venerdì 12 ottobre 2012

Venezia 2012: un 'grande evento' come ce ne vorrebbero


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Nonostante il periodo impegnativo, in cui tutta la frutta matura contemporaneamente e comincia la vendemmia di quest’uva resistita all’anno arido, ho deciso di trovare il tempo per andare cinque giorni a Venezia. Venezia 2012: la terza Conferenza Internazionale sulla Decrescita, che quest’anno si è tenuta in Italia. Il raccolto è stato abbondante.
     Quando la vita scandita dai lavori agricoli può a volte farci sentire isolati da ciò che si muove nella società o di aver perso contatto col senso profondo dell’aver scelto di lavorare in un certo modo (penso all’agricoltura biologica) e non in un altro, possiamo aver bisogno dei raccolti del tipo che l’evento di Venezia aveva da offrire.
     E davvero si può dire si sia trattato di un grande evento. Grande in primo luogo nella qualità: spese, entrate ed impatto ambientale dell’intera manifestazione controllati e certificati da Bilanci di Giustizia (www.bilancidigiustizia.it); assenza totale di grandi sponsor (= garanzia dell’indipendenza dell’iniziativa); tutti gli allestimenti realizzati con materiali riciclati e riciclabili; 800 pasti al giorno senza un piatto, una posata o un bicchiere di plastica (nemmeno di quella “biodegradabile”: ai partecipanti è stato chiesto di collaborare portandosi le stoviglie da casa); raccolta differenziata al 100%; cibo biologico fornito (spesso anche donato) da aziende locali; generosa partecipazione degli oltre 150 volontari che hanno assicurato un perfetto svolgimento di tutte le attività; relatori, anche di calibro internazionale, che hanno dato il loro contributo gratuitamente; un centinaio di famiglie che si son messe a disposizione per ospitare gli iscritti non in grado di permettersi un alloggio a Venezia; una gestione efficiente dei fondi a disposizione (tutto realizzato con soli 80.000€ di cui ne son avanzati 11.000 da destinare alla pubblicazione degli atti); diretta streaming delle conferenze in plenaria sul sito dedicato (www.venezia2012.it) .… Veramente si può ben dire che l’organizzazione non avrebbe potuto essere migliore.
     Ed un evento grande anche in termini quantitativi: 850 iscritti (da 47 paesi del mondo) contro i 600 preventivati (e avendo comunque chiuso le iscrizioni già alcuni giorni prima dell’inizio), più molti altri presenti (arrivando a migliaia) nelle iniziative aperte al pubblico; il 38% dei partecipanti sotto i 30 anni di età; 90 relatori; 30 facilitatori in 70 workshop su una grande varietà di temi diversi; 2 rassegne cinematografiche; 2 mercati equosolidali; 22 presentazioni di libri; decine e decine di iniziative di preparazione e raccolta fondi in tutta Italia durate l’anno e mezzo che ha preceduto la Conferenza.  
     Numerosi, tra i relatori, i nomi di spicco del movimento per un ”altro mondo possibile” in costruzione: Serge Latouche, Alex Zanotelli, Maurizio Pallante, Helena Norberg-Hodge, Joan Martinez-Alier, Majid Rahnema, Marco Revelli, Ignazio Ramonet, Mauro Bonaiuti, Alberto Lucarelli, Rob Hopkins, Salvatore Ceccarelli, Mary Mallor, Marco Deriu, e molti altri ancora….

Curiosa e sintomatica è stata la (non)risposta delle maggiori testate di stampa e televisione che sembrano preferire il consueto cicaleccio sui soliti battibecchi parapolitici e pettegolezzi sulle ‘primedonne’ di turno, piuttosto di rivolgere l’attenzione a un’occasione in cui si dà spazio per riflessioni partecipate e non convenzionali entrando nel merito dei veri problemi di fondo della nostra epoca. Evidentemente Venezia 2012 non offriva sufficienti aspetti folkloristici, velleitari o estremistici a cui attaccarsi per banalizzarne i contenuti. Il commento di Paolo Cacciari, tra i principali organizzatori della manifestazione, aiuta, se ce ne fosse bisogno, a mettere le cose in chiaro sul senso dello spendere parole o del silenzio: “Il silenzio assordante dei principali mass media su un avvenimento che – comunque – avrebbe dovuto incuriosire, promette bene. Almeno non sono possibili fraintendimenti.”

     La partecipazione è stata a Venezia forse l’ingrediente principale che ha sostanziato le cinque giornate della Decrescita: era palpabile la sensazione di un ‘mondo sociale’ e di una sensibilità crescenti verso i temi trattati. Questi erano ricchi e molteplici, ma ruotavano intorno a tre aree tematiche di fondo: i Beni Comuni, la Democrazia ed il Lavoro. A ben vedere, tutte e tre si intrecciano naturalmente con la grande questione dell’Agricoltura, l’agricoltura contadina, come livello primario dell’economia nella produzione del bene-base che è il cibo e come modello fondamentale di interazione con gli ecosistemi e dell’uso delle risorse. L’agricoltura, biologica e contadina, come scelta produttiva, ma anche come base per una scelta di vita, si trova al centro di tutte queste questioni. Terra, acqua, biodiversità, paesaggi, equilibri idrogeologici, benefici a tutto tondo della presenza diffusa di contadini sul territorio (comprese le aree marginali) sono certamente beni comuni e, quanto a questo, la necessità di contrastare la (s)vendita del demanio agricolo e l’importanza di destinarlo invece ad un affido sulla base della sostenibilità dei progetti d’uso è tornata più volte nei dibattiti. Il tema del lavoro comprende il potenziale di occupazione che l’agricoltura con forte apporto di manodopera e valore aggiunto come quella bio può dare. Riguarda inoltre il problema della possibilità stessa di lavorare per le piccole aziende, ambientalmente le più sostenibili, ma anche le più penalizzate dalle politiche attualmente vigenti - dalla nuova PAC alle normative igienico-sanitarie - che non distinguono a sufficienza tra le diverse tipologie aziendali in base alle dimensioni ed ai reali rischi che esse potrebbero potenzialmente comportare. Il tema della democrazia, infine, è forse quello che sta dietro ai due piani problematici precedenti o, meglio, proprio al loro essere così problematici. Come ha spiegato bene Alberto  Lucarelli (assessore ai beni comuni nel Comune di Napoli) la cultura dei beni comuni presuppone e richiede una nuova idea della politica, più partecipativa, più decentrata, più inclusiva ed, aggiungerei, più a contatto con la concretezza delle questioni così come si presentano all’atto pratico.  
     Anche da questo punto di vista, direi, la dimensione dell’agricoltura ecosostenibile ha un importante contributo da offrire, certamente alla politica ed alla cultura “mainstream” o maggioritaria, ma anche allo stesso mondo della Decrescita. Una delle origini principali del paradigma non più sostenibile e manifestamente in crisi della crescita ad oltranza è la mentalità, troppo spesso unilateralmente teorica ed astrattista, di una modernità interamente figlia delle metropoli e delle élites sociali più istruite. In queste condizioni si è persa la percezione che vivere ad un livello di produzione-consumo più basso e sostenibile è stato possibile per millenni e tuttora lo sarebbe se solo ci fosse un recupero generalizzato della capacità e del gusto di saper fare una serie di semplici lavori pratici. In assenza di ciò il consumismo è diventata una via obbligata e con esso, pur ad un livello diverso, anche l’incapacità di politici ed istituzioni nel rapportarsi con i problemi reali della gente. Non a caso a Venezia ci sono stati anche 15 seminari dedicati ad attività pratiche e manuali ed ho incontrato chi mi parlava dell’idea di restituire un ruolo ai contadini nelle scuole per rendere anche un sapere pratico e non separato dal vissuto (in relazione con la natura) elemento formativo e patrimonio di conoscenza dei giovani.
     Un’attinenza al come si declinano e cosa significhino in pratica le concezioni teoriche credo sia oggi quantomai urgente: la sua carenza rischia di lasciar spazio talora a fraintendimenti e derive che finiscono per portare fuori strada. In alcuni dei molti workshop tenutisi a Venezia – spesso gestiti da studiosi ed accademici – infatti, ho sentito qua e là riemergere (tra molte analisi altrimenti  interessantissime) anche un pericoloso equivoco: quello che assimila la Decrescita al cosiddetto “Sviluppo Sostenibile”. Si tratta di due cose in realtà ben diverse che non vanno confuse: lo Sviluppo Sostenibile è (dal punto di vista della Decrescita) una trovata semi-pubblicitaria che serve a continuare a presentare al pubblico ciò che è in fondo solo una contraddizione in termini, la possibilità di una crescita infinita in un pianeta che ha i suoi limiti, non solo spaziali, ma soprattutto di risorse disponibili e capacità ecologica di tolleranza degli impatti. La Decrescita è invece la prospettiva di chi – senza illudersi di poter tornare indietro nella Storia – vuole valorizzare le risorse tecnologiche e le conoscenze che abbiamo oggi a disposizione in un’ottica che ci consenta un futuro e che sia dotata di buon senso: quello di saper distinguere ciò che ci serve e che ci fa bene da ciò che serve solo a far “girare l‘economia” in un vortice crescente ed insensato, fine a sé stesso e che ci sta travolgendo, e con noi il resto del pianeta. La Decrescita, come si è ampiamente argomentato nelle giornate di Venezia, è il nuovo progetto di economia, società ed immaginario collettivo che, facendo con ‘meno’ qualcosa di meglio, può darci questa nuova prospettiva. Qualcosa di nuovo, certo, ma con forti legami con una saggezza antica che non mancava, in principio, ai contadini che ci hanno preceduto.


venerdì 24 febbraio 2012

Beni demaniali, tra vendite e occupazioni

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Oggi c’è un’attenzione crescente all’argomento dei beni comuni, anche sull’onda dell’esito dei referendum su acqua e nucleare (esito che speriamo venga rispettato – il che, come sappiamo, non è affatto scontato). Ci si torna ad occupare direttamente dei beni comuni di fronte alla deriva in cui versa la politica dei partiti, i quali appaiono più attenti a conservare privilegi ed a favorire interessi particolari privatistico-clientelari o come si usa dire “di casta” che a svolgere il proprio ruolo di rappresentanza delle istanze popolari.

Fino a qualche tempo fa i beni comuni potevano essere popolarmente identificati con i beni pubblici ovvero con i beni dello Stato. Per gran parte del secolo da poco conclusosi siamo vissuti nella dicotomia pubblico-privato secondo cui lo Stato faceva da contraltare agli interessi particolari, speculativi e principalmente del grande capitale privato e curava, almeno in parte, la difesa dell’interesse popolare o della collettività genericamente intesa.

D’altra parte lo Stato ha anche sempre avuto la funzione di garantire la proprietà privata. Col tramontare del periodo in cui in Europa aveva trovato spazio una politica almeno parzialmente socialdemocratica, ha preso il sopravvento una visione neoliberista e con essa assistiamo al dominio della finanza globalizzata non solo sull’economia reale, ma sulla politica e sulla sovranità nazionale. Il progressivo venir meno di ogni limite a questo dominio ci ha portato al punto di crisi strutturale in cui siamo adesso che non solo l’idea di beni pubblici o comuni è stata relegata in una sorta di archivio della preistoria politica – come già era avvenuto per gli usi civici e le comunanze agrarie – ma lo Stato stesso si è trasformato in esecutore e garante degli interessi del grande capitale internazionale abdicando al proprio ruolo di salvaguardia degli interessi nazionali e della popolazione. Si è affermata un’idea che ha del paradossale: cioè che lo Stato debba vedere sé stesso come una sorta di azienda e che debba non regolare e controbilanciare le tendenze destabilizzanti e sperequative del mercato al fine di una qualche giustizia sociale, ma che deve addirittura mimarle favorendo la competizione. Viviamo in un mondo in cui la trasformazione in merci della terra, dell’acqua, dell’aria, della biodiversità – dalle quali tutti dipendiamo - è diventata una cosa acquisita e in cui, tanto per fare un’esempio, in Bolivia, dopo la privatizzazione dell’acqua, il fatto che la gente raccogliesse acqua piovana per bere, veniva considerata una pratica di concorrenza sleale da parte della multinazionale statunitense Bechtel, che aveva acquisito i diritti, e pretendeva che la polizia dovesse impedirla con la forza (cosa che ha dato luogo ha giornate di scontri in tutto il paese e poi finalmente ad un cambio di governo – oggi la Bolivia, insieme all’Ecuador, è l’unico paese al mondo che ha ripristinato i beni comuni fra i luoghi del proprio diritto costituzionale).

In un tale contesto diventa piuttosto difficile definire cosa siano i beni comuni, dato che da un lato non può essere più sufficiente la loro definizione in termini di proprietà pubblica nel senso di statale, regionale, comunale (anche perché questi enti sono pronti a vendersi tutto)… mentre dall’altro rimane la necessità di presidi legali/istituzionali che li salvaguardino da ogni appropriazione arbitraria e dall’abuso per interessi privatistici. Anche per questo la ridefinizione dei beni comuni diventa una questione che investe una critica complessiva e potenzialmente radicale all’insieme del modello economico-politico-culturale oggi dominante.

Nel tentativo di abbozzare qualche traccia di definizione possiamo dire in primo luogo, con Alberto Castagnola della Città dell’Altra Economia di Roma che : “La condizione essenziale per i beni comuni è quella dell’accesso “libero” ma limitato, cioè sottoposto al rispetto di misure protettive funzionanti che ne garantiscano la permanenza nel tempo; solo a questa condizione l’uso delle risorse naturali è sostenibile, perché coloro che le usano sono interessati alla loro conservazione”

Alberto Lucarelli, Professore ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico ed Assessore Comunale ai Beni Comuni del Comune di Napoli – probabilmente l’unico Comune in Italia ad essersi dotato di un assessorato ai Beni Comuni - nel suo libro “Beni comuni, Dalla teoria all’azione politica” (Dissensi, 2011) ci dà questa definizione: “ si tratta di beni che, al di là della proprietà che è tendenzialmente dei poteri pubblici, assolvono per vocazione naturale ed economica all’interesse sociale, servendo immediatamente non l’amministrazione ma la stessa collettività in persona dei suoi componenti.
Sono beni che appartengono a tutti i consociati e che l’ordinamento deve tutelare e salvaguardare anche a beneficio delle generazioni future. Più che il titolo di proprietà (appunto pubblico o privato), rileva per questi beni la funzione e l’individuazione dei diritti; rileva la situazione di fatto, piuttosto che il titolo formale, risulta appunto più importante, per la tutela effettiva del diritto, il momento possessorio e la fase gestionale, piuttosto che il titolo di proprietà del bene. (…)
“In questo senso, le istituzioni pubbliche ancorchè in possesso di un titolo di proprietà, sarebbero più tutori di interessi e diritti della collettività, piuttosto che proprietari esclusivi di un bene; titolari di un potere dispositivo limitato sul bene che, salvo eccezioni, non li consentirebbe di orientarlo al mercato, attraverso gestioni di natura privatistica. Il pubblico, laddove proprietario di beni, non sarebbe legittimato a “fare affari” attraverso essi. (…) Le istituzioni pubbliche sarebbero tenute a servire i beni comuni, in quanto beni propri dei cittadini”
. Così Lucarelli.
Vorrei personalmente aggiungere che non si riconoscerà mai abbastanza l’inestimabile valore anche economico dei beni comuni, soprattutto di quelli dati dalla Natura (terra, acqua, aria, foreste, biodiversità, strato fertile del suolo, equilibrio climatico, assetti idrogeologici…): nell’Occidente tecnologizzato e specialmente da parte di chi vive in città si è abituati a dare troppe cose per scontate, ma dobbiamo sempre tenere a mente che senza queste cose che sono gratuite solo perché sono al di là di ogni prezzo, tutta la nostra ricchezza non sarebbe nulla e tutte le nostre acquisizioni tecnologiche nemmeno sarebbero possibili. Invece, incuranti di tutto ciò, noi ci preoccupiamo di questioni come il pareggio di bilancio della cosidetta “azienda Italia” e della nostra capacità di pagare gli interessi alle banche d’affari internazionali mentre qui ciò che non è più in equilibrio è il bilancio del carbonio e del metano nell’atmosfera, la percentuale di specie in rapida estinzione, la quantità d’acqua dolce disponibile sul pianeta, il tasso di desertificazione, la paurosa riduzione della vita negli oceani, il dilavamento dello strato fertile dei suoli ecc… Forse ci toccherà presto imparare che sobrietà non è solo l’ultima parola di moda nei talk show televisivi, ma è l’unico modo realistico di non perdere per sempre le cose più importanti che abbiamo.


Oggi, e giustamente, stiamo parlando molto di legalità. Quando trent’anni fa da Roma sono arrivato in campagna in Umbria ed ho occupato un casolare abbandonato, ho compiuto un’azione illegale. Ma, se guardo agli oltre cento casolari demaniali che, nel territorio della stessa Comunità Montana (Monte Peglia e Selva di Meana - TR) non sono stati occupati e che oggi sono crollati e in molti casi ormai ricoperti dalla vegetazione, sinceramente non posso dire di essere pentito di quest’azione illegale. Se penso ad alcune persone che ho visto passare un pezzo di vita su questa montagna, arrivati con un passato di emarginazione e tossicodipendenza, e a come li ho visti trasformarsi e rinascere grazie a questa scelta di vita, non posso certo dire di essere pentito se ho partecipato a creare un’oasi di alternativa.

Anzi, se posso dire una cosa dal profondo del cuore, sinceramente mi augurerei di vedere ancora oggi a decine, a centinaia, a migliaia di giovani che volessero sottrarsi ad una vita prefabbricata, alla scelta obbligata del consumismo, alla partecipazione involontaria ad un modello economico distruttivo, al ricatto della precarietà e della disoccupazione venendo ad occupare terreni e casolari abbandonati e a vivere in campagna. Sinceramente di veder gente che avesse oggi questo coraggio ed anche un po’ questa giovanile avventatezza, non potrei che essere felice.

Semmai mi dispiace che ancora nessuno, nelle amministrazioni pubbliche, abbia pensato a predisporre strumenti legali adeguati a rendere praticabile – e non eroica - una scelta del genere. A renderla una delle possibilità esistenziali e professionali disponibili per un giovane.

D’altra parte, quando, circa trent’anni fa, mi sono unito al fenomeno delle occupazioni sul Monte Peglia avevo vent’anni. Oggi vedo anche un altro aspetto che mi era meno chiaro allora: l’importanza della difesa della legalità, di regole giuste (e possibilmente semplici, ispirate alla logica e comprensibili da tutti) necessarie per vivere in una società ordinata dal diritto anziché dal potere.

A volte ci sono delle obiezioni che qualcuno ci fa e che ci portiamo dentro per anni cercando di dargli una risposta che sappiamo esserci, ma che solo lo svolgersi dei fatti ci dirà. Il punto è sostanzialmente questo: se la mercificazione di un bene pubblico che avviene con la sua vendita a un privato è un comportamento indebito da parte dello Stato, non lo è anche la sua occupazione, un’appropriazione spontanea per farne il luogo della propria scelta di vita? O il vostro atto è una proposta, un segnale, l’inizio di qualcosa che ha anche un senso che va al di là di voi? Cioè, vale la pena affidarvi sia pure un casolare in stato di abbandono – allora senza luce e spesso quasi senza strada - e dei terreni incolti e marginali, ma che appartengono alla collettività o non si tratta anche qui di un diverso tipo di arbitrio, di un’appropriazione indebita?

Credo sia onesto farsi questa domanda e condividere con voi le risposte che ci sentiamo di dare. Naturalmente dobbiamo parlare di noi stessi, fare un po’ un bilancio della nostra esperienza, con l’umiltà del caso, ma anche con la consapevolezza che non stiamo parlando di fumosi progetti pieni di belle intenzioni: noi nelle case del Peglia ci viviamo da trent’anni e portiamo avanti, nel bene e nel male, uno stile di vita ecosostenibile secondo le intenzioni con cui siamo partiti, nelle difficili condizioni pratiche, economiche, legali e di rapporti con le istituzioni che ci siamo trovati davanti per tutto questo tempo.
In questi trent’anni nelle “nostre” case è sorta una casa laboratorio, il Cerquosino dell’associazione Artemide che svolge una vasta gamma di attività culturali e di recupero sociale in collaborazione con istituzioni ed altre associazioni italiane ed europee; sono attive quattro aziende agricole dedite all’allevamento, certamente di dimensioni molto piccole, ma di ancor più piccolo impatto ambientale. Oltre a ciò attraverso questa realtà in questi anni sono passate centinaia di persone da tutta Italia che hanno avuto l’occasione di sperimentare direttamente la praticabilità di una vita e di un’economia assolutamente ecosostenibili ed una forma di socialità mutualistica e solidale. Diversi altri nuclei familiari sono venuti ad abitare da parecchi anni in zona comprando ed affittando per unirsi alla realtà di queste case del Peglia. E’ forse poco, ma è una cosa reale e che dura da trent’anni in una zona molto avara di opportunità di lavoro e, purtroppo, dobbiamo dirlo, a fronte di un atteggiamento da parte delle istituzioni a dir poco scoraggiante in cui è stata accordata una condizione di legalità solo per dieci anni su trenta e comunque senza prospettive di continuità o di un futuro su cui investire o potersi permettere dei progetti. In un tale contesto crediamo sia già veramente molto l’aver resistito fino ad ora nel mettere in pratica idee – a cominciare dal biologico fino alla decrescita - che oggi hanno cittadinanza nel dibattito pubblico, ma che noi facevamo concretamente nostre già trent’anni fa quando erano considerate a dir poco risibili o di cui non si parlava affatto.

D’altra parte bisogna anche dire, ce ne fosse bisogno, che pur mantenendo un bene come pubblico, se non lo si vuole lasciare al degrado e all’incuria, bisognerà pur scegliere di affidarlo a qualcuno e non a qualcun altro, perché non ci capiterà mai di incontrare la signora “Collettività” e di poterglielo consegnare.

Ma la migliore risposta alla questione se le nostre occupazioni sono state una valorizzazione, una proposta, un’esperimento a cui vale la pena di dare spazio o viceversa un arbitrio equiparabile alla vendita dei beni comuni ai privati sta nel ribaltare la prospettiva di chi ci pone l’obiezione.
In primo luogo bisogna saper riconoscere che chi occupa un bene abbandonato lo fa perché ci vede un valore, un valore che altri non vedevano, quindi gli valore. Si tratta di un fenomeno che avviene spontaneamente da parte di elementi della società che hanno idee diverse e cercano soluzioni alternative a problemi comuni a tutti – vuoi esistenziali, vuoi occupazionali, vuoi di sostenibilità ambientale…- e le vogliono sperimentare anche se privi di risorse finanziarie ed anche se estranei ad una logica d’impresa e di profitto.
Ora, crediamo che l’amministrazione pubblica dovrebbe non solo eseguire i vari programmi europei o governativi di sviluppo sociale, ma anche saper cogliere, coltivare e favorire le istanze di cambiamento – almeno quelle costruttive - che spontaneamente la società trova da sola. I beni pubblici sono la ricchezza materiale a disposizione per dare spazio e possibilità a queste sperimentazioni. Certo che da parte delle amministrazioni occorre avere uno sguardo vigile e capacità di distinguere tra chi è serio e chi non lo è, ma ci vuole pure la capacità di avere una visione ampia e lungimirante, di propositività ed ascolto.

Possibile non venga in mente ai politici e agli amministratori locali e della Regione Umbria di aver perso un’occasione nell’aver avuto qui per trent’anni un gruppo di persone caparbiamente convinte nella loro scelta di vita, con idee diverse e curiosamente così in sintonia con quelle che via via andavano raccogliendo un crescente consenso presso una sempre crescente minoranza di persone nel nostro paese? Non era forse il caso – visto che tanto poi, ci hanno comunque lasciato qui fino ad ora – di aprire un dialogo in positivo, offrire una possibilità, proporre forme di collaborazione, dare spazio e fiducia e vedere quali sinergie con altre realtà locali e non solo ne sarebbero venute fuori? Non era possibile riconoscere la potenzialità delle numerose tematiche implicite in quella scelta di vita, in termini di agricoltura, di alimentazione, di salvaguardia del paesaggio e del territorio, di turismo rurale sostenibile, di recupero sociale, di occupazione…. Non erano in grado questi politici ed amministratori di riconoscere, dietro la scarsità di mezzi e possibilità degli occupanti, l’indicazione di un dito che punta alla luna?

Questo sarebbe l’atteggiamento di un’amministratore che si percepisse custode temporaneo di un bene nell’interesse della collettività. Ma ciò a cui assistiamo, purtroppo è la cecità di chi ragiona solo in termini di sviluppo, di produzione, di bilanci finanziari e, dopo decenni di immobilismo ed assoluta mancanza di immaginazione e creatività, non sa far di meglio che trovare la soluzione definitiva della dismissione. Vendere tutto: o hai i soldi per comprare o te ne vai. E così si lava le mani dalla responsabilità di una gestione intelligente; si arroga indebitamente la posizione del proprietario e con ciò la facoltà di vendere ciò che non gli appartiene.
Per di più neanche si tratta, nel vendere, di una strategia in alcun modo lungimirante né progettuale: solo di fare cassa, e solo per ripianare in misura molto limitata ed una tantum dei disavanzi contabili. A livello nazionale si calcola che, con la vendita del Demanio, saranno raccolti circa 6 miliardi di euro, una cifra irrilevante a fronte di un debito pubblico di circa 1800 miliardi e mentre se ne spenderanno oltre 20 per imporre la TAV in Val di Susa dove gli abitanti hanno mostrato più che chiaramente di non volerla e più di 30 per comprare cacciabombardieri di nuova generazione. Una volta che questi beni demaniali, che sono beni pubblici, che appartengono a tutti noi, saranno stati venduti, saranno andati e per sempre sottratti ad un uso pubblico. Inoltre la legge 183 del 12 novembre 2011 (sostanzialmente la finanziaria per il 2012), che decide la vendita del Demanio, all’articolo 7 prevede, per quanto riguarda i terreni agricoli e fin da prima di metterli effettivamente in vendita, la possibilità che ne venga in seguito cambiata la destinazione d’uso (indicando pure i termini per il recupero dell’incremento di valore da parte dello Stato): nel paese dei condoni e del cemento selvaggio non credo sia necessario aggiungere altro. Non basta: per almeno alcuni dei beni immobili demaniali da alienare si parla, all’articolo 6, di trasferimento a società di gestione del risparmio e fondi d’investimento immobiliare, specificando che il solo trasferimento dei beni da parte di Regioni, Province e Comuni a tali società e fondi equivarrà al riconoscimento del valore corrispondente nella quota di riduzione del debito pubblico che è il fine della vendita da parte degli enti territoriali.
Una tale perdita definitiva di territorio e beni pubblici per puri motivi di contabilità e sottomissione ad accordi europei in materia di bilancio, sui quali (da Maastricht in poi) i cittadini non sono mai stati interpellati, crediamo possa essere considerata niente meno che un abuso del mandato democratico conferito dai cittadini. Queste sono questioni che andrebbero almeno sottoposte a referendum. Lo Stato non può arbitrariamente passare da custode del bene pubblico a proprietario e arrogarsi così il diritto di vendere ciò che non gli appartiene.
Ciò avviene, peraltro, nel contesto di una progressiva virtualizzazione generale di ogni elemento della nostra realtà. In questo caso assistiamo ad un processo in cui lo Stato si dematerializza, spostandosi sempre più verso uno status convenzionale a cui non corrisponde più alcuna realtà concreta, materiale, che dia un senso di appartenenza e, appunto, di bene, di ricchezza comune. Viene meno la possibilità concreta e rinnovabile di alternative e soluzioni anche sperimentali ai problemi costituita da questa ricchezza. Nel caso di un vasto territorio come il Monte Peglia, ad esempio, al di là di chi momentaneamente vi abiti, oggi possiamo ancora vederla davvero come bene comune: montagna di nessuno, montagna di tutti. Non si tratta dell’anarchia del “chi arriva se la prende”: questo sarà piuttosto il caso nel momento in cui la si metterà all’asta, quando il miglior offerente sarà semplicemente chi paga di più. Si tratta invece di concepire regole che non lascino un bene nell’abbandono, che lo rendano disponibile per chi lo vuol vivere, ma con precisi criteri di rispetto.
La virtualizzazione dell’aspetto anche materiale dello Stato corrisponde alla sua progressiva convenzionalità, opinabilità, sostanziale irrilevanza, indifferenza nella coscienza delle persone, al non-riconoscimento reciproco verso e da parte dei cittadini, corrisponde al crescente distacco di questi dalle leggi e dalle istituzioni.

C’è chi pratica l’azione diretta occupando/recuperando un casolare in cima a un monte e vivendoci in semplicità per trent’anni… ma cosa sapranno dire i nostri politici ai giovani precari, disoccupati, disperati delle periferie metropolitane quando la crisi non permetterà più alle famiglie di sostituirsi alle funzioni di wellfare che lo Stato italiano non ha mai svolto? Guardiamo le banlieu in Francia, la rivolta di Londra, le bande neonaziste in Svezia e aspettiamo quando sarà il turno, per esempio, delle tifoserie italiane… Attenzione, perché quelli non lo capiscono il politichese.

Vent’anni di berlusconismo ci hanno abituato ad una pretesa dicotomia tra libertà e legalità. Che è precisamente l’opposto della democrazia. Ma tra una concezione unilaterale ed egoistica della libertà individuale e troppe leggi spesso oggettivamente lontane dalle esigenze reali delle persone, a mediare e fare sintesi ci dovrebbe essere la politica. Una politica intesa nell’accezione migliore di questa parola, che sappia, specialmente a livello locale dove gli è anche più possibile, interpretare la realtà in divenire ed interagirvi proficuamente.

C’è bisogno di una visione lungimirante e che questa ci sia o meno da parte dell’amministrazione pubblica non è un elemento collaterale o “ambientale” della questione se un elemento di rottura come quello delle occupazioni del demanio rurale sia arbitrio o proposta di cambiamento, ma è proprio l’elemento decisivo e discriminante che fa la differenza. Se l’amministrazione è capace ed ha la volontà politica di coglierne l’aspetto propositivo-costruttivo, di vedere la luna cui il dito indica, allora potrà trattarsi di un’iniziativa con possibilità di svilupparsi ed esprimersi collegandosi ed integrandosi costruttivamente con le altre realtà virtuose della zona. E’ se questa occasione verrà data che l’arbitrio si farà progetto, altrimenti non potrà che rimanere nello stadio della resistenza – e sarà già molto – e restare incompreso elemento di rottura, purtroppo abbastanza sterile.

Ma bisognerebbe saper volare un dito più in alto di ciò che, francamente, siamo abituati a vedere.

Che una logica di brevissimo periodo – quale è quella che informa attualmente la politica – sia del tutto disastrosa e insostenibile risulta ormai chiaro da tutte le evidenze disponibili. Credo che dovremmo ascoltare le parole di Ugo Mattei (“Beni comuni, un manifesto”, Laterza 2011), giurista e professore di diritto internazionale che si è occupato ampiamente di Beni Comuni: “Dovrebbe essere palese che un governo più coerente con la fenomenologia dei beni comuni si deve fondare su istituzioni capaci di coinvolgere coloro che sono disinteressati all’accumulo di proprietà privata e di potere politico e, al contrario, sono gratificati proprio dalla cura del comune. Istituzioni, cooperative, fondazioni, associazioni , assemblee, consorzi tra enti locali, comitati, insomma gruppi che pongano in essere autentiche dinamiche democratiche – più o meno informali e conflittuali – prive di fini di lucro, costituiscono gli assetti istituzionali più adatti a governare i beni comuni”.
Agli amministratori temporanei della cosa pubblica, dei nostri beni comuni, vorrei ricordare che questi beni non hanno solo un valore economico, finanziario, sarebbe criminale vederli solo come degli assegni circolari: sono possibilità di vita e di evoluzione, per le persone e per la società.
Che se ne rendano conto!! E che ce ne rendano conto.

venerdì 6 gennaio 2012

La vendita delle terre di proprietà pubblica deve essere fermata!

Molto volentieri pubblico questo documento scritto e sostenuto da diverse associazioni contadine italiane



Si sono venduti l'energia, i trasporti, gli acquedotti, gli immobili, le strade e adesso si vendono pure la Madre.
Un paese che vende le terre agricole pubbliche
rinuncia definitivamente alla propria Sovranità Alimentare.
Non è con la vendita ma con una progettazione sana e lungimirante di valorizzazione del patrimonio che si costruisce un’economia sana e si protegge il territorio da devastanti speculazioni.
Forse non tutti sanno che l'art.7 della legge del 12 novembre 2011 programma in tempi rapidi l’alienazione(vendita) dei terreni agricoli demaniali. La fine arguzia degli emendamenti apportati dal più recente Decreto Monti è addirittura peggiorativa estendendo il provvedimento ai terreni “a vocazione agricola”.
Eccoci dunque arrivati a quella che potrebbe essere l'ultima tappa di un'oscuro cammino iniziato 2 decenni fà circa, un processo di svendita dei beni pubblici a privati in nome di una più efficente gestione, come se la logica del profitto privato avesse mai reso dei servigi alla collettività. Si sono venduti l'energia, i trasporti, gli acquedotti, gli immobili, le strade e adesso si vendono pure la Madre: si vogliono vendere la terra in un contesto internazionale dove stà crescendo a ritmo costante il fenomeno denominato Land Grabbing, l'accaparramento di terreni agricoli da parte di soggetti economicamente forti (paesi in forte crescita e multinazionali). Ecco quindi chi sono i veri destinatari di questa manovra, non certo i giovani imprenditori agricoli di cui parla il comma 2: "...al fine di favorire lo sviluppo dell'imprenditorialità agricola giovanile è riconosciuto il diritto di prelazione ai giovani imprenditori agricoli." Garantire l'accesso alla terra ai giovani o a chiunque voglia lavorarla non vuol dire garantirne la proprietà e la compravendita - meccanismo questo che per un giovane agricoltore comporta l’indebitamento con le banche - bensì elaborare una serie di normative che favoriscano e sostengano chi vuole iniziare un'attività agricola mettendogli a disposizione l'uso agricolo della terra garantito contro ogni possibile speculazione. Proseguendo invece nella lettura del comma 2, che con tanto nobili propositi era cominciato, si legge: "Nell'eventualità di incremento di valore dei terreni alienati derivante da cambi di destinazione urbanistica intervenuti nel corso del quinquennio successivo alla vendita, è riconosciuta allo Stato una quota pari al 75% del maggior valore acquisito dal terreno rispetto al prezzo di vendita." Quindi lo stato si limita a disincentivare il cambiamento d'uso dei terreni per soli 5 anni senza altra garanzia di salvaguardia ambientale; anzi considera possibile un loro cambio di destinazione già nel primo quinquennio successivo alla vendita.
Concludendo questa lettura troviamo lapidario il comma 5: "Le risorse nette derivanti dalle operazioni di dismissioni di cui ai commi precedenti sono destinate alla riduzione del debito pubblico." Le risorse nette derivanti equivarrebbero a circa 6 miliardi di euro, una goccia nel mare del debito (circa 1800 miliardi) quando il costo stimato delle opere per la TAV in Val di Susa è di 20 miliardi! Con il risultato di essersi sbarazzati del patrimonio senza tappare alcun buco di bilancio.
A questo punto sentiamo l'urgenza di dire che un paese che vende le terre agricole pubbliche è un paese che rinuncia definitivamente alla propria Sovranità Alimentare, è un paese che mette con prepotenza l'interesse privato al di sopra del bene comune, è un paese che non saprà come raccontare ai propri figli che si è venduto la terra in nome del bilancio finanziario.
La vendita delle terre dello stato deve essere fermata!

Ridiscutiamo, invece, le modalità di gestione delle terre agricole di proprietà degli enti pubblici!
Noi rete delle associazioni contadine proponiamo che le terre di proprietà pubblica individuate in base all'art. 7 della legge di stabilità siano oggetto non di vendita ma di nuovi piani di allocazione:
-che ci si indirizzi verso affitti di lunga durata a prezzi equi a favore di agricoltori o aspiranti tali, sulla base di progetti che escludano attività speculative.
-si favorisca l'agricoltura contadina di piccola scala,che è l'unica che può sfamare il mondo senza causarne il dissesto, ma anzi arricchendolo e preservandone la biodiversità seguendo le richieste della Campagna per l’Agricoltura Contadina http://www.agricolturacontadina.org/ .
-si prediligano progetti di cohousing, cioè di condivisione solidale dei beni e delle risorse, perchè la buona agricoltura è quella fatta con tante braccia pensanti e con poche macchine.
-si individuino nelle associazioni dei consumatori organizzati i soggetti mediatori tra le istituzioni e le realtà contadine che andrebbero a insediarsi.
-si renda possibile la costruzione con materiali naturali di abitazioni rurali a bassissimo impatto ambientale come legno e paglia, ma totalmente vincolate all'attività agricola. Questo perchè chi lavora la terra deve anche poterla abitare.

domenica 13 novembre 2011

Finiti i giochi: si viene al dunque

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Nel mezzo della comprensibile euforia per quella che sembra esser la fine della ventennale parabola politica di Berlusconi, mi sembra utile richiamare l'attenzione sull'incredibile rapidita' e facilita' con cui il premier ha dovuto stavolta, diversamente dal suo solito, rassegnarsi a lasciare il posto (e con cio' probabilmente presto ad uscire del tutto di scena). Un passaggio avvenuto con una immediatezza che ha dell'incredibile proprio nel senso che dovrebbe far ricredere molti su tante cose, a cominciare dal fatto che sia la democrazia il valore primo e fondante dell'Occidente (tale per cui si pretende perfino di giustificare guerre in suo nome).
A far cadere Berlusconi non sono bastate la defezione di Casini e poi quella di Fini, ne' la indefessa monotematicita' delle opposizioni che, dentro e fuori il Parlamento, hanno fatto per vent'anni del pericolo da lui rappresentato la loro vieppiu' unica ragion d'essere. Ora vincendo (e non di poco) le elezioni, ora comprandosi il sostegno di politicanti a un tanto al voto, l'imbonitore di Arcore e' riuscito a restare al governo per gran parte degli ultimi vent'anni nonostante scandali sessuali, una sequela interminabile di processi per corruzione e la sfacciataggine manifesta di una serie di leggi ad personam.
Vien quasi da non credere a quante parole ed energie politiche siano state spese in questo paese sulla questione Berlusconi si, Berlusconi no, quasi che da cio' dipendesse la salvezza della democrazia dal pericolo comunista o viceversa dall'avvento di un nuovo fascismo. Ed e' soprendente, visto cio' che sta avvenendo in queste ore, quanto la questione della democrazia fosse al centro di questo dibattito.

E che succede ora? Succede che nel teatrino della politica vengono fuori dei problemi tecnici, strutturali per il funzionamento dello spettacolo. Problemi urgenti sui quali non c'e' tempo da perdere: si e' aperto uno squarcio sul telo di fondo e, per un momento si intravedono i macchinisti, e perfino qualcuno di quelli che da dietro tirano le fila e fanno muovere le marionette. Il guasto va riparato immediatamente e gli stessi tecnici/burrattinai sono costretti a far salire sul palco qualcuno dei loro.......gli tocchera' atteggiarsi anche lui a personaggio, almeno finche' di nuovo the show can go on.
Succede che la Grecia si azzarda anche solo ad ipotizzare un referendum in cui la gente possa esprimersi sull'accettazione del “sostegno” (di questo si dovrebbe trattare, no?) e delle relative misure economiche “proposte” dall'UE ed immediatamente il suo premier Papandreu deve dimettersi e lasciare il posto a Papademos, uomo della Goldman Sachs (la piu' grande banca d'affari americana e mondiale).
Succede che contemporaneamente i Btp italiani arrivano ad uno spread di oltre 500 punti rispetto ai bond tedeschi, subito dopo che la Borsa di Milano aveva registrato perdite del 7% in un giorno (2/11) e che (non va sottovalutato nel nesso tra gli avvenimenti) le azioni Mediaset perdono di colpo il 12% del loro valore.
L'Italia sembra esser appesa al filo di quale sara' l'andamento delle borse all'inizio della settimana seguente. Napolitano, questo baluardo della Repubblica che non aveva finora fatto valere il suo ruolo contro ogni sorta di leggi ad personam, trova - in modo quantomeno irrituale - l'Eletto (niente affatto eletto) che dovra' sostituire Berlusconi e questo, gia' in precedenza sopravvissuto a tutto e ad ogni costo (e' il caso di dire), rassegna le dimissioni in men che non si dica.
Non lo aveva ancora detto, infatti, che gia' Mario Monti (anch'egli uomo di Goldman Sachs come pure Mario Draghi), appena ricevuta una patina di leggittimita' politica dalla tempestiva nomina a senatore a vita da parte di Napolitano, stava facendo il suo giro di consultazioni per il suo nuovo governo. E neppure ha fatto in tempo a porre, il nostro ex-premier dall'improbabile ancorche' innegabile longevita' politica, le sue condizioni per lasciare il posto al quale lo avevano eletto gli Italiani: deve essergli stato fatto capire chiaramente che ora e' arrivato il tempo di chi comanda davvero e gli argomenti per convincersene non devono essergli mancati vista la fretta con cui e' per giunta passato dall'”elezioni subito” all'appoggio “responsabile” - esterno o meno che sara'.
Un passaggio analogo, anche nei tempi, lo abbiamo visto da parte di Di Pietro. Sembra purtroppo che, a ricordarci che cio' che sta avvenendo sotto i nostri occhi e' del tutto fuori dalle regole democratiche e incurante del rispetto per la volonta' popolare espressa nel voto (che gia' era andata a farsi friggere con la vigente legge elettorale) siano rimasti solo i Ferrara, i Feltri, i Sallusti, il ministro Romano, la Santanche', La Russa... ovvero, in sostanza, i buffoni di corte, quelli di contorno, che ravvivano il paesaggio facendo “a chi la spara piu' grossa”, personaggi che, fuori dal sottobosco mediatico-politicoide legato al berlusconismo, sanno bene di non poter sopravvivere mantenendo il proprio status.
Resta ora da vedere cosa faranno coloro che nell'opposizione a Berlusconi hanno trovato la propria unica identita' e ci hanno magari anche costruito un personaggio pubblico ed una carriera. Del PD, ovviamente, gia' sapevamo in anticipo: sono sessant'anni che stanno li', dietro mentite spoglie, a garantire il proprio appoggio (che sia implicito e di fatto, esterno o attivamente esplicito) ai poteri forti soprattutto internazionali, in attesa di superare i loro esami di affidabilita' e, cambiato il nome e diluitisi ancora una cinquantina di volte come un farmaco omeopatico, un giorno forse ormai prossimo accederanno finalmente in pianta stabile al governo di questo paese (a rappresentare, ovviamente, gli interessi di coloro che hanno in realta' sempre appoggiato).
Siamo dunque al punto: un governo “tecnico”, non eletto, composto da personaggi tutti o quasi non votati dal popolo, che si presenta come “meno e' politico e meglio e'” il cui compito – tutti ben lo sappiamo – e' quello di farci sputare lacrime e sangue in nome di ideali alti e nobili come il pareggio di bilancio e la riduzione dello spread. Alla fine se tutto va bene saremo noi ad essere votati e giudicati: dalle agenzie di rating.
Ma non erano queste, insieme alle grandi banche, come Goldman Sachs (che oltre che qui in Europa ha sempre avuto suoi uomini ben piazzati nei ruoli chiave dell'amministrazione americana, compresa quella attuale di Obama) ad esser dietro alla crisi del 2008, ad aver continuato poi a lucrare sui fondi spazzatura e derivati? Non hanno proprio loro il potere di far salire e scendere a piacimento gli andamenti delle borse? Non sono loro che hanno creato il problema e che dunque dovrebbero pagare? (vedi pure http://www.enzodifrennablog.it/index.php/nformazione/goldman-sachs-e-il-default-mondiale-nel-2012.html che spiega ampiamente come tutto cio' sia avvenuto).
Sono invece qui a piazzare i loro uomini al vertice delle nostre istituzioni e dirci cosa dobbiamo fare, noi, per pagare il loro debito o, meglio, la forma contabile/finanziaria in cui si palesa l'insostenibilita' del modello di economia del quale vivono e solo all'interno del quale possono non solo prosperare, ma anche soltanto sussistere. Cio' che piu' sconcerta e' che tanta gente vede questo passaggio come una liberazione e che la presunta “neutralita'” del prossimo governo, proprio in quanto “tecnico” sia considerata una sorta di garanzia per un miglioramento. Non ci si rende conto di quanto cio' che si presenta come “politica” oggi non sia che una variante del mondo dello spettacolo mentre la politica vera, quella che conta, sta in realta' proprio in questo mondo di “tecnici”. Cosi' come in altri contesti geografico-culturali le etichette di “destra“ e “sinistra” nascondono gruppi tribali di interesse, nel mondo globale sviluppato non son rimaste che ristrette elites superclaniche (vedi Giulietto Chiesa) del potere iper-capitalista......ed il resto e' teatrino, buono per chi preferisce questo intrattenimento alle partite di calcio.

Non e' un caso che questo salto di livello cosi' sfacciato sul piano politico avvenga nel momento in cui nell'elemento piu' debole e sotto pressione del quadro si sia tentato di nominare la possibilita' del referendum ovvero la questione dell'autodeterminazione popolare: questo e' un terreno pericoloso sul quale non e' assolutamente consentito avventurarsi e che va prevenuto all'origine (in Grecia l'hanno bloccato in extremis, in Italia ci si muove fin da ora): non si sa come va a finire (vedi il voto sulla Costituzione europea).
Ma la cosa che rende il discorso ancor piu' serio di quanto non sembri e' che, dal loro punto di vista, ovvero da quello di chi e' ben addentro alla conoscenza dei meccanismi del Sistema, l'ipotesi di lasciare alla gente la parola decisiva sulle misure da prendere e' realmente impraticabile; cosi' come e' realisticamente impercorribile una trafila politica tradizionalmente (e correttamente) istituzionale in quanto i mercati seguono leggi, tempi e meccanismi del tutto estranei a quelli non tanto della politica, ma soprattutto di una autentica democrazia. E sono i mercati, cioe' i soldi, non altro, il valore per eccellenza del mondo globalizzato.
Quando le cose giungono al “dunque”, percio', non dobbiamo stupirci che il potere venga allo scoperto e si apra da se' la nuova strada che gli serve. Ora qui la chiameranno la “terza repubblica”, ma, come per la seconda, si tratta solo di avvicendamenti nella parte piu' visibile dei gruppi dominanti nel controllo sullo Stato, non di reali passaggi costituzionali o di sistema....di nuovo, dunque, nulla su cui farsi illusioni, alla fine.
La tendenza che realmente si sta facendo strada, invece, e' il progressivo e sempre piu' esplicito autonomizzarsi del potere economico-finanziario dalla propria facciata e dai propri prestanome propriamente politici. Questo comporta un passaggio di efficienza/accelerazione di tutto il Sistema, passaggio necessario non in quanto ulteriore grado in un percorso evolutivo, ma, al contrario a causa della crisi a cui il Sistema e' inesorabilmente destinato per la sua stessa natura di entita' a crescita infinita e con cio' soggetta al progressivo restringersi dei suoi spazi di agibilita' nel contesto della societa' e del pianeta.
Ma, se questo e' vero, e' ben difficile appellarsi ad una difesa della democrazia senza mettere in questione l'interezza di questo Sistema. Il punto che purtroppo non si comprende ancora abbastanza e' che qui non si tratta di superare una crisi finanziaria, di far trovare agli economisti le ricette piu' efficaci e veloci per uscirne ne' di difendere procedure piu' democratiche per sceglierle: la questione in gioco e' di ben piu' ampia portata.
In un Sistema come questo nel quale occorrono competenze di una complessita' tale che perlopiu' in realta' mancano anche agli addetti ai lavori (i quali e' chiaro che non sanno davvero cosa fare, ma solo cercano di allontanare l'orizzonte del collasso – vedi il rialzo del tetto del debito USA) l'autodeterminazione dei popoli non e' piu' un valore da salvaguardare all'interno del percorso di salvezza del Sistema, ma e' invece in alternativa a questa salvezza.
E' solo al di fuori di un tale Sistema che potremo salvare una partecipazione realmente democratica delle persone, la nostra sovranita', la nostra autodeterminazione. Solo all'interno di un sistema altro, che rispetti noi come individui umani ed il mondo come lo spazio vitale di cui facciamo parte, non come un nostro strumento o la nostra scorta di materie prime. Solo all'interno di un sistema che sia a nostra misura e che possiamo gestire e controllare e conoscere sia in termini di dimensioni che di complessita'.
Non illudiamoci di salvarci dalla crisi e di salvare pure la democrazia senza uscire radicalmente da questo modello, da questo Sistema. Ancora mentre questo esiste e' necessario costruire dal basso e nel piccolo altri modi di vivere, di produrre, di consumare (di usare i beni), di scambiare. Un po' come e' avvenuto in Argentina subito dopo il default, ma con un progetto che vada al di la' dell'emergenza.
Sara' questo non solo l'embrione di un modello futuro, ma la piu' immediatamente necessaria strategia di sopravvivenza per molti di noi. E lo vedremo presto, non appena la crisi da un lato e le “contro”misure che i “tecnici”/salvatori si apprestano ad imporci avranno iniziato ad entrare davvero nel vivo.

martedì 18 ottobre 2011

Quando salgono le acque

Foto tratta dall'edizione online del Bangkok Post del 16 ottobre 2011





Era il 1963 quando Bob Dylan cantava “radunatevi gente, ovunque voi siate, ed accettate che l'acqua intorno a voi e' salita” perche' “sara' una pioggia dura quella che cadra' ”.
Ora, quasi cinquant'anni dopo, forse quell'acqua e' arrivata al punto in cui anche i piu' recalcitranti a riconoscere l'evidenza saranno costretti ad aprire gli occhi, ed e' significativo che qualcuno, autoelettosi ad avanguardia avanzata di questa evidenza, si presenti come il “blocco nero”; sintomo inquietante del buio che sta al posto della capacita' di immaginare alternative reali.

Il 15 ottobre non sono andato alla manifestazione: mentre si svolgevano i fatti di Roma stavo partendo per Bangkok, per accompagnare un gruppo di turisti in Laos, lavoro che svolgo occasionalmente per un operatore di Turismo Responsabile. Nel Laos (da dove ora scrivo) e soprattutto in Thailandia, durante le ultime settimane ci sono state piogge torrenziali, ben oltre l'ordinario, con conseguenti frane, alluvioni, allagamenti, per un totale di circa 300 morti (contando anche quelli in Cambogia e Vietnam). Sara' forse troppo semplicistico attribuire questi disastri – come tanti altri che si susseguono – al cambiamento climatico di origine antropica? Vorremo aspettare che squilibri diventati ormai irreversibili ce ne diano le prove oggettive insieme a milioni di morti e di profughi?
Fatto sta che qui la gente dice che questa non e' una cosa normale. Come non lo e', ad esempio la siccita' ad ottobre che ho lasciato a casa, il caldo esagerato ad agosto ed il freddo che c'e' stato fino a giugno quest'anno da noi. La gente di Bangkok protegge l'entrata di case e negozi ammucchiando sacchetti di sabbia in attesa dell'allagamento di parte della citta' previsto come possibile nei prossimi giorni. Tutti seguono con apprensione il bollettino meteo per prepararsi a cio' che verra'.

Io su internet cerco invece notizie su qualcosa che e' gia' avvenuto, un altro tipo di “alluvione” che ha invaso il cuore di Roma pochi giorni fa. Ma qui e' meno facile capire la sostanza che ha allagato la capitale, una cosa che sarebbe utile per immaginare previsioni del tempo che seguira'. Mi sembra si sia trattato essenzialmente di un'ondata di rabbia ormai inarginabile di fronte alla sfacciataggine con cui vengono privatizzate (legalmente e non) le risorse pubbliche, al divaricarsi delle condizioni di vita tra i ceti sociali, ad una democrazia sempre piu' di facciata gestita sopra la testa della gente, allo strapotere impunibile di banche e finanzieri. Una rabbia ormai incontenibile perfino in un paese altrimenti cosi' anestetizzato, ipnotizzato da chiacchiericci detti talk show e da false mitologie rappresentate nelle pubblicita'.

Una rabbia quantomai giustificata e comprensibile, ma finora – e purtroppo – temo, poco piu' che rabbia. Di proposte effettivamente alternative e credibili se ne sentono poche e quelle poche trovano un seguito ancora molto debole, mentre e' a queste che bisognerebbe pensare invece che farsi agganciare dalle trappole mediatiche. Purtroppo in questa pseudo-cultura in cui regna la colonizzazione dell'immaginario (vedi Latouche) il tema del giorno ce lo danno media ed opinion makers prezzolati – e tutti li' ad accodarsi come in un riflesso condizionato. Cosi', dopo il corteo del 15, il centro dei problemi italiani sembra siano diventati quelle poche centinaia di “violenti” etichettati “black bloc”: l'immancabile “emergenza” di turno rispetto alla quale tutti sentono di dover esprimersi e misurare la propria distanza.

Le acque mentre salgono diventano anche piu' torbide (ci va in mezzo di tutto) e bisogna fare chiarezza; non lasciarsi trarre in inganno. I cosidetti blackbloc saranno forse degli infiltrati strumentali ed eterodiretti o dei teppisti fascistoidi o degli ingenui sprovveduti con la sensazione di aver nulla da perdere, tante frustrazioni ed ancor piu' voglia di menare le mani, ci sara' semplicemente gente incazzata che non ha piu' voglia di farsi prendere in giro ne' di prenderle soltanto e zitti....o piu' probabilmente ci saranno tutte queste cose insieme. Ma non credo sia questo il problema per chi vuol radicalmente cambiare le cose in questo mondo ed impegnarsi per costruirne uno altro e possibile, pulito e sostenibile. Chi si riconosce in questa prospettiva non solo non dovrebbe farsi illusioni sulla praticabilita' di una lotta violenta in questa fase storica, ma dovrebbe pure essere consapevole del carattere insufficiente, primitivo, velleitario e, in ultima analisi, superfluo che essa avrebbe di fronte alla portata e alla profondita' dei cambiamenti che oggi ci si presentano come necessari e non piu' rimandabili.

Questo significa certamente esprimere una estraneita' netta rispetto a chiunque usi strumentalmente i cortei di massa, di ispirazione non violenta, per compiere atti che non avrebbe il coraggio o la capacita' di realizzare da solo, cosi' come non sarebbe neanche lontanamente in grado di raccogliere un numero di persone significativo in una piazza, ne' di esprimere qualcosa che assomigli ad un progetto politico. Questa estraneita' non equivoca dovrebbe esprimersi con l'allontanamento fisico (dicasi “a calci in culo”, se necessario) da parte degli stessi organizzatori, ancor prima che della Polizia, di chiunque si presenti ad un corteo con chiare intenzioni bellicose. E' bene distinguere nettamente le due pratiche politiche e di lotta e che chi vuol seguirne una violenta si organizzi cortei o altre iniziative per proprio conto.
Su questo non ci dovrebbero essere indecisioni o malintesi concetti di pluralismo e “liberta'”. Sono scelte che vanno prese a monte: se si vuol praticare una lotta violenta occorre dotarsi di una organizzazione/gerarchia/tattiche di tipo militare, altrimenti si va solo a prendere un sacco di botte. Le BR ci hanno provato e sappiamo come e' andata a finire, con le conseguenze legali (per loro) e politiche (per tutti) che hanno condizionato la storia italiana per tutti gli anni a seguire (per non pensare a cosa sarebbero state capaci di fare le BR semmai fossero riuscite in quel modo a prendere il potere – ed oggi siamo di fronte a questioni ben piu' ampie e complesse di allora).

Detto questo, pero', e restando all'esempio dell'epoca degli anni ' 70, non era affatto fuori luogo allora lo slogan “ne' con lo Stato, ne' con le BR”, cosi' come, dopo l'11 settembre 2001 “ne' con gli USA, ne' con Bin Laden”, sarebbe stata una risposta appropriata al “siamo tutti americani” che andava per la maggiore nella propaganda di quei giorni.
Voglio dire: una volta che nelle parole e nei fatti abbiamo dichiarato la nostra estraneita' rispetto alle pratiche di lotta violente, dobbiamo noi, proprio noi che vorremmo veder crollare il sistema delle speculazioni finanziarie e dello strapotere delle banche, pronunciare mezza parola contro chi le volesse colpire con qualsiasi mezzo al di fuori delle nostre iniziative?
Dovremmo essere noi, che consideriamo gli eserciti come il braccio armato degli interessi della super-casta globale, ad esprimere una parola di condanna se qualcuno con eventuali azioni sue proprie dovesse bruciare un archivio del ministero della Difesa? Dovremmo forse essere noi a sentirci in qualsiasi modo solidali con coloro che hanno costruito giorno per giorno per puro profitto personale i drammi umani e i disastri ecologici che pesano e peseranno su tutti noi, i nostri figli e nipoti?
Certo che no!! alla solidarieta' verso queste persone e centri di potere e di interesse siamo e saremo estranei almeno quanto ripetto ai gruppetti di backbloc - e senza mancare di vedere l'enorme sproporzione tra i danni minimi causati da questi ultimi e quelli di ben altra portata dei primi.
Bisogna aver chiaro cos'e' una linea di lotta non violenta e non antagonista, ma al tempo stesso radicalmente alternativa: cosi' com'era nella concezione di Gandhi si trattava di una cosa dalle conseguenze altrettanto dure di una guerra; neanche un colpo veniva inferto al nemico, ma ogni forma di collaborazione gli era negata alla radice; veniva lasciato alle conseguenze delle sue azioni, almeno finche' non vi avesse personalmente e fattivamente posto riparo.

Prima che le acque si facciano troppo torbide per distinguere chi e' chi e cosa significano le parole, e' importante aver chiaro quale e' il problema che ci ha fatto muovere, dove sta la sua origine e dove va rivolta l'attenzione. Non e' certo il caso di farci fregare dagli appelli alla difesa della democrazia (questa si', quando conviene, bene comune da proteggere) utili a far passare fantasiose “novita'” giudiziarie come la “flagranza differita” di reato o la fidejussione obbligatoria per coprire gli eventuali danni causati da un corteo – cosi', se negli USA occorre essere molto ricchi per una campagna presidenziale, ora in Italia questo sara' indispensabile anche solo per indire una manifestazione. Ne' dobbiamo certamente dar credito ad uno che ha lavorato una vita per Goldman Sachs, diventa presidente della BCE, rappresenta al massimo livello gli interessi di banche e finanzieri per conto dei quali si prepara a mettere le mani anche sul governo italiano (magari indirettamente tramite prestanomi “tecnici” e “di sinistra”) e ci viene a dire che “capisce” le ragioni degli 'indignati”. Meno male che c'e' uno che “capisce”....anche Berlusconi all'inizio rappresentava il “nuovo” in antitesi ai politici corrotti.

Una cosa che va detta chiara e netta e' che con questa gente NON siamo sulla stessa barca e che chi ancora ci sta e' bene faccia presto ad abbandonarla e quindi a rifiutarsi di pagare la crisi e i costosissimi quanto inutili inganni con cui vorrebbero puntellare il loro sistema ormai giunto al collasso. E' invece di costruire reti alternative ed indipendenti di scambi e di servizi che abbiamo bisogno; di togliere strutturalmente sostegno e base ai poteri dominanti; di cominciare a far funzionare un'economia altra che dia luogo ad un mondo altro e possibile; di metterci realmente in condizione di fare a meno di questi mistificatori e dei meccanismi che li tengono al potere.
Questo comporta una strada lontana anni luce da quella di gruppetti violenti e disperati, ma significa altrettanto che non avremo bisogno di dire neppure mezza parola di condanna quando qualcuno di essi andra' a prendere a casa chi ha delle responsabilita' per dargli cio' che si merita. Ai potenti di oggi, perdenti di domani (vedi Gheddafi, ultimo esempio) bisogna al piu' presto togliere la base (che siamo noi quando ci adeguiamo e partecipiamo al loro sistema) e lasciarli al loro destino per quando la storia se li scrollera' finalmente di dosso. Non sono i blackbloc il problema nostro, ricordiamoci chi e' il problema, cosa e' il problema: il problema e' la violenza? Si', ma quella vera, quella che pesa sul pianeta e su milioni di esseri umani. Non lasciamoci deviare dagli specchietti per le allodole.

Questo, se davvero vogliamo un mondo diverso, piu' equo e sostenibile; se non stiamo dando solo sfogo ad una rabbia immediata, causata dalla crisi, ma pronti a farci recuperare dalla prossima coalizione partitica di turno con le sue promesse d'occasione; se veramente ora abbiamo aperto gli occhi e non siamo solo in attesa di poter tornare al piu' presto dove eravamo appena ieri quando i disastri del mondo – causati dal nostro modello economico e stile di vita – non avevano ancora iniziato ad intaccare anche il nostro portafoglio.
Se non siamo solo in attesa che le acque si riabbassino e magari vadano semplicemente ad affogare qualcun altro da qualche altra parte.

sabato 24 settembre 2011

“Fondata sul Lavoro” ?

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Qualche tempo fa ho riincontrato una vecchia conoscente, figlia di amici di famiglia, che non vedevo da quando eravamo bambini. Le ho chiesto cosa facesse ora e, guardandomi con un’aria tra l’ironico ed il rimproverante, mi ha risposto”io lavoro”. L’espressione voleva significare la sua scarsa considerazione per il tipo di economia che mi sono scelto – di cui sa per sentito dire – in cui solo lavori a termine, occasionali e saltuari, concorrono ad integrare monetariamente la mia forma di sussistenza di base che definisco come ‘neo-contadina’ e dunque fatta in ampia misura da autoproduzioni ed in parte svincolata dal denaro. Questa persona è impiegata come grafica pubblicitaria presso un’azienda, il che significa che passa la sua giornata essenzialmente seduta davanti ad un computer in un ambiente riscaldato d’inverno e con aria condizionata d’estate. Con tutto il rispetto per chi svolge questo tipo di occupazioni, devo confessare i miei dubbi sul fatto che in esse ci sia più fatica che nelle mille diverse attività che compongono la mia giornata, dallo spostare pietre, al tagliare legna, al vangare e zappare, potare alberi tutto il giorno in cima ad una scala, lavorare con trattore ed attrezzi vari….sempre fuori in tutte le stagioni. Questa persona però intendeva dirmi che lei si guadagnava da vivere lavorando…e io no.

La Costituzione italiana dice che la nostra è una Repubblica “fondata sul lavoro”. Ma l’esempio appena citato serve a mostrare come, nel senso comune, il valore non sta nel fatto in sé di lavorare, bensì in quello di percepire uno stipendio: nel fare un’attività per la quale si ottengono in cambio dei soldi. Se c’è un salario è lavoro altrimenti non lo è, questo è il punto. Un po’ come quando, nelle statistiche degli organismi internazionali sui paesi “in via di sviluppo”, il contadino quasi autosufficiente del villaggio di montagna è considerato più povero del manovale occasionale e perfino del ladro o del mendicante nello slum alla periferia della città perché, a differenza di questi ultimi, per la sua sussistenza non fa quasi alcun uso del danaro contante ed è perciò del tutto escluso dall’economia capitalista. L’idea è forse che il fatto di partecipare a questa sia già in sé un contributo al progresso dell’umanità, ma direi che i disastri ecologici e non solo a cui siamo di fronte dovrebbero far pensare piuttosto il contrario: che il contributo stia invece nel sotrarre una persona in più a questi meccanismi, al consumo del territorio e delle risorse naturali e nel rapportarsi con la Natura in modo equilibrato e sostenibile, come fanno appunto gli abitanti dei villaggi tradizionali.

Ma, a ben guardare, neppure è l’aver soldi o ricchezze il vero valore fondante nella nostra società: molto di più questo sta nel fatto di spenderli. Se si ha la possibilità di spendere – e lo si fa – lì davvero si acquistano status e considerazione.
Non a caso le imposte si applicano in modo molto più pesante quando le proprietà sono mantenute nella loro forma statica, conservativa: le case - gli immobili per l’appunto – vengono tassate pesantemente mentre i patrimoni finanziari (fondi vari ecc…) non devono neppure essere dichiarati. In questa fase terminale del capitalismo sempre più accelerata, finanziaria, virtuale e con sempre meno rapporti con l’economia reale-produttrice/conservatrice di beni utili, i soldi, la capacità di spesa, i mezzi devono muoversi, partecipare al vortice del mercato: se seguono ritmi più lenti, più prudenti, se tendono a risparmiarsi e mantenersi (né disperdersi né accrescersi) bisogna fargliela pagare, come in un parcheggio a pagamento. Non basta che ti sei comprato una macchina, questa deve continuare a (far) circolare (denaro), anche quando sta ferma.
La capacità di spesa ed il suo esercizio è il fondamento della dignità della persona, del suo apprezzamento sociale (potremmo dire del suo rating, perché no? Del resto segna lo spread che c’è tra lui ed i suoi simili) ed infatti è la cosa che molti ostentano, perfino quando non ce l’hanno veramente, perfino quando per questo sono costretti a indebitarsi. Le società umane si basano su valori culturali, di status, come le melodie del pifferaio magico di turno dietro al quale i più si accodano danzando fino ed oltre il precipizio.

Nessuno spot è stato più berlusconianamente rappresentativo della nostra epoca di quello in cui tutti i passanti ringraziavano il “signor Rossi” che se ne andava in giro con la borsa della spesa piena di acquisti, come un eroe (forse neanche più borghese, ma nazional-popolare) che aveva contribuito al benessere del Paese: non a caso, non con il suo lavoro (lo spot non ci dice mica come li ha fatti i soldi, né a molti ciò interessa più nulla, neppure se lo dovessero votare), ma con la sua spesa.
La busta della spesa, simbolo del consumatore, potrebbe degnamente sostituire il tricolore nazionale come nuova bandiera, aggiornata ai tempi (potremmo suggerirla per la Padania eventualmente, quando si farà). E la si potrebbe fare comunque in tre colori, gli altri due a significare altri due sensi per cui il simbolo della ‘busta’ rappresenta ciò che è fondante davvero in questo paese: la ‘busta paga’ come elemento di ricatto che tiene insieme la pace sociale, e la ‘bustarella’ che continua ad oliare e far girare tutto il sistema nel suo intreccio tra istituzioni e mondo degli affari.

Ma il processo è in via di perfezionamento: non basta ormai una comune capacità di spesa; lo spread sociale aumenta e mentre i ricchi si arricchiscono c’è una fascia della popolazione (mondiale da sempre, ma vieppiù anche qui da noi) che rimane ai margini e sotto al minimo sufficiente per essere rilevante. Ci si preoccupa di tassare i ricchi perché sarebbero questi a far girare l’economia anche per gli altri. Per questa nicchia sociale di massimo livello tutti devono preoccuparsi, anche perché, sebbene i loro profitti resteranno privati, le loro eventuali perdite sarebbero socializzate, e questo non è interesse di nessuno. Nel sistema capitalistico giunto a questo livello di sviluppo non è la popolazione di un paese nel suo insieme che serve a mantenere in salute l’economia: il problema diventa, al contrario, mantenere in vita la parte più debole della società in modo che tiri avanti senza crear troppi problemi e troppa spesa. Senza richiedere troppe risorse che sarebbero destinate allora a fini pubblici mentre i beneficiari non potrebbero comunque costituire un target rilevante di consumatori.
La colpa della gente normale è evidentemente quello di sapersi accontentare – oltre un certo limite - di vivere in condizioni normali o il realismo di capire che non si può esser sempre tutti in competizione e sempre tutti vincenti. Tutt’altro.

Basta dunque che questa fascia di popolazione a basso reddito sopravviva e guardi la televisione; continui a credere nei miraggi consumistici come orizzonte mentale, ma anche si accontenti perché tanto dovrà farlo comunque. Importante è che si continui a credere di star tutti nella stessa barca, che gli interessi di chi ha creato il debito sovrano e di chi deve pagarlo siano comuni.

In queste settimane sto lavorando come avventizio presso un’azienda agricola per la raccolta dell’uva. Assunzione in regola e tariffa oraria legale accettata dai sindacati a livello territoriale. Regione ‘rossa’ del centro Italia, non siamo al Sud. Sapete quant’è? Quattro virgola sei (4,6) euro netti l’ora: la “bellezza” di 37 euro al giorno per otto ore (5+3) ininterrottamente a raccogliere uva, in piedi o piegati, con il sole o con il fango e, se piove, si aspetta che smetta sotto un riparo di fortuna anche un paio d’ore…naturalmente non pagate. Tranne uno spagnolo, un indiano e un macedone, i miei quaranta colleghi di lavoro sono tutti italiani e ce ne sono diversi sopra i sessant’anni che vivono di queste occupazioni da tutta la vita.
I vendemmiatori sono generalmente persone che sanno mantenere il buonumore; ieri c’era parecchio fango per terra e qualcuno scherzando diceva: “…e a noi invece ci hanno ‘affondato nel lavoro’”. Una battuta azzeccata in un senso anche molto più generale.

giovedì 14 luglio 2011

Un appello per le api e per gli apicoltori

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Rispondo volentieri all'appello di Marisa Valente e Renato Bologna cercando di contribuire alla sua diffusione. Anche io ho da poco iniziato ad allevare api e credo sia comunque un problema di tutti per l'importanza fondamentale che esse hanno per l'ecosistema, insieme agli apicoltori




Sciopero della fame e presidio contro i neonicotinoidi




di Marisa Valente e Renato Bologna

"... Nel 2004 non siamo più riusciti a far passare l'inverno alle famiglie tanto erano spopolate, al punto da essere costretti a riacquistarne una sessantina, complete sui 10 favi per poter affrontare la stagione apistica 2005 e reintegrare l'apiario. Quest'anno ci ritroviamo in una situazione ancora peggiore: abbiamo potuto constatare che nel periodo luglio-agosto il calo è stato drastico, dell'80%, e stiamo procedendo a riunioni esasperate per tentare di salvare almeno qualche vecchio ceppo di api più resistenti alla varroa..."

Con questa lettera, il 7 settembre 2005, denunciavamo per la prima volta, ai vari amministratori della nostra regione, la situazione critica della nostra attività.

Siamo arrivati al 2011 e nulla è cambiato. Ogni anno lo stesso problema in quanto la nostra azienda è situata in una delle più rinomate zone di coltivazione della vite dell'astigiano, ai margini del Parco Naturale di Rocchetta Tanaro. La moria delle api causata dai trattamenti "obbligatori" per la flavescenza dorata delle viti, trattamenti che tra l'altro non hanno ancora risolto il problema. Pesticidi a base di neonicotinoidi che irrorati anche una sola volta sono letali per le api. E questo è conclamato: infatti tali prodotti erano utilizzati anche per la concia delle sementi del mais e sono stati vietati già da qualche anno.
Ad oggi più di 50 prodotti diversi a base di neonicotinoidi sono stati iscritti nel registro del Ministero della Sanità (molti sono autorizzati addirittura per la "lotta integrata") per l'impiego sulle principali colture ortofrutticole, (pomodoro, melanzana, peperone, cetriolo, zucchino, melone, cocomero, cavolo a infiorescenza, a foglia, a testa, cavolo rapa, cardo, prezzemolo, basilico, rosmarino, cerfoglio, erba cipollina, lattughe e altre insalate, fagiolo, fagiolino, pisello, porro, cipolla, carciofo, fragola, patata, frumento, orzo, erba medica, tabacco, olivo, melo, pero, pesco, susino, ciliegio, mandorlo, albicocco, arancio, clementino, mandarino, limone, pompelmo, vite), per la floricoltura e per altri impieghi collaterali (antitarme, moschicidi, antipulci), senza minimamente preoccuparsi della loro grave tossicità anche a dosi subletali sugli insetti come le api. Un fatto gravissimo in quanto importanti studi scientifici ne hanno già provato la tossicità sia a livelli acuti che cronici a dosi bassissime.

Per la cronaca le api contribuiscono in maniera determinante all'impollinazione di oltre il 225.000 specie vegetali, il 70% di quelle di interesse agricolo, il 90 % dei fruttiferi, ortaggi, ecc.
La perdita delle api non colpisce solo direttamente gli interessi degli apicoltori, ma sono il segnale di allarme per un danno ambientale dalle conseguenze inimmaginabili, come bene illustra il tossicologo olandese Tennekes nel suo ultimo lavoro: “The systemic insecticides: A disaster in the making” (Gli insetticidi sistemici: un disastro in preparazione).

Nel nostro piccolo le conseguenze per la nostra azienda sono enormi: produciamo prodotti per apiterapia, pappa reale, embrioni di regina, pandapi, polline, miele in favo e dalle analisi condotte (dall'ASL e da un laboratorio privato) abbiamo la prova che la perdita di popolazione di api e la perdita di capacità di autodifesa delle api restanti, sono causate dai neonicotinoidi. A questo si aggiunge la scoperta della contaminazione di alcuni prodotti dell'alveare con questi insetticidi.
Questo è inaccettabile per noi, non ce la sentiamo di nascondere il problema e tacere di fronte all'evidenza.
Se non cambiano le regole di impiego di questi insetticidi rapidamente dovremo chiudere l'azienda con la perdita certa dei nostri beni dati in garanzia per il mutuo non più onorato a causa del calo delle entrate.
E chiuderemmo con un portafoglio di ordini che ci consentirebbe di far fronte a ogni impegno creando anche occasioni di lavoro.

Per questa ragione abbiamo deciso di esporci ed attivarci personalmente, a sostegno anche del lavoro svolto da Francesco Panella presidente dell'Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani (UNAAPI), che da anni si batte per lo stesso problema, a livello regionale, nazionale ed europeo.
Inizieremo quindi uno sciopero della fame il 4 di luglio 2011, con un presidio ad oltranza a Torino, davanti alla Regione Piemonte in C.so Stati Uniti, fintanto che le autorità non sottoscriveranno serie garanzie per ritirare dal mercato gli insetticidi in questione.
Per ulteriori info, sul sito internet www.rfb.it/bastaveleni pubblicheremo in "diretta" gli aggiornamenti.

Appello

L'autorizzazione all'impiego dei neonicotinoidi deve essere definitivamente revocata, per tutti gli impieghi , non solo quelli destinati alla concia del mais !

In qualsiasi periodo vengano utilizzati, sotto qualsiasi forma, questi insetticidi sistemici restano nella linfa della pianta e le api hanno infinite possibilità di entrarne in contatto: attraverso nettare, polline e l'essudazione della pianta, per melata, guttazione o rugiada. Dobbiamo riuscire a far revocare almeno questi neonicotinoidi già registrati, oltre ad impedirne le nuove registrazioni. La nuova normativa peraltro lo esigerebbe, ma non si sa quando verrà applicata davvero.

Chiediamo al Presidente della Regione Piemonte, l'avv. Roberto Cota, di applicare il diritto a salvaguardare un patrimonio locale come l'apicoltura vietando l'impiego dei questi insetticidi sistemici, appellandosi al principio di precauzione, per la salvaguardia dell'ambiente, del patrimonio degli insetti pronubi impollinatori, come le api ed anche della salute umana: a questo riguardo ci sono evidenze scientifiche che confermano che anche i mammiferi subiscono danni dall'ingestione cronica di piccolissime dosi. Auspichiamo che si faccia promotore presso la Conferenza Stato Regioni di questa necessità affinchè la revoca sia su tutto il territorio nazionale, oltre che presso la Comunità Europea.
Ci sono tutti gli strumenti legislativi per farlo immediatamente.

Abbiamo deciso di sacrificare il nostro lavoro per iniziare lo sciopero della fame poichè non abbiamo più alternative: proseguire a lavorare vedendo le api soccombere in preda agli spasmi dovuti all'intossicazione dal veleno, sapendo che questo è entrato nell'alveare e contaminerà il prodotto, non è più possibile per noi. Da qualche anno non siamo più in grado di evadere gli ordinativi e rischiamo di chiudere. L'alternativa è di smettere di lavorare nel luogo che fu un paradiso per le api, ricco di biodiversità, svendere la nostra proprietà (chi compra dove neanche le api sopravvivono?) ed emigrare in un posto dove si possa lavorare.
Tutto questo ci sembra profondamente ingiusto e non riusciamo a comprendere come possano essere più importanti gli interessi di chi produce questi prodotti (esistono molte alternative) rispetto agli interessi di chi promuove la salvaguardia dell'ambiente e della salute di coloro che vivono sul territorio.
Abbiamo deciso di dire basta e tentare questa ultima carta.

Ci rivolgiamo a tutte le persone che hanno a cuore la natura, che desiderano salvare le api, che desiderano cambiare questo modello di sviluppo basato solo sul profitto immediato, senza nessuna attenzione ai danni provocati all'ambiente e alla salute, a coloro che desiderano una agricoltura che produca cibi sani anzichè spazzatura tossica. Aiutateci a raggiungere l'obiettivo di questa battaglia.

Sul sito www.rfb.it/bastaveleni troverete le informazioni sull'argomento: agite in autonomia, aprite presidi, volantinate, diffondete via internet. Sarà un sogno riuscirci, ma a volte i sogni si avverano!

Ci serve anche un aiuto finanziario e chi volesse sostenerci così può utilizzare un semplice bollettino di Conto Corrente Postale versando sul conto n. 1000095776 intestato ad Amici della Fattoria. Ringraziamo sin d'ora tutti coloro che almeno faranno girare questo appello.

Marisa Valente 3343403464
Renato Bologna 3208310702

email: fattoria @ atlink.it

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