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L’atteggiamento mentale che realizza la decrescita sembra essere per alcuni difficile da capire. Ciò è forse, anche, perché tendiamo ancora a formularlo secondo le vie proprie della Modernità: secondo modelli teorici e categorie culturali per le quali se si riconosce un elemento della realtà si entra nella dimensione etichettata “premoderna/reazionaria” e se se ne riconosce un altro in quella “progressista” dicotomizzata a sua volta in orientata verso la società o verso l’individuo (o come si fa più spesso oggi verso l’uno o l’altro secondo i casi ed ignorandone le contraddizioni).
Credo che il punto con la decrescita sia quello di mettersi su un piano diverso fin dall’inizio e di farlo a partire dal fallimento manifesto delle ideologie dei modelli proprie della Modernità, proprie di una visione astrattista, positivista, con velleità di poter “scientificare” e pianificare tutto. E’ a partire dalla capacità di distinguere tra la nostra capacità di immaginare categorie e modelli e la nostra capacità (ben più modesta) di fare qualcosa di reale che dobbiamo partire. E dalla nostra attuale urgenza di farlo qualcosa di reale, soprattutto per quanto riguarda le nostre vite.
Mi sembra dunque che il messaggio della decrescita si ponga e si proponga su un piano molto pratico, concreto e diretto. Non che non ci sia anche molta filosofia da farci su, volendo. Ma il punto è mettere direttamente in pratica una serie di comportamenti virtuosi che, moltiplicati per tutte le persone (e gruppi di) che li vorranno applicare, possono effettivamente cambiare le sorti del mondo - così come sono le scelte (o non-scelte) di molti che lo stanno spingendo dove sta andando.
Se partiamo da migliaia di comportamenti individuali, di individui che hanno in mente dei valori ed una direzione (la quale non può stare altro che nel futuro, dato che noi viviamo oggi) - ma che sono pure inevitabilmente condizionati dal presente e dal passato che lo ha creato - ciò che ne risulterà sarà quello che saremo capaci di creare ed avrà poco senso stare ad analizzare se, come ingredienti di base all’origine, ci stiamo mettendo più o meno di ciò che può essere etichettato come “progressista” o “reazionario”. Queste sono targhe che appartengono ad un’ottica finita. E finita in quanto è manifestamente non in grado di immaginare vie d’uscita ai vicoli ciechi che ha imboccato.
Credo che non sia interesse del movimento della decrescita (ed ancor meno delle persone che ai suoi contenuti si ispirano) delineare sistemi sociali ideali a cui puntare, ma spingere perché una serie di comportamenti concreti (certo a partire da una precisa consapevolezza) si diffondano e siano riconosciuti sempre di più come praticabili e credibili.
La semplicità delle cose pratiche alla portata di tutti.
La forza delle scelte coerenti e personali.
Se abbiamo un orizzonte a cui riferirci, io credo, non può essere che quello della Natura nei suoi modi di funzionamento fondamentali. Ciò che è con essa compatibile, sostenibile, o meno, è dato dagli ecosistemi, dalle loro funzioni biologiche; la capacità limitata di sopportazione di questi è un fatto, non è un’opinione di destra o di sinistra: non appartiene al passato o al futuro, ma ad un presente su scala cosmica (o, almeno, planetaria): così lungo da essere, per noi umani, eterno.
E’ il criterio-base di un (buon)senso della misura, di un’armonia tra noi e il mondo a cui apparteniamo che dovrebbe restare ad ispirarci oggi che tutte le nostre creazioni teoriche (dalle velleità prometeiche cultura-centriche) sono crollate e che le loro conseguenze pratiche stanno per trascinarci nel loro fallimento.
La decrescita, in fin dei conti, è un fatto di buon senso, di senso della misura, di una basilare saggezza perduta che ognuno di noi può cercare, nella pratica, di ritrovare.
E’ nel fare queste scelte, a partire dal mettere al primo posto il senso della misura insito nella Natura, dalle circostanze concrete in cui per questa via si troverà, dai limiti che questa gli porrà ed il senso che proprio in questi limiti troverà, che ognuno di noi a suo modo, credo, potrà trovare quella giusta miscela di cosiddetto “pre-moderno” e cosiddetto “post-moderno” con cui realizzerà un nuovo presente.
mercoledì 6 ottobre 2010
venerdì 4 giugno 2010
FEDERALISMO DEMANIALE: I BENI PUBBLICI IN FRANCHISING
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Con buona pace del neo-tribalismo di convenienza in salsa lumbàrd e di chi ci crede, il tanto strombazzare di federalismo ormai da diversi anni in Italia più si concretizza e più si sta rivelando un altro dei tanti modi di vendere all’opinione pubblica ogni nuova fregatura come una conquista.
L’ultima in ordine di tempo è questa del cosiddetto “federalismo demaniale” che dà la possibilità alle amministrazioni locali di scegliersi le proprietà dello Stato più remunerative, prenderle in possesso e “valorizzarle”.
Inutile dire che in questa nostra “civiltà” dove si “guarda al risultato” (e nella fattispecie tocca pure farlo di fretta dato che molti comuni si sono indebitati un bel po’ con i fondi derivati ed altre gestioni irresponsabili del denaro pubblico) il termine “valorizzare” significa banalmente “trasformare in soldi liquidi”: il nostro “valore” per eccellenza. Soldi che, date le circostanze, ci sono forti ragioni per temere che saranno destinati alla spesa corrente.
L’idea di federalismo, a noi ingenui, può far pensare a decisioni politiche più partecipate, ad una gestione delle risorse più attenta al contesto locale, alle caratteristiche del territorio, al restituire dignità e futuro alle tradizioni e alla storia, alle peculiarità di un luogo. Può far pensare che i cittadini si sentiranno più padroni e compartecipi di ciò che sta nel posto in cui vivono e che è un “bene pubblico” e che gli sarà più possibile controllare l’uso che gli amministratori ne fanno.
Ma in realtà sembra che il demanio sia destinato ad essere ridistribuito su base federalista solo perché avvenga un passaggio: tra chi vende ciò che non è suo e chi compra ciò che non era destinato ai tornaconti privati. Che questa sarà una partita di giro con cui lo Stato centrale taglierà fondi alle sue amministrazioni decentrate in cambio del valore degli immobili e che questo sia fatto passare come una riforma federalista – ma non è chiaro, una volta che gli immobili saranno venduti cosa sostituirà i contributi statali (sarà probabilmente la volta del federalismo fiscale e allora si dirà che qualcosa avete avuto – chi? – ed ora bisogna pur dare). C’è infatti da aspettarsi che le Regioni e i Comuni con ogni probabilità (s)venderanno la parte del demanio che gli verrà trasferita per fare cassa con una rapidità che sarà regolata solo dalle fluttuazioni di mercato nel valore degli immobili ed una lungimiranza che avrà come orizzonte probabilmente giusto lo scadere del mandato dei politici eletti, in una proliferazione di cambiamenti di destinazioni d’uso e piani regolatori in cui il conflitto d’interessi finalmente non sarà più un privilegio esclusivo di chi si trova ai vertici delle istituzioni per usarle in un’ottica imprenditoriale, ma si sarà “democraticamente” diffuso rendendosi accessibile anche ai livelli più bassi del potere. Una liberalizzazione del privilegio per acquisire il quale basterà una certa quotazione all’interno di una lista civica locale magari “civetta”.
Non ci facciamo mancare niente neanche in provincia.
Sembrano esserci due tendenze in atto apparentemente opposte ma complementari. Da un lato il potere è sempre più pesantemente pervasivo, si appropria del territorio e ne fa quel che vuole accaparrandosene la proprietà perfino di diritto ed assegnandolo ai suoi vassalli locali che si siano guadagnati una nicchia all’interno della sua geografia clientelare di privilegi in subappalto. Dall’altro lo Stato come nome collettivo che rappresenta la società sempre più diventa leggero fino a volatilizzarsi (altro che “liquido” – piuttosto “in liquidazione”) insieme con le ragioni che i cittadini hanno di aver fiducia nelle istituzioni. Lo Stato è un qualcosa che, insieme a leggi, regole, sistemi di equilibrio tra poteri ed istituzioni, ha anche un aspetto materiale, ciò che viene appunto definito i “beni comuni”: edifici, terreni, risorse naturali, ecosistemi, pezzi di storia e di cultura; roba solida, ma anche possibilità di progetti nuovi, di usi di interesse pubblico. Questo anche è lo Stato. Questa ne è una parte che si vede e che dà un senso di appartenenza reciproca: apparteniamo ad un luogo che è collettivo e che ci appartiene collettivamente. Queste sono risorse, potenzialità che, è vero, hanno un costo spesso in passivo se stanno lì dimenticate, ma che, gestite in modo intelligente e date in affitto, in concessione, in comodato d’uso o in altre forme - dove opportuno anche a condizioni agevolate - per lunghi periodi su progetti validi e verificabili, possono essere l’occasione con cui la società produce gli anticorpi con cui rispondere alle crisi che rischiano di minarla. L’affidamento di almeno una parte del demanio a gruppi di cittadini che abbiano progetti da costruirvi sopra potrebbe veramente dare senso al decentramento della proprietà pubblica sia per la scelta appropriata dei gruppi ed i progetti che per la loro verifica, cose entrambe meglio realizzabili in un contesto locale. Le amministrazioni regionali potrebbero dotarsi di leggi apposite (rimando per un esempio e un approfondimento in merito a questo a http://www.ecofondamentalista.it/bozzaproplegge.htm ) e, pur non essendo questo sufficiente – come in tutte le cose umane - ad escludere errori ed abusi, in ogni caso rimarrebbero proprietarie dei beni (il che sarebbe un loro dovere dato che lo sono per conto della totalità dei cittadini) e potrebbero comunque mantenerli come patrimonio comune per utilizzazioni future a beneficio di tutti – e, visto che parliamo, tra i vari beni in questione, di territori che sono anche ecosistemi, non solo degli esseri umani né solo di quelli attualmente viventi.
Sappiamo bene invece che ciò che rischiamo di vedere di qui a breve sono ulteriori cementificazioni, centri commerciali, speculazioni edilizie e “grandi occasioni di sviluppo”… per i furbi di sempre e gli amici degli amici (ce ne fosse ancora bisogno).
Dai tempi delle enclosures nell’Inghilterra del XVIII secolo, alla abolizione di fatto degli usi civici nell’Italia moderna, alla ancora recente privatizzazione delle grandi compagnie di servizi strutturalmente essenziali in un paese sviluppato, all’esternalizzazione attuale di tutto il possibile da parte delle amministrazioni pubbliche (pulizie, manutenzioni ecc…) c’è un processo di virtualizzazione dello Stato e di progressiva astrazione del (e dal) significato di bene pubblico, ma con ciò anche di bene comune. Non si percepisce che, per questa via, queste diventano sempre più nozioni teoriche, senza presa sulla coscienza delle persone mentre sempre più il furbo è chi si accaparra di più a spese altrui: prende, consuma e getta.
Non avevamo ancora sviluppato quella un tempo mitizzata virtù “nordica” da “popoli sviluppati”, efficienti, degni della modernità che è il “senso dello Stato”
che non ci è parso vero di poter seguire il modello americano/anglosassone del fanatismo per le privatizzazioni ed il mercato, in quanto portatori di una dinamicità tanto ammirata quanto è fissa e statica la nostra ammirazione per il loro sistema – che intanto già sta rivalutando il ruolo dello Stato. Ma noi ce ne accorgeremo tra un po’: andiamo piano, c’è ancora rimasto qualcosa da privatizzare. Il tempo dello Stato arriverà quando bisognerà salvare le imprese, del resto, anche in questo gli americani son già più avanti di noi.
Chi sinceramente può dire che la privatizzazione/liberalizzazione, ad esempio, delle comunicazioni telefoniche abbia portato questi grandi benefici rispetto a prima? Che i costi siano effettivamente scesi grazie alla concorrenza tra i gestori? Quali miglioramenti reali ci sono stati che non siano dovuti al progresso tecnologico che ci sarebbe stato comunque? Non è forse piuttosto che fanno alla fin fine tutti le stesse offerte e noi dobbiamo pagare, con la bolletta, anche le cifre enormi che spendono in pubblicità per tirarci ognuno dalla sua parte mentre oggi attraverso internet si potrebbero pagare le telefonate pochissimo?
Noi viviamo in Italia, in una delle società più culturalmente vecchie e ferme e più socialmente statiche del mondo, altro che dinamismo del privato.
Questo che viene spacciato per “federalismo demaniale” è solo l’ultimo specchietto per allodole che vende illusioni di cambiamento all’opinione pubblica e vende la sostanza potenzialmente e pubblicamente utile dello Stato.
In franchising, presso le succursali locali del potere.
Con buona pace del neo-tribalismo di convenienza in salsa lumbàrd e di chi ci crede, il tanto strombazzare di federalismo ormai da diversi anni in Italia più si concretizza e più si sta rivelando un altro dei tanti modi di vendere all’opinione pubblica ogni nuova fregatura come una conquista.
L’ultima in ordine di tempo è questa del cosiddetto “federalismo demaniale” che dà la possibilità alle amministrazioni locali di scegliersi le proprietà dello Stato più remunerative, prenderle in possesso e “valorizzarle”.
Inutile dire che in questa nostra “civiltà” dove si “guarda al risultato” (e nella fattispecie tocca pure farlo di fretta dato che molti comuni si sono indebitati un bel po’ con i fondi derivati ed altre gestioni irresponsabili del denaro pubblico) il termine “valorizzare” significa banalmente “trasformare in soldi liquidi”: il nostro “valore” per eccellenza. Soldi che, date le circostanze, ci sono forti ragioni per temere che saranno destinati alla spesa corrente.
L’idea di federalismo, a noi ingenui, può far pensare a decisioni politiche più partecipate, ad una gestione delle risorse più attenta al contesto locale, alle caratteristiche del territorio, al restituire dignità e futuro alle tradizioni e alla storia, alle peculiarità di un luogo. Può far pensare che i cittadini si sentiranno più padroni e compartecipi di ciò che sta nel posto in cui vivono e che è un “bene pubblico” e che gli sarà più possibile controllare l’uso che gli amministratori ne fanno.
Ma in realtà sembra che il demanio sia destinato ad essere ridistribuito su base federalista solo perché avvenga un passaggio: tra chi vende ciò che non è suo e chi compra ciò che non era destinato ai tornaconti privati. Che questa sarà una partita di giro con cui lo Stato centrale taglierà fondi alle sue amministrazioni decentrate in cambio del valore degli immobili e che questo sia fatto passare come una riforma federalista – ma non è chiaro, una volta che gli immobili saranno venduti cosa sostituirà i contributi statali (sarà probabilmente la volta del federalismo fiscale e allora si dirà che qualcosa avete avuto – chi? – ed ora bisogna pur dare). C’è infatti da aspettarsi che le Regioni e i Comuni con ogni probabilità (s)venderanno la parte del demanio che gli verrà trasferita per fare cassa con una rapidità che sarà regolata solo dalle fluttuazioni di mercato nel valore degli immobili ed una lungimiranza che avrà come orizzonte probabilmente giusto lo scadere del mandato dei politici eletti, in una proliferazione di cambiamenti di destinazioni d’uso e piani regolatori in cui il conflitto d’interessi finalmente non sarà più un privilegio esclusivo di chi si trova ai vertici delle istituzioni per usarle in un’ottica imprenditoriale, ma si sarà “democraticamente” diffuso rendendosi accessibile anche ai livelli più bassi del potere. Una liberalizzazione del privilegio per acquisire il quale basterà una certa quotazione all’interno di una lista civica locale magari “civetta”.
Non ci facciamo mancare niente neanche in provincia.
Sembrano esserci due tendenze in atto apparentemente opposte ma complementari. Da un lato il potere è sempre più pesantemente pervasivo, si appropria del territorio e ne fa quel che vuole accaparrandosene la proprietà perfino di diritto ed assegnandolo ai suoi vassalli locali che si siano guadagnati una nicchia all’interno della sua geografia clientelare di privilegi in subappalto. Dall’altro lo Stato come nome collettivo che rappresenta la società sempre più diventa leggero fino a volatilizzarsi (altro che “liquido” – piuttosto “in liquidazione”) insieme con le ragioni che i cittadini hanno di aver fiducia nelle istituzioni. Lo Stato è un qualcosa che, insieme a leggi, regole, sistemi di equilibrio tra poteri ed istituzioni, ha anche un aspetto materiale, ciò che viene appunto definito i “beni comuni”: edifici, terreni, risorse naturali, ecosistemi, pezzi di storia e di cultura; roba solida, ma anche possibilità di progetti nuovi, di usi di interesse pubblico. Questo anche è lo Stato. Questa ne è una parte che si vede e che dà un senso di appartenenza reciproca: apparteniamo ad un luogo che è collettivo e che ci appartiene collettivamente. Queste sono risorse, potenzialità che, è vero, hanno un costo spesso in passivo se stanno lì dimenticate, ma che, gestite in modo intelligente e date in affitto, in concessione, in comodato d’uso o in altre forme - dove opportuno anche a condizioni agevolate - per lunghi periodi su progetti validi e verificabili, possono essere l’occasione con cui la società produce gli anticorpi con cui rispondere alle crisi che rischiano di minarla. L’affidamento di almeno una parte del demanio a gruppi di cittadini che abbiano progetti da costruirvi sopra potrebbe veramente dare senso al decentramento della proprietà pubblica sia per la scelta appropriata dei gruppi ed i progetti che per la loro verifica, cose entrambe meglio realizzabili in un contesto locale. Le amministrazioni regionali potrebbero dotarsi di leggi apposite (rimando per un esempio e un approfondimento in merito a questo a http://www.ecofondamentalista.it/bozzaproplegge.htm ) e, pur non essendo questo sufficiente – come in tutte le cose umane - ad escludere errori ed abusi, in ogni caso rimarrebbero proprietarie dei beni (il che sarebbe un loro dovere dato che lo sono per conto della totalità dei cittadini) e potrebbero comunque mantenerli come patrimonio comune per utilizzazioni future a beneficio di tutti – e, visto che parliamo, tra i vari beni in questione, di territori che sono anche ecosistemi, non solo degli esseri umani né solo di quelli attualmente viventi.
Sappiamo bene invece che ciò che rischiamo di vedere di qui a breve sono ulteriori cementificazioni, centri commerciali, speculazioni edilizie e “grandi occasioni di sviluppo”… per i furbi di sempre e gli amici degli amici (ce ne fosse ancora bisogno).
Dai tempi delle enclosures nell’Inghilterra del XVIII secolo, alla abolizione di fatto degli usi civici nell’Italia moderna, alla ancora recente privatizzazione delle grandi compagnie di servizi strutturalmente essenziali in un paese sviluppato, all’esternalizzazione attuale di tutto il possibile da parte delle amministrazioni pubbliche (pulizie, manutenzioni ecc…) c’è un processo di virtualizzazione dello Stato e di progressiva astrazione del (e dal) significato di bene pubblico, ma con ciò anche di bene comune. Non si percepisce che, per questa via, queste diventano sempre più nozioni teoriche, senza presa sulla coscienza delle persone mentre sempre più il furbo è chi si accaparra di più a spese altrui: prende, consuma e getta.
Non avevamo ancora sviluppato quella un tempo mitizzata virtù “nordica” da “popoli sviluppati”, efficienti, degni della modernità che è il “senso dello Stato”
che non ci è parso vero di poter seguire il modello americano/anglosassone del fanatismo per le privatizzazioni ed il mercato, in quanto portatori di una dinamicità tanto ammirata quanto è fissa e statica la nostra ammirazione per il loro sistema – che intanto già sta rivalutando il ruolo dello Stato. Ma noi ce ne accorgeremo tra un po’: andiamo piano, c’è ancora rimasto qualcosa da privatizzare. Il tempo dello Stato arriverà quando bisognerà salvare le imprese, del resto, anche in questo gli americani son già più avanti di noi.
Chi sinceramente può dire che la privatizzazione/liberalizzazione, ad esempio, delle comunicazioni telefoniche abbia portato questi grandi benefici rispetto a prima? Che i costi siano effettivamente scesi grazie alla concorrenza tra i gestori? Quali miglioramenti reali ci sono stati che non siano dovuti al progresso tecnologico che ci sarebbe stato comunque? Non è forse piuttosto che fanno alla fin fine tutti le stesse offerte e noi dobbiamo pagare, con la bolletta, anche le cifre enormi che spendono in pubblicità per tirarci ognuno dalla sua parte mentre oggi attraverso internet si potrebbero pagare le telefonate pochissimo?
Noi viviamo in Italia, in una delle società più culturalmente vecchie e ferme e più socialmente statiche del mondo, altro che dinamismo del privato.
Questo che viene spacciato per “federalismo demaniale” è solo l’ultimo specchietto per allodole che vende illusioni di cambiamento all’opinione pubblica e vende la sostanza potenzialmente e pubblicamente utile dello Stato.
In franchising, presso le succursali locali del potere.
venerdì 30 aprile 2010
PRIMO MAGGIO: FESTA DI QUALE LAVORO?
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Negli anni '70 c'era anche chi al primo maggio celebrava la “festa del non-lavoro”. A me e ad alcuni di noi giovanissimi in quegli anni l'idea piaceva. Forse una specie di rito scaramantico per propiziare un futuro in cui l'avremmo fatta franca dalla prospettiva che incombeva su di noi: di far la fine in cui vedevamo i nostri padri che avevano dedicato ogni giorno della propria vita adulta alla stessa noiosa occupazione spesso svolta sempre nello stesso luogo e per molti coll'unico senso di assicurare a se' ed anche a noi la sicurezza economica. Queste feste del non-lavoro volevano celebrare la bellezza della vita come avventura vissuta, come viaggio e come gioco, libera , senza scopo e senza catene.
Cosi' pensavo, Poi, un giorno, un amico comunista, di quei compagni che all'epoca venivano chiamati “tozzi”, mi fece notare che mai nessuna ricchezza, nessun benessere, nessun miglioramento della societa' e' mai stato creato se non grazie al lavoro. Non certo grazie al “non-lavoro”.
Non posso dire che avesse torto. almeno in linea di principio. Ma se allora c'era spazio per i lavoratori per pretendere dignita', per combattere e migliorare le condizioni di lavoro fino all'idea del rifiuto radicale di un impiego alienante, oggi i tempi sono cambiati al punto che il problema e' prima di tutto quello di avercelo un lavoro – al di la' delle condizioni – e l'impiego fisso e' sempre di piu' considerato una fortuna rarissima, un pezzo d'antiquariato a cui tenersi stretti.
Negli anni '70 una certa rete sociale e solidale “di movimento” ed un capitalismo non ancora cosi' incontrastato e vincente, cosi' assoluto ed onnipervasivo permetteva ancora di festeggiare una condizione di non-lavoro: oggi non sono immaginabili celebrazioni di questo tipo e per i disoccupati o i cassintegrati non c'e' certo da stare allegri mentre per i giovani piu' che la monotonia di una vita impiegatizia lo spettro che minaccia il futuro sembra essere piuttosto una crisi come quella greca che potrebbe estendersi ad altri paesi dall'economia incerta e dai conti acrobatici – tipo il nostro – e allora si' ci sarebbe poco da festeggiare, sia col lavoro sia senza.
Ma quanto al significato che quel “compagno” vedeva nel lavoro credo guardasse piuttosto al passato e certo non vedeva nulla del futuro che di li' a poco ci attendeva. Ne' vedeva il fatto che il non-lavoro e' l'altra faccia del lavoro in un tutt'uno che si chiama vita e sta li' a ricordarci a cosa e fino a che punto il lavoro deve servire.
Proprio oggi ho sentito alla radio della proposta di tenere i negozi aperti anche il primo maggio. Seguivano interventi degli ascoltatori piuttosto concordi sul difendere la festivita' come si conviene, con le serrande abbassate. Si sottolineava l'importanza di salvaguardare il carattere di sacralita' laica attribuito alla festa del lavoro, di proteggere il fatto che fosse un giorno diverso dagli altri. Molti lamentavano che oggi non c'e' piu' il tempo per ritrovarsi con se' stessi e con gli altri, di soffermarsi sulle cose importanti e fondamentali, quali appunto il lavoro, ed incombe la tendenza ad appiattire tutto sotto la pressione dell'invito al consumo, al macinare acquisti quasi fini a se' stessi senza soddisfazione e senza limite. La festa del lavoro dovrebbe essere invece un momento altro, sottratto a tutto questo, dicevano. Un messaggio perfino concludeva: “un Primo Maggio in cui si lavora sarebbe come un 25 aprile senza memoria storica o un Natale senza spiritualita'”. Come dire, cose mai viste?! Era fin troppo chiara l'ironia della provocazione.
Perche' la festa del lavoro e' la festa dei lavoratori e va rispettata.
Bene, ma, cosa e' oggi il lavoro, nella stragrande maggioranza dei casi, se non la produzione illimitata, che prescinde programmaticamente da qualsiasi misura di necessita' (oltre il limite della sovrapproduzione non assorbibile dal mercato) di quelle stesse merci di cui si lamenta il consumismo? Non e' forse ormai, non solo il superfluo, ma lo stesso spreco diventato strutturalmente necessario? Non sono forse proprio tali consumi bulimici che garantiscono oggi il posto di lavoro ai piu'? E questo posto di lavoro non e' ormai, piu' che il ruolo che una persona svolge nell'insieme della societa', piu' che la sua partecipazione e un contributo positivo, soprattutto il mezzo con cui ci si garantisce la propria condizione – molto piu' che di produttori – di consumatori e proprio in quanto tali pari agli altri, cittadini a pieno titolo? Perche' ormai l'Italia (e non certo solo lei) e' una repubblica non piu' “fondata sul Lavoro”, ma sul Consumo (e sulla sua ostentazione). E allora dov'e' lo scandalo se alla festa del lavoro si affianca un'ennesima occasione per sostenere la produzione?
L'idea delle feste del non-lavoro non era buona. Oggi non l'apprezzo piu': aveva cosi' ragione quel “compagno” che adesso mantengo sempre delle riserve verso chi non ha neanche una minima dimestichezza col lavoro manuale.
Ma prima di festeggiare il lavoro come valore in se' penso sia giunto il momento di fermarsi a riflettere: di quale “lavoro” stiamo parlando? Perche' questa parola puo' avere significati, all'atto pratico, radicalmente diversi. Quale lavoro oggi produce reale ben-essere, produce cose (o servizi) necessarie ed utili, di onesta qualita', che migliorano la nostra vita e il mondo in cui viviamo? E quale invece darebbe un migliore contributo se semplicemente scomparisse? La macchia d'olio che sta arrivando dal golfo del Messico ad estinguere la vita sulle coste della Louisiana, non viene dal “lavoro” anche quella? E le fabbriche d'armi, i rifiuti tossici? Ecc.. ecc... sappiamo che la lista potrebbe essere molto lunga.
Bisognerebbe istituire piu' che la festa, la giornata di riflessione sul lavoro, sul ruolo che esso ha avuto per millenni nell'esperienza umana e sul suo significato nel sistema attuale, sulla possibilita' o meno di distinguerlo dalla nostra vita nel suo complesso e dalla sua qualita', dalla qualita' di entrambi, lavoro e vita.
Lavoro e' quello del contadino, dell'artigiano. Lavoro, anche nelle aziende, e' quando produciamo cose e servizi utili e necessari ricordando la dignita' umana di chi le acquistera' e tenendo conto anche degli effetti collaterali della produzione. Lavoro e' quando ripariamo un oggetto ancora usabile, quando facciamo da noi un'opera a casa nostra ingegnandoci come possiamo. Lavoro e' quando ci diamo una mano tra amici e vicini risparmiando soldi e vedendo il senso di cio' che facciamo nel sorriso di qualcun altro. Lavoro e' quello che ci lascia l'animo e la soddisfazione di non lavorare quando non lavoriamo: si integra col riposo e non gli e' in antitesi.
Il lavoro di autoproduzione, le produzioni su piccola scala, la creazione di beni/servizi necessari, sostenibili e di buona qualita', il lavoro di cura. Questo e' lavoro da festeggiare, quella cosa che fa migliore il mondo. Altrimenti.....vogliamo dire che, ci piaccia o no, ci tocca farlo perche' non abbiamo alternative?
Non lo so e per molti non credo.
Comunque, se pure fosse cosi'..... c'e' ancora tanto da festeggiare?
Negli anni '70 c'era anche chi al primo maggio celebrava la “festa del non-lavoro”. A me e ad alcuni di noi giovanissimi in quegli anni l'idea piaceva. Forse una specie di rito scaramantico per propiziare un futuro in cui l'avremmo fatta franca dalla prospettiva che incombeva su di noi: di far la fine in cui vedevamo i nostri padri che avevano dedicato ogni giorno della propria vita adulta alla stessa noiosa occupazione spesso svolta sempre nello stesso luogo e per molti coll'unico senso di assicurare a se' ed anche a noi la sicurezza economica. Queste feste del non-lavoro volevano celebrare la bellezza della vita come avventura vissuta, come viaggio e come gioco, libera , senza scopo e senza catene.
Cosi' pensavo, Poi, un giorno, un amico comunista, di quei compagni che all'epoca venivano chiamati “tozzi”, mi fece notare che mai nessuna ricchezza, nessun benessere, nessun miglioramento della societa' e' mai stato creato se non grazie al lavoro. Non certo grazie al “non-lavoro”.
Non posso dire che avesse torto. almeno in linea di principio. Ma se allora c'era spazio per i lavoratori per pretendere dignita', per combattere e migliorare le condizioni di lavoro fino all'idea del rifiuto radicale di un impiego alienante, oggi i tempi sono cambiati al punto che il problema e' prima di tutto quello di avercelo un lavoro – al di la' delle condizioni – e l'impiego fisso e' sempre di piu' considerato una fortuna rarissima, un pezzo d'antiquariato a cui tenersi stretti.
Negli anni '70 una certa rete sociale e solidale “di movimento” ed un capitalismo non ancora cosi' incontrastato e vincente, cosi' assoluto ed onnipervasivo permetteva ancora di festeggiare una condizione di non-lavoro: oggi non sono immaginabili celebrazioni di questo tipo e per i disoccupati o i cassintegrati non c'e' certo da stare allegri mentre per i giovani piu' che la monotonia di una vita impiegatizia lo spettro che minaccia il futuro sembra essere piuttosto una crisi come quella greca che potrebbe estendersi ad altri paesi dall'economia incerta e dai conti acrobatici – tipo il nostro – e allora si' ci sarebbe poco da festeggiare, sia col lavoro sia senza.
Ma quanto al significato che quel “compagno” vedeva nel lavoro credo guardasse piuttosto al passato e certo non vedeva nulla del futuro che di li' a poco ci attendeva. Ne' vedeva il fatto che il non-lavoro e' l'altra faccia del lavoro in un tutt'uno che si chiama vita e sta li' a ricordarci a cosa e fino a che punto il lavoro deve servire.
Proprio oggi ho sentito alla radio della proposta di tenere i negozi aperti anche il primo maggio. Seguivano interventi degli ascoltatori piuttosto concordi sul difendere la festivita' come si conviene, con le serrande abbassate. Si sottolineava l'importanza di salvaguardare il carattere di sacralita' laica attribuito alla festa del lavoro, di proteggere il fatto che fosse un giorno diverso dagli altri. Molti lamentavano che oggi non c'e' piu' il tempo per ritrovarsi con se' stessi e con gli altri, di soffermarsi sulle cose importanti e fondamentali, quali appunto il lavoro, ed incombe la tendenza ad appiattire tutto sotto la pressione dell'invito al consumo, al macinare acquisti quasi fini a se' stessi senza soddisfazione e senza limite. La festa del lavoro dovrebbe essere invece un momento altro, sottratto a tutto questo, dicevano. Un messaggio perfino concludeva: “un Primo Maggio in cui si lavora sarebbe come un 25 aprile senza memoria storica o un Natale senza spiritualita'”. Come dire, cose mai viste?! Era fin troppo chiara l'ironia della provocazione.
Perche' la festa del lavoro e' la festa dei lavoratori e va rispettata.
Bene, ma, cosa e' oggi il lavoro, nella stragrande maggioranza dei casi, se non la produzione illimitata, che prescinde programmaticamente da qualsiasi misura di necessita' (oltre il limite della sovrapproduzione non assorbibile dal mercato) di quelle stesse merci di cui si lamenta il consumismo? Non e' forse ormai, non solo il superfluo, ma lo stesso spreco diventato strutturalmente necessario? Non sono forse proprio tali consumi bulimici che garantiscono oggi il posto di lavoro ai piu'? E questo posto di lavoro non e' ormai, piu' che il ruolo che una persona svolge nell'insieme della societa', piu' che la sua partecipazione e un contributo positivo, soprattutto il mezzo con cui ci si garantisce la propria condizione – molto piu' che di produttori – di consumatori e proprio in quanto tali pari agli altri, cittadini a pieno titolo? Perche' ormai l'Italia (e non certo solo lei) e' una repubblica non piu' “fondata sul Lavoro”, ma sul Consumo (e sulla sua ostentazione). E allora dov'e' lo scandalo se alla festa del lavoro si affianca un'ennesima occasione per sostenere la produzione?
L'idea delle feste del non-lavoro non era buona. Oggi non l'apprezzo piu': aveva cosi' ragione quel “compagno” che adesso mantengo sempre delle riserve verso chi non ha neanche una minima dimestichezza col lavoro manuale.
Ma prima di festeggiare il lavoro come valore in se' penso sia giunto il momento di fermarsi a riflettere: di quale “lavoro” stiamo parlando? Perche' questa parola puo' avere significati, all'atto pratico, radicalmente diversi. Quale lavoro oggi produce reale ben-essere, produce cose (o servizi) necessarie ed utili, di onesta qualita', che migliorano la nostra vita e il mondo in cui viviamo? E quale invece darebbe un migliore contributo se semplicemente scomparisse? La macchia d'olio che sta arrivando dal golfo del Messico ad estinguere la vita sulle coste della Louisiana, non viene dal “lavoro” anche quella? E le fabbriche d'armi, i rifiuti tossici? Ecc.. ecc... sappiamo che la lista potrebbe essere molto lunga.
Bisognerebbe istituire piu' che la festa, la giornata di riflessione sul lavoro, sul ruolo che esso ha avuto per millenni nell'esperienza umana e sul suo significato nel sistema attuale, sulla possibilita' o meno di distinguerlo dalla nostra vita nel suo complesso e dalla sua qualita', dalla qualita' di entrambi, lavoro e vita.
Lavoro e' quello del contadino, dell'artigiano. Lavoro, anche nelle aziende, e' quando produciamo cose e servizi utili e necessari ricordando la dignita' umana di chi le acquistera' e tenendo conto anche degli effetti collaterali della produzione. Lavoro e' quando ripariamo un oggetto ancora usabile, quando facciamo da noi un'opera a casa nostra ingegnandoci come possiamo. Lavoro e' quando ci diamo una mano tra amici e vicini risparmiando soldi e vedendo il senso di cio' che facciamo nel sorriso di qualcun altro. Lavoro e' quello che ci lascia l'animo e la soddisfazione di non lavorare quando non lavoriamo: si integra col riposo e non gli e' in antitesi.
Il lavoro di autoproduzione, le produzioni su piccola scala, la creazione di beni/servizi necessari, sostenibili e di buona qualita', il lavoro di cura. Questo e' lavoro da festeggiare, quella cosa che fa migliore il mondo. Altrimenti.....vogliamo dire che, ci piaccia o no, ci tocca farlo perche' non abbiamo alternative?
Non lo so e per molti non credo.
Comunque, se pure fosse cosi'..... c'e' ancora tanto da festeggiare?
martedì 27 aprile 2010
Scadenze Storiche
.
Devo dire, onestamente, che non mi sono mai interessato molto alle ricorrenze nazionali e, a dire il vero, alle ricorrenze in genere. Però mi ha colpito lo stesso il modo in cui sembra che queste ricorrenze, evidentemente, una volta passati un certo numero di anni, raggiungano una specie di data di scadenza nel rispetto che si porta ai fatti che starebbero lì a ricordarci, e comincino a poter essere usate in libertà, diciamo con una certa disinvoltura, magari anche usandole per fini ad esse eterogenei, trovandoci significati che non gli appartengono e portandole a fungere da argomenti per tesi che nulla hanno a che fare con esse e che gli sono perfino contrarie.
Mi riferisco al discorso del presidente Napolitano in occasione del 25 aprile, festa, della Liberazione, che per moltissimi italiani ha il significato del celebrare la vittoria di una lotta (armata) di resistenza popolare contro il tentativo (imperialista) della Germania nazista di mantenerla sotto il proprio controllo. Sostanzialmente è da molti vissuta come la festa della vittoria dei partigiani (e di chi gli diede il proprio sostegno) o, almeno – e forse più realisticamente – del loro generoso contributo alla guerra antinazifascista che fu vinta dalle forze alleate, dall’esercito italiano di Badoglio e anche dall’eterogeneo mondo partigiano.
Non si può dimenticare che in questo era forte la componente comunista e che questa fu ampiamente repressa e disarmata appena finita la guerra quanto bastò a dissuaderla dal proseguire la lotta fino a non far tornare il potere in mano a chi già lo aveva prima. I partigiani di allora dovettero vedere molti loro compagni finire in carcere mentre molti collaborazionisti di tedeschi e fascisti riuscivano non solo a farla franca, ma spesso anche a “cascare in piedi” ed alcuni anche a continuare a governare pur cambiando pelle – o piuttosto, pelo (ma non vizio, come si è visto in seguito fra stragi di Stato, Gladio, P2 e quant’altro).
Nonostante questo l’Italia rimase per tutto il periodo della guerra fredda il paese del mondo occidentale con il più grande partito comunista. Ma l’uso che di questa forza hanno fatto i dirigenti di tale partito – e soprattutto delle sue successive metamorfosi – è molto ben esemplificato sia dalla situazione in cui ci troviamo oggi che dallo stesso discorso di Napolitano per questo 25 aprile. Oggi un giornalista come Santoro appare il baluardo della sinistra nel mondo dell’informazione, ma ricordo bene come, ancora ai tempi del suo programma “Samarcanda”, forse per dar prova dell’affidabilità democratica della sinistra, fu lui a sdoganare il signor Gianfranco Fini, capo di un MSI ancora ai limiti dell’impresentabilità in quanto in odor di fascismo e pertanto attestato al 10% del consenso elettorale: oggi costui è presidente della Camera e semi-leader del partito di governo (di cui ultimamente sembra esser diventato l’ala sinistra). Ricordo anche il discorso di alcuni anni fa di Violante per cui i fascisti della Repubblica di Salò venivano quasi equiparati ai partigiani che li combattevano quali tutti parimenti “ragazzi italiani”impegnati nelle due parti contrapposte su cui la Storia li aveva schierati.
Non a caso Napolitano faceva parte dell’ala più moderata e “dialogante” del vecchio PCI . Per questa, che poi ha prevalso, la preoccupazione prioritaria è sempre stata quella di apparire accettabili agli occhi del potenziale elettorato vicino al centro moderato, ai poteri forti nazionali e agli USA, forza imperialista del mondo postbellico (postbellico solo per l’Europa – e neanche per tutta). Il loro obiettivo strategico è sempre stato quello di traghettarsi verso una condizione “normalizzata” che gli permettesse un giorno l’accesso al governo.
A traghettamento compiuto, dopo poche e brevi parentesi di governi di centro-sinistra in un ventennio berlusconiano e dopo la scomparsa dal Parlamento di qualsiasi forza che possa dirsi di sinistra, abbiamo oggi alla presidenza della Repubblica un EX-comunista (che proprio all’evidenza di questo“ex” deve la sua posizione) che, mentre la polizia carica gli antifascisti dei centri sociali di Milano e i nostalgici pugliesi di Benito Mussolini affiggono impunemente manifesti che piangono la morte del loro idolo sui muri di Locorotondo, ci dice che la liberazione fu soprattutto una vittoria dell’esercito italiano e che questo stesso esercito starebbe oggi proseguendo la stessa battaglia con gli stessi ideali e le stesse motivazioni nelle operazioni in cui è impegnato all’estero. E che questo, perdipiù, avverrebbe in omaggio alla Costituzione nata da quella lotta di Liberazione ed ai valori che l’hanno ispirata!!
Caro presidente, francamente direi che, anche se sono passati tanti anni e le convenienze odierne della politica possono essere altre, c’è un limite a tutto e che Lei più di ogni altro dovrebbe sapere (e dovrebbe saper far rimarcare) che la nostra Costituzione ripudia la guerra. E dovrebbe vedere – anche se forse non vuole - che oggi le forze armate italiane stanno in Afghanistan come parte di un esercito di occupazione straniero a difendere gli interessi imperialisti del capitalismo occidentale guidato dagli USA e non certo l’autodeterminazione degli afghani rispetto alla quale, pur con tutt’altri disegni politici (trattandosi del resto di tutt’altro popolo e tutt’altra cultura), nel ruolo dei partigiani ci stanno coloro che questa occupazione la respingono, così come è anche in Iraq, in Somalia e altrove.
Dalle sue parole, caro presidente, sembra di dover dedurre che anche per il 25 aprile la data di scadenza sia arrivata: si può cominciare a tirarlo ognuno dalla parte che vuole, fargli significare ogni sorta di cose e magari, in nome dei suoi ideali, anche prendersela con chi protesta perché ex-filo-fascisti rappresentano oggi le istituzioni che celebrano la ricorrenza di questa che è stata una vittoria non solo genericamente per la libertà, ma contro il fascismo e contro l’occupazione straniera di un paese. In questo caso il nostro, che era, all’epoca, un paese in grande maggioranza non solo aspirante alla democrazia, ma antifascista.
Devo dire, onestamente, che non mi sono mai interessato molto alle ricorrenze nazionali e, a dire il vero, alle ricorrenze in genere. Però mi ha colpito lo stesso il modo in cui sembra che queste ricorrenze, evidentemente, una volta passati un certo numero di anni, raggiungano una specie di data di scadenza nel rispetto che si porta ai fatti che starebbero lì a ricordarci, e comincino a poter essere usate in libertà, diciamo con una certa disinvoltura, magari anche usandole per fini ad esse eterogenei, trovandoci significati che non gli appartengono e portandole a fungere da argomenti per tesi che nulla hanno a che fare con esse e che gli sono perfino contrarie.
Mi riferisco al discorso del presidente Napolitano in occasione del 25 aprile, festa, della Liberazione, che per moltissimi italiani ha il significato del celebrare la vittoria di una lotta (armata) di resistenza popolare contro il tentativo (imperialista) della Germania nazista di mantenerla sotto il proprio controllo. Sostanzialmente è da molti vissuta come la festa della vittoria dei partigiani (e di chi gli diede il proprio sostegno) o, almeno – e forse più realisticamente – del loro generoso contributo alla guerra antinazifascista che fu vinta dalle forze alleate, dall’esercito italiano di Badoglio e anche dall’eterogeneo mondo partigiano.
Non si può dimenticare che in questo era forte la componente comunista e che questa fu ampiamente repressa e disarmata appena finita la guerra quanto bastò a dissuaderla dal proseguire la lotta fino a non far tornare il potere in mano a chi già lo aveva prima. I partigiani di allora dovettero vedere molti loro compagni finire in carcere mentre molti collaborazionisti di tedeschi e fascisti riuscivano non solo a farla franca, ma spesso anche a “cascare in piedi” ed alcuni anche a continuare a governare pur cambiando pelle – o piuttosto, pelo (ma non vizio, come si è visto in seguito fra stragi di Stato, Gladio, P2 e quant’altro).
Nonostante questo l’Italia rimase per tutto il periodo della guerra fredda il paese del mondo occidentale con il più grande partito comunista. Ma l’uso che di questa forza hanno fatto i dirigenti di tale partito – e soprattutto delle sue successive metamorfosi – è molto ben esemplificato sia dalla situazione in cui ci troviamo oggi che dallo stesso discorso di Napolitano per questo 25 aprile. Oggi un giornalista come Santoro appare il baluardo della sinistra nel mondo dell’informazione, ma ricordo bene come, ancora ai tempi del suo programma “Samarcanda”, forse per dar prova dell’affidabilità democratica della sinistra, fu lui a sdoganare il signor Gianfranco Fini, capo di un MSI ancora ai limiti dell’impresentabilità in quanto in odor di fascismo e pertanto attestato al 10% del consenso elettorale: oggi costui è presidente della Camera e semi-leader del partito di governo (di cui ultimamente sembra esser diventato l’ala sinistra). Ricordo anche il discorso di alcuni anni fa di Violante per cui i fascisti della Repubblica di Salò venivano quasi equiparati ai partigiani che li combattevano quali tutti parimenti “ragazzi italiani”impegnati nelle due parti contrapposte su cui la Storia li aveva schierati.
Non a caso Napolitano faceva parte dell’ala più moderata e “dialogante” del vecchio PCI . Per questa, che poi ha prevalso, la preoccupazione prioritaria è sempre stata quella di apparire accettabili agli occhi del potenziale elettorato vicino al centro moderato, ai poteri forti nazionali e agli USA, forza imperialista del mondo postbellico (postbellico solo per l’Europa – e neanche per tutta). Il loro obiettivo strategico è sempre stato quello di traghettarsi verso una condizione “normalizzata” che gli permettesse un giorno l’accesso al governo.
A traghettamento compiuto, dopo poche e brevi parentesi di governi di centro-sinistra in un ventennio berlusconiano e dopo la scomparsa dal Parlamento di qualsiasi forza che possa dirsi di sinistra, abbiamo oggi alla presidenza della Repubblica un EX-comunista (che proprio all’evidenza di questo“ex” deve la sua posizione) che, mentre la polizia carica gli antifascisti dei centri sociali di Milano e i nostalgici pugliesi di Benito Mussolini affiggono impunemente manifesti che piangono la morte del loro idolo sui muri di Locorotondo, ci dice che la liberazione fu soprattutto una vittoria dell’esercito italiano e che questo stesso esercito starebbe oggi proseguendo la stessa battaglia con gli stessi ideali e le stesse motivazioni nelle operazioni in cui è impegnato all’estero. E che questo, perdipiù, avverrebbe in omaggio alla Costituzione nata da quella lotta di Liberazione ed ai valori che l’hanno ispirata!!
Caro presidente, francamente direi che, anche se sono passati tanti anni e le convenienze odierne della politica possono essere altre, c’è un limite a tutto e che Lei più di ogni altro dovrebbe sapere (e dovrebbe saper far rimarcare) che la nostra Costituzione ripudia la guerra. E dovrebbe vedere – anche se forse non vuole - che oggi le forze armate italiane stanno in Afghanistan come parte di un esercito di occupazione straniero a difendere gli interessi imperialisti del capitalismo occidentale guidato dagli USA e non certo l’autodeterminazione degli afghani rispetto alla quale, pur con tutt’altri disegni politici (trattandosi del resto di tutt’altro popolo e tutt’altra cultura), nel ruolo dei partigiani ci stanno coloro che questa occupazione la respingono, così come è anche in Iraq, in Somalia e altrove.
Dalle sue parole, caro presidente, sembra di dover dedurre che anche per il 25 aprile la data di scadenza sia arrivata: si può cominciare a tirarlo ognuno dalla parte che vuole, fargli significare ogni sorta di cose e magari, in nome dei suoi ideali, anche prendersela con chi protesta perché ex-filo-fascisti rappresentano oggi le istituzioni che celebrano la ricorrenza di questa che è stata una vittoria non solo genericamente per la libertà, ma contro il fascismo e contro l’occupazione straniera di un paese. In questo caso il nostro, che era, all’epoca, un paese in grande maggioranza non solo aspirante alla democrazia, ma antifascista.
sabato 17 aprile 2010
Questi Inaffidabili Italiani
Capita a volte, viaggiando per il mondo, di incontrare stranieri, soprattutto nordeuropei ed americani, nei quali si intuisce un’opinione verso gli italiani vagamente di non presa sul serio, come di persone anche simpatiche, ma inaffidabili, un po’ borderline, per così dire, rispetto al consesso del mondo occidentale.
Capita di vedere, a volte, qui da noi in Italia, gente che si sente molto patriottica, che farebbe qualsiasi cosa per mostrarsi quanto più possibile in linea con le direttive dei capi dell’Occidente, tradendo, a dispetto del proprio ostentato patriottismo, un complesso di inferiorità inguaribile per il quale nulla è mai abbastanza per riuscire a sentirsi un po’ più uguali a quegli uguali che nel mondo sono sempre un po’ più uguali degli altri.
La vicenda dei tre operatori di Emergency recentemente sequestrati in Afghanistan dalle forze di sicurezza del governo Karzai finanziate ed addestrate da una coalizione (eufemisticamente detta della “comunità internazionale”) di cui fa parte l’Italia, durante una operazione in cui tuttora non è chiaro quale parte abbiano avuto anche quei militari britannici che dirigono le operazioni di guerra nella zona interessata e, a giorni di distanza, ancora mantenuta fuori da ogni formalizzazione legale, di diritto, con capi d’accusa ecc… ha messo in evidenza in modo esemplare tanto la parzialissima e servile (oltre che strumentale) accezione dell’orgoglio nazionale da parte di alcuni dei nostri governanti quanto il risultato risibile che essa raccoglie in termini di considerazione da parte dei paesi alleati (sia quelli dominanti che quelli che si vorrebbero subalterni).
Davanti alle parole di Gino Strada secondo cui, se si fosse trattato di cittadini statunitensi, sarebbero tornati liberi in un quarto d’ora, il ministro Frattini ha saputo rispondere solo che sono frasi che non aiutano, ma sappiamo tutti che è la pura e semplice verità. E questo non è solo perché i miliardi di euro che l’Italia spende per sostenere un governo fantoccio (che neanche fa il suo mestiere in modo molto soddisfacente sembra) valgano meno di quelli degli americani, né perché l’avergli fornito un nuovo sistema giuridico per l’Afghanistan filo-occidentale e post-talebano sul modello di quello nostro abbia reso anche tale governo ipso facto incline a bypassare le proprie stesse leggi. Ma perché il problema di Emergency e l’origine dei suoi mali sta proprio nel dire pure e semplici verità che non aiutano: che non aiutano la strategia della coalizione occidentale che (anche secondo le nuove linee recentemente prospettate da Obama) si appresta a disimpegnarsi, ma non senza assestare qualche ultimo pesante colpo per (dar l’impressione di) vincere sul piano mediatico la guerra che non gli conviene più su quello militare. Oggi, come è sempre più evidente, la realtà che conta, che fa opinione, non è quella reale, ma quella virtuale della comunicazione di massa; almeno per noi che viviamo nei paesi ricchi da dove mandiamo i bombardamenti a distanza - un po’ meno per chi vive, appunto “a distanza”, e quelle bombe le subisce mentre non sa bene cosa significhi “virtualità”. In queste ultime guerre, in Iraq ed Afghanistan (ma anche in vari episodi in Israele), memori dell’esperienza del Vietnam, si è partiti con i giornalisti embedded al seguito de (o in dotazione mediatica a) le truppe; si è proseguito con l’abolizione tout cour dei giornalisti, fino alle azioni esemplari, terroristiche e punitive per quei pochi temerari che si intestardivano a fare il loro lavoro (vedi Giuliana Sgrena per fare un esempio).
Naturalmente, sebbene ci si stia preparando ad un assalto finale alle roccaforti dei Talebani prima di lasciare l’Afghanistan ai suoi prossimi quarant’anni (i primi già se li son fatti) di guerre intestine, ci si preoccupa pure di fare una bella figura, di non far sapere troppo in giro che si stanno ammazzando donne, vecchi e bambini ovvero chiunque capiti sotto le bombe insieme ai combattenti o presunti tali.
Dunque, per ottimizzare il silenzio stampa sulla realtà e lasciare solo la propaganda camuffata, occorre far un po’ di pulizia anche tra le ong umanitarie (qui è la guerra che è umanitaria, quindi bastano i soldati, no? Che ci stanno a fare queste ong se non per cercare visibilità pro domo propria? – questo almeno sembrava in sintesi il senso delle parole di Luttwak ad Annozero). Fare pulizia dunque tra chi sta sul campo in un ruolo diverso da quello giornalistico, ma ha l’impudenza di raccontare ciò che vede e di prendere anche una posizione. E questo è precisamente il caso di Emergency ed è ciò che anche altre ong che fanno lo stesso tipo di lavoro gli rimproverano.
Aggiungiamoci che la ong di Strada si mantiene allo stesso tempo imparziale sul piano pratico curando i feriti di tutti gli schieramenti ed inattaccabile professionalmente garantendo standard di eccellenza, che si sottrae al ricatto dei governi affidandosi al sostegno dei cittadini che credono numerosi nel suo lavoro e che, in fin dei conti, è diretta da questi pacifisti italiani che non si mai bene da che parte stanno….ed ecco che la montatura e la calunnia sono servite. Pronte per togliersi dai piedi una presenza scomoda laggiù e per screditare determinate posizioni politiche qui.
Come abbiamo visto nelle parole di Frattini e di La Russa i nostri patriottici governanti hanno colto subito l’occasione per ostentare un’insinuante equidistanza da tutte le ipotesi e perfino lasciando intendere che da chi non è da una parte c’è ben da aspettarsi che stia dall’altra. Nella trasmissione Annozero il nostro ministro della Guerra ha mostrato chiaramente qual’è l’uso interno che si intende fare di questa vicenda: quello di tracciare una chiara linea di demarcazione tra chi è “dei nostri” a sostenere inequivocabilmente “i nostri ragazzi” e chi, sì, ha un passaporto italiano e quindi ci tocca interessarci, ma è un po’ meno “uguale” sta lì solo a farci fare brutte figure, a farci passare per un po’ meno “uguali” tutti quanti.
Quelle brutte figure che nessuno dei nostri patrioti dell’Italia Occidentale vorrebbe mai fare: perfino una voce spesso equilibrata come quella di Sergio Romano si è sprecata in una filippica fuori luogo e fuori merito nella trasmissione RadioTreMondo (Rai) per dirci che Emergency proviene dalle lotte sessantottine dunque i suoi membri hanno quel tipo di formazione e dunque non garantisce la neutralità che si richiederebbe a chi gestisce un ospedale in zone di guerra come invece sarebbe nella tradizione della Croce Rossa ecc…. Caro “ambasciatore Romano”…..e allora? Con questo? E’ di questo che i tre sono accusati? Di cosa effettivamente ancora non lo sappiamo, ma se non è di questo, allora questo cosa c’entra, scusi?
Capita a volte di non capire quale sia il senso e gli intenti delle persone che godono di rispettabilità quando qualcuno che si è messo volontariamente fuori dal coro si trova in seria difficoltà. Specialmente se costui rischia di far fare brutte figure a tutti.
Ma capita a volte, anche a chi come me non se ne è mai posto la questione, di sentire un certo senso di orgoglio nell’essere italiano quando si capisce che se possiamo essere considerati inaffidabili da chi comanda le operazioni imperialiste dell’Occidente, è anche perché qui c’è ancora un po’, per fortuna, una varietà di posizioni, anche radicali, che a tutt’oggi resistono. Spesso sopite, spesso solo latenti, ma ancora vive, come ci mostrano le 350.000 adesioni all’appello di Emergency, l’adesione generosa alla manifestazione del 17. Una testimonianza di resistenza per la quale possiamo esser ancora un po’ fieri della nostra sussistente inaffidabilità.
Capita di vedere, a volte, qui da noi in Italia, gente che si sente molto patriottica, che farebbe qualsiasi cosa per mostrarsi quanto più possibile in linea con le direttive dei capi dell’Occidente, tradendo, a dispetto del proprio ostentato patriottismo, un complesso di inferiorità inguaribile per il quale nulla è mai abbastanza per riuscire a sentirsi un po’ più uguali a quegli uguali che nel mondo sono sempre un po’ più uguali degli altri.
La vicenda dei tre operatori di Emergency recentemente sequestrati in Afghanistan dalle forze di sicurezza del governo Karzai finanziate ed addestrate da una coalizione (eufemisticamente detta della “comunità internazionale”) di cui fa parte l’Italia, durante una operazione in cui tuttora non è chiaro quale parte abbiano avuto anche quei militari britannici che dirigono le operazioni di guerra nella zona interessata e, a giorni di distanza, ancora mantenuta fuori da ogni formalizzazione legale, di diritto, con capi d’accusa ecc… ha messo in evidenza in modo esemplare tanto la parzialissima e servile (oltre che strumentale) accezione dell’orgoglio nazionale da parte di alcuni dei nostri governanti quanto il risultato risibile che essa raccoglie in termini di considerazione da parte dei paesi alleati (sia quelli dominanti che quelli che si vorrebbero subalterni).
Davanti alle parole di Gino Strada secondo cui, se si fosse trattato di cittadini statunitensi, sarebbero tornati liberi in un quarto d’ora, il ministro Frattini ha saputo rispondere solo che sono frasi che non aiutano, ma sappiamo tutti che è la pura e semplice verità. E questo non è solo perché i miliardi di euro che l’Italia spende per sostenere un governo fantoccio (che neanche fa il suo mestiere in modo molto soddisfacente sembra) valgano meno di quelli degli americani, né perché l’avergli fornito un nuovo sistema giuridico per l’Afghanistan filo-occidentale e post-talebano sul modello di quello nostro abbia reso anche tale governo ipso facto incline a bypassare le proprie stesse leggi. Ma perché il problema di Emergency e l’origine dei suoi mali sta proprio nel dire pure e semplici verità che non aiutano: che non aiutano la strategia della coalizione occidentale che (anche secondo le nuove linee recentemente prospettate da Obama) si appresta a disimpegnarsi, ma non senza assestare qualche ultimo pesante colpo per (dar l’impressione di) vincere sul piano mediatico la guerra che non gli conviene più su quello militare. Oggi, come è sempre più evidente, la realtà che conta, che fa opinione, non è quella reale, ma quella virtuale della comunicazione di massa; almeno per noi che viviamo nei paesi ricchi da dove mandiamo i bombardamenti a distanza - un po’ meno per chi vive, appunto “a distanza”, e quelle bombe le subisce mentre non sa bene cosa significhi “virtualità”. In queste ultime guerre, in Iraq ed Afghanistan (ma anche in vari episodi in Israele), memori dell’esperienza del Vietnam, si è partiti con i giornalisti embedded al seguito de (o in dotazione mediatica a) le truppe; si è proseguito con l’abolizione tout cour dei giornalisti, fino alle azioni esemplari, terroristiche e punitive per quei pochi temerari che si intestardivano a fare il loro lavoro (vedi Giuliana Sgrena per fare un esempio).
Naturalmente, sebbene ci si stia preparando ad un assalto finale alle roccaforti dei Talebani prima di lasciare l’Afghanistan ai suoi prossimi quarant’anni (i primi già se li son fatti) di guerre intestine, ci si preoccupa pure di fare una bella figura, di non far sapere troppo in giro che si stanno ammazzando donne, vecchi e bambini ovvero chiunque capiti sotto le bombe insieme ai combattenti o presunti tali.
Dunque, per ottimizzare il silenzio stampa sulla realtà e lasciare solo la propaganda camuffata, occorre far un po’ di pulizia anche tra le ong umanitarie (qui è la guerra che è umanitaria, quindi bastano i soldati, no? Che ci stanno a fare queste ong se non per cercare visibilità pro domo propria? – questo almeno sembrava in sintesi il senso delle parole di Luttwak ad Annozero). Fare pulizia dunque tra chi sta sul campo in un ruolo diverso da quello giornalistico, ma ha l’impudenza di raccontare ciò che vede e di prendere anche una posizione. E questo è precisamente il caso di Emergency ed è ciò che anche altre ong che fanno lo stesso tipo di lavoro gli rimproverano.
Aggiungiamoci che la ong di Strada si mantiene allo stesso tempo imparziale sul piano pratico curando i feriti di tutti gli schieramenti ed inattaccabile professionalmente garantendo standard di eccellenza, che si sottrae al ricatto dei governi affidandosi al sostegno dei cittadini che credono numerosi nel suo lavoro e che, in fin dei conti, è diretta da questi pacifisti italiani che non si mai bene da che parte stanno….ed ecco che la montatura e la calunnia sono servite. Pronte per togliersi dai piedi una presenza scomoda laggiù e per screditare determinate posizioni politiche qui.
Come abbiamo visto nelle parole di Frattini e di La Russa i nostri patriottici governanti hanno colto subito l’occasione per ostentare un’insinuante equidistanza da tutte le ipotesi e perfino lasciando intendere che da chi non è da una parte c’è ben da aspettarsi che stia dall’altra. Nella trasmissione Annozero il nostro ministro della Guerra ha mostrato chiaramente qual’è l’uso interno che si intende fare di questa vicenda: quello di tracciare una chiara linea di demarcazione tra chi è “dei nostri” a sostenere inequivocabilmente “i nostri ragazzi” e chi, sì, ha un passaporto italiano e quindi ci tocca interessarci, ma è un po’ meno “uguale” sta lì solo a farci fare brutte figure, a farci passare per un po’ meno “uguali” tutti quanti.
Quelle brutte figure che nessuno dei nostri patrioti dell’Italia Occidentale vorrebbe mai fare: perfino una voce spesso equilibrata come quella di Sergio Romano si è sprecata in una filippica fuori luogo e fuori merito nella trasmissione RadioTreMondo (Rai) per dirci che Emergency proviene dalle lotte sessantottine dunque i suoi membri hanno quel tipo di formazione e dunque non garantisce la neutralità che si richiederebbe a chi gestisce un ospedale in zone di guerra come invece sarebbe nella tradizione della Croce Rossa ecc…. Caro “ambasciatore Romano”…..e allora? Con questo? E’ di questo che i tre sono accusati? Di cosa effettivamente ancora non lo sappiamo, ma se non è di questo, allora questo cosa c’entra, scusi?
Capita a volte di non capire quale sia il senso e gli intenti delle persone che godono di rispettabilità quando qualcuno che si è messo volontariamente fuori dal coro si trova in seria difficoltà. Specialmente se costui rischia di far fare brutte figure a tutti.
Ma capita a volte, anche a chi come me non se ne è mai posto la questione, di sentire un certo senso di orgoglio nell’essere italiano quando si capisce che se possiamo essere considerati inaffidabili da chi comanda le operazioni imperialiste dell’Occidente, è anche perché qui c’è ancora un po’, per fortuna, una varietà di posizioni, anche radicali, che a tutt’oggi resistono. Spesso sopite, spesso solo latenti, ma ancora vive, come ci mostrano le 350.000 adesioni all’appello di Emergency, l’adesione generosa alla manifestazione del 17. Una testimonianza di resistenza per la quale possiamo esser ancora un po’ fieri della nostra sussistente inaffidabilità.
domenica 25 ottobre 2009
La Misura Necessaria
Uno dei tanti aspetti per i quali possiamo sentirci a disagio in questo mondo moderno è la sempre crescente deriva individualista e di perdita di senso. Ciò che viene meno, dunque, è al contempo il senso profondo del vivere e quello di appartenenza e di lealtà verso una comunità di simili e ciò che ci rende tali le altre persone. Due aspetti, uno più sul piano spirituale, l’altro più su quello sociale/psicologico, di uno stesso fenomeno. Due aspetti dei quali possiamo trovare una radice comune ad un livello più basilare.
Durkheim, in “Le forme elementari della vita religiosa” individuava la sorgente del senso umano del “divino” nel sentimento di comunità, nel senso dell’appartenenza a questa come forza trascendente la condizione individuale e peritura del singolo e come “salto di condizione” che lo elevava oltre il quotidiano apparente e che era al tempo stesso matrice di ogni valore culturale. Ed anche religioso, in quanto questa “essenza” della comunità veniva caricata di significati corrispondenti alla sensibilità condivisa ed ipostatizzata in forme più o meno antropomorfe di divinità.
Sia che vogliamo accettare questa analisi delle origini della religione o meno, non è difficile notare come ci sia un forte legame tra l’identificarsi con una comunità di appartenenza (riconoscendovi le proprie radici e rispettando una lealtà verso le sue tradizioni) ed il sentimento religioso, il credere negli insegnamenti etici e morali e nel loro discendere da qualcosa di “superiore”. Come non è difficile notare che entrambi questi aspetti siano stati travolti allo stesso modo dagli stessi passaggi storici.
Molti considerano questo come una liberazione, altri come una tragedia di cui portano il lutto e a cui vorrebbero porre riparo. Per tutti non può che essere comunque una realtà di fatto, e la condizione forse più problematica è quella di chi, pur avvertendo innegabile il senso di liberazione, si sente purtuttavia orfano di qualcosa di importante e di necessario.
W. Reich insegnava che, quando due fenomeni si presentano insieme in forme specularmente opposte e complementari, bisogna andare a cercarne un altro che sta alla loro base funzionale come origine comune e che questa ricerca avviene attraverso l’osservazione imparziale del modo in cui queste due realtà di fatto si producono.
Una cosa innegabile è che la crisi sia dell’identità che della solidarietà comunitaria, così come dei loro valori condivisi - compresi quelli religiosi - è avvenuta in seguito allo sviluppo tecnologico ed economico, al capitalismo e alla monetarizzazione (ovvero alla messa in vendita) del tempo dedicato al lavoro, separandolo così dal resto della vita (inventando così il “tempo libero”, ma rendendo in tal modo alienato sia questo che quello “lavorativo”). Il lavoro, non più elemento di interazione (spesso comunitaria) con la natura nel produrre il necessario (com’era nel mondo contadino), ma ora diventato merce interscambiabile, ha progressivamente perso legame con il luogo e con altre forme di caratterizzazione specifica e, con ciò, le comunità sono state disgregate in individui e sradicate dalla condizione concreta e necessaria che le aveva formate e le teneva insieme dando pure un senso ai loro valori e ai loro déi. Il senso di comunità, il rispetto verso di essa, la solidarietà interna che la legava non erano qualcosa di strumentale/utilitaristico: erano autentici, ma non per questo esistenti ed autoperpetuantisi come valori astratti, validi in quanto tali. Vivevano del nutrimento di un terreno reale, fatto di povertà comune, di autoevidente bisogno reciproco (oggi o domani, ma sempre latente) di darsi una mano, di orrore di esser messi al bando in seguito a comportamenti contrari all’interesse collettivo. Quando io non ho più bisogno di te e tu te la cavi benissimo senza di me ed entrambi viviamo di salario o profitti che ci vengono da totali estranei in cambio di transazioni economiche (vuoi della nostra proprietà come pure del nostro tempo/forza lavoro), perché dovremmo mantenere un “sentire comune” che ieri ci proteggeva ed oggi ci limita?
I “valori” non stanno scritti in cielo: questo non significa che abbiano un valore solo utilitaristico (come vorrebbe una visione superficialmente materialistica): significa piuttosto che non sono una parte “superiore” e separata della realtà. Possiamo dire che sono l’essenza idealizzata dell’aspetto mentale della realtà nel suo vivere come esperienza in noi. Non sono però separabili da ciò che effettivamente, storicamente, avviene, e lo stesso si può dire delle visioni del mondo ed eventualmente, per chi ci crede, degli déi che delle stesse cose sono una versione ipostatizzata in forma personale.
Dunque, come non sta scritto da nessuna parte che la storia debba comunque volgere in una certa direzione (che sarebbe un’altra versione dell’idea del progresso, anche se volessimo connotarla in senso opposto), così non son mai bastate parole, insegnamenti e prediche a far sì che la gente capisse e seguisse certi comportamenti. Perché l’essere umano non è per natura così razionale né così spirituale e neppure così ossequioso verso le tradizioni in quanto tali: egli agisce secondo le condizioni date ed essenzialmente cerca di vivere e, per quanto gli riesce (e secondo la sua comprensione) il meglio possibile (ragione, spiritualità e tradizioni – come pure il rispetto di esse – sono vie attraverso le quali questo percorso cerca di prender forma).
In ultima analisi il senso della vita è solo quello di vivere e questo, a seconda delle condizioni più o meno favorevoli, può significare dal sopravvivere al realizzare pienamente la propria vera natura e trasmettere ad altri questa realizzazione.
Probabilmente persone con un livello di consapevolezza particolarmente evoluto possono trovare una “via illuminata” anche in contesti socioculturali molto svantaggiati (come per certi versi è quello attuale), ed anzi potrebbero perfino trovar vantaggio proprio da questa disgregazione dei legami sociali, delle relative convenzioni ecc… Ma per la grande maggioranza delle persone le condizioni di vita determinano (spesso in modo ampiamente inconsapevole) la percezione della realtà ed i comportamenti conseguenti.
Oltre un certo livello di sviluppo le ragioni concrete che sono sempre state alla base del tenersi delle comunità così come del mantenersi delle credenze culturali e religiose che ne fondavano la vita, vengono meno (oltre un certo livello di libertà ed indipendenza individuali, anche le relazioni interpersonali ed il rispetto per esse diventano molto precarie, inconsistenti): non c’è una base necessaria per riconoscersi un’appartenenza e una solidarietà reciproca e gli ideali, se sono ideali puri, non bastano – e non sono mai bastati di per sé, neanche quando (apparentemente) bastavano.
Ora, dunque, di fronte a ciò che abbiamo davanti agli occhi e nelle nostre esperienze, due sono gli atteggiamenti possibili: o credere che tutta questa disgregazione generale sia la liberazione definitiva dell’individuo e della sua ricerca egoica di soddisfazione - salvo poi dover riconoscere che questa ricerca senza limiti non può che concludersi in una (auto)distruzione generale - o riconoscere che avere un orizzonte sociale di appartenenza/relazione che vada al di là di sé, ma che abbia pure dei limiti percepibili, è un’esigenza naturale di ogni essere umano, necessaria a creargli un ambiente che ha aspetti materiali ed immateriali quali quelli emotivi, psicologici, culturali, di visione ed orientamento nel mondo e nella vita, di scelte da fare e valori a cui ispirarsi.
Questi aspetti, però, non sono scindibili da quelli materiali che sono la comunità stessa ed il tipo di vita/modello economico di produzione-consumo ed interazione con l’ambiente su cui fonda la propria sussistenza e la forma che prendono le giornate e le attività dei suoi membri.
Pertanto, non è possibile immaginare di recuperare l’etica propria di una comunità integrata al proprio interno (e con l’ordine che regola l’ambiente naturale in cui essa vive) ispirandosi ai valori propri di quelle che furono, senza riportare anche (non la forma in modo letterale, che sarebbe impossibile, ma) le funzioni portanti di una tale comunità alle condizioni che esse stesse producevano quei valori.
Per andare più sul concreto, dunque, è solo entro un livello di sviluppo (o entro un livello di
“povertà” – concetto molto relativo al tipo di società in cui si vive) che le persone, muovendosi sulla base della necessità, riconoscono legami e bisogni reciproci, rispettano il valore complessivo dei comportamenti integri e della lealtà. E’ solo quando non siamo tutti liberi, mobili (“liquidi”?) ed intercambiabili che dobbiamo tener fede ai nostri impegni e dire sì come sì e no come no. Dobbiamo percepire la necessità di avere dei valori per rispettarli e questo può avvenire solo entro una certa misura di sviluppo, di ricchezza (o povertà) e di consumi. Entro comunità legate al territorio e perciò ad uno specifico tipo di adattamento all’ambiente e le cui dimensioni non superino un limite contenuto. E’ necessario rispettare una misura in tutte le dimensioni su cui un insieme sociale può crescere perché il “senso” che la riunisce possa radicarsi e preservarsi su basi concrete e vitali (riunire e preservare sono anche il significato etimologico della parola”religione”).
E’ per questo motivo che le proposte che oggi vanno sotto il nome di Decrescita (ammesso che non degenerino nell’ennesima moda spennellata di verde), sebbene possano guardare solo ad alcuni aspetti di ciò che in un’ottica più ampia potrebbe far parte di ciò che alcuni chiamano
l’ “antimodernità”, hanno un’importanza prioritaria, decisiva, senza la quale non si va da nessuna parte.
Il recupero di un senso fondante del vivere non verrà perché “è giusto che ci sia”, e neanche perché qualcuno vorrà fare una crociata per restaurarlo, ma solo se sarà radicato in una condizione materiale che lo renda necessario.
Non perché esista solo la materialità ed il resto siano fantasie utili a giustificare degli interessi, ma perché, al contrario, nella realtà, nel darsi fattivo delle condizioni, c’è sempre un aspetto di intellig-enza, di illuminazione, che è ciò che troviamo quando comprendiamo che la Realtà, di cui siamo parte, esprime sé stessa, ma non secondo una logica umana, bensì una molto più ampia e impersonale.
Se è vero – come è vero – che ritrovarsi in comunità di simili è un’esigenza umana, tanto è vero che si cerca sempre di crearne quando si è giovani (e che un’infinità di movimenti dai localistici alle nicchie subculturali esprimono questa esigenza su piani che vanno dal politico al vandalistico) ;
se è vero che una volta queste comunità (con tutta la loro cultura di senso) accompagnavano gli esseri umani lungo tutto il corso della loro vita, morte compresa;
se è vero che ciò accadeva quando si trattava di piccoli insiemi sociali legati dalla condivisione di economie di piccola scala, molto spesso agricole e comunque basate sull’autoproduzione e l’autoconsumo in cui il denaro liquido aveva una parte accessoria/complementare e certo non assoluta come oggi, mentre oggi le pseudo-comunità (senza radici) che i giovani cercano di creare si sfaldano proprio non appena questi incontrano il mondo del lavoro (ormai del tutto sradicante e tutt’altro che a misura d’uomo);
se ciò è vero, non ci è difficile capire come la disgregazione socio-etico-culturale presente abbia una madre che è la fine della dimensione di vita contadina e la sostituzione di questa con quella prima industriale ed ora consumista-globalizzata: l’avvelenamento e poi lo sradicamento definitivo di ogni radice.
A questi processi storici in cui milioni di persone si sono gettati perseguendo il sempre più grande-sempre più ricco-sempre più potente non si può opporre una carica contro i mulini a vento in nome del sempre più giusto-sempre più sacro-sempre più puro. Perché anche questa, al pari di quelli, non ha radici nella Realtà.
La Realtà, la Vita, non si divide in qualcosa di “inferiore” e di “superiore”, ma abbraccia tutti gli aspetti (sembra contraddittoria proprio perché è vasta e viva). Il suo solo senso (di “scopo”davvero non si può parlare) è quello di vivere: complessivamente (quindi non solo da un punto di vista umano) ed in armonia. Per questo il solo principio, la sola saggezza sempre valida è il senso della misura: è concretamente da questo che bisogna ripartire nel costruire su basi strutturali nuove reti umane, nuove comunità e con esse il senso della loro esistenza, del nostro vivere. Ripartire da semplici condizioni strutturali sostenibili ed accettabilmente “povere” con la comprensione e la fiducia che la misura (e la capacità di comprendere quella giusta di volta in volta) sia un valore in sé, perché la Realtà – che ce la mostra questa misura – non è semplice “materia”, ma è, al tempo stesso, intelligenza autoregolantesi. Per capire questa intelligenza non dobbiamo fare un passo indietro ancora verso un antropocentrismo, per quanto depurato, ma uno avanti verso un punto di vista più ampio.
Ed è per questo che possiamo coniugare il recupero dell’origine/essenza fondante delle tradizioni con la liberazione dalle loro forme restrittive, il cui rifiuto continua tutt’oggi ad alimentare la modernità.
Durkheim, in “Le forme elementari della vita religiosa” individuava la sorgente del senso umano del “divino” nel sentimento di comunità, nel senso dell’appartenenza a questa come forza trascendente la condizione individuale e peritura del singolo e come “salto di condizione” che lo elevava oltre il quotidiano apparente e che era al tempo stesso matrice di ogni valore culturale. Ed anche religioso, in quanto questa “essenza” della comunità veniva caricata di significati corrispondenti alla sensibilità condivisa ed ipostatizzata in forme più o meno antropomorfe di divinità.
Sia che vogliamo accettare questa analisi delle origini della religione o meno, non è difficile notare come ci sia un forte legame tra l’identificarsi con una comunità di appartenenza (riconoscendovi le proprie radici e rispettando una lealtà verso le sue tradizioni) ed il sentimento religioso, il credere negli insegnamenti etici e morali e nel loro discendere da qualcosa di “superiore”. Come non è difficile notare che entrambi questi aspetti siano stati travolti allo stesso modo dagli stessi passaggi storici.
Molti considerano questo come una liberazione, altri come una tragedia di cui portano il lutto e a cui vorrebbero porre riparo. Per tutti non può che essere comunque una realtà di fatto, e la condizione forse più problematica è quella di chi, pur avvertendo innegabile il senso di liberazione, si sente purtuttavia orfano di qualcosa di importante e di necessario.
W. Reich insegnava che, quando due fenomeni si presentano insieme in forme specularmente opposte e complementari, bisogna andare a cercarne un altro che sta alla loro base funzionale come origine comune e che questa ricerca avviene attraverso l’osservazione imparziale del modo in cui queste due realtà di fatto si producono.
Una cosa innegabile è che la crisi sia dell’identità che della solidarietà comunitaria, così come dei loro valori condivisi - compresi quelli religiosi - è avvenuta in seguito allo sviluppo tecnologico ed economico, al capitalismo e alla monetarizzazione (ovvero alla messa in vendita) del tempo dedicato al lavoro, separandolo così dal resto della vita (inventando così il “tempo libero”, ma rendendo in tal modo alienato sia questo che quello “lavorativo”). Il lavoro, non più elemento di interazione (spesso comunitaria) con la natura nel produrre il necessario (com’era nel mondo contadino), ma ora diventato merce interscambiabile, ha progressivamente perso legame con il luogo e con altre forme di caratterizzazione specifica e, con ciò, le comunità sono state disgregate in individui e sradicate dalla condizione concreta e necessaria che le aveva formate e le teneva insieme dando pure un senso ai loro valori e ai loro déi. Il senso di comunità, il rispetto verso di essa, la solidarietà interna che la legava non erano qualcosa di strumentale/utilitaristico: erano autentici, ma non per questo esistenti ed autoperpetuantisi come valori astratti, validi in quanto tali. Vivevano del nutrimento di un terreno reale, fatto di povertà comune, di autoevidente bisogno reciproco (oggi o domani, ma sempre latente) di darsi una mano, di orrore di esser messi al bando in seguito a comportamenti contrari all’interesse collettivo. Quando io non ho più bisogno di te e tu te la cavi benissimo senza di me ed entrambi viviamo di salario o profitti che ci vengono da totali estranei in cambio di transazioni economiche (vuoi della nostra proprietà come pure del nostro tempo/forza lavoro), perché dovremmo mantenere un “sentire comune” che ieri ci proteggeva ed oggi ci limita?
I “valori” non stanno scritti in cielo: questo non significa che abbiano un valore solo utilitaristico (come vorrebbe una visione superficialmente materialistica): significa piuttosto che non sono una parte “superiore” e separata della realtà. Possiamo dire che sono l’essenza idealizzata dell’aspetto mentale della realtà nel suo vivere come esperienza in noi. Non sono però separabili da ciò che effettivamente, storicamente, avviene, e lo stesso si può dire delle visioni del mondo ed eventualmente, per chi ci crede, degli déi che delle stesse cose sono una versione ipostatizzata in forma personale.
Dunque, come non sta scritto da nessuna parte che la storia debba comunque volgere in una certa direzione (che sarebbe un’altra versione dell’idea del progresso, anche se volessimo connotarla in senso opposto), così non son mai bastate parole, insegnamenti e prediche a far sì che la gente capisse e seguisse certi comportamenti. Perché l’essere umano non è per natura così razionale né così spirituale e neppure così ossequioso verso le tradizioni in quanto tali: egli agisce secondo le condizioni date ed essenzialmente cerca di vivere e, per quanto gli riesce (e secondo la sua comprensione) il meglio possibile (ragione, spiritualità e tradizioni – come pure il rispetto di esse – sono vie attraverso le quali questo percorso cerca di prender forma).
In ultima analisi il senso della vita è solo quello di vivere e questo, a seconda delle condizioni più o meno favorevoli, può significare dal sopravvivere al realizzare pienamente la propria vera natura e trasmettere ad altri questa realizzazione.
Probabilmente persone con un livello di consapevolezza particolarmente evoluto possono trovare una “via illuminata” anche in contesti socioculturali molto svantaggiati (come per certi versi è quello attuale), ed anzi potrebbero perfino trovar vantaggio proprio da questa disgregazione dei legami sociali, delle relative convenzioni ecc… Ma per la grande maggioranza delle persone le condizioni di vita determinano (spesso in modo ampiamente inconsapevole) la percezione della realtà ed i comportamenti conseguenti.
Oltre un certo livello di sviluppo le ragioni concrete che sono sempre state alla base del tenersi delle comunità così come del mantenersi delle credenze culturali e religiose che ne fondavano la vita, vengono meno (oltre un certo livello di libertà ed indipendenza individuali, anche le relazioni interpersonali ed il rispetto per esse diventano molto precarie, inconsistenti): non c’è una base necessaria per riconoscersi un’appartenenza e una solidarietà reciproca e gli ideali, se sono ideali puri, non bastano – e non sono mai bastati di per sé, neanche quando (apparentemente) bastavano.
Ora, dunque, di fronte a ciò che abbiamo davanti agli occhi e nelle nostre esperienze, due sono gli atteggiamenti possibili: o credere che tutta questa disgregazione generale sia la liberazione definitiva dell’individuo e della sua ricerca egoica di soddisfazione - salvo poi dover riconoscere che questa ricerca senza limiti non può che concludersi in una (auto)distruzione generale - o riconoscere che avere un orizzonte sociale di appartenenza/relazione che vada al di là di sé, ma che abbia pure dei limiti percepibili, è un’esigenza naturale di ogni essere umano, necessaria a creargli un ambiente che ha aspetti materiali ed immateriali quali quelli emotivi, psicologici, culturali, di visione ed orientamento nel mondo e nella vita, di scelte da fare e valori a cui ispirarsi.
Questi aspetti, però, non sono scindibili da quelli materiali che sono la comunità stessa ed il tipo di vita/modello economico di produzione-consumo ed interazione con l’ambiente su cui fonda la propria sussistenza e la forma che prendono le giornate e le attività dei suoi membri.
Pertanto, non è possibile immaginare di recuperare l’etica propria di una comunità integrata al proprio interno (e con l’ordine che regola l’ambiente naturale in cui essa vive) ispirandosi ai valori propri di quelle che furono, senza riportare anche (non la forma in modo letterale, che sarebbe impossibile, ma) le funzioni portanti di una tale comunità alle condizioni che esse stesse producevano quei valori.
Per andare più sul concreto, dunque, è solo entro un livello di sviluppo (o entro un livello di
“povertà” – concetto molto relativo al tipo di società in cui si vive) che le persone, muovendosi sulla base della necessità, riconoscono legami e bisogni reciproci, rispettano il valore complessivo dei comportamenti integri e della lealtà. E’ solo quando non siamo tutti liberi, mobili (“liquidi”?) ed intercambiabili che dobbiamo tener fede ai nostri impegni e dire sì come sì e no come no. Dobbiamo percepire la necessità di avere dei valori per rispettarli e questo può avvenire solo entro una certa misura di sviluppo, di ricchezza (o povertà) e di consumi. Entro comunità legate al territorio e perciò ad uno specifico tipo di adattamento all’ambiente e le cui dimensioni non superino un limite contenuto. E’ necessario rispettare una misura in tutte le dimensioni su cui un insieme sociale può crescere perché il “senso” che la riunisce possa radicarsi e preservarsi su basi concrete e vitali (riunire e preservare sono anche il significato etimologico della parola”religione”).
E’ per questo motivo che le proposte che oggi vanno sotto il nome di Decrescita (ammesso che non degenerino nell’ennesima moda spennellata di verde), sebbene possano guardare solo ad alcuni aspetti di ciò che in un’ottica più ampia potrebbe far parte di ciò che alcuni chiamano
l’ “antimodernità”, hanno un’importanza prioritaria, decisiva, senza la quale non si va da nessuna parte.
Il recupero di un senso fondante del vivere non verrà perché “è giusto che ci sia”, e neanche perché qualcuno vorrà fare una crociata per restaurarlo, ma solo se sarà radicato in una condizione materiale che lo renda necessario.
Non perché esista solo la materialità ed il resto siano fantasie utili a giustificare degli interessi, ma perché, al contrario, nella realtà, nel darsi fattivo delle condizioni, c’è sempre un aspetto di intellig-enza, di illuminazione, che è ciò che troviamo quando comprendiamo che la Realtà, di cui siamo parte, esprime sé stessa, ma non secondo una logica umana, bensì una molto più ampia e impersonale.
Se è vero – come è vero – che ritrovarsi in comunità di simili è un’esigenza umana, tanto è vero che si cerca sempre di crearne quando si è giovani (e che un’infinità di movimenti dai localistici alle nicchie subculturali esprimono questa esigenza su piani che vanno dal politico al vandalistico) ;
se è vero che una volta queste comunità (con tutta la loro cultura di senso) accompagnavano gli esseri umani lungo tutto il corso della loro vita, morte compresa;
se è vero che ciò accadeva quando si trattava di piccoli insiemi sociali legati dalla condivisione di economie di piccola scala, molto spesso agricole e comunque basate sull’autoproduzione e l’autoconsumo in cui il denaro liquido aveva una parte accessoria/complementare e certo non assoluta come oggi, mentre oggi le pseudo-comunità (senza radici) che i giovani cercano di creare si sfaldano proprio non appena questi incontrano il mondo del lavoro (ormai del tutto sradicante e tutt’altro che a misura d’uomo);
se ciò è vero, non ci è difficile capire come la disgregazione socio-etico-culturale presente abbia una madre che è la fine della dimensione di vita contadina e la sostituzione di questa con quella prima industriale ed ora consumista-globalizzata: l’avvelenamento e poi lo sradicamento definitivo di ogni radice.
A questi processi storici in cui milioni di persone si sono gettati perseguendo il sempre più grande-sempre più ricco-sempre più potente non si può opporre una carica contro i mulini a vento in nome del sempre più giusto-sempre più sacro-sempre più puro. Perché anche questa, al pari di quelli, non ha radici nella Realtà.
La Realtà, la Vita, non si divide in qualcosa di “inferiore” e di “superiore”, ma abbraccia tutti gli aspetti (sembra contraddittoria proprio perché è vasta e viva). Il suo solo senso (di “scopo”davvero non si può parlare) è quello di vivere: complessivamente (quindi non solo da un punto di vista umano) ed in armonia. Per questo il solo principio, la sola saggezza sempre valida è il senso della misura: è concretamente da questo che bisogna ripartire nel costruire su basi strutturali nuove reti umane, nuove comunità e con esse il senso della loro esistenza, del nostro vivere. Ripartire da semplici condizioni strutturali sostenibili ed accettabilmente “povere” con la comprensione e la fiducia che la misura (e la capacità di comprendere quella giusta di volta in volta) sia un valore in sé, perché la Realtà – che ce la mostra questa misura – non è semplice “materia”, ma è, al tempo stesso, intelligenza autoregolantesi. Per capire questa intelligenza non dobbiamo fare un passo indietro ancora verso un antropocentrismo, per quanto depurato, ma uno avanti verso un punto di vista più ampio.
Ed è per questo che possiamo coniugare il recupero dell’origine/essenza fondante delle tradizioni con la liberazione dalle loro forme restrittive, il cui rifiuto continua tutt’oggi ad alimentare la modernità.
mercoledì 16 settembre 2009
Prove generali di influenza M(ediatica)
Viviamo in un mondo così ricco di informazione da esserne perfino inflazionato. Essa costituisce in sé un settore sempre più importante dell’economia e dell’occupazione e molti degli altri settori produttivi le sono legati a doppio filo in un modo o nell’altro.
Crediamo che ciò ci dia la possibilità di essere più avvertiti della realtà in cui viviamo e di poter fare le nostre scelte in base a considerazioni razionali, certo più razionali di quanto avveniva in epoche precedenti. Molti di noi sono anche convinti che l’informazione sia la via maestra per sconfiggere le varie forze di potere che sfruttano ed opprimono i popoli e per creare una società più equa e democratica. Non senza ragioni, senza dubbio: se le cose non si conoscono non si possono neppure criticare, né contrastare, né combattere. Ma i fatti dimostrano che l’informazione di per sé non è sufficiente o che non è il punto decisivo e forse che il suo effetto in un senso o in un altro dipende molto dal contatto diretto con la realtà che le condizioni pratiche di vita delle persone permettono o meno: una cosa che è molto ridotta proprio dal sistema che informa questa civiltà virtuale dell’informazione.
Senza voler suggerire letture dietrologiche e ipotizzare improbabili teorie del complotto, grandi fratelli e quant’altro, l’attuale fobìa di massa per la nuova influenza A(/H1N1) dimostra come ormai il potere che i media hanno sulla mente delle persone è ampiamente al di là della dicotomia tra informazione e disinformazione: non è più neanche necessario diffondere notizie false o manipolarle ad arte per ottenere l’effetto voluto. Le notizie vere e proprie, quanto ai fatti, che vengono date su questa malattia sarebbero in effetti tali da non destare grande preoccupazione: si parla di un virus che si diffonde facilmente ma non particolarmente pericoloso, si contano un numero di vittime limitatissimo, alcune delle quali risultano poi non dovute con certezza ad esso.
Nonostante questo è sufficiente il tono allarmistico con cui si diffondono le notizie, perfino nel momento in cui si mostra di voler prevenire possibili ondate di panico incontrollabili (come secondo effetto collaterale proprio anch’esso di una “vera” pandemia) per far sì che la sensazione dell’emergenza di turno regni sovrana nelle breaking news dei notiziari di tutto il mondo per mesi e che misure di sicurezza anche visibilmente irrazionali vengano accettate come risposte sagge e dovute ad una situazione che non permetterebbe alternative. Così come viene accettato l’immenso esborso di risorse pubbliche che in seguito ad una tale campagna si stanno trasferendo nelle casse delle grandi compagnie farmaceutiche che arrivano puntuali col loro nuovo vaccino (spacciato per indispensabile) all’inizio della stagione ed alla maturazione dei frutti della semina mediatica nell’opinione pubblica.
Semina (terroristica) di informazioni che, quanto ai fatti, non possono essere accusate di falsità, dato che – immaginiamo – non riportano morti che non ci sono o studi medici inventati, ma solo informazioni. Come tali esse formano non una “opinione”, ma una “informazione” pubblica e pertanto si presume trattarsi di qualcosa di fondamentalmente razionale.
Purtroppo però non si tiene conto della velocità con cui il fiume di innumerevoli notizie di ogni genere scorre davanti ai nostri occhi, della distrazione con cui le percepiamo nel mezzo della nostra vita indaffarata, dell’incompetenza della quasi totalità del pubblico quanto ad argomenti scientifici (e non solo) in un mondo in cui sempre più sono richieste conoscenze specifiche per poter valutare le problematiche contenute nelle notizie. Non si tiene conto di fattori emotivi (tutt’altro che razionali) che agiscono in modo decisivo in chi recepisce notizie allarmanti su potenziali rischi per la vita propria e dei propri cari e su pericoli ed emergenze che sono al tempo stesso occasioni di una sorta di protagonismo in una chiamata a raccolta planetaria per essere pronti tutti insieme a combattere la minaccia di turno.
Probabilmente questa “bolla” sanitaria (ci sono anche queste oltre a quelle finanziarie – ma per chi ha investito tempestivamente in azioni farmaceutiche sarà durata il tempo giusto a trarne il suo guadagno) sarà stata gonfiata al solo scopo del profitto derivante dai vaccini e business collegati, senza una vera regìa che voglia verificare la potenza dei puri e semplici toni con cui vengono diffuse le notizie: per questo si dovrebbe ipotizzare un regista globale che saprebbe molto di fantapolitica.
Ma più importante di chi guida la macchina è come la macchina si muove ed oggi abbiamo di fronte la dimostrazione di quanto pandemie planetarie di paure ed illusioni siano producibili e manovrabili facilmente senza neppure esporsi all’accusa di manipolare i fatti. Esporsi ad una tale accusa sarebbe troppo pericoloso oggi che l’informazione e la verifica delle notizie è alla portata di tutti. Ma è la gestione del loro effetto che rimane alla portata esclusiva di chi ha il maggiore “volume di fuoco” mediatico e non ci rimane grazie all’oscuramento degli elementi di conoscenza che fonti alternative possono portare, bensì in base alla presa emotiva di cui è capace, tanto più potente quanto più, nel muoversi sul piano dell’ “informazione”, riesce così bene ad occultare la sua natura irrazionale.
Se poi davvero, alla guida della macchina non c’è nessuno….forse la situazione è perfino peggiore.
Crediamo che ciò ci dia la possibilità di essere più avvertiti della realtà in cui viviamo e di poter fare le nostre scelte in base a considerazioni razionali, certo più razionali di quanto avveniva in epoche precedenti. Molti di noi sono anche convinti che l’informazione sia la via maestra per sconfiggere le varie forze di potere che sfruttano ed opprimono i popoli e per creare una società più equa e democratica. Non senza ragioni, senza dubbio: se le cose non si conoscono non si possono neppure criticare, né contrastare, né combattere. Ma i fatti dimostrano che l’informazione di per sé non è sufficiente o che non è il punto decisivo e forse che il suo effetto in un senso o in un altro dipende molto dal contatto diretto con la realtà che le condizioni pratiche di vita delle persone permettono o meno: una cosa che è molto ridotta proprio dal sistema che informa questa civiltà virtuale dell’informazione.
Senza voler suggerire letture dietrologiche e ipotizzare improbabili teorie del complotto, grandi fratelli e quant’altro, l’attuale fobìa di massa per la nuova influenza A(/H1N1) dimostra come ormai il potere che i media hanno sulla mente delle persone è ampiamente al di là della dicotomia tra informazione e disinformazione: non è più neanche necessario diffondere notizie false o manipolarle ad arte per ottenere l’effetto voluto. Le notizie vere e proprie, quanto ai fatti, che vengono date su questa malattia sarebbero in effetti tali da non destare grande preoccupazione: si parla di un virus che si diffonde facilmente ma non particolarmente pericoloso, si contano un numero di vittime limitatissimo, alcune delle quali risultano poi non dovute con certezza ad esso.
Nonostante questo è sufficiente il tono allarmistico con cui si diffondono le notizie, perfino nel momento in cui si mostra di voler prevenire possibili ondate di panico incontrollabili (come secondo effetto collaterale proprio anch’esso di una “vera” pandemia) per far sì che la sensazione dell’emergenza di turno regni sovrana nelle breaking news dei notiziari di tutto il mondo per mesi e che misure di sicurezza anche visibilmente irrazionali vengano accettate come risposte sagge e dovute ad una situazione che non permetterebbe alternative. Così come viene accettato l’immenso esborso di risorse pubbliche che in seguito ad una tale campagna si stanno trasferendo nelle casse delle grandi compagnie farmaceutiche che arrivano puntuali col loro nuovo vaccino (spacciato per indispensabile) all’inizio della stagione ed alla maturazione dei frutti della semina mediatica nell’opinione pubblica.
Semina (terroristica) di informazioni che, quanto ai fatti, non possono essere accusate di falsità, dato che – immaginiamo – non riportano morti che non ci sono o studi medici inventati, ma solo informazioni. Come tali esse formano non una “opinione”, ma una “informazione” pubblica e pertanto si presume trattarsi di qualcosa di fondamentalmente razionale.
Purtroppo però non si tiene conto della velocità con cui il fiume di innumerevoli notizie di ogni genere scorre davanti ai nostri occhi, della distrazione con cui le percepiamo nel mezzo della nostra vita indaffarata, dell’incompetenza della quasi totalità del pubblico quanto ad argomenti scientifici (e non solo) in un mondo in cui sempre più sono richieste conoscenze specifiche per poter valutare le problematiche contenute nelle notizie. Non si tiene conto di fattori emotivi (tutt’altro che razionali) che agiscono in modo decisivo in chi recepisce notizie allarmanti su potenziali rischi per la vita propria e dei propri cari e su pericoli ed emergenze che sono al tempo stesso occasioni di una sorta di protagonismo in una chiamata a raccolta planetaria per essere pronti tutti insieme a combattere la minaccia di turno.
Probabilmente questa “bolla” sanitaria (ci sono anche queste oltre a quelle finanziarie – ma per chi ha investito tempestivamente in azioni farmaceutiche sarà durata il tempo giusto a trarne il suo guadagno) sarà stata gonfiata al solo scopo del profitto derivante dai vaccini e business collegati, senza una vera regìa che voglia verificare la potenza dei puri e semplici toni con cui vengono diffuse le notizie: per questo si dovrebbe ipotizzare un regista globale che saprebbe molto di fantapolitica.
Ma più importante di chi guida la macchina è come la macchina si muove ed oggi abbiamo di fronte la dimostrazione di quanto pandemie planetarie di paure ed illusioni siano producibili e manovrabili facilmente senza neppure esporsi all’accusa di manipolare i fatti. Esporsi ad una tale accusa sarebbe troppo pericoloso oggi che l’informazione e la verifica delle notizie è alla portata di tutti. Ma è la gestione del loro effetto che rimane alla portata esclusiva di chi ha il maggiore “volume di fuoco” mediatico e non ci rimane grazie all’oscuramento degli elementi di conoscenza che fonti alternative possono portare, bensì in base alla presa emotiva di cui è capace, tanto più potente quanto più, nel muoversi sul piano dell’ “informazione”, riesce così bene ad occultare la sua natura irrazionale.
Se poi davvero, alla guida della macchina non c’è nessuno….forse la situazione è perfino peggiore.
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