mercoledì 30 luglio 2014

STOP TTIP!!!


.



Iniziate nel 2013 e con la previsione di arrivare a conclusione alla fine di quest’anno, in questi mesi  stanno andando avanti le trattative sugli accordi TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership, chiamato anche TAFTA = Trans Atlantic Free Trade Agreement) per la creazione di una sorta di mercato unico tra UE ed USA.

I contenuti di questi accordi vengono discussi praticamente in segreto, lasciando ai margini il Parlamento Europeo, ma con la partecipazione attiva ed influente delle Corporations multinazionali. Insieme a questo accordo transatlantico ne sta venendo discusso un altro analogo transpacifico, chiamato TPP (Trans Pacific Partrnership, tra, sempre gli USA e Australia, Canada, Giappone, Cile, Perù, Messico, Malesia, Singapore, Vietnam, Nuova Zelanda, Brunei). A partecipare alla discussione sui due trattati sono state invitate non meno di 600 multinazionali.

SEGRETEZZA
I documenti sui quali si discute sono accessibili solo ai team tecnici (di cui molti membri fanno parte, appunto, a nome delle multinazionali) e, per la parte politica, solo al Governo USA ed alla Commissione UE. Non è previsto che i Parlamenti ed i Governi degli Stati membri dell’Unione siano obbligatoriamente coinvolti né informati dell’andamento delle trattative ed il Parlamento Europeo (che è l’unico delle istituzioni coinvolte ad essere eletto direttamente dai cittadini) avrà solo un voto finale al termine del processo dei negoziati: un voto “prendere o lasciare”, senza possibilità di emendamenti.

GEOPOLITICA
Il TTIP è la risposta di un “impero americano” in forte difficoltà, se non ormai al tramonto, di fronte a ciò che minaccia nei fatti di sostituirlo nel quadro economico mondiale: l’area Mercosur sta rendendo progressivamente autonoma l’area delle economie sudamericane dal pluridecennale controllo statunitense, ma soprattutto l’asse tra Cina e Russia in crescente integrazione economica diventa un temibile concorrente verso gli USA nel diventare l’epicentro degli equilibri asiatici e mediorientali con una forte presa anche sull’Africa e pertanto un candidato più che probabile ad aggiudicarsi presto un ruolo di leadership mondiale. Si prevede che entro il 2020 la produzione combinata di Brasile, India e Cina supererà quella di Canada, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti messi insieme e che, entro il 2030, l’80% della classe media a livello mondiale vivrà in quelli che sono oggi chiamati i Paesi del Sud del mondo. E’ in questi Paesi che oggi le economie corrono, ed è facilmente comprensibile il perché, cioè perché è lì che oggi avviene quel “boom economico” che c’è stato da noi alcuni decenni fa quando una parte importante della popolazione è passata da una condizione di povertà al sistema dei consumi di massa. Così come è facile capire che questo non può essere un fenomeno prolungabile più di tanto o riproducibile ovunque più e più volte: dove tutto è stato già comprato e ricomprato, si comincerà necessariamente a comprare di meno e pensare di più alla qualità della vita: sarebbe una cosa logica, ma non sembra che le multinazionali ed i governi che le sostengano nell’imporre sempre politiche orientate al consumismo vogliano farsene una ragione.

In questo contesto di competizione globale gli USA cercano con questi accordi internazionali di assicurarsi attraverso delle basi legali il controllo sulle economie del maggior numero di Paesi, almeno di quelli già sviluppati ( e pertanto più interessanti) o di quelli che mostrano buone prospettive di diventarlo presto. E, mentre gli USA, perseguono questa via “aggressiva” di politica commerciale, l’Europa appare rassegnarsi a farsi terra di conquista, a tutto vantaggio delle sue elités capitaliste e con gravissime conseguenze per le imprese medio-piccole, per i lavoratori in generale, per la qualità del suo ambiente e del suo cibo. Il TTIP non andrà a vantaggio né degli americani né degli europei, se guardiamo ai cittadini, alla gente comune, ma aumenterà di una certa ulteriore percentuale, secondo stime statistiche probabilmente anche piccola, ma utile nella competizione globale sempre più serrata, i profitti di chi ha in mano le fila delle megaaziende e del business finanziario, che è spesso ancora di origine occidentale, ma che non ha ormai più alcuna appartenenza geografica o culturale ed ha solo il denaro  come suo mondo.

Gli accordi TTIP tendono a realizzare ad un grado che non ha precedenti il dominio delle multinazionali sul pianeta - o su quella parte di esso che gli si assoggetterà – e ripete così il tentativo già fatto a livello mondiale con gli accordi MAI (Multilateral Agreement on Investments) poi falliti in seguito alle enormi mobilitazioni sociali che gli si opposero in tutto il mondo, insieme a molti governi di Paesi poveri, che mettevano sullo stesso status giuridico aziende multinazionali e governi sovrani ed avrebbero imposto a questi ultimi, se approvati, di difendere gli interessi delle prime, sugli investimenti fatti, anche contro la volontà e le proteste delle proprie popolazioni.

Gli accordi TTIP rilanciano in Europa il tentativo già fatto in precedenza con la Direttiva Bolkenstein del 2004 e porterebbero a compimento il processo già avviato di dominio degli interessi del capitale finanziario attraverso le politiche di austerità e di smantellamento dello stato sociale indotte con la giustificazione della crisi del debito pubblico (sulla cui verità non mancano le ragioni di dubbio: invito ad informarsi sulla Modern Money Theory).

Alcune informazioni comunque sono trapelate sulle questioni chiave di questi accordi.

CONTENUTI
 
Il TTIP va nella direzione di una forte liberalizzazione, abbattimento di barriere, soprattutto delle «bar­riere non tarif­fa­rie» – sarebbe a dire tutte le regole e gli stan­dard che che l’UE si è data in mate­ria di nor­ma­tive ambien­tali, diritti dei lavo­ra­tori, sicu­rezza e sovranità ali­men­tare, ecc. – che è poi la sostanza della par­tita del TTIP (le bar­riere tarif­fa­rie tra UE ed USA sono già a livelli minimi e quindi non sono queste in realtà l’obiettivo di questi accordi).

Si dice che verranno favorite le esportazioni per le piccole-medie imprese, ma, stando al OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio – in inglese WTO), delle 210.000 imprese italiane che esportano, il 72% delle esportazioni è detenuto dalle prime 10, quindi i vantaggi andranno pressoché del tutto a queste ultime, mentre l’arrivo di molti prodotti statunitensi (che devono rispettare standard meno esigenti) potrà penalizzare i nostri.

L’accordo, se approvato, avrà una seri di pesanti e preoccupanti ripercussioni sull’agricoltura europea e sul cibo che tutti mangiamo nonché sulla qualità degli ecosistemi nei quali viviamo. Certamente non solo sull’agricoltura, ma anche sui servizi, su ciò che rimane del welfare, sui diritti d’autore e sulla proprietà intellettuale, sui diritti dei lavoratori e molto altro. Ma, per limitarci a vedere da vicino alcuni aspetti che riguardano l’agricoltura, possiamo dire che:

- faciliterà l’ingresso in Europa degli OGM mettendo in questione il principio di precauzione (adottato in Europa dagli anni ’90 in seguito all’epidemia della “mucca pazza” e non previsto negli USA perché considerato “non scientifico”. In America gli è preferita la prova scientifica di nocività dei singoli prodotti e processi produttivi, la quale, ovviamente, può esserci solo una volta che il danno è già avvenuto, e se parliamo di contaminazione da OGM negli ecosistemi e mutazioni genetiche, il danno potrebbe anche essere immenso ed irreparabile. Detto di passaggio, negli USA, anche dopo del periodo della “mucca pazza” è rimasto permesso l’uso di grassi derivanti da carcasse di mucca nei mangimi per bovini). Negli Stati Uniti 70 milioni di ettari di terreno sono coltivati ad OGM ed il 70% degli alimenti in commercio contiene ingredienti transgenici e non c’è alcun obbligo di segnalarne la presenza sull’etichetta.

- aprirà il mercato UE alla carne di bovini alimentati con ormoni ed antibiotici o carcasse di polli trattate con il cloro (come è permesso negli USA e vietato in Europa dal 1997). Oltre il 90% della carne di manzo USA proviene da animali per la cui alimentazioni si fa ampio uso di ormoni e promotori della crescita bovina che in Europa sono vientati dal 1988 perché considerati cancerogeni. Una di queste sostanze è il cloridrato di ractopamina, un medicinale che serve a gonfiare la quantità di carne magra nei suini e nei bovini. Gli Usa considerano ingiustificato il divieto europeo di questa sostanza, sebbene sia stata bandita da 160 Paesi nel mondo. Altre sostanze analoghe sono gli interferenti endocrini, sostanze chimiche capaci di alterare il sistema ormonale umano: il livello massimo di contaminazione da queste sostanze attualmente fissato in Europa bloccherebbe il 40% di tutte le esportazioni alimentari USA verso il nostro continente – il che può farci immaginare che verrà alzato in seguito alla creazione del libero mercato.

- le aziende agricole USA sono in media 13 volte più grandi di quelle europee e devono rispettare molte meno regole di sicurezza alimentare: sono quindi molto più concorrenziali rispetto alle nostre (e ciò vale ancor più in Italia dove le aziende sono in media più piccole – 7 ettari - della media europea – che è di 12) e potrebbero così esportare carne a prezzo certamente più basso per i consumatori ma con la conseguenza della perdita del lavoro per molti produttori europei e di una alimentazione molto meno sana per i consumatori.

- Fuori dall’agricoltura, ma con pesanti conseguenze ambientali, va almeno citata la pratica del fracking per l’estrazione di gas e sabbie bituminose (altrettanto permessa negli USA ma sospettata di causare avvelenamento delle falde idriche ed in certi casi anche terremoti; negli USA sono stati aperti in un solo anno 11.000 nuovi pozzi per estrazioni con questo sistema, in Europa, grazie alle leggi attuali, solo una dozzina),

- Inoltre il TTIP renderà possibile per un grande investitore fare causa ad un governo per mettere in questione le sue leggi e politiche nazionali, anche in materia sociale o ambientale, se le ritiene lesive (anche in via presunta) dei propri investimenti fatti nel Paese (GRAZIE ALLE NORME ISDS = Investor-State Dispute Settlement). Il processo, secondo quanto è dato di sapere finora degli accordi TTIP, potrebbe essere intentato presso un tribunale speciale costituito ad hoc per queste controversie e con sede presso la Banca Mondiale, il diritto di intentare questo tipo di cause varrebbe per almeno venti anni mentre le sentenze di questo particolare tribunale non prevederebbero l’appello. Ci sono casi emlematici nell’ambito di accordi commerciali internazionali similari come quelli del NAFTA e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, come quello della Lone Pine, una azienda estrattiva californiana che ha chiesto un risarcimento di 191 milioni di dollari allo Stato del Canada per aver vietato il sistema del fracking per le estrazioni sul suo territorio al fine di proteggere l’ambiente e la salute dei cittadini, oppure la Philip Morris che ha una causa in corso con l’Australia per il divieto di stampare loghi pubblicitari sui pacchetti di sigarette a fini di prevenzione del cancro, ed ancora quello della azienda di energia nucleare svedese Vattenfall che vuole essere risarcita di 3,7 miliardi di euro dalla Germania per mancati profitti da due sue centrali nel Paese dopo che questa (in seguito alla tragedia di Fukushima) ha deciso di abbandonare l’uso dell’energia nucleare. E’ chiaro che la paura di trovarsi davanti a richieste di risarcimenti tanto ingenti da parte di persone a cui di certo non mancano le risorse per far valere i propri presunti diritti può creare forti resistenze da parte di molti governi a promuovere politiche di protezione sociale ed ambientale: questo significa che, per motivi economici, viene messa in forse e probabilmente limitata la stessa democrazia e la sovranità nazionale di ogni Paese, lasciando sempre di più il mondo intero ad uso e consumo delle multinazionali e di chi ne trae profitto.

Gli accordi TTIP hanno la potenzialità di cambiare sensibilmente la vita di tutti gli europei ma qui da noi se ne parla pochissimo. Quando la democrazia non è accompagnata da una informazione adeguata e trasparente, ne  lle società complesse come quelle in cui viviamo, di essa rimane poco più che l’apparenza.

Per ulteriori informazioni ed approfondimenti è utile vedere il sito della Campagna che riunisce una serie di assciazioni che si stanno mobilitando contro questi accordi:

www.stop-ttip-italia.net

martedì 20 maggio 2014

E' USCITO "TERRA E FUTURO. L'AGRICOLTURA CONTADINA CI SALVERA' "

.


E' USCITO IL MIO LIBRO:

"Terra e futuro. L'agricoltura contadina ci salverà"

(di Sergio Cabras, edito da Eurilink, www.eurilink.it)

Tratta di agricoltura contadina, sostenibile e su piccola scala, della biodiversità delle sementi minacciata dai brevetti sulla vita, di accesso alla terra e ripopolamento rurale, usi civici, beni comuni, delle politiche agricole in atto (nazionali, europee e globali), di land-grabbing, di api, delle leggi che penalizzano la vendita diretta dei piccoli produttori e di una serie di proposte in campo, alcune mie ed anche di altre persone ed associazioni impegnate su questi temi, per costruire soluzioni possibili ed una alternativa reale alla preoccupante situazione esistente.

Il libro si può trovare ed ordinare nelle librerie o sul sito della casa editrice.

Potete trovare aggiornamenti sulle presentazioni del libro che faccio in varie città italiane sulla pagina Facebook dedicata:

https://www.facebook.com/pages/Terra-e-futuro-Lagricoltura-contadina-ci-salver%C3%A0/255503087935711?ref=hl#!/pages/Terra-e-futuro-Lagricoltura-contadina-ci-salver%C3%A0/255503087935711

giovedì 28 novembre 2013

Pagina Facebook e crowd funding/produzione dal basso per la pubblicazione del mio primo libro


.


Ho aperto una pagina Facebook il cui nome e':

"Terra e futuro. L'agricoltura contadina ci salvera'"

Che e' anche il titolo del mio libro, prossimamente in pubblicazione con l'editrice Eurilink.
Perche' la pubblicazione effettivamente avvenga, pero', e' necessario raggiungere una quota minima di 3000 euro attraverso il sistema delle produzioni dal basso, anche detto in inglese "crowd funding", in cui, chi e' interessato a sostenere il progetto pre-acquista una o piu' copie del libro prima che questo venga effettivamente stampato. In realta' si impegna ad acquistarla dando i dati della sua carta di credito (o prepagata ecc...): l'importo verra' effettivamente prelevato solo se e quando la quota minima verra' raggiunta ed il libro pubblicato.
Per chi vuole darmi una mano a far arrivare il mio lavoro nelle librerie e' possibile aggiudicarsi gia' da ora una copia a prezzo scontato sul sito


Vi prego in questa caso di scrivere "segnalato dall'autore" nello spazio NOTE in fondo al modulo dove si inseriscono i dati per la spedizione: questo, senza alcuna differenza nel prezzo che pagherete (14 euro) permettera' a me di dover contribuire con un minor numero di copie da acquistare per raggiungere il minimo per la pubblicazione (e' cosi' che funziona l'editoria in Italia per gli esordienti purtroppo). E mille grazie di cuore a tutti quelli che vorranno contribuire e leggere il mio libro.

Metto qui di seguito la presentazione del libro secondo la scheda della casa editrice Eurilink:

Descrizione

Un progetto editoriale interessante, per un libro che esplora un tema tradizionale (l’agricoltura) in un modo estremamente innovativo.
Il concetto di Sovranità Alimentare ha ottenuto negli ultimi anni un crescente successo nell’esprimere l’idea della libertà, della sicurezza e dell’indipendenza agricola delle nazioni.
Sergio Cabras, con il suo libro, vuole mettere in evidenza il fatto che non basta esser certi di poter mangiare ma che occorre anche essere in condizioni di produrre autonomamente il proprio cibo a livello locale e in modo sostenibile, scegliendo cosa e come produrre - ciascuna comunità secondo le proprie tradizioni e culture gastronomiche e scegliendo il proprio modello di produzione agricola.
Tutto ciò in modo possibilmente responsabile e lungimirante e non dettato solo da esigenze di competitività sul mercato globale e da programmi “di sviluppo” eterodiretti. La facoltà di scegliere tra una agricoltura localmente centrata e ben integrata con gli ecosistemi e la cultura locale o, viceversa, una uniformata su modelli standardizzati che si vorrebbero applicabili indifferentemente in tutto il mondo è, in sostanza, una questione di sovranità nazionale, oltre ad essere un ottimo metro di verifica della salute del nostro sistema democratico.
Dobbiamo dunque rivendicare che nel nostro sistema vi siano leggi e politiche volte a garantire e favorire la salvaguardia non solo genericamente del “settore agricolo” o agroalimentare ma soprattutto dell’agricoltura contadina; leggi e politiche tese ad impedirne l’abbandono e l’estinzione e che favoriscano, viceversa, la protezione della biodiversità, gli equilibri idrogeologici, i paesaggi, le mille conoscenze tecniche artigianali e di gestione ecosistemica dei territori, le tradizioni gastronomiche...
Queste leggi oggi sono spesso carenti, o del tutto mancanti, mentre ce ne sono molte altre che vanno in direzione diametralmente opposta: quella ispirata dal principio per cui meno contadini ci sono in un paese e più questo è sviluppato (uno dei più diffusi criteri di valutazione, purtroppo, degli economisti).
L’autore, che unisce ricerche indipendenti alla propria esperienza diretta sul campo, affronta questi argomenti basandosi su tre temi centrali: le sementi, la terra ed il lavoro. Discute dei pericoli del monopolio sulle sementi, i brevetti sulla vita, la semi-estinzione delle api, il fenomeno del land-grabbing e la speculazione finanziaria sulla terra, la vendita del demanio agricolo in Italia, le politiche agricole eurocomunitarie, le normative igienico-sanitarie nazionali in materia alimentare che escludono le produzioni contadine e penalizzano i circuiti locali dei mercati a vendita diretta (Chilometro 0).
Per ognuno di questi aspetti, propone alternative praticabili riportando interventi di “leader contadini” da molti Paesi del mondo, interviste inedite con testimonial italiani, un’analisi attenta delle normative vigenti, l’ipotesi Biolinux (brevetti open source sui semi), il miglioramento genetico partecipativo, proposte di legge presentate da associazioni contadine e sue personali ancora inedite. Ne emerge un quadro che, smentendo molti assunti su presunti passaggi evolutivi “necessari” per lo sviluppo, evidenzia tutta la questione politica che sta dietro a questi temi e le azioni necessarie per ripristinare la centralità dei temi per il futuro del mondo

Autore ed Editore

Sergio Cabras nasce a Roma nel 1963. Abbandona la vita di città non ancora ventenne per unirsi al fenomeno di occupazione e recupero di casolari rurali e terreni demaniali abbandonati sul Monte Peglia in Umbria. Dal 1990 conduce una piccola azienda agricola bio di sua proprietà. Ha una formazione etno-antropologica e filosofica acquisita attraverso studi personali e numerosi viaggi in Asia.
EURILINK è la casa editrice di riferimento della Fondazione e dell’Università “Link Campus”. Fondata nel 2006 allo scopo di offrire ai propri studenti e lettori testi innovativi sulle tematiche emergenti e sui dibattiti del nostro tempo, si rivolge soprattutto a coloro che avvertono l'esigenza di una interpretazione della società e del mondo aperta e cosmopolita, pronta ad attingere alle nuove frontiere della conoscenza.

Informazioni

Collana: Eurinstant
Pagine: 500
Formato: 14x21
ISBN: 978-88-97931-22-5


La risata dell'olivo



In questo periodo, di mattina fino a una cert’ora, anche se non piove, gli olivi sono bagnati di rugiada, dell’umidità della terra e dell’aria, troppo bagnati per poter raccogliere le olive. I vecchi contadini che ho conosciuto quando sono arrivato qui trent’anni fa (ormai saranno tutti morti, pace all’anima loro) dicevano che in questi casi bisogna “portar rispetto alle piante”, intendendo con questo che non bisognava toccarli, né raccogliere né (in altra stagione) potarli. Erano abituati all’idea che l’olivo è una pianta destinata a durare a lungo, non come quelli degli impianti moderni  tutti fitti fitti programmati per essere espiantati e sostituiti già dopo vent’anni. L’olivo è una pianta soggetta a diverse malattie crittogamiche e batteriche che con l’umidità si insediano più facilmente nelle ferite prodotte sulla corteccia dalle scale e dagli attrezzi per la raccolta. Quindi quando sono bagnati è buona norma non toccarli.
Allora? Allora bisogna aspettare che si alzino il sole o il vento ad asciugarli perché noi non lo possiamo fare. Che vuol dire? Vuol dire, tra l’altro, che la mia giornata lavorativa in questo caso diventa più corta e minore il suo tempo “produttivo”, cioè destinato a produrre reddito (olio da vendere, in questo caso). Una giornata intera di raccolta olive normalmente, tolte tutte le spese e le giornate passate a potare, ho calcolato che mi rende in media 25-30€, che già non è un gran che, ma in questo caso ancora meno. Nel frattempo, come in altre situazioni analoghe in cui, per vari motivi, bisogna aspettare, posso dedicarmi a preparare conserve dall’orto per l’inverno, cuocere il pane per l’indomani, mettere in ordine la cantina, fare riparazioni, cercar funghi o leggere libri e, magari, pian piano, forse mi è riuscito anche di scriverne uno. Del resto, così è: questa condizione da (neo-)contadino che è la mia qui, non è un “lavoro”, un’occupazione, un impiego; è vita, ed è un’avventura, in qualche modo. In cui c’è una linea di fondo da seguire, una falsariga fondamentale che regge tutto, intorno alla quale poi, lentamente, anno dopo anno, si cerca di mettere insieme tutti i vari pezzi, anche, se la terra non basta o le risorse scarseggiano, completando il quadro (economico, ma non solo) con altre attività part-time che possono pure essere del tutto estranee all’agricoltura. Infatti sono nato in città, nel 1963, sono venuto in campagna per scelta, e perciò sono un neo-contadino, non uno dei vecchi che erano qui prima di me e che, purtroppo per loro, difficilmente avrebbero potuto fare altro, semmai lo avessero voluto. E non di meno sono un neo-contadino e non un imprenditore agricolo o un agricoltore industrializzato, che è una cosa molto diversa.

Il rispetto per gli olivi che portavano i vecchi di allora aveva ben ragion d’essere, lo stesso che erano stati abituati fin da bambini a rivolgere agli anziani. Certi ricercatori botanici hanno trovato in Sabina (alto Lazio) piante di olivo tuttora viventi il cui ceppo originario ha 3000 (tremila) anni di età, ma anche senza arrivare a casi di tale eccezionale longevità (questi erano già vecchi prima che nascesse Cristo) non è raro incontrare piantoni di olivo secolari e plurisecolari nelle nostre campagne. Quante cose avranno visto passare queste piante? Com’era il mondo quando loro erano giovani? Che lingua parlava chi li ha coltivati, e quale era la sua morale, i suoi valori, come si è sposato? Quanti imperi e rivoluzioni hanno visto la propria alba e il proprio tramonto durante la vita di questi alberi?

Quest’anno uno di questi olivi dalla lunga storia ha ripreso a darmi olive dopo non so più quanto tempo che non produceva. Aveva subìto una forte gelata parecchi anni fa e in seguito devo ammettere che l’ho trascurato a lungo, era stato assalito e in parte coperto dai rovi. Poi, cinque o sei anni fa ho ricominciato a prendermene cura, insieme ad altre piante simili poste in zone marginali del mio campo; l’ho liberato dai rovi, potato per bene e fatto ogni anno tutto ciò che va fatto per recuperarlo, pur senza raccogliere nulla. Del resto, un po’ di rispetto glielo dovevo: era qui da un pezzo prima che io nascessi… e, probabilmente, sarà qui ancora vivo e vegeto molto dopo che non ci sarò più. Poi, quest’anno, finalmente è tornato a darmi delle olive, e neanche poche: una bella cassetta da venti chili!

Ho un piccolo Bed & Breakfast a casa ed oggi, mentre stavo in cima alla scala a cogliere olive proprio da questo albero, l’ospite che ha preso la camera in questi giorni si è avvicinato per fare due chiacchiere.  Ad un certo punto mi chiede se secondo me, oggi come oggi, convenga o no fare ancora il contadino su dimensioni così piccole, poco più che di sussistenza, in modo semi-tradizionale.
Proprio nel momento in cui pronunciava la domanda, mi è sembrato di avvertire uno strano fremer di foglie (come dire?) come pieno di allegria lungo tutti i rami dell’albero.
Arrampicato sopra la scala cerco di rispondergli: per esempio che, anche se in modi e forme diversi nei luoghi e nei tempi, sempre aggiornate ed adattate, aggiornabili ed adattabili, è stata comunque l’attività fondamentale di cui la gente ha vissuto per millenni e non solo qui, ma quasi ovunque nel mondo e di cui tutt’ora vive gran parte dell’umanità. Gli dico poi che, per dire se “conviene”, dipende anche se uno si vede come un individuo che pensa per sé come un’entità isolata (il che non è) o se si considera elemento di un ecosistema planetario e membro di una umanità che ha quanto mai bisogno di ritrovare forme di vita sostenibili; che dipende se consideri la convenienza solo in termini economici o anche di qualità della vita (considerando pure che ne hai una sola), del cibo che mangi, dell’ambiente in cui vivi, dei ritmi delle tue giornate, delle tue relazioni personali, del tempo che hai a disposizione, del senso che trovi in come passi questo tempo; ma, anche se vuoi considerare solo l’aspetto economico, dipende se lo vedi solo in termini di denaro o anche direttamente in beni necessari, o almeno utili, che puoi autoprodurti; ed anche se vuoi considerare solo i soldi, dipende se conti solo quelli guadagnati o anche quelli risparmiati o dei quali hai eliminato il bisogno di doverli guadagnare. Poi, alla fine, dipende pure da cosa vuoi nella vita, da ciò che scegli di considerare per te davvero necessario e ciò di cui sai fare a meno. E’ sempre una questione di scelte, in fin dei conti. E poi naturalmente dipende anche dalla società in cui vivi: dalle leggi, dalle politiche, dal sistema economico e dalla cultura dominante, che potrebbero crearti condizioni favorevoli a vivere in questo modo, a vivere oggi come contadino in questa epoca storica o viceversa (come più spesso è il caso) possono metterti i bastoni fra le ruote ed impedirti in tutti i modi di vivere e lavorare - per quanto onestamente - come vuoi tu, fino a renderti la vita impossibile o almeno molto difficile.
Lo vedevo, però, lì sotto alla scala che non era per niente soddisfatto delle mie risposte fino a che ad un certo punto sbottò: “Va bene, ma mi pare che ci giri troppo in tondo e che la butti un po’ troppo sul filosofico così: dammi adesso una risposta semplice e concreta: oggi come oggi, ad un giovane che deve decidere che lavoro fare nella vita, gli conviene o non gli conviene secondo te di fare il contadino?”
“Di fare il contadino?” rispondo riprendendo a cogliere le olive. “No, non gli conviene, lascia perdere. Ma non è mica un lavoro: è meglio che si trovi un lavoro vero”.
Che domanda stupida!!

L’olivo ancora ride.
Anzi, forse, qua in cima alla scala appoggiata a questo vecchio albero, a cui basta essere ciò che è, mi sembra di capire: ecco cosa fanno tutto il tempo gli alberi, mentre espandono i loro rami nell’aria e le radici nella terra, piantati comunque lì sotto al sole o in mezzo al vento: stanno da sempre a ridere.  A ridere delle domande come queste che ci facciamo: “mi conviene?”, “ma ci guadagno?”, o magari perfino “mi renderà competitivo? vincente? di successo?”
Ah! Ah! Che razza di idee, poveri umani!




sabato 28 settembre 2013

"Omofobia"(?) o Omologazione del Pensiero ?


.
Fa veramente tristezza, una tristezza preoccupante, cio' a cui e' toccato assistere in questi giorni intorno alle dichiarazioni di Guido Barilla cira la sua non intenzione di fare spot pubblicitari che equiparassero nuclei famigliari composti da omosessuali a quelli "tradizionali": sia le reazioni, la sollevazione pretestuosa e fuori luogo che ne e' derivata, il linciaggio mediatico, sia - forse ancor piu' - la ritrattazione con ostentato pentimento a cui ha deciso poi di sottoporsi.
Come ognuno puo' verificare andandosele a rileggere sui numerosi articoli che le riportano, le parole di Barilla non erano in alcun modo offensive nei confronti degli omosessuali (diceva fin dall'inizio esplicitamente di rispettarli), ma stavano solo ad esprimere la sua distanza ed estraneita' da quel tipo di relazione come base per un modello di famiglia, particolarmente il modello al quale intendeva rivolgere le campagne pubblicitarie dei propri prodotti.
Avra' diritto chi concepisce uno spot - ma altrettanto un film, un documentario ecc... - di rappresentare quella parte della realta' che gli interessa di rappresentare? O siamo ad una sorta di ennesima par condicio sociale per cui in ogni opera e' diventato obbligatorio ribadire che esistono-pure-e-con-pari-dignita' anche gli omosessuali (e magari pure ognuna di tutte le altre minoranze che potremmo elencare) come quelle avvertenze sugli effetti collaterali che vengono recitate di corsa in modo appena comprensibile alla fine degli spot sui medicinali? Non sara' piuttosto che certe presunte "verita'" vengono ribadite in continuazione proprio perche' gli stessi che le propagandano non sono affatto certi, in cuor loro, che siano vere?

Nell'affermare che la famiglia formata dall'unione di un uomo ed una donna (e - per la gioia dei progressisti - ci voglio aggiungere pure con certi rispettivi ruoli, almeno in linea di massima) e' semplicemente la famiglia come e' sempre stata ed e' tuttora nella stragrande maggioranza dei casi, Barilla non ha detto altro che un'ovvia realta'. Come e' altrettanto un'ovvieta' il fatto che all'interno di questo modello ci sono di fatto una vasta gamma di situazioni diverse possibili (certo non sempre positive o sane, come troppi fatti di cronaca ampiamente dimostrano) ma ne' si tratta di un blocco monolitico necessariamente caratterizzato da violenza e sottomissione, ne' di un retaggio del passato desueto ed ormai pressoche' scomparso, come la propaganda ormai dominante cerca ogni giorno di farci credere. Non c'e' nulla di strano o di sorprendente se un imprenditore sceglie di rivolgersi, reclamizzando i propri prodotti, non ad una piccolissima minoranza di coppie omosessuali, ma alla stragrande maggioranza delle persone. Barilla ha inoltre espresso - peraltro contro il proprio interesse - un elementare principio di democrazia e pluralismo dicendo che a chi non piacesse questa politica commerciale e d'immagine, poteva benissimo preferire di comprare i prodotti di altre marche.
Ha semplicemente espresso la propria opinione, mostrando un'indipendenza culturale che dispiace abbia poi ritrattato, se non altro, perche' e' ormai merce rara, di cui si sente sempre piu' la mancanza. E' certamente vero, come e' stato osservato, che nessuno gli aveva chiesto di fare spot con famiglie di coppie omosessuali, ma lo e' altrettanto che non ci sarebbe alcun bisogno di scatenare una tale valanga di reazioni piu' che eccessive (con tanto di premi nobel che si scomodano a dire la loro) - altrettanto non richieste - ogni qual volta che qualcuno si permette di dire la propria opinione su questi temi, quando questa differisce da cio' che si pretende ormai debba essere la nuova morale politicamente corretta ed obbligatoria.

Cio' che resta da chiedersi, piuttosto, e' quanta democrazia e pluralismo sta rimanendo in questo paese in cui e' ormai sufficiente esprimere un proprio pensiero, se in contrasto con il mainstream progressista di certa elite intellettuale e dei seguaci delle mode di turno, per essere linciati a livello mediatico e speriamo ancora non anche ad altri livelli. Sia ben chiaro che si e' trattato in questo caso di una semplice espressione di opinioni in modo non offensivo, opinioni che sono ancora proprie, peraltro, della maggioranza della gente in Italia, e che, se anche non lo fossero piu', lo erano fino a pochissimo tempo fa e percio' - qualora, come in questo caso e come e' giusto che sia, non siano in alcun modo tese ad istigare a violenze di alcun tipo - dovrebbe tuttora essere legittimo esprimerle.
Purtroppo, e' precisamente il caso di sottolineare dovrebbe, dato che la legge sulla cosidetta "omofobia" (termine quanto mai fuori luogo e volutamente fuorviante, non essendo la disapprovazione di un comportamento necessariamente il frutto della paura) sembra arrivare, se cosi' sara' approvata, a rendere illegali e perseguibili penalmente perfino le opinioni in materia (peraltro, solo se espresse da individui, mettendo al riparo chi si trincera dietro l'appartenenza ad organizzazioni - ovvero trovando un cerchiobottista compromesso con la Chiesa).

Siamo di fronte ad un pensiero unico che ribalta la condizione di discriminazione in cui gli omosessuali erano tenuti fino a poco tempo fa e li sta facendo diventare il cavallo di Troia attraverso il quale da un lato si da' fumo negli occhi a chi vorrebbe una societa' davvero piu' equa, pluralista e rispettosa delle minoranze (per tendere alla quale ci vorrebbe ben altro che questa parzialissima questione male e spesso strumentalmente gestita a livello politico) e dall'altro, soprattutto, apre la strada all'imposizione di una omologazione del pensiero in nome di un progresso sbrigativamente e superficialmente inteso che non esita a ricorrere sempre piu' spesso al principio della caccia alle streghe, dei capri espiatori, dell'isteria collettiva che giustifica limitazioni gravi e pericolose della liberta' di parola e di opinione. Purtroppo, mi pare che gli episodi che si stanno verificando ultimamente sempre piu' spesso, non ultimo questo di Guido Barilla, mostrano quanto questa valutazione non sia piu', purtroppo, ne' allarmistica, ne' esagerata.

venerdì 12 ottobre 2012

Venezia 2012: un 'grande evento' come ce ne vorrebbero


.

Nonostante il periodo impegnativo, in cui tutta la frutta matura contemporaneamente e comincia la vendemmia di quest’uva resistita all’anno arido, ho deciso di trovare il tempo per andare cinque giorni a Venezia. Venezia 2012: la terza Conferenza Internazionale sulla Decrescita, che quest’anno si è tenuta in Italia. Il raccolto è stato abbondante.
     Quando la vita scandita dai lavori agricoli può a volte farci sentire isolati da ciò che si muove nella società o di aver perso contatto col senso profondo dell’aver scelto di lavorare in un certo modo (penso all’agricoltura biologica) e non in un altro, possiamo aver bisogno dei raccolti del tipo che l’evento di Venezia aveva da offrire.
     E davvero si può dire si sia trattato di un grande evento. Grande in primo luogo nella qualità: spese, entrate ed impatto ambientale dell’intera manifestazione controllati e certificati da Bilanci di Giustizia (www.bilancidigiustizia.it); assenza totale di grandi sponsor (= garanzia dell’indipendenza dell’iniziativa); tutti gli allestimenti realizzati con materiali riciclati e riciclabili; 800 pasti al giorno senza un piatto, una posata o un bicchiere di plastica (nemmeno di quella “biodegradabile”: ai partecipanti è stato chiesto di collaborare portandosi le stoviglie da casa); raccolta differenziata al 100%; cibo biologico fornito (spesso anche donato) da aziende locali; generosa partecipazione degli oltre 150 volontari che hanno assicurato un perfetto svolgimento di tutte le attività; relatori, anche di calibro internazionale, che hanno dato il loro contributo gratuitamente; un centinaio di famiglie che si son messe a disposizione per ospitare gli iscritti non in grado di permettersi un alloggio a Venezia; una gestione efficiente dei fondi a disposizione (tutto realizzato con soli 80.000€ di cui ne son avanzati 11.000 da destinare alla pubblicazione degli atti); diretta streaming delle conferenze in plenaria sul sito dedicato (www.venezia2012.it) .… Veramente si può ben dire che l’organizzazione non avrebbe potuto essere migliore.
     Ed un evento grande anche in termini quantitativi: 850 iscritti (da 47 paesi del mondo) contro i 600 preventivati (e avendo comunque chiuso le iscrizioni già alcuni giorni prima dell’inizio), più molti altri presenti (arrivando a migliaia) nelle iniziative aperte al pubblico; il 38% dei partecipanti sotto i 30 anni di età; 90 relatori; 30 facilitatori in 70 workshop su una grande varietà di temi diversi; 2 rassegne cinematografiche; 2 mercati equosolidali; 22 presentazioni di libri; decine e decine di iniziative di preparazione e raccolta fondi in tutta Italia durate l’anno e mezzo che ha preceduto la Conferenza.  
     Numerosi, tra i relatori, i nomi di spicco del movimento per un ”altro mondo possibile” in costruzione: Serge Latouche, Alex Zanotelli, Maurizio Pallante, Helena Norberg-Hodge, Joan Martinez-Alier, Majid Rahnema, Marco Revelli, Ignazio Ramonet, Mauro Bonaiuti, Alberto Lucarelli, Rob Hopkins, Salvatore Ceccarelli, Mary Mallor, Marco Deriu, e molti altri ancora….

Curiosa e sintomatica è stata la (non)risposta delle maggiori testate di stampa e televisione che sembrano preferire il consueto cicaleccio sui soliti battibecchi parapolitici e pettegolezzi sulle ‘primedonne’ di turno, piuttosto di rivolgere l’attenzione a un’occasione in cui si dà spazio per riflessioni partecipate e non convenzionali entrando nel merito dei veri problemi di fondo della nostra epoca. Evidentemente Venezia 2012 non offriva sufficienti aspetti folkloristici, velleitari o estremistici a cui attaccarsi per banalizzarne i contenuti. Il commento di Paolo Cacciari, tra i principali organizzatori della manifestazione, aiuta, se ce ne fosse bisogno, a mettere le cose in chiaro sul senso dello spendere parole o del silenzio: “Il silenzio assordante dei principali mass media su un avvenimento che – comunque – avrebbe dovuto incuriosire, promette bene. Almeno non sono possibili fraintendimenti.”

     La partecipazione è stata a Venezia forse l’ingrediente principale che ha sostanziato le cinque giornate della Decrescita: era palpabile la sensazione di un ‘mondo sociale’ e di una sensibilità crescenti verso i temi trattati. Questi erano ricchi e molteplici, ma ruotavano intorno a tre aree tematiche di fondo: i Beni Comuni, la Democrazia ed il Lavoro. A ben vedere, tutte e tre si intrecciano naturalmente con la grande questione dell’Agricoltura, l’agricoltura contadina, come livello primario dell’economia nella produzione del bene-base che è il cibo e come modello fondamentale di interazione con gli ecosistemi e dell’uso delle risorse. L’agricoltura, biologica e contadina, come scelta produttiva, ma anche come base per una scelta di vita, si trova al centro di tutte queste questioni. Terra, acqua, biodiversità, paesaggi, equilibri idrogeologici, benefici a tutto tondo della presenza diffusa di contadini sul territorio (comprese le aree marginali) sono certamente beni comuni e, quanto a questo, la necessità di contrastare la (s)vendita del demanio agricolo e l’importanza di destinarlo invece ad un affido sulla base della sostenibilità dei progetti d’uso è tornata più volte nei dibattiti. Il tema del lavoro comprende il potenziale di occupazione che l’agricoltura con forte apporto di manodopera e valore aggiunto come quella bio può dare. Riguarda inoltre il problema della possibilità stessa di lavorare per le piccole aziende, ambientalmente le più sostenibili, ma anche le più penalizzate dalle politiche attualmente vigenti - dalla nuova PAC alle normative igienico-sanitarie - che non distinguono a sufficienza tra le diverse tipologie aziendali in base alle dimensioni ed ai reali rischi che esse potrebbero potenzialmente comportare. Il tema della democrazia, infine, è forse quello che sta dietro ai due piani problematici precedenti o, meglio, proprio al loro essere così problematici. Come ha spiegato bene Alberto  Lucarelli (assessore ai beni comuni nel Comune di Napoli) la cultura dei beni comuni presuppone e richiede una nuova idea della politica, più partecipativa, più decentrata, più inclusiva ed, aggiungerei, più a contatto con la concretezza delle questioni così come si presentano all’atto pratico.  
     Anche da questo punto di vista, direi, la dimensione dell’agricoltura ecosostenibile ha un importante contributo da offrire, certamente alla politica ed alla cultura “mainstream” o maggioritaria, ma anche allo stesso mondo della Decrescita. Una delle origini principali del paradigma non più sostenibile e manifestamente in crisi della crescita ad oltranza è la mentalità, troppo spesso unilateralmente teorica ed astrattista, di una modernità interamente figlia delle metropoli e delle élites sociali più istruite. In queste condizioni si è persa la percezione che vivere ad un livello di produzione-consumo più basso e sostenibile è stato possibile per millenni e tuttora lo sarebbe se solo ci fosse un recupero generalizzato della capacità e del gusto di saper fare una serie di semplici lavori pratici. In assenza di ciò il consumismo è diventata una via obbligata e con esso, pur ad un livello diverso, anche l’incapacità di politici ed istituzioni nel rapportarsi con i problemi reali della gente. Non a caso a Venezia ci sono stati anche 15 seminari dedicati ad attività pratiche e manuali ed ho incontrato chi mi parlava dell’idea di restituire un ruolo ai contadini nelle scuole per rendere anche un sapere pratico e non separato dal vissuto (in relazione con la natura) elemento formativo e patrimonio di conoscenza dei giovani.
     Un’attinenza al come si declinano e cosa significhino in pratica le concezioni teoriche credo sia oggi quantomai urgente: la sua carenza rischia di lasciar spazio talora a fraintendimenti e derive che finiscono per portare fuori strada. In alcuni dei molti workshop tenutisi a Venezia – spesso gestiti da studiosi ed accademici – infatti, ho sentito qua e là riemergere (tra molte analisi altrimenti  interessantissime) anche un pericoloso equivoco: quello che assimila la Decrescita al cosiddetto “Sviluppo Sostenibile”. Si tratta di due cose in realtà ben diverse che non vanno confuse: lo Sviluppo Sostenibile è (dal punto di vista della Decrescita) una trovata semi-pubblicitaria che serve a continuare a presentare al pubblico ciò che è in fondo solo una contraddizione in termini, la possibilità di una crescita infinita in un pianeta che ha i suoi limiti, non solo spaziali, ma soprattutto di risorse disponibili e capacità ecologica di tolleranza degli impatti. La Decrescita è invece la prospettiva di chi – senza illudersi di poter tornare indietro nella Storia – vuole valorizzare le risorse tecnologiche e le conoscenze che abbiamo oggi a disposizione in un’ottica che ci consenta un futuro e che sia dotata di buon senso: quello di saper distinguere ciò che ci serve e che ci fa bene da ciò che serve solo a far “girare l‘economia” in un vortice crescente ed insensato, fine a sé stesso e che ci sta travolgendo, e con noi il resto del pianeta. La Decrescita, come si è ampiamente argomentato nelle giornate di Venezia, è il nuovo progetto di economia, società ed immaginario collettivo che, facendo con ‘meno’ qualcosa di meglio, può darci questa nuova prospettiva. Qualcosa di nuovo, certo, ma con forti legami con una saggezza antica che non mancava, in principio, ai contadini che ci hanno preceduto.


venerdì 24 febbraio 2012

Beni demaniali, tra vendite e occupazioni

.



Oggi c’è un’attenzione crescente all’argomento dei beni comuni, anche sull’onda dell’esito dei referendum su acqua e nucleare (esito che speriamo venga rispettato – il che, come sappiamo, non è affatto scontato). Ci si torna ad occupare direttamente dei beni comuni di fronte alla deriva in cui versa la politica dei partiti, i quali appaiono più attenti a conservare privilegi ed a favorire interessi particolari privatistico-clientelari o come si usa dire “di casta” che a svolgere il proprio ruolo di rappresentanza delle istanze popolari.

Fino a qualche tempo fa i beni comuni potevano essere popolarmente identificati con i beni pubblici ovvero con i beni dello Stato. Per gran parte del secolo da poco conclusosi siamo vissuti nella dicotomia pubblico-privato secondo cui lo Stato faceva da contraltare agli interessi particolari, speculativi e principalmente del grande capitale privato e curava, almeno in parte, la difesa dell’interesse popolare o della collettività genericamente intesa.

D’altra parte lo Stato ha anche sempre avuto la funzione di garantire la proprietà privata. Col tramontare del periodo in cui in Europa aveva trovato spazio una politica almeno parzialmente socialdemocratica, ha preso il sopravvento una visione neoliberista e con essa assistiamo al dominio della finanza globalizzata non solo sull’economia reale, ma sulla politica e sulla sovranità nazionale. Il progressivo venir meno di ogni limite a questo dominio ci ha portato al punto di crisi strutturale in cui siamo adesso che non solo l’idea di beni pubblici o comuni è stata relegata in una sorta di archivio della preistoria politica – come già era avvenuto per gli usi civici e le comunanze agrarie – ma lo Stato stesso si è trasformato in esecutore e garante degli interessi del grande capitale internazionale abdicando al proprio ruolo di salvaguardia degli interessi nazionali e della popolazione. Si è affermata un’idea che ha del paradossale: cioè che lo Stato debba vedere sé stesso come una sorta di azienda e che debba non regolare e controbilanciare le tendenze destabilizzanti e sperequative del mercato al fine di una qualche giustizia sociale, ma che deve addirittura mimarle favorendo la competizione. Viviamo in un mondo in cui la trasformazione in merci della terra, dell’acqua, dell’aria, della biodiversità – dalle quali tutti dipendiamo - è diventata una cosa acquisita e in cui, tanto per fare un’esempio, in Bolivia, dopo la privatizzazione dell’acqua, il fatto che la gente raccogliesse acqua piovana per bere, veniva considerata una pratica di concorrenza sleale da parte della multinazionale statunitense Bechtel, che aveva acquisito i diritti, e pretendeva che la polizia dovesse impedirla con la forza (cosa che ha dato luogo ha giornate di scontri in tutto il paese e poi finalmente ad un cambio di governo – oggi la Bolivia, insieme all’Ecuador, è l’unico paese al mondo che ha ripristinato i beni comuni fra i luoghi del proprio diritto costituzionale).

In un tale contesto diventa piuttosto difficile definire cosa siano i beni comuni, dato che da un lato non può essere più sufficiente la loro definizione in termini di proprietà pubblica nel senso di statale, regionale, comunale (anche perché questi enti sono pronti a vendersi tutto)… mentre dall’altro rimane la necessità di presidi legali/istituzionali che li salvaguardino da ogni appropriazione arbitraria e dall’abuso per interessi privatistici. Anche per questo la ridefinizione dei beni comuni diventa una questione che investe una critica complessiva e potenzialmente radicale all’insieme del modello economico-politico-culturale oggi dominante.

Nel tentativo di abbozzare qualche traccia di definizione possiamo dire in primo luogo, con Alberto Castagnola della Città dell’Altra Economia di Roma che : “La condizione essenziale per i beni comuni è quella dell’accesso “libero” ma limitato, cioè sottoposto al rispetto di misure protettive funzionanti che ne garantiscano la permanenza nel tempo; solo a questa condizione l’uso delle risorse naturali è sostenibile, perché coloro che le usano sono interessati alla loro conservazione”

Alberto Lucarelli, Professore ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico ed Assessore Comunale ai Beni Comuni del Comune di Napoli – probabilmente l’unico Comune in Italia ad essersi dotato di un assessorato ai Beni Comuni - nel suo libro “Beni comuni, Dalla teoria all’azione politica” (Dissensi, 2011) ci dà questa definizione: “ si tratta di beni che, al di là della proprietà che è tendenzialmente dei poteri pubblici, assolvono per vocazione naturale ed economica all’interesse sociale, servendo immediatamente non l’amministrazione ma la stessa collettività in persona dei suoi componenti.
Sono beni che appartengono a tutti i consociati e che l’ordinamento deve tutelare e salvaguardare anche a beneficio delle generazioni future. Più che il titolo di proprietà (appunto pubblico o privato), rileva per questi beni la funzione e l’individuazione dei diritti; rileva la situazione di fatto, piuttosto che il titolo formale, risulta appunto più importante, per la tutela effettiva del diritto, il momento possessorio e la fase gestionale, piuttosto che il titolo di proprietà del bene. (…)
“In questo senso, le istituzioni pubbliche ancorchè in possesso di un titolo di proprietà, sarebbero più tutori di interessi e diritti della collettività, piuttosto che proprietari esclusivi di un bene; titolari di un potere dispositivo limitato sul bene che, salvo eccezioni, non li consentirebbe di orientarlo al mercato, attraverso gestioni di natura privatistica. Il pubblico, laddove proprietario di beni, non sarebbe legittimato a “fare affari” attraverso essi. (…) Le istituzioni pubbliche sarebbero tenute a servire i beni comuni, in quanto beni propri dei cittadini”
. Così Lucarelli.
Vorrei personalmente aggiungere che non si riconoscerà mai abbastanza l’inestimabile valore anche economico dei beni comuni, soprattutto di quelli dati dalla Natura (terra, acqua, aria, foreste, biodiversità, strato fertile del suolo, equilibrio climatico, assetti idrogeologici…): nell’Occidente tecnologizzato e specialmente da parte di chi vive in città si è abituati a dare troppe cose per scontate, ma dobbiamo sempre tenere a mente che senza queste cose che sono gratuite solo perché sono al di là di ogni prezzo, tutta la nostra ricchezza non sarebbe nulla e tutte le nostre acquisizioni tecnologiche nemmeno sarebbero possibili. Invece, incuranti di tutto ciò, noi ci preoccupiamo di questioni come il pareggio di bilancio della cosidetta “azienda Italia” e della nostra capacità di pagare gli interessi alle banche d’affari internazionali mentre qui ciò che non è più in equilibrio è il bilancio del carbonio e del metano nell’atmosfera, la percentuale di specie in rapida estinzione, la quantità d’acqua dolce disponibile sul pianeta, il tasso di desertificazione, la paurosa riduzione della vita negli oceani, il dilavamento dello strato fertile dei suoli ecc… Forse ci toccherà presto imparare che sobrietà non è solo l’ultima parola di moda nei talk show televisivi, ma è l’unico modo realistico di non perdere per sempre le cose più importanti che abbiamo.


Oggi, e giustamente, stiamo parlando molto di legalità. Quando trent’anni fa da Roma sono arrivato in campagna in Umbria ed ho occupato un casolare abbandonato, ho compiuto un’azione illegale. Ma, se guardo agli oltre cento casolari demaniali che, nel territorio della stessa Comunità Montana (Monte Peglia e Selva di Meana - TR) non sono stati occupati e che oggi sono crollati e in molti casi ormai ricoperti dalla vegetazione, sinceramente non posso dire di essere pentito di quest’azione illegale. Se penso ad alcune persone che ho visto passare un pezzo di vita su questa montagna, arrivati con un passato di emarginazione e tossicodipendenza, e a come li ho visti trasformarsi e rinascere grazie a questa scelta di vita, non posso certo dire di essere pentito se ho partecipato a creare un’oasi di alternativa.

Anzi, se posso dire una cosa dal profondo del cuore, sinceramente mi augurerei di vedere ancora oggi a decine, a centinaia, a migliaia di giovani che volessero sottrarsi ad una vita prefabbricata, alla scelta obbligata del consumismo, alla partecipazione involontaria ad un modello economico distruttivo, al ricatto della precarietà e della disoccupazione venendo ad occupare terreni e casolari abbandonati e a vivere in campagna. Sinceramente di veder gente che avesse oggi questo coraggio ed anche un po’ questa giovanile avventatezza, non potrei che essere felice.

Semmai mi dispiace che ancora nessuno, nelle amministrazioni pubbliche, abbia pensato a predisporre strumenti legali adeguati a rendere praticabile – e non eroica - una scelta del genere. A renderla una delle possibilità esistenziali e professionali disponibili per un giovane.

D’altra parte, quando, circa trent’anni fa, mi sono unito al fenomeno delle occupazioni sul Monte Peglia avevo vent’anni. Oggi vedo anche un altro aspetto che mi era meno chiaro allora: l’importanza della difesa della legalità, di regole giuste (e possibilmente semplici, ispirate alla logica e comprensibili da tutti) necessarie per vivere in una società ordinata dal diritto anziché dal potere.

A volte ci sono delle obiezioni che qualcuno ci fa e che ci portiamo dentro per anni cercando di dargli una risposta che sappiamo esserci, ma che solo lo svolgersi dei fatti ci dirà. Il punto è sostanzialmente questo: se la mercificazione di un bene pubblico che avviene con la sua vendita a un privato è un comportamento indebito da parte dello Stato, non lo è anche la sua occupazione, un’appropriazione spontanea per farne il luogo della propria scelta di vita? O il vostro atto è una proposta, un segnale, l’inizio di qualcosa che ha anche un senso che va al di là di voi? Cioè, vale la pena affidarvi sia pure un casolare in stato di abbandono – allora senza luce e spesso quasi senza strada - e dei terreni incolti e marginali, ma che appartengono alla collettività o non si tratta anche qui di un diverso tipo di arbitrio, di un’appropriazione indebita?

Credo sia onesto farsi questa domanda e condividere con voi le risposte che ci sentiamo di dare. Naturalmente dobbiamo parlare di noi stessi, fare un po’ un bilancio della nostra esperienza, con l’umiltà del caso, ma anche con la consapevolezza che non stiamo parlando di fumosi progetti pieni di belle intenzioni: noi nelle case del Peglia ci viviamo da trent’anni e portiamo avanti, nel bene e nel male, uno stile di vita ecosostenibile secondo le intenzioni con cui siamo partiti, nelle difficili condizioni pratiche, economiche, legali e di rapporti con le istituzioni che ci siamo trovati davanti per tutto questo tempo.
In questi trent’anni nelle “nostre” case è sorta una casa laboratorio, il Cerquosino dell’associazione Artemide che svolge una vasta gamma di attività culturali e di recupero sociale in collaborazione con istituzioni ed altre associazioni italiane ed europee; sono attive quattro aziende agricole dedite all’allevamento, certamente di dimensioni molto piccole, ma di ancor più piccolo impatto ambientale. Oltre a ciò attraverso questa realtà in questi anni sono passate centinaia di persone da tutta Italia che hanno avuto l’occasione di sperimentare direttamente la praticabilità di una vita e di un’economia assolutamente ecosostenibili ed una forma di socialità mutualistica e solidale. Diversi altri nuclei familiari sono venuti ad abitare da parecchi anni in zona comprando ed affittando per unirsi alla realtà di queste case del Peglia. E’ forse poco, ma è una cosa reale e che dura da trent’anni in una zona molto avara di opportunità di lavoro e, purtroppo, dobbiamo dirlo, a fronte di un atteggiamento da parte delle istituzioni a dir poco scoraggiante in cui è stata accordata una condizione di legalità solo per dieci anni su trenta e comunque senza prospettive di continuità o di un futuro su cui investire o potersi permettere dei progetti. In un tale contesto crediamo sia già veramente molto l’aver resistito fino ad ora nel mettere in pratica idee – a cominciare dal biologico fino alla decrescita - che oggi hanno cittadinanza nel dibattito pubblico, ma che noi facevamo concretamente nostre già trent’anni fa quando erano considerate a dir poco risibili o di cui non si parlava affatto.

D’altra parte bisogna anche dire, ce ne fosse bisogno, che pur mantenendo un bene come pubblico, se non lo si vuole lasciare al degrado e all’incuria, bisognerà pur scegliere di affidarlo a qualcuno e non a qualcun altro, perché non ci capiterà mai di incontrare la signora “Collettività” e di poterglielo consegnare.

Ma la migliore risposta alla questione se le nostre occupazioni sono state una valorizzazione, una proposta, un’esperimento a cui vale la pena di dare spazio o viceversa un arbitrio equiparabile alla vendita dei beni comuni ai privati sta nel ribaltare la prospettiva di chi ci pone l’obiezione.
In primo luogo bisogna saper riconoscere che chi occupa un bene abbandonato lo fa perché ci vede un valore, un valore che altri non vedevano, quindi gli dà valore. Si tratta di un fenomeno che avviene spontaneamente da parte di elementi della società che hanno idee diverse e cercano soluzioni alternative a problemi comuni a tutti – vuoi esistenziali, vuoi occupazionali, vuoi di sostenibilità ambientale…- e le vogliono sperimentare anche se privi di risorse finanziarie ed anche se estranei ad una logica d’impresa e di profitto.
Ora, crediamo che l’amministrazione pubblica dovrebbe non solo eseguire i vari programmi europei o governativi di sviluppo sociale, ma anche saper cogliere, coltivare e favorire le istanze di cambiamento – almeno quelle costruttive - che spontaneamente la società trova da sola. I beni pubblici sono la ricchezza materiale a disposizione per dare spazio e possibilità a queste sperimentazioni. Certo che da parte delle amministrazioni occorre avere uno sguardo vigile e capacità di distinguere tra chi è serio e chi non lo è, ma ci vuole pure la capacità di avere una visione ampia e lungimirante, di propositività ed ascolto.

Possibile non venga in mente ai politici e agli amministratori locali e della Regione Umbria di aver perso un’occasione nell’aver avuto qui per trent’anni un gruppo di persone caparbiamente convinte nella loro scelta di vita, con idee diverse e curiosamente così in sintonia con quelle che via via andavano raccogliendo un crescente consenso presso una sempre crescente minoranza di persone nel nostro paese? Non era forse il caso – visto che tanto poi, ci hanno comunque lasciato qui fino ad ora – di aprire un dialogo in positivo, offrire una possibilità, proporre forme di collaborazione, dare spazio e fiducia e vedere quali sinergie con altre realtà locali e non solo ne sarebbero venute fuori? Non era possibile riconoscere la potenzialità delle numerose tematiche implicite in quella scelta di vita, in termini di agricoltura, di alimentazione, di salvaguardia del paesaggio e del territorio, di turismo rurale sostenibile, di recupero sociale, di occupazione…. Non erano in grado questi politici ed amministratori di riconoscere, dietro la scarsità di mezzi e possibilità degli occupanti, l’indicazione di un dito che punta alla luna?

Questo sarebbe l’atteggiamento di un’amministratore che si percepisse custode temporaneo di un bene nell’interesse della collettività. Ma ciò a cui assistiamo, purtroppo è la cecità di chi ragiona solo in termini di sviluppo, di produzione, di bilanci finanziari e, dopo decenni di immobilismo ed assoluta mancanza di immaginazione e creatività, non sa far di meglio che trovare la soluzione definitiva della dismissione. Vendere tutto: o hai i soldi per comprare o te ne vai. E così si lava le mani dalla responsabilità di una gestione intelligente; si arroga indebitamente la posizione del proprietario e con ciò la facoltà di vendere ciò che non gli appartiene.
Per di più neanche si tratta, nel vendere, di una strategia in alcun modo lungimirante né progettuale: solo di fare cassa, e solo per ripianare in misura molto limitata ed una tantum dei disavanzi contabili. A livello nazionale si calcola che, con la vendita del Demanio, saranno raccolti circa 6 miliardi di euro, una cifra irrilevante a fronte di un debito pubblico di circa 1800 miliardi e mentre se ne spenderanno oltre 20 per imporre la TAV in Val di Susa dove gli abitanti hanno mostrato più che chiaramente di non volerla e più di 30 per comprare cacciabombardieri di nuova generazione. Una volta che questi beni demaniali, che sono beni pubblici, che appartengono a tutti noi, saranno stati venduti, saranno andati e per sempre sottratti ad un uso pubblico. Inoltre la legge 183 del 12 novembre 2011 (sostanzialmente la finanziaria per il 2012), che decide la vendita del Demanio, all’articolo 7 prevede, per quanto riguarda i terreni agricoli e fin da prima di metterli effettivamente in vendita, la possibilità che ne venga in seguito cambiata la destinazione d’uso (indicando pure i termini per il recupero dell’incremento di valore da parte dello Stato): nel paese dei condoni e del cemento selvaggio non credo sia necessario aggiungere altro. Non basta: per almeno alcuni dei beni immobili demaniali da alienare si parla, all’articolo 6, di trasferimento a società di gestione del risparmio e fondi d’investimento immobiliare, specificando che il solo trasferimento dei beni da parte di Regioni, Province e Comuni a tali società e fondi equivarrà al riconoscimento del valore corrispondente nella quota di riduzione del debito pubblico che è il fine della vendita da parte degli enti territoriali.
Una tale perdita definitiva di territorio e beni pubblici per puri motivi di contabilità e sottomissione ad accordi europei in materia di bilancio, sui quali (da Maastricht in poi) i cittadini non sono mai stati interpellati, crediamo possa essere considerata niente meno che un abuso del mandato democratico conferito dai cittadini. Queste sono questioni che andrebbero almeno sottoposte a referendum. Lo Stato non può arbitrariamente passare da custode del bene pubblico a proprietario e arrogarsi così il diritto di vendere ciò che non gli appartiene.
Ciò avviene, peraltro, nel contesto di una progressiva virtualizzazione generale di ogni elemento della nostra realtà. In questo caso assistiamo ad un processo in cui lo Stato si dematerializza, spostandosi sempre più verso uno status convenzionale a cui non corrisponde più alcuna realtà concreta, materiale, che dia un senso di appartenenza e, appunto, di bene, di ricchezza comune. Viene meno la possibilità concreta e rinnovabile di alternative e soluzioni anche sperimentali ai problemi costituita da questa ricchezza. Nel caso di un vasto territorio come il Monte Peglia, ad esempio, al di là di chi momentaneamente vi abiti, oggi possiamo ancora vederla davvero come bene comune: montagna di nessuno, montagna di tutti. Non si tratta dell’anarchia del “chi arriva se la prende”: questo sarà piuttosto il caso nel momento in cui la si metterà all’asta, quando il miglior offerente sarà semplicemente chi paga di più. Si tratta invece di concepire regole che non lascino un bene nell’abbandono, che lo rendano disponibile per chi lo vuol vivere, ma con precisi criteri di rispetto.
La virtualizzazione dell’aspetto anche materiale dello Stato corrisponde alla sua progressiva convenzionalità, opinabilità, sostanziale irrilevanza, indifferenza nella coscienza delle persone, al non-riconoscimento reciproco verso e da parte dei cittadini, corrisponde al crescente distacco di questi dalle leggi e dalle istituzioni.

C’è chi pratica l’azione diretta occupando/recuperando un casolare in cima a un monte e vivendoci in semplicità per trent’anni… ma cosa sapranno dire i nostri politici ai giovani precari, disoccupati, disperati delle periferie metropolitane quando la crisi non permetterà più alle famiglie di sostituirsi alle funzioni di wellfare che lo Stato italiano non ha mai svolto? Guardiamo le banlieu in Francia, la rivolta di Londra, le bande neonaziste in Svezia e aspettiamo quando sarà il turno, per esempio, delle tifoserie italiane… Attenzione, perché quelli non lo capiscono il politichese.

Vent’anni di berlusconismo ci hanno abituato ad una pretesa dicotomia tra libertà e legalità. Che è precisamente l’opposto della democrazia. Ma tra una concezione unilaterale ed egoistica della libertà individuale e troppe leggi spesso oggettivamente lontane dalle esigenze reali delle persone, a mediare e fare sintesi ci dovrebbe essere la politica. Una politica intesa nell’accezione migliore di questa parola, che sappia, specialmente a livello locale dove gli è anche più possibile, interpretare la realtà in divenire ed interagirvi proficuamente.

C’è bisogno di una visione lungimirante e che questa ci sia o meno da parte dell’amministrazione pubblica non è un elemento collaterale o “ambientale” della questione se un elemento di rottura come quello delle occupazioni del demanio rurale sia arbitrio o proposta di cambiamento, ma è proprio l’elemento decisivo e discriminante che fa la differenza. Se l’amministrazione è capace ed ha la volontà politica di coglierne l’aspetto propositivo-costruttivo, di vedere la luna cui il dito indica, allora potrà trattarsi di un’iniziativa con possibilità di svilupparsi ed esprimersi collegandosi ed integrandosi costruttivamente con le altre realtà virtuose della zona. E’ se questa occasione verrà data che l’arbitrio si farà progetto, altrimenti non potrà che rimanere nello stadio della resistenza – e sarà già molto – e restare incompreso elemento di rottura, purtroppo abbastanza sterile.

Ma bisognerebbe saper volare un dito più in alto di ciò che, francamente, siamo abituati a vedere.

Che una logica di brevissimo periodo – quale è quella che informa attualmente la politica – sia del tutto disastrosa e insostenibile risulta ormai chiaro da tutte le evidenze disponibili. Credo che dovremmo ascoltare le parole di Ugo Mattei (“Beni comuni, un manifesto”, Laterza 2011), giurista e professore di diritto internazionale che si è occupato ampiamente di Beni Comuni: “Dovrebbe essere palese che un governo più coerente con la fenomenologia dei beni comuni si deve fondare su istituzioni capaci di coinvolgere coloro che sono disinteressati all’accumulo di proprietà privata e di potere politico e, al contrario, sono gratificati proprio dalla cura del comune. Istituzioni, cooperative, fondazioni, associazioni , assemblee, consorzi tra enti locali, comitati, insomma gruppi che pongano in essere autentiche dinamiche democratiche – più o meno informali e conflittuali – prive di fini di lucro, costituiscono gli assetti istituzionali più adatti a governare i beni comuni”.
Agli amministratori temporanei della cosa pubblica, dei nostri beni comuni, vorrei ricordare che questi beni non hanno solo un valore economico, finanziario, sarebbe criminale vederli solo come degli assegni circolari: sono possibilità di vita e di evoluzione, per le persone e per la società.
Che se ne rendano conto!! E che ce ne rendano conto.