quando e quale modello di centrale scegliere (come per una nuova auto da acquistare) dato che aver ancora dei dubbi significava esser rimasti vent’anni indietro senza neanche essersi aggiornati abbastanza da sapere che ormai i reattori sono così sicuri che c’era la fila di personaggi ex-contrari che si arruolavano nella lista dei favorevoli. E c’era chi si approcciava col fare più prudente di chi responsabilmente si interroga (come nel famoso spot della partita a scacchi) sui pro e i contro quasi non fosse lì fin dall’inizio per sostenere il nucleare. Quasi che tutti i soldi spesi per lo spot e per garantire il “volume di fuoco” mediatico di decine di giornalisti votati a sminuire le notizie che arrivavano dal Giappone e negare l’evidenza del loro significato fino a quando ciò è divenuto manifestamente impossibile non fossero di per sé un buon motivo per non fidarsi.
Non credo neanche il pur generoso ed importante impegno degli attivisti per il SI, che se si son dati tanto da fare è stato proprio perché sapevano quanto potente fosse la pressione mediatica (prima in positivo e poi in negativo passando il referendum quanto più possibile sotto silenzio).
E non direi neppure perché il no al nucleare è stato in realtà un no al governo Berlusconi e alla maggioranza che lo sostiene: questo è ancora tutto da vedere. Il risultato congiunto delle altre tre consultazioni sembrerebbe confermarlo, ma chi, con un’ottica deformata in senso elettoral-partitocratico, volesse continuare a leggere qualsiasi cosa in questa chiave farebbe meglio ad essere prudente e chiedersi se la gente non si accorga che il maggior partito di opposizione (il cui segretario Bersani già dice “d’Italia” – forse tenendo da parte la Val di Susa dove il PD si prepara a mandare l’esercito) non ha affatto tenuto una posizione chiara né sull’acqua pubblica né sul nucleare fino al momento in cui è stato chiaro quali fossero le convenienze da raccogliere quanto alla posizione da tenere su queste votazioni. Ora Bersani ci prova a riscuotere il premio che suppone fosse in palio per il vincitore, ma forse non si accorge che se questo referendum ha un significato politico di rottura che va oltre il merito dei quesiti, questa ha una portata ben più ampia che rispetto a questo governo in particolare.

Purtroppo però, la percezione dell’urgenza di un cambiamento vero e profondo stenta ancora a diffondersi ed a farsi forza e pratica di alternativa, a far sentire il proprio peso in modo chiaro e non più confinabile nella marginalità dell’eccentricità politica o, al massimo, su questioni particolari ed episodiche.
Purtroppo ancora è forte la fiducia nella versione ufficiale, telegiornalica, dell’attualità ed ancora troppi pochi percepiscono la portata del cambiamento necessario.
Purtroppo è solo in seguito alle catastrofi e sulla spinta della paura che si ritrova la lucidità di sapere che non siamo in un film a lieto fine: non c’è stato per nessun impero nella Storia come non c’è stato per i dinosauri. Alla lunga solo chi è adatto sopravvive: non sta scritto da nessuna parte che siamo indispensabili su questo pianeta. E adatto significa in armonia con gli equilibri della Natura.
Di quante Fukushima avremo ancora bisogno? Non solo per bandire il nucleare da tutti i paesi, ma dovremo prima vedere contaminazioni e mutazioni biologiche irreversibili per vietare gli OGM? E’ questo che chiamano “principio di precauzione”? Aspetteremo che si sciolga il permafrost della tundra inondandoci di carbonio per capire che il riscaldamento globale è un problema non rimandabile? O di ritrovarci con milioni di sfollati per l’innalzamento dei mari? Con mari senza più vita e terre senza acqua da bere? Continueremo a spendere il nostro tempo per procurarci merci inutili fino al punto che dovremo impiegare tutta la ricchezza in guerre per contenderci una triste sopravvivenza? Aspetteremo ancora a lungo di essere svegliati da questi disastri facendo finta che il punto sia scegliere tra chi campa di rendita sull’etichetta della “Destra” e chi su quella della “Sinistra”?

Giorgio Gaber diceva che “gli schiaffi di Dio appiccicano al muro”. A Fukushima purtroppo ne è arrivato uno di questi schiaffi (e sembra che il governo giapponese ancora non ci voglia sentire…). La sua eco ci ha convinto a non fare il gravissimo errore su cui ci stavano spingendo. Credo che c’è mancato poco, non fosse stato per Fukushima.
Non so se abbiamo motivo di essere soddisfatti di aver avuto bisogno di un tale segnale, ma possiamo esser contenti, questa volta, di avercela fatta. E forse anche un po’ orgogliosi.

Restiamo svegli.

giovedì 2 giugno 2011

L’ Economia del Futuro

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Domenica scorsa ho partecipato ad una camminata in collina con un gruppo di escursionisti. Dopo un po’, rimasto in coda al gruppo per godere meglio i suoni del silenzio nel bosco, fui attratto tuttavia da un discorso tra i due partecipanti che appena mi precedevano. Il dialogo verteva sulle preoccupazioni che destava in loro l’andamento dell’economia globale. Non erano certo degli economisti, ma mi colpì una domanda sulla quale continuai a rimuginare per buona parte del percorso: “si dice economia virtuale, ma da dove viene questa ricchezza? Da dove li tirano fuori i soldi che poi realmente ci fanno sopra?”.

Mi rendevo conto che la questione veniva posta in modo abbastanza rozzo – o così l’avrebbe certo giudicato un addetto ai lavori . D’altra parte mi sembrava che la sostanza del quesito non mancasse di una certa ragion d’essere: se c’è un’economia, se c’è chi vende e chi compra, chi spende, investe, acquista e guadagna, chi paga, chi perde, se c’è ricchezza che si crea, vuol dire che c’è qualcosa che dà origine a questo, qualcosa che passa di mano in queste transazioni, una sostanza di questi scambi.
Si dirà, certo, che si tratta in realtà perlopiù di ricchezza finanziaria, monetaria, e che il denaro è in ultima analisi una convenzione il cui valore di scambio alla lunga è legato alle condizioni dell’economia reale, quella produttiva. In questo senso i profitti dell’economia virtuale sarebbero una sorta di abbaglio momentaneo, speculazioni di corto respiro, il lancio di una scommessa destinata a cadere nel vuoto di una crescita presunta, ma della quale non ci sono più i presupposti né le condizioni ambientali.
Credo anche io sia così. Eppure, se su queste scommesse c’è chi gioca molto denaro, se c’è chi le vende e chi le compra queste scommesse, e si tratta di persone tutt’altro che sprovvedute quanto a movimentazione di capitali, e non appartenenti ad una nicchia marginale nel mondo finanziario, bensì alla tendenza che si è affermata a livello mondiale, mi sembra un po’ superficiale fermarsi a credere che tutta questa virtualità sia davvero basata sul nulla. Se così fosse la cosa sarebbe durata già abbastanza a lungo. E la crisi del 2008 sarebbe dovuta essere sufficiente ad imporre un’inversione di rotta.

Cosa sia, dunque, questa miniera dalla quale effettivamente si estrae ricchezza nell’era dell’economia virtuale è stata la domanda che ha continuato a ronzarmi in testa per il resto della camminata.

Qual è la materia dello scambio quando si muovono masse di capitali sulle probabilità di tenuta o di recessione (/crisi/fallimento) delle economie più fragili tra quelle dei paesi sviluppati? Quando si condizionano le loro capacità di far fronte ai debiti proprio esprimendosi a favore o contro queste stesse capacità (e giocando in borsa conseguentemente o, meglio, preventivamente)?
Qual è l’oggetto della speculazione quando si alza o si abbassa ad arte il valore commerciale previsto di materie prime o di prodotti agricoli dei paesi “in via di sviluppo” ancor prima che questi vengano effettivamente prodotti e decidendo della sopravvivenza o della fame per milioni di persone?
Qual è la ricchezza veramente persa quando “scoppiano” le bolle finanziarie per aver artificiosamente gonfiato le aspettative di crescita e di profitti in determinati settori dell’economia?
Cosa è che viene ipotecato quando le risorse disponibili per gli investimenti vengono indirizzate verso speculazioni virtuali e scommesse finanziarie anziché sul trovare risposte alternative (sociali, tecnologiche, nella ricerca, nella ridistribuzione, nell’occupazione, nel risparmio, nella conservazione…) alle conseguenze minacciose del modello economico che ha dominato il mondo finora e che continua a dominarlo avvelenandolo e minando perfino i presupposti del proprio stesso funzionamento?

La risposta che mi son dato è che l’oggetto di sfruttamento da cui estrae profitto questa economia è tanto virtuale quanto reale, ed è il Futuro. Le nostre possibilità di futuro e la sua qualità.

In una economia evoluta in cui la pianificazione è essenziale ed ogni progetto di portata significativa necessita di ingenti capitali il futuro è materia di investimento e pertanto esso stesso trattato già ora come una risorsa, un oggetto attorno al quale ruotano soldi così come lo sono il petrolio, il ferro o le armi.
Il Sistema capitalista-consumista nel corso degli ultimi secoli si è espanso come un tumore arrivando ad occupare tutto il pianeta e tutte le nicchie possibili per le attività economiche intese in termini di profitto. Durante questo processo si è alimentato di varie risorse il cui sfruttamento è stato centrale per ogni nuova fase di crescita: l’oro, la seta, le spezie, gli schiavi, i territori e le popolazioni delle colonie, il ferro, il petrolio, il capitale movimentato nel prestito internazionale…. e sempre con l’ausilio degli eserciti e delle mille forme dissimulate di propaganda. Ora che tutti gli spazi sono occupati, che l’economia reale non tiene il passo con le esigenze di vorticosa accelerazione di quella finanziaria e che nuovi concorrenti sul piano della produzione si fanno temibili, il mondo reale si rivela troppo piccolo per le esigenze del capitale ed occorre inventare una nuova risorsa, solo apparentemente virtuale, come nuovo terreno di sfruttamento e di colonizzazione su cui proiettare gli effetti delle azioni attuali.
Non nel futuro, ma proprio il futuro.
Quando si fa girare l’economia su presunzioni virtuali e le risorse finanziarie vengono spese su scommesse (per quanto complesse e raffinate) non si sta facendo solo uno spreco e correndo degli enormi rischi, ma soprattutto lo si sta facendo sulle spalle di chi subirà le conseguenze di questi giochi e si troverà a vivere nel mondo che questi trucchi ed i loro fallimenti sono destinati a creare. Niente affatto il mondo che segue naturalmente la sua strada guidato dalla “mano invisibile della domanda e dell’offerta”, ma il mondo come sarà dopo che l’ultima occasione per impiegare utilmente la ricchezza disponibile sarà stata perduta.
Gli investimenti dell’economia virtuale sono su scenari proiettati su un futuro più o meno prossimo, ma si tratta di scenari che ripetono negli schemi di fondo il presente e soprattutto il passato recente degli anni della crescita, del boom dei consumi e delle tecnologie di massa, dell’energia a buon mercato, dell’ideologia sviluppista e dell’ordine mondiale Nord-Sud. Schemi di un mondo che sta scomparendo a vista d’occhio, ma che è purtroppo l’unico che la maggior parte degli investitori e degli economisti sa vedere o anche solo immaginare.
Con questa mancanza di immaginazione si stanno gettando nel pozzo di una crisi vera sempre più prossima le risorse finanziarie utili a costruire un futuro possibile. Proiettando in avanti modelli economici che non potranno più funzionare e speculando su queste prefigurazioni si consumano le risorse finanziarie ed il tempo a disposizione che potrebbero fare una ricchezza reale e praticabile nei decenni a venire. In questo modo invece tale ricchezza viene di fatto estratta “a monte”di quello che sarà il futuro, impoverendolo.
Si sta comprando virtualmente qualcosa che non ci sarà vendendo quello che avrebbe potuto esserci .

Ragionando su queste cose ero rimasto indietro ed, una volta raggiunto il gruppo, ritrovai gli stessi due che continuavano a parlare. Ora guardavano la collina di fronte a noi e discutevano del piano forestale regionale che ancora non era stato fatto per stabilire quali appezzamenti erano adatti al taglio boschivo e quali no.
Davanti a i nostri occhi c’era la costa di un rilievo basso, ma molto ripido, sul quale era stato effettuato un disboscamento quasi totale su un suolo aspro e roccioso in cui era evidente la precarietà del sottile strato di terreno fertile che lentamente era riuscito a formarsi nel lungo corso del tempo: bastava guardarlo per sapere che pochi anni di piogge sarebbero bastati a portarlo via.

Ma noi siamo gente evoluta: non può certo bastarci ciò che si capisce col buon senso.
Per bandire gli ogm o il nucleare bisogna prima aver dimostrato che possano creare disastri incontrollabili, anzi, li devono aver già provocati – che poi è l’unico modo per dimostrarlo: quando è troppo tardi.
E per salvare un bosco dobbiamo aspettare la valutazione d’impatto ambientale.
Per gli avventurieri della finanza, invece, eroi del nostro tempo a cui dobbiamo tutto – ovvero il continuare a girare dell’economia consumistica - è garantita tutta la libertà e l’impunità:
compresa quella di giocare alla roullette russa con il futuro. La pistola puntata sui nostri cervelli.

venerdì 6 maggio 2011

Bin Laden forever: l’affermazione definitiva dello Sceicco (e soprattutto) del Terrore

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Nonostante la supina accettazione a tappeto della stragrande maggioranza dei giornalisti alle (peraltro contraddittorie) versioni ufficiali, l’unica cosa chiara in questa notizia del ritrovamento e dell’uccisione di Bin Laden è che ci sono troppe cose che non tornano per semplicemente crederci e basta come molti vorrebbero.

Alcune di queste cose non sono certo nuove, per esempio non ricordo di aver mai sentito o letto, dall’11 settembre 2001 in poi una esplicita rivendicazione da parte di Bin laden/Al Qaeda dell’attentato alle Torri Gemelle; che ne consideravano gli autori come “benedetti da Dio” sì, che erano totalmente solidali con quell’azione anche, ma che fossero stati loro non mi pare lo abbiano mai detto in modo esplicito come viene fatto in questi casi.

Un altro fatto singolare è che l’unico grande successo, finora, del primo premio nobel nominato non per aver fatto qualcosa, ma grazie alle sue intenzioni dichiarate, è stato l’essere il mandante di un omicidio.

Si vede bene, e una volta di più, come ormai i giornalisti mostrino apertamente - in una percentuale significatva della loro categoria, comprendente gran parte di quelli meglio piazzati - di essere la casta di prostituiti che sono diventati, pronti a negare - come già si è visto per Fukushima - ogni evidenza e ad accreditare ogni menzogna preconfezionata per manifesta che sia, basta che ciò gli assicuri il mantenimento dei loro lauti stipendi, la loro visibilità e rendita di posizione sociale e come le rare e coraggiose eccezioni che pur ci sono fra loro vengano emarginate e dileggiate pubblicamente (come nel trattamento indecente, da squadristi mediatici, riservato a Giulietto Chiesa su Radio 24) ed accusate di complottismo – termine sempre più in voga a cui ben presto si farà far rima con filo-terrorismo.

L’informazione sembra essersi ridotta ormai alla preparazione della politica con altri mezzi, così come la guerra ne è la prosecuzione. Solo che in questi tempi accelerati si va di fretta e dunque si tende a saltare i passaggi intermedi.

E che si vada di fretta lo si vede anche da come la notizia già si stia allontanando dalle cosidette breaking news anche a causa della pochissima disponibilità da parte dell’amministrazione USA nel “concedere” dettagli a riguardo: sembra che la funzione che questa notizia doveva svolgere abbia già avuto luogo, va solo recepita per ciò che deve essere; qualcosa che si presenta come la fine di una storia, ma è solo l’antefatto, il prologo di qualcos’altro presto a seguire.

C’è esplicitamente il rifuto di dare qualsiasi prova dei fatti che vengono raccontati, una versione di ciò che sarebbe accaduto che è puntuale solo nel non essere documentabile né confutabile in nessuno dei suoi elementi centrali. Da prendere o lasciare. E mostrare così il proprio schierarsi per una versione o per l’altra a priori e quindi essere facilmente accusati di stare da un’altra parte anzichè da quella giusta, sul modello 11 settembre: “siamo tutti americani” (e se no amici dei nemici). Tutto sommato, anche un buon test per l’affidabilità dei giornalisti, pronti – o meno – ad arruolarsi spontaneamente tra gli embedded. L’informazione propriamente detta, documentata, verificabile, diventa pericolosa, perché confutabile, e quindi si cerca di bypassarla sulla base di versioni dei fatti ufficiali e sostenute dal volume di fuoco dell’informazione ufficiale. Non è un caso che anche l'alto commissario ONU per i diritti umani, Navi Pillay, ha chiesto agli USA di far sapere la verità ed una verità credibile, tale è l’evidente insostenibilità della versione data in cui tutti i fattori sostanziali sono scomparsi, a cominciare da Bin Laden stesso. Non è un caso perché la reticenza degli USA in questa occasione è il segno di un passaggio storico che contiene il salto dalla tradizionale insofferenza americana verso l’Organizzazione delle Nazioni Unite all’esplicita presa del comando mondiale in modo unilaterale senza più neanche il rispetto formale di un’apparenza di democrazia globale che non sia quella sbandierata come stemma imperiale sugli stendardi delle proprie armate.

L’attenzione per i fatti e per la ragione viene lasciata all’agorà virtuale della Rete dove però si trova tutto e il contrario di tutto, in cui la capacità di distinguere la qualità e la coerenza delle notizie e delle fonti resta riservata ad un elite intellettuale così com’era per i precedenti mezzi di comunicazione, con in più la possibilità per tutti di esser protagonisti delle proprie polemiche e di avere la propria piccola audience. Le menzogne qui possono essere dunque sbugiardate, sì, ma mille altre, e di ogni segno, se ne possono diffondere, riducendo tutta la questione ad un mare polemico vasto a piacimento nella varietà di posizioni e nell’infinità di repliche possibili, ma in definitiva confinato in sé stesso tra chi può permettersi di dedicargli il suo tempo. Sembra sia qualcosa che possono ben sopportare: l’ha dimostrato anche lo scarso effetto che in fin dei conti hanno avuto le rivelazioni di Wikyleaks. Ed anche Facebook e Twitter funzioneranno pure(??) come terreno di collegamento per le rivolte dei paesi arabi, ma da noi restano nel campo dell’intrattenimento – sia pure talvolta colto, impegnato ed indignato.

I potenti del mondo, che non hanno più tempo per dedicarsi a costruire progetti politici – e lo si vede anche dalla caduta di qualità nel lavoro di costruzione delle loro menzogne (almeno anni fa ci voleva un po’ di più per smascherarle) – vanno direttamente oltre: poche storie, questa è la versione/verità, se vi sta bene ci aiutate a tenere in piedi il mondo, altrimenti siete dei fissati complottisti e dei potenziali fiancheggiatori dei nemici. Il ritrovamento del pc di Osama poi prepara il prossimo futuro e lascia aperte soluzioni a piacere da gettare in pasto all’opinione pubblica secondo l’utilità del momento: ovviamente si potrà dire di averci trovato ogni sorta di cose.

Davanti a questo annuncio dell’assassinio di Bin Laden c’è chi si chiede ora “cui prodest”? Perché hanno giocato proprio adesso questa carta (quando probabilmente era morto da tempo o quando comunque doveva essere possibile trovarlo molto prima se stava in un posto così da cinque anni)? E c’è chi tira in ballo le difficoltà elettorali di Obama o la necessità di distrarre l’opinione pubblica da altri disastri come Fukushima o lo stallo in Libia e il doppiopesismo sui conflitti in medio oriente. Ma la funzione che tocca svolgere a questa notizia probabilmente non riguarda né il passato né il presente, bensì il futuro, a cominciare da quello molto prossimo. Non ci sarebbe affatto da stupirsi se nei prossimi giorni/settimane (non troppo tempo da far sbiadire l’evidenza del collegamento) ci fosse un terribile attentato di grande impatto la cui attribuzione ad Al Qaeda sarà data per certa proprio in quanto vendetta per l’uccisione di Bin Laden. Un evento epocale, con una risonanza mediatica paragonabile all’11 settembre che inaugurasse un nuovo decennio di emergenza-terrorismo. Viene in mente il profetico libro “Fahrenheit 451” in cui il passaggio degli aerei da guerra che partivano per andare a bombardare era diventato ormai un sottofondo normale e non ci si chiedeva neanche più dove andassero.

Non ci sarebbe da stupirsi neanche se un tale attentato avvenisse, più che in USA, proprio in questa Europa con governi ed opinioni pubbliche dall’allineamento ancora troppo incerto rispetto all’Ordine Mondiale “corretto” o in India contro una sede diplomatica del Pakistan, sommando l’attribuzione ai gruppi terroristi islamici agli inevitabili sospetti verso lo stesso governo indiano in una spirale crescente di instabilità regionale.

Gli Stati Uniti si sono sviluppati durante oltre un secolo – detto “breve”, ma che vale per due o tre dei precedenti quanto alla costruzione degli assetti mondiali – fino a detenere il primato assoluto del potere globale in campo militare, economico e culturale. Mentre hanno già perso buona parte di quest’ultimo, il secondo è ormai terribilmente vacillante e minacciato dalla concorrenza dell’avversario cinese (e non solo) al quale sanno, alla lunga (e neanche tanto) di non poter tenere testa. Sanno che si tratta di un’esito inevitabile sul piano puramente economico/commerciale perché è il loro stesso sistema che non potrebbe sopravvivere ad una discesa dei salari e dello standard di vita sotto un certo livello al proprio interno, né all’abolizione della concorrenza nei mercati globali all’esterno. La crisi che nel 2008 ha colpito duramente gran parte del mondo e che sta tuttora facendo le sue vittime anche tra Stati non certo tra i più deboli o sottosviluppati non è stata affatto recuperata con gli immensi trasferimenti di risorse pubbliche alle elite della finanza privata. I fondi “derivati” sono già tornati ad essere centrali nell’attività finanziaria a livello mondiale e, stando così le cose, tutti sanno che un prossimo crack sarà presto inevitabile. Se ciò avviene subito dopo che i governi (compreso quello statunitense) si sono dissanguati per salvare le banche, probabilmente non è solo perché nessuno prende in considerazione la possibile reazione delle masse popolari, ma perché nel sistema attuale non è più possibile fare diversamente: l’economia vive di virtualità, sostanzialmente di scommesse sul futuro e su scommesse su queste scommesse. L’economia reale non basta più - e da tempo – allo stile di vita, alle aspettative di profitto dei paesi ricchi e specialmente delle grandi Corporations. Ci sono intere caste privilegiate internazionali ed equilibri di potere costruiti su questo e nessuno vuole rinunciarvi. Gli Stati Uniti sempre meno si reggono sull’economia reale del loro paese e sempre più invece sul debito pubblico sostenuto in misura decisiva proprio dai loro principali concorrenti. Inoltre il dollaro ha sempre meno certezza di restare a lungo la valuta planetaria (quanto a questo è molto significativo – vera o meno che sia la notizia - che a Bin Laden sarebbero stati trovati in tasca 500 euro anzichè dei dollari, ben più usati in Asia, quasi in una estrema maledizione). Il baratro che sta di fronte agli USA è di non essere (né apparire) tra breve più indispensabili né all’economia né all’ordine del mondo, ma solo alla protezione armata degli interessi delle proprie elite al potere. In assenza di un’economia reale davvero vincente rischiano dunque di perdere il credito internazionale politico e soprattutto finanziario che attualmente li sostiene e con ciò il proprio ruolo di locomotiva del mondo ed il loro tenore di vita. La sola carta certa che gli resta da giocare è quella di far valere la propria forza militare, ancora ben al di sopra di quella di chiunque altro, e con ciò di attestarsi definitivamente sull’altro ruolo che gli è proprio, quello di poliziotto del mondo, garante di un relativo ordine mondiale che è comunque utile a tutti - concorrenti compresi. Ha anch’esso un costo notevole, ma, entro certi limiti, può essere pagato da parte degli altri paesi se continueranno a sostenere il debito pubblico USA, ovvero a fargli credito e rinunciando ad espandere oltre un certo limite le proprie economie. Ma in realtà ciò significa espandendole sfruttando il lavoro delle stesse proprie popolazioni anzichè rivolgere questo sfruttamento all’esterno (che è ciò che ha permesso l’arricchimento dei paesi occidentali). È chiaro però che questo gioco può funzionare solo fino ad un certo grado di sviluppo delle economie emergenti ed anche delle aspettative di ridistribuzione della ricchezza da parte delle loro popolazioni. Oltre questo limite c’è la guerra mondiale alla quale gli apprendisti stregoni di turno (ai quali i popoli hanno sempre la malaugurata tendenza ad affidare il potere) ci stanno portando. Questo esito sarà ancor più accelerato dalle aspettative di democrazia che gli USA diffondono nel mondo come elemento di legittimazione del loro ruolo di suoi paladini, ma senza ricordare che tali aspettative alla fine entrano in collisione con quella che la loro funzione mondiale è e sempre più sarà nella realtà, cioè quella di un mercenario, seppure di massimo livello, sostenuto da chi sta aspettando il momento buono per dargli il colpo finale.

È dunque il momento, per gli USA, di forzare gli eventi, di anticiparli e non restarne in attesa. Mentre l’Europa, come teorica potenza mondiale è ferma al palo oscillando tra il velleitarismo e l’inconsistenza, l’ordine che ha retto finora il mondo arabo/petrolifero si va inesorabilmente sgretolando col forte rischio (per i polizziotti mondiali) di volersi davvero avviare ad assetti più democratici e sovrani; la Russia ha le armi ma ancora non le basi economiche e la Cina sta per superare gli USA economicamente, ma ne rimane ben al di sotto sul piano militare. Sembra che i Cinesi si attengano finora all’antico principio di aspettare sulla riva del fiume il passaggio del cadavere nemico – che invariabilmente prima o poi arriva. Ma il timore di una spallata può sempre esserci, specialmente da parte di chi si sente debole e soprattutto se mai Russia e Cina dovessero trovare un’inedita sintonia. Allora cosa meglio di creare uno stato permanente e perfino crescente di instabilità nel mondo, un’emergenza cronica, e portarla nel cuore dei territori del Grande Gioco, a ridosso dei confini dei giganti rivali? Il Pakistan, che dà segni preoccupanti di poter accettare la protezione cinese ed è al tempo stesso a forte rischio di cadere in mano agli islamisti (insieme alle sue armi atomiche) sarebbe il candidato ideale come prossimo centro delle attenzioni del polizziotto/monopolista globale del brand “Democrazia Liberale”.

Mentre pseudo-giornalisti prezzolati vorrebbero ravvisare negli avvenimenti attuali grandi passi avanti per questo “brand”, Bin Laden ha ottenuto infine ciò che voleva: che la guerra tra resistenti islamici ed Occidente diventasse senza quartiere, irreversibile e senza possibilità di mediazione, che non rimanesse spazio per comprensioni reciproche o pacifiche convivenze e si estendesse a tutto il mondo. Gente che probabilmente si ritiene pure cristiana danza per strada festeggiando l’assassinio di un uomo. Non ci sarebbe stato da sorprendersi se l’avessero ucciso in pubblico in uno stadio come facevano i Talebani in Afghanistan – del resto ha forse uno spirito diverso il permesso accordato negli USA di assistere alle esecuzioni sulla sedia elettrica?

Dieci anni dopo l’11 settembre siamo un passo più avanti verso il caos in cui solo le posizioni assolute hanno credibilità: proprio lo scenario da buoni contro cattivi, da “arrivano i nostri”, l’habitat naturale in cui la superpotenza USA può continuare ad apparire indispensabile, ad ottenere il credito internazionale politico e finanziario di cui ha assoluto bisogno.

Dentro all’era ipertecnologica, a dominare le coscienze e dar senso e giustificazione agli eventi il mondo sembra approdare ad uno schema medievale, fatto di schieramenti aprioristici predeterminati in base a tribù e religioni di appartenenza: consumismo è libertà…e che Dio sia con noi.
Da una parte e dall’altra il mondo concepito da Bin Laden.

domenica 31 ottobre 2010

Decrescita, contadini e vegetarianesimo - Uno scambio di opinioni con Filippo Schillaci del Movimento per la Decrescita Felice

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Vorrei rispondere al testo (http://new.decrescitafelice.it/content/un-gruppo-di-lavoro-sulla-transizione-agroalimentare-prima-parte - e seguenti) recentemente apparso sul sito del Movimento per la Decrescita Felice sulla formazione di un gruppo di lavoro sulla transizione alimentare. Non so se si tratta di una base per l’avviamento di un dibattito o se di una posizione già presa e definitiva da parte del MDF. Ad ogni modo voglio esprimere alcune perplessità che mi sono sorte leggendolo, sebbene sulla maggioranza delle cose che vi sono espresse mi trovi sostanzialmente d’accordo.

Mi domando se la Decrescita debba essere un movimento per soli vegetariani, se il tipo di argomenti alla base di una scelta vegetariana siano quelli peculiari della prospettiva decrescente o se invece questa non riguardi essenzialmente un approccio ai modelli economici dotato di un senso della misura che possa ridimensionare tutte le attività umane fino a riportarle a proporzioni sostenibili dagli ecosistemi e che si manifesti altrettanto come un buon-senso comprensibile da molti, evitando posizioni estreme e riuscendo ad aggregare consenso politico.

A dire il vero sono stato vegetariano anch’io, per tre anni, dai 16 ai 19, e considero l’opzione vegetariana una scelta personale nobile e meritevole. Ho smesso, però, quando sono venuto a vivere in campagna: ho trovato che anche l’allevamento e l’uccisione per alimentazione di altri animali rientra nell’insieme del funzionamento della Natura e nel sistema economico contadino (proprio nel senso di ecos-nomia, del rapporto con e gestione de l’ambiente ecosistemico di cui si fa parte secondo le sue proprie leggi). In natura gli esseri, nella misura del necessario, si uccidono tra di loro. In natura il conflitto ed anche la sopraffazione sono elementi della realtà; e lo sono sempre stati anche della realtà umana, che ci piaccia o no. Temo sia impossibile, purtroppo, immaginare un mondo dove questo non esista. Già sperare che si facciano strada le indicazioni per una riconversione decrescente del mondo sembra molto ottimista, ma addirittura puntare al giardino dell’Eden, mi pare un po’ troppo. Migliaia di specie animali si estinguerebbero se tutte dovessero essere vegetariane, moltissime civiltà e culture umane tradizionali (come ad esempio i Mongoli, gli Eschimesi, i Masai…. ) dovrebbero scomparire. Perfino nella lunga storia di una civiltà come quella indiana ci sono stati passaggi cruenti, non privi di vittime, senza i quali essa non avrebbe raggiunto quel livello di benessere tale da potersi permettere di produrre filosofie di non violenza come quella vegetariana. Non riesco ad immaginare bande di primi esseri umani vegetariane: penso piuttosto che mangiassero quel che potevano secondo ciò che, senza troppo sforzo né troppo rischio (laddove possibile) l’ecosistema gli offriva.
Capisco che possa sembrare antropocentrica la posizione di chi si arroga il diritto in quanto umano di uccidere altri animali per mangiarseli, ma non si tratta di un “diritto”: non c’è qualcosa come “i diritti” in natura (e anche tra gli umani la capacità di farne valere dipende in genere dai rapporti di forza). Si tratta di un fatto, un fatto tra i più comuni da che mondo è mondo. L’idea di poter rendere questo mondo pulito da ogni traccia di violenza, conflitto, sopraffazione, di renderlo “migliore”, ad immagine e somiglianza di ciò che ci appare “giusto”: forse proprio questo è antropocentrismo.

Il fatto di essere umani non ci esime da quello di essere animali umani, parte della Natura e funzionanti secondo le sue leggi.
Gli strumenti di comprensione, di saggezza, di autocontrollo che abbiamo come specie umana possono permetterci certamente di ridurre al minimo possibile le occasioni di conflitto, di trovare nella stragrande maggioranza – auspicabilmente nella quasi totalità - dei casi alternative alla violenza ed alla sopraffazione. Non di abolirle dalla realtà. In ultima analisi noi la realtà (e per realtà intendo la Natura) non possiamo “migliorarla”, ma solo comprenderla ed imparare sempre più profondamente il modo migliore (dal punto di vista più ampio possibile) di muoverci dentro ad essa così com’è.
Credo che, se la Decrescita vuole essere una visione veramente eco-centrica, dovrebbe sapersi differenziare da molti approcci ambientalisti-protezionisti che vedono la natura come “altro dall’uomo” - per quanto in positivo – e concepirla piuttosto come ecosistema del quale siamo parte: se vogliamo vedere le cose dal punto di vista ecosistemico, dobbiamo farlo in termini di equilibri ecosistemici, dinamici e funzionanti secondo linee che sono proprie del sistema naturale nel suo complesso e non di un punto di vista umano che su di esso si proietta.
Faccio l’esempio di una polemica che c’è stata in Francia tra José Bové e gli animalisti a causa del fatto che il famoso contadino altermondialista si è espresso a favore dell’autodifesa dei pastori contro i lupi che gli uccidevano le bestie e delle loro ragioni per sparargli per ridurne il numero. Se vogliamo vedere le cose nel senso della difesa della vita (specialmente di una specie selvatica ed affascinante) “senza se e senza ma” possiamo prendere le parti del lupo (peraltro infischiandocene delle pecore – oppure rifiutando il fatto stesso che queste debbano essere allevate per trarne alimenti). Ma, se vediamo la cosa in modo più ampio ed ecosistemico, è certamente un bene se sempre più persone possono vivere come pastori e contadini, autoproducendosi sostentamento e reddito secondo un’economia integrata con la Natura, anche ripopolando terre marginali e montane dove poco altro che l’allevamento può dare di che vivere. Se molte, moltissime persone, potessero sottrarre, col proprio destino economico-lavorativo, il sostegno ad un sistema industriale-consumistico globalmente distruttivo trovando un modo di vivere integrato con la Natura (per esempio) con le pecore in montagna, dal punto di vista dell’insieme dell’ecosistema, questo avrebbe certamente più rilevanza di qualche schioppettata tirata a qualche lupo di troppo.
Chiedo scusa della brutalità, ma a volte sembra di incorrere in una sorta di “ambientalismo da cittadini” che può anche essere lodevole nelle intenzioni, ma che è spesso carente nel sapersi mettere dal punto di vista dell’insieme ecosistemico naturale così com’è, come funziona, al di là di come ci piacerebbe a noi.

Allora, anche nel caso dell’alimentazione carni/pescivora, credo che il punto da inserire in un programma politico da proporre (anche solo come prospettiva di lungo termine) alla società sia riguardo al modo in cui avvengono queste “produzioni” e alla misura di questo tipo di “consumi” (per usare parole già brutte e a maggior ragione in questo caso in cui parliamo di esseri viventi), non puntare alla loro abolizione assoluta – scelta nobilissima che direi appartiene, però, al senso etico individuale, il quale si trova su un piano diverso.
Come è riconosciuto già nel testo, occorre unire all’utopia una misura di realismo, altrimenti si rischia di far discorsi improponibili in termini di proposta politica – se è questo di cui stiamo parlando. E la convinzione sulle ragioni del vegetarianesimo in quanto tale, a me onestamente non sembra sia molto diffusa nel nostro paese, né radicata nella nostra storia e nella nostra cultura. Ma soprattutto mi sembra che le posizioni vegetariane (o meglio vegetarianiste) coinvolgano argomentazioni e considerazioni estranee o almeno non necessarie al discorso complessivo della Decrescita.
Ciò che invece in tale contesto è certamente ineludibile è una critica radicale alle modalità di produzione del cibo di origine animale e alle proporzioni del suo consumo nelle società sviluppate. Questo è un discorso sacrosanto, ma è altro dalla scelta vegetariana tout-court.

Non c’è mai stato un mondo con un’umanità vegetariana, per cui non possiamo sapere quali conseguenze produrrebbe sugli equilibri biologici planetari. Ciò che sappiamo per certo, invece, è che, nella storia del mondo, le società degli attuali paesi ricchi ed emergenti con i loro livelli di consumo di carne e pesce sono una insostenibile anomalia. Nella dieta della generalità dei popoli tradizionali (compresi quelli occidentali prima del “boom economico”) carne e pesce erano (e sono) presenti, ma né ogni giorno, né – per molti – ogni settimana. E normalmente l’uso non è di mangiare un’intera bistecca o un intero pesce a testa, ma pezzetti dell’uno o dell’altro spesso mischiati a delle verdure. Si tratta inoltre di cibi cari e perciò usati in occasioni, se non proprio straordinarie, comunque un po’ speciali e distanziate nel tempo. Certo tutt’altra cosa rispetto ai nostri frigoriferi pieni di confezioni che in percentuale significativa vengono buttate senza neanche aprirle.

Credo che i danni alla salute ed al pianeta provocati da pesca e zootecnia siano dati dalla quantità spropositata dei loro prodotti che vengono acquistati e non dal fatto in sé che esistono persone che allevano o pescano come sempre è stato da millenni a questa parte. Il punto è che sono le tecniche e le quantità che andrebbero strettamente regolamentate e controllate: dovrebbero essere permesse solo aziende di dimensioni contenute con un numero limitato di capi i quali dovrebbero avere spazio sufficiente per pascolare, muoversi ed alimentarsi in modo naturale, fare una vita “dignitosa” per la loro specie; la pesca dovrebbe esser permessa solo ad imbarcazioni piccole dalla limitata capacità di pescato ed anche lì le tecniche dovrebbero essere regolamentate in modo da garantire un impatto facilmente sostenibile dagli ecosistemi.
In sostanza si dovrebbero recuperare le conoscenze e le tecniche tradizionali su piccola scala unendole alle facilitazioni tecnologiche a minimo impatto ed alle attuali conoscenze sul funzionamento e l’autoregolazione degli ecosistemi ed a partire da questo implementare regole del tutto nuove di allevamento e pesca. A ciò andrebbero affiancate misure per un trattamento il più possibile rispettoso ed incruento degli animali – cosa che comunque ogni allevatore che abbia motivo di essere soddisfatto del suo lavoro tende a fare spontaneamente.
Il costo ambientale delle attività di allevamento e di pesca dovrebbe essere accollato alle aziende responsabili.

Tali regole renderebbero zootecnia e pesca industriali impossibili e polverizzerebbero la produzione su un gran numero di aziende piccolissime a livello familiare o poco più. Aziende contadine. I volumi complessivi di produzione si ridurrebbero notevolmente e la qualità aumenterebbe senza paragone, mentre ciò creerebbe anche posti di lavoro dato l’aumento di manodopera necessaria con questo tipo di tecniche; ma senza che questo comporti investimenti eccessivi per avviare un’attività in questo campo trattandosi in questo modo di produzioni a basso impiego tecnologico e forte valore aggiunto di lavoro umano e competenze.
Ovviamente il prezzo della carne e del pesce aumenterebbe notevolmente. Questi prodotti tornerebbero ad essere per le occasioni speciali (ora, senza esagerare: ragionevolmente potrebbe essere un pasto da una volta o due a settimana per una famiglia media) e la qualità diventerebbe un requisito indispensabile. Questo, insieme alla diffusione capillare di aziende piccolissime, agirebbe in controtendenza all’accentramento della distribuzione e favorirebbe il rapporto diretto produttore-consumatore con la conseguenza collaterale di un contatto più diretto con le realtà dove nascono i prodotti e più in generale di un cambiamento culturale.

Si tratta, in buona sostanza, di una riconversione della produzione del cibo – ed ora non mi riferisco più solo a carne e pesce, ma a tutto il cibo – da un modello industriale ad un modello non agricolo-imprenditoriale, ma contadino.
Alcune caratteristiche distintive del modo contadino del fare agricoltura sono:
- l’essere diretto al maggior valore aggiunto possibile,
- la generazione di reddito in maniera indipendente usando, quanto più possibile, risorse autocreate ed autogestite,
- il produrre a partire da una base di risorse limitata di cui dunque deve essere conservata la qualità/salute biologica e che deve essere utilizzata con metodi ingegnosi ed autonomi che tengano conto degli effetti a lungo termine,
- l’avere limiti di sviluppo possibile già contenuti nella misura della base di risorse disponibili,
- l’essere un’agricoltura intensiva e non estensiva ed una produzione rivolta ad una varietà di prodotti diversi,
- il partire da una base di risorse integrata (non divisa in elementi contraddittori come lavoro e capitale o lavoro manuale ed intellettuale…) in cui le risorse materiali e sociali disponibili rappresentano un’unità organica e sono possedute e controllate da chi è direttamente coinvolto nel processo lavorativo,
- la centralità del lavoro e della qualità/cura delle risorse/mezzi di produzione insieme all’inventiva per migliorarle con i mezzi limitati a disposizione,
- il trattarsi di una produzione solo parzialmente rivolta al mercato ovvero, in termini “decrescenti”, di beni che solo in parte sono destinati a diventare anche merci,
- il rivolgersi ad un mercato personalizzato, con un volto, a consumatori con i quali va costruito e mantenuto un rapporto di fiducia.

Nell’Italia di oggi questo modo contadino di produrre cibo è schiacciato sotto una serie di normative fiscali, igienico-sanitarie, di giurisdizione sul lavoro, legali, burocratiche ecc… ecc.. che lo rendono pressoché impossibile, sempre sull’orlo dell’essere fuorilegge e costretto a dipendere da tecnici ed associazioni di categoria che fanno soprattutto i propri interessi. Ciò è perché le normative sono concepite a misura di agricoltura industriale mentre ciò che servirebbe è uno spazio legale – e dunque regole semplificate apposite – per l’agricoltura contadina e la vendita dei suoi prodotti.
Concepire, sostenere e rendere effettiva una tale legislazione – anche in attesa di un clima culturale diverso in cui norme restrittive impediscano zootecnia e pesca distruttive – significa dare spazio di mercato a prodotti di vera qualità che una volta diffusi e facilmente disponibili potrebbero fare una dura concorrenza ai cibi industriali.

Un’altra cosa che occorre è lavorare per una maggiore informazione/consapevolezza della centralità della produzione del cibo fatta in un determinato modo non solo per la qualità di ciò che si mangia (il che già basterebbe), ma per la salvaguardia del paesaggio e del territorio, per la biodiversità, per l’occupazione, le risorse idrogeologiche ecc… ecc… Una tale consapevolezza diffusa dovrebbe far accettare a sempre più persone che il cibo prodotto in un modo (a 360°) sano va pagato per il lavoro (e le rinunce) che costa e che la gente che vive in città e non può lavorare direttamente alla sorgente della riconversione complessiva che l’agricoltura bio-contadina può realizzare dovrebbe sostenerla spostando la propria capacità di spesa dai gadget consumistici tecnologici e modaioli al cibo di qualità - e magari a qualche gita per vedere le mille piccole aziende dalle quali nasce oggi del buon cibo e potrebbe rinascere domani un mondo più sano.



Risposta di Filippo Schillaci (autore firmatario del testo citato)

Nel rispondere vorrei fare alcune premesse. Innanzi tutto, il testo di Cabras tocca per almeno due terzi della sua lunghezza, temi distanti da quello su cui è concentrato il nostro lavoro: la sostenibilità ambientale dell’alimentazione. Le considerazioni a esso più pertinenti sono dunque quelle che si pongono sui due piani pragmatico e tecnico. Quelle, per così dire, filosofiche sono estranee alle tematiche che il nostro gruppo affronterà.
Aggiungo che sul piano pragmatico e nel breve periodo le mie posizioni sono molto vicine a quelle di Cabras, sul piano tecnico e nel medio periodo ne sono divergenti; sul piano filosofico e nel lungo periodo ne sono agli antipodi.

Premetto anche che credo sia il caso di non usare più termini come “vegetarianesimo” o vegetarianismo” che sanno tanto di setta religiosa o comunque di posizioni ideologiche. Non credo sia appropriato definire le mie scelte alimentari come “vegetarianesimo” più di quanto non sia appropriato, poiché ho installato sulla mia casa dei pannelli solari, parlare di “solarianesimo” o, poiché utilizzo l’acqua piovana, parlare di “pluvianesimo”. Una scelta alimentare non è un “…ismo” o un “…esimo”, è una relazione ecosistemica. Con tutte le implicazioni, anche culturali ed etiche del caso, naturalmente, ma innanzi tutto questo: una relazione funzionale fra sé e l’ecosistema di cui si è parte.

Detto ciò, comincio dal primo aspetto (pragmatico e di breve periodo). È evidentissimo che l’ipotesi di una transizione immediata dell’umanità verso un’alimentazione basata sui cibi vegetali è priva di fondamento realistico. Dobbiamo pensare piuttosto a una transizione lenta che passi attraverso fasi intermedie in cui il contributo di cibi animali sia sempre più ridotto fino a divenire residuale. Dunque lo scenario pratico proposto da Cabras nella parte finale del suo testo, se visto come fase di transizione, è esattamente quello verso cui occorre orientarsi. Il quadro generale che egli traccia inoltre è sotto ogni altro aspetto condivisibile e questa è certamente una componente positiva della sua riflessione. Purtroppo è l’unica.
Vorrei a questo punto precisare che pragmatismo non deve mai significare resa. È esatto ad esempio affermare che «la convinzione sulle ragioni del vegetarianesimo in quanto tale» non è «molto diffusa nel nostro paese, né radicata nella nostra storia e nella nostra cultura» infatti 6 milioni appena di vegetariani, di cui solo 800.000 vegani, sono appena il 10% della popolazione. Davvero pochi. Ma allo stesso modo è esatto affermare che è assente la convinzione sull’opportunità di non usare l’automobile, o sull’attuare ogni possibile accorgimento per il risparmio energetico in casa o perfino sulla corretta gestione dei rifiuti. Dunque? Rinunciamo a tutto? Non mi pare il caso.

Passiamo al secondo aspetto (tecnico e di medio periodo). Come disse Alexander von Humboldt, «uno stesso territorio può dar da vivere a un cacciatore, a dieci pastori o a cento contadini». Ora, tralasciando (speriamo) il cacciatore, e soffermandoci sul confronto pastore-contadino, dovremmo domandarci quali razionali considerazioni possono orientarci verso un modo di produrre il nostro cibo così dispendioso in termini di territorio quale è la zootecnia, sia pur praticata su scala ridottissima come lo stesso Cabras auspica. Perché scegliere un metodo produttivo dotato di un’efficienza di conversione delle proteine che è appena del 6% nei bovini e di poco più alta nelle altre specie animali? Perché fare nostra una simile cultura dello spreco? Coerentemente dovremmo accettare la legittimità di sprechi analoghi nel settore energetico, nei trasporti, nella gestione dei rifiuti e dell’acqua. Cosa resterebbe allora della cultura della Decrescita? Oppure dovremmo accettare l’incoerenza: razionali, oculati, ecosostenibili in ogni altro campo, spreconi nell’alimentazione. È autoevidente che entrambe queste alternative sono inaccettabili.

Cabras parla di destinare alla zootecnia contadina territori marginali non altrimenti destinabili. Sia pure. Ma, così come marginali sono questi territori, marginali sono questi discorsi. La realtà è che la gran parte dell’umanità vive nelle zone tropicali o temperate del pianeta, dove l’agricoltura è praticabilissima con buona produttività e l’allevamento pertanto non è necessario.

Metto a questo punto un paletto perché per quanto riguarda le tematiche pertinenti al lavoro del gruppo di MDF sull’alimentazione il discorso si pone esclusivamente in questi termini e pertanto si ferma qui. Chi è interessato a esso e solo a esso può interrompere la lettura a questo punto.
Il testo di Cabras, dicevo, allarga però enormemente l’orizzonte del discorso toccando temi ulteriori che considero prematuro affrontare ma che, essendo stati affrontati, impongono una risposta.

È riduttivo affermare che la Decrescita sia semplicemente un diverso approccio ai sistemi economici. Maurizio Pallante non perde occasione di affermare (e io concordo) che essa parte sì da una critica dell’economia dominante ma la trascende essendovi nella Decrescita implicazioni filosofiche che la rendono potenzialmente in grado di acquisire lo spessore di un nuovo rinascimento culturale. Ecco, sono proprio queste potenzialità quelle che fanno la differenza fra “un altro mondo possibile” e il classico “cambiare tutto affinché tutto resti com’era”.
Ancora Maurizio Pallante, nel rispondere a un lettore che aveva commentato un suo articolo scrisse: «quando si comincia a delineare un nuovo sistema di pensiero (…) le persone tendono a leggerlo in base ai criteri d’interpretazione fondati sul sistema di pensiero precedente e, quindi, a equivocarle».
Ecco, è questo equivoco che io vedo nelle parole di Cabras: il non concepire in termini realmente altri quell’altro mondo possibile di cui da più parti si parla per ridurlo infine a una variazione sul tema di questo stesso mondo.

Parlando di cultura contadina, dobbiamo fare attenzione infatti a distinguere fra un’attenzione analitica e critica nei confronti del patrimonio di esperienze da essa accumulate nel corso dei millenni e una mistica della civiltà contadina che si traduce in un’accettazione acritica di tutto ciò che odora di tradizione, e che è patrimonio più di correnti di pensiero come il Bioregionalismo che non della Decrescita. Questo atteggiamento pacatamente analitico risulta obbligato alla luce di qualche semplice riflessione.
È innanzi tutto irrealistico supporre che gli eventi planetari di cui siamo spettatori, protagonisti e vittime siano frutto di un’improvvisa sterzata dell’umanità, avvenuta senza preavviso in questi ultimi decenni. Non ha molto senso pensare a un’umanità che per millenni si comporta assennatamente e poi improvvisamente impazzisce e distrugge il pianeta. Noi stiamo vivendo in realtà l’esito di un processo storico plurimillenario che ebbe origine nel neolitico e si è andato evolvendo secondo un andamento analogo a quella curva esponenziale che abbiamo imparato a conoscere ai tempi dei primi studi del MIT sulla crescita: una curva che su gran parte del suo dominio cresce lentissimamente, con apparenza quieta e pacioccona, poi improvvisamente si impenna tendendo con incontrollabile rapidità, nell’astratto modo della matematica a proiettarsi verso l’infinito, nel più concreto mondo della biosfera a cozzare contro il muro dell’insostenibilità. Dico tutto ciò per chiarire come le radici di quanto stiamo vivendo oggi siano immerse proprio in certi aspetti di quella cultura contadina che troppi teorici dell’ “altro” mondo oggi osannano incondizionatamente.
È fondamentale in altre parole acquisire una visione storica di lungo periodo della genesi della società della crescita per mettersi al riparo da equivoci grossolani che possono portarci a considerare parte del nostro patrimonio culturale elementi che al contrario non ci appartengono.

Ma, si dirà, la società industriale ha distrutto la cultura contadina. Cito ancora Pallante: «Già negli anni Quaranta Schumpeter definiva “distruzione creatrice” la capacità innovativa su cui si basa la forza del capitalismo. Insomma affermava che per continuare a produrre e vendere sempre di più bisogna distruggere sistematicamente quello che si è fatto in precedenza». Bene, l’argomento di cui parliamo è un esempio di ciò: la società della crescita, proprio per questa esigenza di continua distruzione interna, ha distrutto la sua ormai inadeguata versione contadina e l’ha sostituita con la versione industriale che oggi conosciamo. Era il momento storico in cui la curva esponenziale cominciava la sua impennata, un’impennata già insita nelle premesse storiche.

Un ultimo punto riguarda l’immagine rigidamente statica che Cabras ci offre del cosiddetto ordine naturale: uno stato eterno e immutabile cui noi null’altro dobbiamo fare che adeguarci e soggiacere. E poiché quest’ordine naturale comprende in larga misura la violenza e la sopraffazione… eccetera. Anche questa è una visione vicina, più che alla Decrescita, al Bioregionalismo. Nonché, quando viene applicata anche all’interno della specie umana, al darwinismo sociale. Ripartiamo da zero e andiamo indietro nel tempo quanto basta per assistere alla nascita del primo organismo dotato di sistema nervoso centrale. Insieme a lui apparve sulla Terra quella inedita cosa che è la capacità di operare delle scelte. E poiché l’interazione individuo-ambiente è bilaterale, da quel momento le scelte di innumerevoli individui contribuirono a plasmare l’ambiente e le relazioni fra le sue parti. Ovvero contribuirono a plasmare il cosiddetto ordine naturale. E non hanno mai cessato di farlo; lo fanno ancora. Lo facciamo ancora. Voglio dire con ciò che quel che noi chiamiamo “ordine naturale” è in realtà un’entità dinamica, mutevole e che la sua fisionomia attuale né era a priori inevitabile né è oggi immutabile. E noi, tutti noi esseri senzienti, abbiamo una parte non trascurabile nel determinarne gli assetti futuri. Porre dunque l’esistenza della violenza in natura come fatto giustificatorio della pratica della violenza da parte degli uomini in quanto parte della natura è privo di fondamento. Ma di più: non è atteggiamento diverso da quello del signor Rossi che giustifica il suo inerte concedersi al sistema col dire: «cosa posso farci io? È così che va il mondo.» La differenza fra il discorso del signor Rossi e quello di Cabras è solo nella scala temporale: dalla scala dell’evoluzione sociale a quella dell’evoluzione biologica, ma a parte ciò, una volta di più, è il loro sistema di pensiero insinuatosi sotto mentite spoglie nel nostro.
Non posso inoltre fare a meno di notare che gli appelli all’ “ordine naturale” vengono sempre con riferimento alla presenza in esso di “violenza e sopraffazione”, mai ai numerosi casi di rapporti simbiotici fra le specie o di solidarietà fra membri della stessa specie, pur ampiamente esistenti all’interno dell’ “ordine naturale” presente.
Noi dunque, noi esseri senzienti, noi esseri capaci di operare scelte, possiamo scegliere. Possiamo ad esempio scegliere di somigliare all’oca selvatica, presso la quale è assente ogni forma di solidarietà al di fuori del confine della famiglia mononucleare, oppure ai tanto bistrattati topi i cui legami di solidarietà giungono al punto che le madri di una stessa comunità allevano collettivamente i figli. Entrambi sono esempi di ciò che è l’ordine naturale nella sua fase evolutiva presente. È in nostro potere dare il nostro contributo di specie a far pendere la bilancia nell’una o nell’altra direzione imprimendo così la spinta verso l’una o l’altra via, fra gli infiniti futuri possibili, alla storia a venire della vita sulla Terra. Perché l’ordine naturale, ripeto, siamo noi.

Un’ultima considerazione: il riferimento all’ “altermondista” José Bovè mi ha fatto ricordare che Bovè non è, a quanto si racconta, solo sui lupi che ritiene lecito sparare. Intervenni tempo fa a un incontro romano cui partecipava un suo seguace il quale a un certo punto, raccontando di scontri fra i gruppi francesi di Bovè e la polizia in cui da entrambe le parti si usarono armi da fuoco, deplorò che in Italia tali cose non accadessero. Ancora una volta domando: è questo il mondo che vogliamo?

Filippo Schillaci.







Mia replica a Filippo Schillaci

Caro Filippo,
ti rispondo riprendendo i tre livelli progressivi delle nostre divergenze, che riconosco pienamente.
Limitatamente al piano che definisci “pragmatico e di breve periodo” ti sembra che le nostre visioni siano in realtà sostanzialmente compatibili. Sembra anche a me. E da questo punto di vista direi che il tuo errore principale sia quello di non fermarti qui. Come ti ho detto credo sia della massima importanza fare una chiara differenza fra le scelte etiche personali e ciò che si propone come la posizione programmatica di un movimento, in questo caso quello della DecrescitaFelice, che aspiri ad aggregare consenso per incidere sulla realtà.
Dici bene che pragmatismo non vuol dire resa, ma, pragmatismo o resa, rispetto a quali obiettivi? Quando questi sono troppo ideologici o irrealizzabili, la resa può rappresentare anche il fare spazio ad un principio di realtà.
Nella fase politico-culturale in cui siamo mi sembra che una linea pragmatica sarebbe quella di proporre ipotesi di lavoro condivisibili da chi abbia a cuore in senso ampio la salute del pianeta e non solo da chi si pone su posizioni, forse anche avanzate, ma che suonano abbastanza settarie e che comunque non credo possano passare senza un adeguato dibattito.

Ora, tu rifiuti l’ “-ismo” aggiunto alla parola “vegetariano” e dici che si tratta solo di una scelta alimentare e quindi di una relazione ecosistemica. Bene. Ma, se questo vale per la scelta personale in sé (che, come ripeto, io apprezzo moltissimo anche se non la faccio mia) quando la si rivendica come la presa di posizione propria di un movimento per la trasformazione del modello di società, si passa oggettivamente sul piano dell’ideologia. E ciò è tanto più vero quando sembra che la si voglia far passare come un aspetto necessario di questa transizione mentre non lo è. Perché, se la Decrescita si pone l’obiettivo di riproporzionare le modalità di produzione e le quantità dei consumi a livelli sostenibili, ha certamente senso affermare che zootecnia e pesca industriali come si danno oggi non rientrano assolutamente in tali livelli. Ma se arriviamo a pretendere che allevamento e pesca in quanto tali siano da rifiutare “allo stesso modo delle centrali nucleari “, ci mettiamo su posizioni francamente risibili agli occhi di chiunque non sia ideologicamente predeterminato a far passare questi discorsi insieme ad altri molto più sensati – quelli propri della Decrescita – rispetto ai quali serve un ridimensionamento e un radicale cambiamento di queste attività, ma non necessariamente l’abolizione. Niente affatto, dato che il pianeta – e l’umanità con esso - potrebbe continuare a vivere in ottima salute per un tempo indefinito pur con allevamento e pesca sostenibili, come del resto è stato fino a pochi decenni fa quando per questi ancora erano usate le metodologie tradizionali.

Il problema è che attualmente il sistema sviluppista ha raggiunto una tale egemonia – anche nell’immaginario – che ciò che ne resta al di fuori viene automaticamente ignorato nelle sue specificità. Ed è per tanto facile accorpare queste attività nella loro versione tradizionale a quelle attuali industriali. Come è facile dire che riconoscere il valore di allevamento e pesca come risorsa per le realtà marginali sia esso stesso un discorso “marginale”. Nei fatti, di terre marginali ce ne stanno moltissime anche nei paesi sviluppati come il nostro come ce ne sono, nel resto del mondo, all’interno stesso delle pianure coltivate industrialmente, delle periferie delle città, in tutti gli spazi utilizzabili, piccoli e dimenticati, che sono però una risorsa per moltissime persone, marginali anch’esse, che ne traggono una sussistenza, molto spesso con l’allevamento di qualche animale da latte o da cortile o con un po’ di pesca. Anche nelle zone tropicali e temperate dove spesso si vedono modesti branchi di oche o capre e piccoli stagni autorealizzati per tenervi dei pesci tra una risaia e l’altra. Queste risorse sono importanti, anche dove l’agricoltura è prospera, per molte fasce deboli della popolazione che non hanno terra o quasi, perché la marginalità non riguarda solo i terreni, ma anche le persone. E non si deve dimenticare che gli animali avranno pure una capacità di conversione dei vegetali in proteine molto bassa, ma, allevati a livello familiare, valorizzano sostanzialmente il “nulla” in quanto possono essere nutriti con alimenti di scarto, sottoprodotti che andrebbero buttati, portati a pascolare su terreni altrimenti improduttivi, boschi, savane, rovaie, beni che altrimenti andrebbero persi comunque e sui quali l’agricoltura industriale non ha interesse a mettere le mani e che quindi restano alla portata di chi non ha sufficiente terra buona propria da coltivare (cosa che vale anche qui da noi dove un eventuale neo-contadino senza grandi mezzi finanziari può trovare una possibilità solo in territori ormai abbandonati perché considerati insufficientemente produttivi). Inoltre gli animali o i prodotti derivati (carne, formaggi) una volta venduti sono una fonte di denaro liquido (sempre il bene più difficile da ottenere per i contadini) decisamente superiore alle verdure. E, se vogliamo pensare ad un’agricoltura che sia biologica, gli animali sono indispensabili per l’apporto del letame – che li rende trasformatori di vegetali in una duplice valenza e che permette (gratuitamente) di avere una resa in cibo vegetale (anche vendibile) superiore a parità di superficie coltivata (che non è una differenza da poco per molte popolazioni povere nel mondo). Se poi vogliamo considerare quali sono le zone dove si concentra la maggior parte dell'umanità, oltre (e insieme) alle zone tropicali e temperate, queste sono le coste dove - anche lì – non tutti hanno accesso alla terra il che rende la (piccola) pesca irrinunciabile per milioni di persone.
Il piccolissimo allevamento, dunque, non solo da noi, ma nel mondo (così come la piccola pesca) sono risorse che fanno la differenza per una parte non trascurabile dell'umanità. Che sia costoro sia i terreni che utilizzano (a tutte le latitudini) siano definiti “marginali” è un concetto che appartiene ai criteri di valutazione dell’agricoltura industriale, sviluppista e destinata essenzialmente ad alimentare gli abitanti delle città: al mondo della crescita per il quale un terreno coltivato in maniera contadina è marginale già solo per questo, al di là di dove si trovi. Ed evidentemente anche per chi ha interiorizzato (magari senza rendersene conto) questi criteri, anche i discorsi che si pongono il problema di chi vive su tali terreni, sono ugualmente marginali. Faccio presente che, se oggi il mondo non è ancora andato del tutto in malora, schiacciato sotto il peso del consumismo e dei suoi effetti collaterali, ciò non è tanto perché alcune persone mettono i pannelli solari sul tetto o perché un paese piccolissimo come la Danimarca si sta per produrre tutta l’energia con l’eolico – per ottime, sacrosante, importantissime e necessarie che siano entrambe queste cose e molte altre misure di questo genere (non vorrei esser frainteso) – quanto soprattutto perché metà della popolazione mondiale vive ancora di piccola agricoltura di sussistenza, ovvero perché è composta ancora da contadini (ed anche da pastori e pescatori) che non aderiscono – che sia per scelta o per impossibilità – all’economia consumista. Non riconoscere a questo l’importanza che ha fa parte dell’incapacità propria della visione tipicamente occidentale, positivista e progressista – sempre impegnata nella sua costruzione di “mondi migliori” - di vedere a volte anche il valore semplicemente del non-fare.

Il vero problema oggi non è che nel mondo ci sono troppe persone che mangiano carne o pesce (a parte considerazioni di quantità, modalità di produzione e qualità), ma che ci sono troppe persone che vivono in città e che dipendono totalmente dal sistema consumistico. Dipendono dalla possibilità di sprecare anche solo per sopravvivere.
Dunque a me appare prioritario, di fronte a qualsiasi altra considerazione, che bisogna ci siano le possibilità economiche di sussistenza per chi ancora vive fuori da questi meccanismi per restarci e per chi ne vuole uscire per avere un’alternativa. Quest’alternativa, su scala di massa, la può dare esclusivamente l’economia contadina. Forme di economia che – al di là di come oggi potranno esprimersi esteriormente e culturalmente, e quindi a prescindere da aspetti estetici, ideologici e da qualsiasi tipo di “mistica” - possano essere definiti contadini per le loro oggettive caratteristiche strutturali e funzionali e il loro tipo di interazione ecosistemica. E perciò, se determinate attività di allevamento e pesca a livello contadino possono permettere una sussistenza (relativamente) liberata da questo sistema (e quindi costituire anche elementi di sostegno sottratti ad esso) è importante che queste ci siano, prima e al di sopra di ogni altra considerazione, se vogliamo guardare le cose in un’ottica ecosistemica e planetaria, per l'insieme dei diversi popoli della Terra nelle loro diverse condizioni e, viste le alternative, nell'interesse anche di tutte le specie viventi nel loro complesso.

Se vogliamo rimanere sulle tematiche strettamente attinenti la prospettiva economica della Decrescita, potremmo, come giustamente dici, fermarci qui.
Ma, quando si equipara ogni produzione e consumo di carne e pesce al nucleare; quando si presenta come intrinseca alla Decrescita (che mi sembra essere la via per salvare il pianeta) l'opzione vegetariana (e magari perfino vegana) la posizione è talmente manifestamente ideologica che non credo di tirarcelo io, ma è il discorso che si allarga da sé su altri piani.

Anch’io concordo con Pallante sul fatto che la visione della Decrescita non si riduce all’economia, ma ha la potenzialità di aprire una fase storica nuova al tempo stesso sul piano economico, su quello culturale e per una diversa visione del mondo. Direi anzi che, in realtà, il cambiamento che comporta la proposta della Decrescita si trovi a buon diritto in primo luogo sul piano filosofico. Però, il problema è che, se mettiamo le cose su questo piano nel presentare pubblicamente delle proposte “programmatiche”, cadiamo immediatamente nella debolezza della frammentazione. Perché, sul piano filosofico o, come dici tu, di lungo periodo, ognuno di noi può avere la sua idea – ognuna diversa dall'altra per fondamenti o anche per sfumature, che, in questi casi diventano regolarmente importantissime – ed è giusto che abbia la libertà di avercela. Io, ad esempio, posso essere convinto che la meditazione sia una pratica che, su scala di massa, sarebbe in grado di per sé di cambiare il mondo in meglio; molto più di tante altre cose. Ma non mi sognerei mai di porre questo come un punto necessario tra le proposte di un movimento che cerchi di operare una trasformazione del modello di società. Si tratta di scelte personali, sulle quali ben venga il dialogo e il confronto, ma che su questo piano devono restare. Se vogliamo attenerci ad una linea pragmatica faremmo meglio a limitarci ai punti indispensabili per riconvertire l'economia verso livelli e modalità sostenibili, che siano così oggettivamente tali da poter aggregare un consenso da più parti e poter effettivamente ottenere qualche risultato. Altrimenti staremo a definire con precisione filosofica quali sono i contenuti che appartengono peculiarmente al pensiero della Decrescita distinguendoli da quelli del Bioregionalismo o da quelli (Dio ce ne liberi) del darwinismo sociale o di quant'altro. Ma, all'atto pratico, temo non faremo che ripetere il destino – questo sì che ha una tradizione lunga e inconfondibile – delle Sinistre italiane radicali: quello di essere divise in gruppi e gruppetti, ognuna con una grande visione e mille “distinguo”.... e di contare perennemente come il due a briscola.

E mi ritrovo altrettanto nel riscontrare che, quando va prendendo forma un nuovo modo di pensare molti continuano a interpretarlo con le lenti dei concetti vecchi a cui già sono abituati. Ma il punto è capire qual è questo nuovo pensiero, perché a me pare di riscontrare questo tipo di atteggiamento equivocante proprio nelle tue parole, non nelle mie.

A chi la attribuisci questa “mistica” della civiltà contadina e di tutto ciò che “odora di tradizione”?
Non vorrei che mi proiettassi addosso l’immagine di qualcun altro. Sai, anche con le persone capita di equivocare basandosi su incontri precedenti. Io, se guardi bene, non ho “osannato incondizionatamente” proprio niente, però ho elencato una serie di caratteristiche che definiscono il modo contadino di lavorare in agricoltura (gestire il proprio lavoro indipendente e la propria interazione ecosistemica) che sono tutte di tipo funzionale e non estetico-culturale o mitologico: sono tutte caratteristiche che puoi immaginarle tanto per un contadino antico-etnico-esotico-tradizionale quanto per un neo-contadino che (per ipotesi) ama la musica rock e la sera beve birra con gli amici, divorziato (pure omosessuale se vuoi) e quant’altro. E per sgombrare il campo da altri ed eventuali equivoci ti dirò che se riconosco la realtà della violenza/sopraffazione come una componente della realtà lo dico solo come un dato di fatto e senza alcuna “mistica” di qualunque tipo la volessi immaginare – magari confinante con il darwinismo sociale o qualche altra amenità che non ha nulla a che fare con le cose di cui parlo.

È invece nel tuo modo di vedere che ci trovo, al contrario, un tipo diverso di “mistica”: la mistica del Progresso…..purtroppo un parente filosoficamente molto stretto della Crescita e dello Sviluppismo.
Un’abitudine mentale che rispunta ovunque e che impedisce ancora di andare davvero al di là della dicotomia politico-filosofica destra-sinistra. Forse soprattutto per chi viene da sinistra dato che, mentre per la destra il progresso si è sempre identificato di diritto con la volontà del potere (e quindi si è sempre concentrata – pragmaticamente - sui modi per prenderlo e mantenerlo) per la sinistra il progresso è sempre stato il fine supremo rispetto al quale il potere era solo il mezzo (diciamo, almeno per quelli ideologicamente onesti). Lo sguardo era sempre rivolto a un qualche “sol dell'avvenire”: si è sempre trattato di creare un'umanità migliore, un mondo migliore; qualcosa che andava di molto al di là delle singole piccole questioni concrete sulle quali non ci si poteva unire a chi non aveva uno stesso così nobile obiettivo. Meglio continuare a perseguire quello dunque e non perderlo di vista (la resa).....anche a costo di assistere al mondo che andava da tutt'altra parte.

Per non infrangere il tabù dell’intoccabilità del progresso si finisce troppo spesso per leggere le cose in modo fuorviante.
Ad esempio: è un fatto di facile intuizione che i semi dell’oggi fossero presenti già ieri. Certo, ma dove? Tu dici che il processo storico che porta al sistema della Crescita è iniziato nel neolitico (forse quando gruppi umani originariamente vegetariani, pacifici – ed immagino anche matriarcali, probabilmente? – avrebbero fatto un’improvvisa – questa sì – “sterzata senza preavviso” diventando cacciatori, carnivori e così poi pastori e perciò inevitabilmente guerrieri, conquistatori, monoteisti, patriarcali, fascisti, razzisti, sessisti ecc…?) e che i germi dell’industrialismo consumista attuale erano già presenti nella dimensione di vita contadina del passato. Ma, nella tua visione storica di lungo periodo, tu forse dimentichi che civiltà agricole di ogni altra latitudine nel mondo non hanno dato origine a modelli economico-social-culturali in alcun modo simili a quello dell’occidente moderno e che neanche le stesse popolazioni contadine occidentali lo hanno fatto perché non sono mai state loro ad avere le posizioni di comando né di egemonia culturale nella civiltà occidentale. Una cosa è riconoscere che la dimensione di vita che apparteneva alla gran parte della popolazione in epoca premoderna era la civiltà contadina ed altro è dire che la visione del mondo occidentale moderna e capitalista che dopo una lunga incubazione si è manifestata come sistema della crescita infinita è la fase successiva della civiltà contadina. Sarebbe come dire che un organismo devastato dai vermi è la fase successiva di quell'organismo quando era sano. Non è affatto così: è la fase successiva dello stadio larvale di quel parassita. Se poi vogliamo parlare delle componenti di avidità, inconsapevolezza, egoismo, ristrettezza mentale, aggressività che anche fanno parte della natura umana, vabbé….ma credo fossero presenti anche prima del neolitico, quanto a questo, né, temo, basti essere vegetariani per liberarsene.

Ma se è del sistema della Crescita che vogliamo parlare, questo è nato tecnologicamente dall’industrialismo ed economicamente dal capitalismo – nonché culturalmente dall’illuminismo/progressismo – tutti fenomeni propri delle classi dominanti cittadine. È nato dall’attitudine tutta occidentale, universalistica ed antropocentrica (o, se vuoi, umanista) di vedere l’essere umano come separato dalla Natura, la realtà come creazione culturale dell’uomo e per il resto come mèra materia grezza da trasformare in un mondo “migliore” a immagine e somiglianza delle proprie fantasie, aspirazioni, paure, della propria incapacità di stare anche un po’ in silenzio e contemplazione.

È del tutto falso e fuorviante dire che il sistema attuale della Crescita sia la prosecuzione in modo più “efficiente” di una sua versione precedente che ebbe forma contadina. Bisogna capire che non tutto ciò che è esistito prima di una certa data ed avesse a che fare con l’agricoltura si possa indifferentemente definire “contadino” – senza parlare del resto dell’umanità fuori dall’Europa (quasi tutti contadini anch’essi che certo non hanno “prodotto” il sistema della crescita ma l’hanno totalmente subito). Ed inoltre, di quale periodo della storia contadina dell’uomo stiamo parlando? Gli esseri umani ovunque sono stati (e sono tuttora in gran parte) contadini (e pastori e pescatori) non solo nell’ultimo secolo o due prima della rivoluzione industriale, ma per migliaia e migliaia di anni a dir poco e la loro economia è sempre stata di tipo sostanzialmente “circolare”, senza crescita e tendente al mantenimento delle risorse e degli stili di vita.
Dire che il sistema della Crescita sia la prosecuzione sotto altre spoglie di caratteristiche già insite nella civiltà contadina solo perché quest’ultima l’ha preceduta mi sembra una superficiale semplificazione, come dire che gli USA sono la prosecuzione dell’alleanza tra le tribù Sioux. E neppure si può così facilmente sorvolare sulla fortissima stratificazione sociale che c’era al momento dell’avvio del capitalismo, della rivoluzione industriale e della modernità, per la quale fenomeni che avvenivano nella stessa nazione potevano benissimo avere origini in contesti materiali e culturali propri di una classe (in questo caso quella cittadina borghese) che rimanevano del tutto estranei a quelli di un’altra (quella rurale contadina) che fu letteralmente travolta e colonizzata dai processi in atto. Questo senza “osannare”, idealizzare né misconoscere nulla. Ma - anche senza neppure entrare nel merito di giudizi di valore - non si può mischiare tutto a proprio piacimento e chiamare questo “una visione storica di lungo periodo”.

Né si possono mischiare cose che non c’entrano nulla come il Darwinismo sociale. L’errore grossolano di questa corrente di pensiero familiare al fascismo – ma a ben vedere neanche così estranea al progressismo se la misuriamo su scala mondiale – non è nel riconoscimento che anche tra le società umane si affermano in termini di dominio e di egemonia anche culturale quelle più forti e più adatte a sfruttare le circostanze a proprio vantaggio, perché questo è solo un fatto. Ma nell’attribuire a questo fatto un valore di superiorità oggettiva dei popoli/culture momentaneamente vincenti, quasi fosse il segno di una superiorità naturale e senza tener presente che in Darwin il successo evolutivo è indice di adattamento alle condizioni contingenti e non di una qualche “superiorità” (non c’è “superiorità” nella Natura: nessun “giardino dell’Eden”, nessuna “età dell’oro” né nel passato, ma neanche nel futuro). Confondere la scala temporale dell’evoluzione biologica con quella delle società umane è sempre fonte di grossi guai. Ma, anche restando sul tempo umano, dovremmo prendere atto che solo alcune società/culture tradizionali, tribali e contadine hanno saputo creare e mantenere una forma in grado di sopravvivere e durare davvero a lungo mentre grandi civiltà con i loro progetti di mondi migliori sorgevano e scomparivano. Chi è stato allora il “vincente” sul lungo periodo?
Non so però se tu, nel tirare in ballo il Darwinismo sociale, e denunciarne l’accettazione della violenza/sopraffazione come fenomeno presente nella competizione tra gruppi umani, noti anche quest’altro aspetto, della presunzione di superiorità del vincitore, che lo caratterizza.
È interessante, perché è un tema di fondo dell’ottica progressista, come lo è quello di mischiare ordine naturale ed ordine sociale, nella presunzione – questa davvero antropocentrica, anzi, prometeica – di poter agire sul primo come si può fare sul secondo (e, alla prova dei fatti storici, abbiamo visto che….. pure sul secondo,.. non è così semplice). In realtà il successo evolutivo o la durata dei modelli sociali dipende dalle circostanze storico-ambientali, perché tanto il sistema degli aborigeni australiani che il celeste impero cinese son durati molto a lungo, ma sono finiti quando le condizioni rispetto alle quali rappresentavano un adattamento funzionale sono cambiate. Un saggio modello di società dunque sarebbe quello di organizzarsi in modo da mantenere relativamente stabili (“circolari”) le proprie relazioni con l’ecosistema e con le altre società. Tutt’altra impostazione del progressismo, direi.

Mischiare la possibilità (presunta, ma diamola per buona) di agire sul sociale umano con quella di poter fare lo stesso con l’ordine naturale in base all’idea che entrambi si costruiscano a partire dalla capacità di scelta ed azione conseguente degli individui (non solo umani mi pare di capire) e non in base ai limiti consentiti da condizioni contingenti date, dà luogo, mi sembra, ad un panorama abbastanza fantasioso come in una sorta di “evoluzionismo karmico” in cui forse gli animali carnivori hanno “scelto” di essere tali, l’oca di essere un consorte geloso e possessivo (chiuso in casa con la moglie a guardarsi “Porta a Porta” forse?) e la madre topo di essere una “compagna” solidale e comunitaria e tutti insieme danno forma al mondo e concorrono alle sue tendenze evolutive un po’ come i vari gruppi socio-politico-culturali alla società. Non so… se a questo punto volessimo concludere – perdonami la volgare ironia intesa davvero solo a sdrammatizzare – che le oche saranno pure di destra, ma la topa è di sinistra, mi pare non farebbe una grinza con questo tipo di ragionamento antropomorfizzante.
In questo contesto noi umani dovremmo dunque fare la nostra parte verso il raggiungimento di un qualche progresso – dovremmo fare le nostre scelte. Fare il nostro lavoro “politico” (evolutivo) all’interno della natura: dare la forma migliore all’ordine naturale, che, in fin dei conti, siamo noi.
Ma, dire che l’ordine naturale siamo noi e che possiamo agire su di esso dandogli una forma secondo le nostre scelte (come si farebbe sulla società – sempre che questo sia possibile) equivale a dire che un ordine naturale semplicemente non esiste in quanto tale. E siamo alla solita vecchia storia progressista (ha almeno due secoli: è vecchia anche lei ormai, nonostante il nome) per cui la natura è materiale inerte per la costruzione del progresso, espressione suprema di noi umani – che poi, a ben guardare, siamo noi moderni e occidentali(/zzati), perché gli altri perlopiù se ne infischiano di queste cose.
Dunque noi possiamo migliorare il mondo e pertanto dobbiamo farlo: abbiamo un ruolo salvifico verso un livello superiore, quello del progresso (moralmente inteso).
Come c’è chi crede che per superare la crisi della crescita ci voglia più crescita (magari di un altro tipo) così c’è, a un livello diverso, chi vorrebbe risolvere gli approdi disastrosi della modernità con un nuovo progressismo. Ma mai si coglie l’occasione di capire che è da un piano del tutto diverso che occorre ripartire. Direi che è una storia che ben conosciamo, come ne conosciamo i risultati piuttosto disastrosi, proprio per por rimedio ai quali ultimamente si stanno manifestando nuove prospettive di pensiero, come quella – almeno, secondo come l’ho capita io – della Decrescita. Il tipo di rimedio (ed il tipo di ragioni) che la Decrescita va a porre non va inteso (secondo vecchie ottiche) in termini morali, ma in termini funzionali, oggettivi e pragmatici dati dai limiti fisici del pianeta.
Il pragmatismo, il limitare gli obiettivi dei movimenti e delle loro campagne a singoli temi concreti, in quest’ottica, non è dunque solo tattico, ma significa aver consapevolezza che il punto è soprattutto rimediare ai gravissimi errori umani che agiscono a tanti livelli, non puntare a costruire una qualche utopia comunque sia concepita. Limitarsi ad aggregare sostegno e consenso di diversa provenienza su una serie di punti concreti e strutturali che definiscano e realizzino un diverso modello economico già di per sé darebbe luogo ad una società molto diversa e che avrebbe soprattutto un diverso impatto (una diversa compatibilità) verso il pianeta e le altre società, mentre quanto al modo in cui ne intendiamo il significato filosofico ed i valori fondanti potremmo anche lasciare questo alla dimensione personale e relazionale di ognuno. E questo limitarsi si basa nella fiducia che nell’ecosistema pianeta Terra, nella Natura, una fondamentale sanità e saggezza c’è già, senza bisogno di missioni salvifiche umane. E ci sarebbe anche negli uomini, se un po’ più alla Natura (ed alla pura e semplice accettazione della sua biodiversità si riavvicinassero).

E qui arriviamo al punto dell’ordine naturale che è poi quello sul quale, a mio avviso, si esprime nel modo più chiaro la tua visione fondamentalmente progressista – che, nello spostarsi dal piano sociale a quello biologico/evoluzionistico/planetario si manifesta esplicitamente come una “mistica”.
E’ certamente vero che l’ordine naturale non è qualcosa di statico, dato una volta per sempre. Non c’è nulla di così “fisso” nell’universo. Ma qual’è la sua scala temporale? La Natura, come la conosciamo oggi (e pure quella che vive dentro di noi), i suoi equilibri, le sue leggi e le caratteristiche, i comportamenti – come anche i limiti – propri dei diversi esseri viventi sono il risultato della somma delle esperienze e delle interazioni di tutte le forme di vita che si sono succedute in milioni e milioni di anni condizionate a loro volta dalle leggi fisiche, chimiche, biologiche, dalla struttura del sistema solare e dell’universo ecc… Tutte cose certamente non statiche, ma che esistono (o meglio avvengono) su tempi evolutivi così lunghi che noi dobbiamo rispettarne i risultati come fossero eterni.
Sappiamo pure che la curva del tempo vicino al Sole o a Giove, a causa della loro massa, non sarebbe la stessa che sulla Terra, ma, all’atto pratico, questo ci cambia qualcosa quanto a come vivere qui?
Credo dovremmo uscire un po’ di più dall’astrattismo occidentale e ricordare che la nostra vita è in primo luogo fisica e la nostra esperienza in primo luogo empirica, e diretta.

Ed è senz’altro altrettanto vero che l’ordine naturale siamo ANCHE noi, ma anche; insieme ad un’infinità di altre cose e forme di vita molto diverse da noi – che non tutte possiamo né potremo mai comprendere del tutto. Dobbiamo rassegnarci al fatto che la realtà – nonostante la nostra evoluta intelligenza – va infinitamente al di là di noi. E che perfino al nostro interno la nostra parte cosciente, pensieri, opinioni, aspirazioni, sentimenti ecc… è solo una frazione parzialissima di ciò che siamo. Siamo parte dell’ordine naturale soprattutto come corpo, energia, vita: qualcosa in cui l’aspetto teorico, culturale e ciò che sta nella nostra capacità di scelta e di controllo è limitatissimo e non riguarda le cose fondamentali. È veramente un’ingenuità moderna e progressista credere di poter trattare con l’ordine naturale delle cose come con le nostre analisi sulla società.
Non è un caso che ogni sorta di utopia sociale non si sia mai realizzata. Perché, non solo erano insufficienti i presupposti al livello dell’analisi dell’ordine sociale, ma anche quelli (spesso del tutto assenti) relativi al nostro posto nell’ordine naturale. Forse è proprio questione in primo luogo di mettere un po’ d’ordine: noi umani apparteniamo alla Natura e non viceversa, tanto è vero che potremmo benissimo scomparire senza danno per l’insieme del pianeta (anzi)….e figuriamoci poi per l’universo. Bisogna riconoscere che la nostra condizione di base è un ordine naturale che ci comprende e che ha preso forma – dinamicamente – in un tempo immensamente più ampio della nostra comprensione (quella reale, non quella teorica della curva del tempo su Saturno). Quando condizioni e risposte si sono ripetute funzionalmente fino a diventare una costante si sono manifestano delle “leggi” o caratteristiche della realtà che sono quelle della vita su questo pianeta. Per noi umani queste cose sono fondamentali, eterne – anche se sulla scala dell’universo possono essere momentanee e potranno cambiare. Quel giorno noi, anche come specie – e probabilmente il nostro stesso pianeta – non ci saremo più da un pezzo.
Queste “leggi” ci assegnano certi “limiti” solo all’interno dei quali - è evidente che a questo punto siamo molto al di là del discorso vegetariani o meno - possiamo vivere armonicamente con il mondo e con noi stessi. Queste “leggi” dobbiamo comprenderle, vederne l’impersonale intelligenza intrinseca e ad esse imparare ad adeguarci. Non c’è altro da fare.
Poi, sulla base di questo – cosa per la quale occorre prima sapersi fermare e cercare di capire – possiamo agire e lavorare per cercare di modificare le nostre società nel modo più giusto ed equilibrato secondo il punto di vista di noi umani (o quantomeno della maggior parte possibile). Ma si tratta di una cosa che – a parte i danni che altrimenti potremmo fare e che stiamo facendo – non è di così grande rilevanza per l’insieme della vita sul pianeta.
Qui sta la “piccola” differenza tra il mio atteggiamento e quello del sig.Rossi, caro Filippo, la cui equiparazione, scusami, ma mi sembra sia una cosa che sta, come si suol dire, “fuori dalla grazia di Dio”. E’ come equiparare un monaco zen che medita in un monastero ed un autistico grave in un ospedale psichiatrico perché entrambi passano delle ore immobili senza cambiare posizione.
Laddove il proverbiale sig.Rossi si adegua ad un ordine che lo danneggia, ma che in certa misura gli appartiene, lo riguarda direttamente e che lui di fatto contribuisce a creare e/o a mantenere e dunque effettivamente potrebbe cambiare (almeno per l’effetto che ha su sé stesso), l’ordine naturale è qualcosa a cui noi apparteniamo, che è la nostra stessa natura – che ce ne rendiamo conto, e che ci piaccia, o no – che si trasforma su una scala temporale sulla quale noi non possiamo intervenire se non a livelli inconsci, genetici, su quel piano in cui il corpo e la mente sfumano l’uno nell’altra e ai quali ci possiamo cominciare ad avvicinare solo quando cominciamo a fermarci, porre fine ai danni che creiamo con i nostri sogni prometeici e a pensare un po’ alla qualità della nostra vita reale attuale (e non quella di un radioso domani) e cambiare in essa ciò che va cambiato a partire dalla base di un riconoscimento profondo nella Natura e nel suo ordine.

Possiamo riconoscere ed onorare l’infinita serie di esperienze ed interazioni e dunque la saggezza della quale è forma, cercare di capirlo per quanto possiamo ed interagire con esso nel modo meglio armoniosamente inserito possibile adeguandoci alle sue caratteristiche.
Sulla base di questo fondamentale adeguamento, limitatamente a ciò che può essere “inventato” all’interno del nostro mondo sociale e culturale – che è la forma di adattamento evolutivo propria della nostra specie umana – possiamo esercitare la nostra ampia facoltà di scelta che non è piccola, a cui non dobbiamo rinunciare e che certo non va sprecata.
Non senza seguire il principio che ha prodotto sempre tutte le forme di questa storia evolutiva senza direzione: quello di rispondere alle circostanze e rispettare un senso della misura e delle proporzioni.
Non solo per limitare il “peggio”, ma anche per limitare le pretese di “meglio”, che hanno fatto – proprio con le migliori intenzioni – già troppi danni.
Essere appieno ciò che già siamo realizzando noi stessi all’interno dei limiti del posto che ci è proprio secondo l’armonia degli equilibri ecosistemici.
E vivere, senza metterci dell’altro sopra, è l’ordine naturale.